Villa di Capo di Bove.

by / mercoledì, 26 aprile 2017 / Published in Archeologia1, Il blog

La Villa di Capo di Bove è un altro sito archeologico posto sull’Appia Antica, a meno di cinquecento metri dalla tomba di Cecilia Metella e a duecentocinquanta metri dalle mura del Castrum Caetani. Solo nel 2002 è entrata nel patrimonio archeologico dello stato italiano, prima di questa data è sempre stata proprietà privata. La Villa si estende su di una superficie di circa ottomila cinquecento metri quadrati. Le sue prime strutture dovrebbero risalire al II secolo d.C., non vi è sicurezza su chi fosse il proprietario, poiché fino ad ora non sono state ritrovate, né una “Fistula aquaria”, né un’epigrafe che porti riferimenti attribuibili a una ben precisa persona o famiglia. Si presume che il proprietario fosse Erode Attico, precettore di Marco Aurelio e di Lucio Vero, poiché nel II secolo d.C. possedeva una grande tenuta agricola in questo sito. I suoi possedimenti giungevano fino alla Valle della Caffarella ed erano denominati Pago Triopio, oltre a questo e stata ritrovata una lastra di marmo, riutilizzata in seguito, che nella parte che poggiava sul terreno riportava una scritta, in greco, che cita il nome della moglie di Erode, Annia Regilla ed è definita “Luce della casa”. In definitiva, pur senza certezza alcuna, gli studiosi sono propensi ad attribuire la proprietà a Erode attico, sia perché a lui appartenevano i terreni nella zona, sia per lastra di marmo su cui compaiono incisioni con i riferimenti alla moglie. La tenuta fu acquisita nel 1302 dal cardinale Francesco Caetani, nipote di Papa Bonifacio VIII, Nel XVII secolo la zona divenne di proprietà dell’Ospedale del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum, nel 1709 fu concessa a Pietro de Vecchi, con diritto di uso ma, con l’obbligo di migliorarla e restaurarla. Nel XIX secolo passò sotto il controllo del monastero della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Da questo periodo in poi l’area fu destinata a uso agricolo fino al 1945, il casale, precedentemente costruito su una cisterna Romana, fu trasformato in residenza. L’area divenne una lussuosa villa con tanto di piscina, viali e giardini, l’edificio incorpora nelle pareti, scelta che fu scellerata e molto discutibile, molti resti Romani, come tegole, mensole di marmo, mattoni, parti di capitelli, alcuni di essi sono di rilevante importanza. Nelle finestre sono murati, persino, pezzi di tubi delle terme. Si arriva così al quel 2002 quando finalmente lo stato italiano acquista, dalla famiglia Streccioni, l’intera proprietà, ora dopo vari lavori di scavo e restauri, la villa è fruibile al pubblico, il casale è ora il punto informativo dell’area archeologica, è sede dell’Archivio Antonio Cederna, è luogo di esposizioni ed eventi culturali. Questo casale fu definito nel catasto Pio Gregoriano, periodo tra il 1812 e il 1835, come: “Casa a uso della vigna”, la sua forma è a croce svasata e, come si accennava prima, fu edificato in epoca medioevale sopra una cisterna romana a due piani. Il piano inferiore si è in gran parte conservato e fu inglobato nelle pareti del nuovo edificio, è ancora visibile parte dell’intonaco, in cocciopesto, concernente l’antica cisterna. Del secondo piano non rimane in sostanza nulla, si può vedere unicamente qualche piccolo frammento in opera cementizia in cui furono usate delle scaglie di selce. I muri “Moderni” furono edificati con una particolare tecnica, molto usata nel Medioevo, che semplicemente prevedeva il riutilizzo di materiali di spoglio ricavati da edifici e monumenti antichi. Vi è da aggiungere a ciò che si è detto prima, una curiosa particolarità: una serie di anfore, le quali, private delle anse e del collo, furono cementate in orizzontale, sovrapposte una all’altra fino a formare una sorta di quadrato con i buchi della pancia delle stesse. Varie campagne di scavi si sono succedute, dopo l’acquisizione statale della villa, esse hanno portato alla luce un impianto termale, è da questi sterri che è stata estratta la lastra di marmo, su cui sono incisi i riferimenti ad Annia Regilla. Questo complesso è posto nel giardino, sotto il moderno viale di accesso alla villa, si tratta di un impianto termale di notevole interesse, con locali elegantemente decorati. Come, classicamente succedeva, l’ingresso alle terme avveniva passando in un vestibolo che, in questo caso, presentava ai lati due spogliatoi con interessanti mosaici eseguiti con tessere bianche e nere. Il primo mosaico aveva una decorazione con bipenne, un’ascia con doppio tagliente e foro mediano per il manico. Il secondo raffigurava delle brocche, senza anse, disposte in una sorta di croce che generano un disegno che, a sua volta, forma al suo interno figure geometriche. Poiché le terme, col passare dei secoli, furono ricoperte di terra e che il terreno che si era venuto a formare fu adibito a scopi agricoli, gli aratri che furono utilizzati per le coltivazioni danneggiarono, non poco, i mosaici. Dopo gli scavi e i restauri si possono vedere e riconoscere: il frigidarium, il tepidarium, il calidarium e la sudatio, inoltre sono ben visibili le soglie e agli scalini che permettevano di accedere da una vasca all’altra, le quali erano poco profonde poiché servivano per immergersi ma, non per nuotare. Nelle pareti di alcune vasche è possibile vedere delle nicchie che probabilmente contenevano delle statue. Si può distingue bene l’impianto di riscaldamento degli ambienti e dell’acqua, un’intercapedine posta sotto il piano di calpestio, probabilmente ricoperto di marmi o mosaici, permetteva il passaggio dell’aria calda che serviva a riscaldare il pavimento e che poi risaliva nei tubi posti all’interno delle pareti. In questo modo le stanze erano totalmente riscaldate. Le caldaie, solitamente in rame, scaldavano l’acqua e gli schiavi alimentavano il fuoco consumando grandi quantità di legna, degli appositi sfiatatoi portavano il vapore superfluo all’esterno, mentre sotto il pavimento si possono ancora riconoscere i canali e i fori per l’acqua di scarico. Questo complesso termale, di circa mille e quattrocento metri quadrati è stato rimaneggiato in epoche diverse, dalla muratura in laterizio si evince che la prima fase costruttiva risale al II secolo d.C., sono però, evidenti anche fasi successive. Questo impianto, verosimilmente a uso privato, probabilmente fu in utilizzato fino al IV d.C., forse con varie modifiche e ridimensionamenti. Alcuni studiosi hanno calcolato che le terme si sviluppavano su trentaquattro ambienti, durante gli scavi, all’interno del complesso termale, sono stati ritrovati reperti a dir poco interessanti, sia per la qualità sia per lo stato di conservazione, gli archeologi hanno riportato alla luce: mosaici, monete, marmi policromi, intonaci dipinti, una spatola da trucco di bronzo, aghi in osso utilizzati per le acconciature, un dado da gioco fatto in osso. Infine nella parte posteriore delle terme si è conservato il canale che raccoglieva lo scarico delle acque, una condotta a “Cappuccina” che arrivava alla fognatura. La rilevanza storica e archeologica della villa era già evidente prima dei lavori di ricerca, scavo e restauro effettuati dal 2002 in poi ma, questi ultimi hanno permesso di recuperare elementi di notevole valore e di rendere fruibile, al pubblico, questa Villa, un altro tassello da inserire sulla Regina Viarum.

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