Villa San Marco a Stabia.

by / domenica, 26 gennaio 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Una breve premessa, Stabia aveva un importante ruolo strategico e commerciale già nell’VIII secolo a.C., età arcaica, anche se il momento di massimo splendore fu tra 89 a.C., anno della conquista e della distruzione da parte di Silla, e il 79 d.C. quando avvenne la distruzione a seguito dell’eruzione del Vesuvio. In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorsero numerose ville in posizione panoramica. Scavi archeologici effettuati nell’area di Castellammare di Stabia, hanno riportato alla luce, sia l’antica citta di Stabia, Stabiae per i Romani, sia varie costruzioni sia facevano parte del suo circondario, stabia inizialmente borgo fortificato divenne, in epoca romana un luogo di villeggiatura, dove furono edificate le cosiddette ville d’otium, ma anche ville rustiche. Nella zona che i Roman chiamavano dell’ager stabianus, in realtà, un territorio che ricadeva sotto l’influenza di stabia, oggi comprende alcuni comuni, Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Gragnano, Casola di Napoli, Lettere e Castellammare di Stabia. In questo territorio sono state trovate una cinquantina di costruzioni tra ville d’otium e ville rustiche, anche se si ha accesso solo alla villa detta di San Marco, a quella detta di Arianna e al “Secondo complesso” del Varano, affiancato alla precedente. Gli scavi iniziarono nel 1749, durante il regno di Carlo di Borbone tramite cunicoli, ma solo nel 1950 iniziarono scavi sistematici a cielo aperto.

Villa San Marco.

Questa villa residenziale romana va inserita tra le più grandi ville d’otium della Campania, il nome deriva dalla presenza, nella zona della villa, di una cappella, del XVII secolo dedicata a questo Santo, oggi scomparsa. Si tratta di un grande complesso di circa undicimila metri quadrati, di cui circa seimila riportati alla luce e messi adisposizione per le visite. Esplorata per la prima volta tra il 1749 e il 1782, in piena epoca borbonica, scavando di cunicoli nel materiale vulcanico, la villa fu riportata alla luce negli scavi sistematici che furono eseguiti tra 1950 e il 1962. Si può dire che dopo l’eruzione del 79 d.C., è in questi anni che la struttura rivide la luce del sole. Nonostante il saccheggio di suppellettili e affreschi, avvenuto in epoca borbonica, il suo stato di conservazione è ottimo grazie a cinque metri di cenere e lapilli che l’hanno ricoperta. La villa fu edificata in età augustea, ma fu ampliata, in maniera significativa con del giardino, con la piscina e con ambienti panoramici, in età claudia. Nasce la prima domanda: a chi apparteneva questa villa? La risposta e dannatamente semplice, non si sa. Sono state formulate alcune ipotesi, la villa forse apparteneva a un cero Narcissus un liberto, quest’affermazione deriverebbe dal ritrovamento di alcuni bolli su delle tegole. Un’altra ipotesi la vuole proprietà della famiglia Virtii, i quali avevano dei sepolcri poco distanti dalla costruzione. Nella villa, al momento dell’eruzione del 79 d.C., si stava procedendo a un restauro per ii danni causati dal terremoto del 62 d.C., e per eventuali fenomeni sismici che precedettero l’eruzione. L’ingresso all’abitazione, oggi a cinque metri sotto il livello stradale, è preceduto da un protiro, cioè un breve corridoio tra la porta di strada e l’entrata interna. Quest’ultimo è caratterizzato dalla presenza di panche in pietra, probabilmente servivano per attendere, in maniera comoda, di essere riceviti dal proprietario della villa. Il complesso è divisibile in cinque nuclei: quello del vestibolo e dell’atrio con annesso quartiere di servizio; la zona termale; l’area del peristilio; l’area del loggiato superiore; l’ingresso monumentale sul decumano oggi interrato. L’atrio, l’Atrium, era affrescato e presentava uno zoccolo nero con disegni di centauri e pelli di pantere, subito sopra, la zona mediana, era dipinta di rosso con quadri raffiguranti scene mitologiche. Al centro dell’atrio il soffitto, retto da quattro colonne, era aperto per permettere all’acqua piovana di riempire l’impluvium sottostante. Lungo le pareti laterali si aprono tre cubicula, cioè le stanze da letto destinate alle persone che abitavano nella villa, una piccola scala permetteva l’accesso al piano superiore, si presuppone che qui ci fossero alcuni ambienti servili. Su una parete vi era, l’immancabile Larario adornato da finti marmi affrescati ed è ancora possibile vedere i basamenti di una cassaforte, ormai scomparsa. Sempre dall’atrio si accedeva al tablinio, un corridoio conduceva ad ambienti di servizio, mentre un vano permetteva l’accesso alla parte centrale della villa. Se si passava dall’ingresso monumentale, attraverso un cortile porticato e un breve corridoio si entrava nel tablinio, da qui si passava all’atrio. Una curiosità, duranti gli scavi, gli studiosi sono riusciti a fare un calco della porta di legno che dava l’accesso al cortile. Il tablinio, l’ambiente posto fra l’atrio e il peristilio per lo più adibito al ricevimento, presenta una decorazione in IV stile pompeiano, con zoccolo rosso a ghirlande e animali, mentre la pavimentazione è in tassellato bianco delimitata da due fasce in nero. È in questi ambienti che furono recuperati una statua di bronzo raffigurante il Dio Mercurio, un corvo a grandezza naturale che decorava una fontana e un candelabro di bronzo.

Inoltre scavi recenti hanno portato alla luce alcuni ambienti e precisamente: una scala; un sentiero pedonale; un giardino con al centro un grosso olmo; due latrine; un ambiente con letto, lavabo e piano di cottura; un locale in cui e stata rinvenuta una piccola cassetta contenente una moneta, una spatola e un bottone d’osso. Come detto dall’atrio si accedeva alla cucina, questa è di grandi dimensioni e ha una pianta rettangolare, al suo interno è possibile vedere un ampio bancone in muratura retto da quattro archi, un piano cottura e una grande vasca. Ovviamente quest’ambiente non presenta né affreschi né mosaici, il pavimento è di coccio pesto e le pareti sono intonacate grezzamente. Interessanti però sono i graffiti lasciati, probabilmente, dagli schiavi sulle pareti, tra cui risalta un poema di dodici righe, un’imbarcazione e dei conti. Alla cucina sono collegati altri piccoli ambienti, forse magazzini ma che in una prima fase della villa dovevano essere delle stanze di soggiorno, diaetae, e poi rimpicciolite in età Flavia per la costruzione del peristilio. Questa ipotesi scaturirebbe dalle ricche decorazioni presenti in questi ambienti, infatti, le pareti sono dipinte in terzo stile pompeiano, presentano, nella parte bassa uno zoccolo nero, mentre quella superiore è in gialla ocra. Inoltre il pavimento è in opera musiva con tasselli bianche e neri. Alle sale termali della villa, che sono di grandi dimensioni, si accede attraverso un atrio, il quale presenta decorazioni con amorini, lottatori e pugili, gli ambienti hanno una pianta triangolare e sono posti tra l’ingresso e il ciglio della collina. Inoltre tra gli ambienti termali e l’atrio fu ricavato un giardino, viridarium, delimitato da un muro con sei grandi finestre e decorato con ampi rami pendenti. Dall’atrio si passa nello spogliatoio, l’apodyterium, cui segue il tepidarium, per i bagni in acqua tiepida; il frigidarium per i bagni in acqua fredda; la palestra; il calidarium per i bagni in acqua calda e per quelli di vapore. Il pavimento del tepidarium, era retto da pilastrini di sostegno, suspensurae, si veniva così a formare una sorta d’intercapedine nella quale circolava l’aria. Il frigidarium aveva la parete di fondo absidata. La piscina del calidarium era di notevoli dimensioni, sette metri per cinque metri e una profondità di un metro e cinquanta centimetri, alla quale era possibile accedere attraverso alcuni scalini di pietra. Duranti gli scavi borbonici, fu abbattuta parte della parete di fondo, fu messa così alla luce una grande fornace in mattoni, che era alimentata da schiavi. La fornace riscaldava una caldaia di bronzo, che oltre all’acqua calda produceva vapori che, tramite tubi di terracotta passanti nelle intercapedini, scaldavano l’intera stanza. Si è dedotto che il calidarium avesse una pavimentazione di lastre di marmo. Vi è un aneddoto sulla caldaia di bronzo, essa fu asportata, nel 1798, per essere portata a Londra dove non arrivò mai, poiché la nave che la trasportava naufragò. Passiamo al grande Peristilio, questo giardino è circondato da un lungo porticato con centro una piscina di notevoli dimensioni, misura trentasei metri di lunghezza per una larghezza di sette metri. Questa piscina presenta un ninfeo nella parte finale, ma ciò ancora non è stato soggetto a studi. Le pareti del portico colonnato erano decorate con uno zoccolo nero, al di sopra del quale vi erano piccoli riquadri raffiguranti ville marittime, scene di giardini segreti, Nettuno, Venere e diversi atleti. Questi affreschi furono quasi tutti staccati nel XVIII secolo durante gli scavi borbonici, oggi è possibile vederli nel Museo archeologico nazionale di Napoli e al Museo Condè di Chantilly, in Francia, e già per vederli dal vivo si deve oltrepassare le alpi.

Continuiamo senza troppe polemiche… in fondo al peristilio si aprono alcuni ambienti funzionali al soggiorno alla conversazione e al riposo, le diaetae tutte affrescate ma ognuna in maniera diversa dall’altra. Sulle pareti della prima, decorata in quarto stile, vi sono raffigurati: Perseo con ali ai piedi che mostra la testa di Medusa recisa; una donna offerente; una musa posta di spalle e con una lira; Ifigenia; una figura nuda; una donna che scopre una pisside, cioè una sorta di scatola cilindrica con coperchio. Sul soffitto è raffigurata Nike, la Dea della vittoria, con in mano, appunto, la palma della vittoria. Nella seconda è possibile vedere la storia di Europa rapita dal toro. Nella terza sono presenti solo frammenti di un affresco che raffigurava un giovane disteso su un triclinio con accanto un’etera, una sorta di dama di compagnia. Inoltre, vi sono altri locali di rappresentanza, purtroppo parzialmente crollati, posti in posizione panoramica verso il mare, erano rivestiti di marmo nella parte inferiore, mentre quella superiore era coperta da affreschi. La pavimentazione de peristilio era di mosaico bianco, con la caratteristica che nelle bordature, vicino alle colonne, formava disegni geometrici in bianco e nero. In questa villa e presente un altro grande peristilio, un vasto giardino con vista sul mare, le sue dimensioni sono notevoli stiamo parlando di circa centoquaranta cinque metri. Questo peristilio è caratterizzato da portici retti da colonne tortili, purtroppo crollate per il terremoto dell’Irpinia del 1980, esse erano composte, nella parte inferiore da intonaco liscio con losanghe, mentre la parte superiore aveva scanalature a spirali. Sulle pareti oggi vediamo solo poche tracce della decorazione originale, poiché la quasi totalità degli affreschi, con temi riguardanti l’amore, fu asportata. Il soffitto del portico era meravigliosamente affrescato in modo ricco e articolato con quadri mitologici incorniciati da bellissime e ricche fasce, le quali, nell’interno, presentavano motivi floreali, architettonici e fantastici. Nei quadri vi erano le raffigurazioni di: Melpomene; l‘Apoteosi di Atena; Ermes psicopompo, cioè intermediario e traghettatore; la Quadriga del sole con Fetonte; il Planisfero delle stagioni, raffigurante un globo con all’interno due sfere intersecanti; due figure femminili che rappresentano la Primavera e l’Autunno con attorno degli amorini, è probabile che l’opera raffigurasse anche l’Inverno e l’Estate, ma di ciò non e stata trovata traccia. Quasi tutti questi affreschi, ritrovati in frammenti, sono stati ricostruiti e conservati nell’Antiquarium stabiano. Vi era anche la presenza di un triclinio contenente un affresco raffigurante un ninfeo e, un altro con Ippolito, vi erano altri ambienti, interessante è quello in cui vi è un affresco con giovane sull’altalena, mentre sul soffitto è raffigurata la Dea alata della Fortuna, con cornucopia e palma, inserita in un quadrato dai lati curvilinei. Infine in questo peristilio è stata posta una meridiana ritrovata in un magazzino della villa, non dobbiamo dimenticarci che al momento dell’eruzione il complesso era in ristrutturazione. La meridiana è stata posta in questo giardino perché gli studiosi hanno ritenuto che questa fosse la sua posizione originale.

Terminiamo con una curiosità, nel giardino del peristilio con piscina vi erano alcuni platani, gli studiosi ne sono certi, poiché durante gli scavi archeologici furono trovate, negli strati vulcanici, le impronte delle radici di cui furono fatti dei calchi. Infine, si è potuto stabilire l’età di questi alberi che, al momento dell’eruzione, andava dai settantacinque ai centocinque anni.

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