Subiaco: La villa di Nerone.

by / sabato, 03 febbraio 2018 / Published in Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

L’importanza archeologica di questa ridente cittadina, da sempre unita ai monasteri benedettini, è strettamente legata alla grande e probabilmente maestosa villa, che Nerone fece costruire lungo l’Aniene, per riposarsi e dilettarsi dopo le “Fatiche della Città”. “Da un’altra direzione l’Aniene, nato dal monte di Trevi, porta al Tevere l’acqua di tre laghi celebri per la loro bellezza, che dettero il nome a Subiaco”, così scrisse Plinio il Vecchio nella sua opera: “Naturalis Historia”. Dopo un ritrovamento archeologico di un muro a opera poligonale, gli archeologi hanno ipotizzato che queste terre fossero abitate dagli Equi, in seguito sconfitti e assimilati dai Romani. Certo è che i Romani frequentavano questi luoghi anche in Età Repubblicana, del resto da queste zone partivano tre importanti acquedotti degli undici che portavano l’acqua a Roma: l’Anio Novus, l’Aqua Marcia e l’Aqua Claudia. Frontino però afferma che fu Nerone, forse utilizzando un percorso stradale di servizio degli acquedotti, a far costruire la via Sublacensis per rendere più comodo l’accesso alla sua villa. Il tracciato voluto da Nerone era simile a quello moderno, la via passava alla destra dell’Aniene ma, in prossimità del centro abitato, passava sulla sinistra, presso quello che oggi è chiamato il Ponte della Cartiera, e quindi dopo aver collegato i nuclei della Villa, proseguiva salendo verso gli Altipiani di Arcinazzo. La Villa doveva svilupparsi nel punto, dove la gola dei Simbruini, in cui scorre l’Aniene, si allarga e il fiume fiancheggia i monti Taleo e Francolano. La Villa era composta di più nuclei e si estendeva per circa settantacinque ettari, di queste sezioni ne sono stati individuati almeno cinque, ma, si pensa che in realtà fossero di più. Tre di questi nuclei sono stati individuati sulla destra del fiume e due sulla sinistra. Nerone scelse questi luoghi dal paesaggio boscoso e in qualche modo selvaggio, per la possibilità, che questo permetteva, di costruire laghi e cascate artificiali, giochi d’acqua e chissà cos’altro. Come Plinio il Vecchio ricorda, il medico prescrisse all’imperatore di fare bagni freddi, anche ciò potrebbe aver influenzato le scelte di Nerone. Non si conoscono i nomi degli architetti che progettarono il complesso, alcuni storici e archeologi sono propensi a credere che fossero Severo e Celere, questa ipotesi scaturisce dall’ingegnoso e brillante alternarsi di dighe, padiglioni a terrazze, tagli nella roccia. Questi due architetti, che avevano la visione dell’architettura come un insieme armonico di se stessa con elementi urbanistici e invenzioni scenografiche, furono gli stessi che progettarono e realizzarono la Domus Aurea. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nuclei della villa forse erano posti con una geometria simmetrica lungo le rive dei tre laghi artificiali. Due delle tre dighe che furono edificate, per la creazione dei laghi, sono state identificate, anche se rimangono solo tracce, della terza invece non se ne sa niente. Ovviamente il ruolo fondamentale era rappresentato dall’acqua che permetteva di giocare con scenografie eleganti e affascinanti, incluse in un paesaggio di per se incantevole. Si può dire che tutto questo faceva parte del gusto neroniano, come si può vedere anche nella sua residenza romana, la Domus Aurea. Che rimane di tutto questo? Purtroppo non molto, essendo la Villa composta di vari nuclei anche i resti sono distribuiti in varie zone. I primi ritrovamenti risalgono al 1883 in quella località che va sotto il nome di “Burrone di Santa Croce”, i resti vennero alla luce durante i lavori per la costruzione della strada che da Subiaco arriva a Jenne. In questo settore furono ritrovati i resti di un corridoio ad angolo, di una sala, sicuramente ben decorata, con abside e una scala. Da questo si può dedurre che questo nucleo era formato da almeno due piani. Scendendo verso la valle, a circa duecentocinquanta metri di distanza dal settore precedente, si arriva in località “San Clemente”, dove fu trovato un altro nucleo della Villa, che fu detto “Carceri”. In questo settore si trova una cisterna, nella parte alta, più in basso vi è un’altra aula absidata con due nicchie, alcuni studiosi l’hanno identificata come ninfeo. Vi sono, poi, altri numerosi locali che furono identificati come bagni, qui sono anche ben visibili segni di rifacimenti, forse restauri voluti da Traiano. Questo nucleo era collegato a un ponte, che alcuni hanno identificato come il Pons Marmoreus, il quale è documentato in Età Medioevale. Su questo nucleo San Benedetto costruì uno dei dodici monasteri, San Clemente. Dopo la fine del XIX secolo, le ricerche e gli scavi si fermarono per lungo tempo, furono ripresi solo alla fine degli anni cinquanta del XX secolo, tali ricerche riportarono alla luce altri due nuclei. Uno dei quali è sulla sponda sinistra dell’Aniene, anche questo presentava almeno due piani, quello superiore in discreto stato di conservazione, è composto di due corpi con nicchie e ambianti, con copertura sia a botte sia a crociera, al centro una grande abside, forse un altro ninfeo. L’ultimo nucleo, che è stato riportato alla luce, si trova in località “Pianello”, molti sono propensi a credere che si tratti di sostruzioni per sostenere dei giardini o delle terrazze. Infine nel 1983 fu aperta una campagna di scavi in località “Soricella”, da qui tornarono alla luce ben sedici ambienti, a detta di alcuni si tratterebbe di locali termali, distribuiti su almeno due livelli o forse anche di più, attribuibili sicuramente a due fasi successive. Si può vedere ancora qualcosa della decorazione originaria, nello specifico solo frammenti d’intonaco e piccole parti di mosaici, eseguiti in pasta vitrea e marmi. Gli studi effettuati hanno potuto stabilire che la Villa fu frequentata, per lo meno, per tutto il III secolo d.C., per poi essere abbandonata. Non si può terminare quest’articolo senza parlare di un aneddoto ricordato da Tacito, storico romano. Mentre Nerone stava banchettando nella sua villa di Subiaco, un fulmine cadde e colpì la mensa, spezzandola. L’imperatore interpretò l’accadimento come un presagio nefasto sul suo futuro e quindi abbandonò questa Villa in maniera definitiva. Da ciò però si può dedurre, poiché il fatto accadde nel 60 d.C., che in quell’epoca la costruzione della Villa doveva essere già terminata o, perlomeno, in massima parte.

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