Socrate.

by / venerdì, 19 Agosto 2016 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

 

Socrate, in greco Σωκράτης e in latino Socrates, era un filosofo dell’antica Grecia, uno tra i più importanti esponenti della filosofia occidentale, nacque ad Atene nel 470 a.C., nella stessa città morì nel 399 a.C., era figlio di Sofronisco del demo di Alopece, uno scultore e di Fenarete, una levatrice. Non si sa molto della sua vita familiare, nacque da famiglia benestante e svolse i suoi studi giovanili ad Atene, probabilmente prese lezioni di astronomia e geografia, un’antica testimonianza lo vede allievo di Anassagora, non si è certi di ciò, ma sicuramente sfogliò e studiò i testi di questo filosofo. Come si diceva, non si conosce bene la sua vita giovanile, forse inizialmente intraprese lo stesso mestiere del padre che comunque presto abbandonò per dedicarsi in maniera esclusiva allo studio e all’indagine filosofica tanto da finire in povertà o quantomeno dovette ricorrere all’aiuto economico degli amici. Sposò Santippe ma sembra che non fu un matrimonio molto tranquillo, la tradizione la ricorda come una moglie bisbetica e petulante, c’è chi ha ipotizzato che Socrate scendesse in piazza non tanto per parlare della sua filosofia e del suo modo di vedere il mondo, ma quanto per allontanarsi dalla moglie, voci e tradizioni che forse, in tempi moderni, si chiamerebbero gossip, comunque Santippe gli diede tre figli, Lampsaco, Sofronisco e Menesseno. Socrate passo quasi tutta la sua vita ad Atene, se ne allontanò soltanto in rare occasioni, forse soltanto tre, per compiere il suo dovere di soldato, infatti, partecipò, come oplita alla battaglia di Potidea, nel 432 a.C., dove sembra che riuscì a portare in salvo Alcibiade ferito; combatté a fianco di Lachete, nel 424 a.C., durante la ritirata degli Ateniesi, nella campagna contro i Beoti; si batté, nel 421 a.C., ad Anfipoli. Durante queste campagne di guerra dimostrò, come in seguito fu riportato, di essere un valente combattente e di avere un fisico molto resistente poiché, si dice, che riusciva a marciare anche d’inverno senza mantello e senza scarpe, forse certe vicende sono state raccontate in maniera un po’ romanzate o forse no chissà… Della vita di Socrate conosciamo pochissimo e comunque niente ci è pervenuto direttamente da lui, il filosofo non scrisse mai nulla, per sua ponderata decisione, il suo pensiero, le notizie di parte della sua vita e della sua morte ci sono pervenute grazie ai suoi discepoli o comunque da ciò che riportarono autori successivi, nessun uomo ispirò tante pagine quante ne stimolò lui. I principali documenti sul pensiero e della vita di Socrate provengono dai testi scritti da Platone, Senofonte, Aristotele e Aristofane, Platone è senz’altro la fonte più attendibile poiché fu discepolo diretto del filosofo e lo conobbe nel suo essere, quella di Senofonte è considerata quella più banale, mentre quella di Aristotele la più oggettiva anche se non contemporanea, infine quella di Aristofane la più sarcastica. Socrate visse in un’Atene prima all’apice del potere, poi in una città sconfitta da Sparta e con un regime, governo dei trenta tiranni, oligarchico e filo spartano guidato da Crizia, un nobile sofista che negava la religione, ma tale dittatura durò appena un anno, quindi infine, l’Atene di Socrate tornò a essere una città con un governo democratico guidato da Trasibulo. Cominciarono così i “Problemi” per il nostro filosofo, Trasibulo lo considerò un nemico politico per i rapporti che ebbe con Alcibiade, un suo discepolo e forse anche amante, quest’ultimo fu accusato di essere un traditore della città di Atene a favore di Sparta. Socrate non aspirò mai alla partecipazione diretta della vita politica ma, nel 406 a.C. in conformità al principio della rotazione delle cariche, non poté esimersi di far parte dei pritani, ossia del gruppo del consiglio al quale spettava decidere quali problemi sottoporre all’Assemblea. Socrate, ritenendola una proposta illegale, si oppose alla volontà di processare i generali che vinsero lo scontro navale di Arginuse accusati di non aver salvato i naufraghi e di non aver reso i giusti onori ai caduti, ovviamente questa posizione assunta dal filosofo generò un contrasto col governo democratico. Nel 404 a.C., dopo che il governo della città divenne oligarchico e il potere fu attribuito ai trenta tiranni, Socrate si rifiutò, rischiando la pena di morte, di eseguire l’ordine di arresto nei confronti di un avversario del regime, Leone di Salamina. Nel 403 a.C. fu ripristinata la democrazia ma, pur concedendo un’amnistia, il filosofo, come già accennato prima, fu visto come un personaggio ostile al nuovo ordine costituito. Dopo appena quattro anni dall’avvenuta restaurazione della democrazia, nel 399 a.C., il potere della città volle processare Socrate. Le accuse scritte furono presentate da Meleto, un ambizioso e fallito letterato, ma forse fu soltanto un prestanome, tra i suoi accusatori ci furono anche Licone e Anito, quest’ultimo, che era un personaggio molto influente nella ritrovata democrazia, lo criminalizzò con molto astio. Socrate fu portato a giudizio davanti al popolo ateniese e le accuse furono di:

  1. Corruzione dei giovani, con insegnamenti che provocavano disordini sociali, quest’accusa probabilmente si spiega col fatto che Crizia e Alcibiade, due personaggi considerati traditori dal potere democratico di Atene, furono allievi del filosofo. Il primo fu capo dei trenta tiranni, il secondo per non essere processato fuggì da Atene e combatté contro la sua patria a fianco di Sparta. E’ probabile che proprio questo rapporto d’insegnante e educatore di questi due individui, ponesse la base per l’accusa di corruzione, Platone fece notare che, per chi non lo conosceva, Socrate fu confuso, con i sofisti i quali erano considerati corruttori della morale dei giovani.

  2. Ateismo, Socrate fu accusato di non riconoscere gli Dei venerati dalla città e di aver cercato di introdurre altre divinità. Un’accusa che oggi si definirebbe un pretesto per un processo politico, anche perché se da una parte l’ateismo era ufficialmente condannato, dall’altra era tollerato, se praticato in privato, però poiché, la religione era considerata un unicum con la cittadinanza, quest’accusa serviva a incolpare il filosofo di cospirazione contro le istituzioni della società e l’ordine pubblico.

Il processo ebbe luogo davanti a una giuria di cinquecentouno cittadini ateniesi, Socrate, che rifiutò di farsi difendere da Lisia, proprio perché non voleva confondersi con i sofisti, ovviamente assunse un atteggiamento del tutto personale, si difese non, come di solito avveniva, cercando di impietosire i giudici, ma andò a contestare le basi stesse del processo. Com’era prevedibile fu dichiarato colpevole, anche se con margine ristretto di voti, la legge dell’Agorà prevedeva che, una volta riconosciuta la colpevolezza dell’imputato, sia l’accusatore sia l’accusato dovevano proporre la pena per i reati commessi. Meleto propose la pena di morte, Socrate ancora una volta lanciò un guanto di sfida ai giudici, proponendo di essere mantenuto nel Pritaneo dalla collettività, una sorta di vitalizio per essersi preso cura di molti giovani insegnandogli la scienza del bene e del male, a lui andava riconosciuto l’onore dei benefattori della città, alla fine chiese di essere multato, i suoi seguaci si fecero garanti per lui. I giudici accolsero la proposta dell’accusa e lo condannarono a morte, questa volta la maggioranza fu molto ampia, mediante la somministrazione della “Famosa” cicuta. Non c’è dato sapere se gli accusatori volessero veramente la morte del filosofo, forse pensavano che Socrate, per sfuggire alla morte scegliesse volontariamente di andare in esilio, come spesso accadeva in certi casi di condanna capitale, per esempio come avvenne per Protagora e Anassagora, comunque questa non era l’intenzione di Socrate, poiché non aveva paura della morte e la preferiva all’esilio vedendo quest’ultimo come un male sicuro e certamente peggiore del trapasso. L’esecuzione della sentenza fu posticipata di circa un mese, per alcuni riti che si andavano svolgendo, in questo intervallo di tempo Socrate sarebbe potuto fuggire, Critone, suo amico e discepolo, gli propose un piano di fuga che il filosofo non accolse, volle morire ubbidendo a quelle leggi, per lui sacre, che era stato accusato di sovvertire, alla fine il verdetto fu eseguito in carcere, Socrate tranquillamente bevve la cicuta e aspettò con serenità la morte.

Non è certamente semplice l’interpretazione del pensiero socratico, il filosofo, per sua scelta non lasciò nessuno scritto, per lui era fondamentale il dialogo che principalmente applicava all’esame dei concetti morali, Socrate è riconosciuto da tutti come indiscusso fondatore dell’etica o filosofia morale. Fondamentalmente il suo pensiero è riportato da quelle che sono definite “Fonti storiche”, proprio queste fonti presentano il nostro filosofo come un personaggio che era assetato di sapere, ma che allo stesso tempo sapeva di non sapere e che proprio per questo era più sapiente degli altri. Il “Sapere di non sapere” è un’ignoranza intesa come consapevolezza di una non conoscenza definitiva, che però diviene il motivo fondamentale del desiderio di conoscere. Certo non è semplice, ma il concetto di base è che la prima condizione della ricerca e del dialogo è avere la consapevolezza della propria ignoranza. Un aneddoto lega Socrate all’oracolo di Delfi, Cherefonte, aveva chiesto alla Pizia, la sacerdotessa dell’oracolo di Apollo a Delfi, chi fosse l’uomo più sapiente e questa aveva risposto che era Socrate, Il filosofo, convinto che non fosse lui l’uomo più sapiente, per dimostrare che l’oracolo si era sbagliato, andò a dialogare con coloro che erano ritenuti i sapienti: i poeti, gli artigiani e i politici, ma proprio questo confronto gli fece capire che il più sapiente era proprio lui poiché era l’unico a “Sapere di non sapere”. Il non sapere non conduce alla rinuncia della ricerca ma stimola al dialogo interumano della filosofia. Quindi la prima preoccupazione di Socrate è, questo vale anche per lui stesso, di rendere l’uomo consapevole della propria ignoranza, per arrivare a questo scopo si avvalse dell’”Ironia”. Con questo metodo vuole svelale all’uomo la sua ignoranza, per fargli nascere dubbi, e gettarlo nell’inquietudine in modo da obbligarlo alla ricerca. Socrate chiede al suo interlocutore, facendo finta di non sapere, di parlargli di tutto ciò che riguarda il proprio settore di competenza, inizialmente adulandolo, in maniera plateale, per tanta conoscenza, per poi passare ad assillarlo di domande fino a renderlo carico di dubbi e invogliarlo nella ricerca del vero, questo è lo scopo del filosofo. L’ironia è capace di scuotere l’uomo dal suo torpore intellettuale liberandone la mente dalle malsane convinzioni derivanti dalla vita quotidiana. L’ironia socratica però non è una sorta di lavaggio del cervello, il filosofo non vuole svuotare le menti per poi riempirle della propria dottrina, Socrate non vuole comunicare niente dall’esterno, ma unicamente stimolare l’uditore a far uscire fuori, dal suo interno, un suo credo, una propria dottrina, ecco nascere la maieutica o arte di far partorire la mente. Platone dice che Socrate ereditò dalla madre la professione di ostetrico, mentre lei, essendo levatrice, aiutava i bambini a venire alla luce, lui, ostetrico di anime, aiutava le menti a far nascere un originale punto di vista sulle cose. Da tutto questo Socrate fa fluire un altro concetto, dall’analisi di se stessi, scaturiscono la ricerca del vero sapere e contemporaneamente il miglior modo di vivere, cioè la virtù. Per il filosofo l’uomo deve tendere a sapere ciò che deve essere è ciò che deve fare, tale conoscenza è la virtù stessa, è ciò diviene il principio fondamentale dell’etica socratica. Il punto è che la maggior parte degli uomini credono che il sapere e la virtù siano due cose distinte, l’uomo, anche se sa cosa è bene può allontanarsi dalla virtù, per Socrate una scienza, che come concetto fondamentale, non abbia il controllo dell’uomo non è neppure una scienza, quindi l’ignoranza è la base di ogni vizio, chi veramente sa, sceglie il piacere maggiore e tale è, unicamente, il piacere della virtù. Quindi l’uomo non deve, per essere virtuoso, rinnegare la gioia, una vita perfetta comprende il piacere, anzi il piacere massimo raggiungibile. In definitiva, la differenza tra l’uomo virtuoso e quello che non lo è, è che il primo sa fare il calcolo del piacere e sceglie il migliore; il secondo, poiché non sa fare questo calcolo, si abbandona al piacere effimero. Socrate non possiede questo sapere e per questo lo cerca e lo persegue, per il filosofo non ha senso distinguere le varie virtù, la virtù è una come unico è il sapere. Fondamentalmente si deve comprendere che cosa è il bene e cosa è il male. Secondo questa concezione, il compiere un’azione malvagia non deriva da una volontà perversa, ma semplicemente da una mancanza della conoscenza e da un difetto intellettivo, questo rapporto univoco tra sapere e virtù va sotto il nome d’intellettualismo etico. Per Socrate il filosofo deve adempiere a una missione divina quella appunto di essere filosofo, a volte parla di un demone, forse ciò rappresenta semplicemente un’ispirazione divina, che lo guida nelle scelte fondamentali della vita, oggi non si parlerebbe di demone ma, di voce della coscienza. La divinità rappresenta un’entità al di là dell’uomo, a esso superiore e che lo guida dall’alto. Socrate pensa che il culto religioso tradizionale sia un dovere per il cittadino, infatti, consiglia di attenersi sempre alle tradizioni e al costume della città di appartenenza. Il nostro filosofo negli Dei non vede altro che l’incarnazione dell’unico principio divino in cui crede, il bene… la virtù. La fede religiosa di Socrate è in realtà, come hanno evidenziato quasi tutti gli storici, la sua stessa filosofia, la divinità ordina l’impegno nella ricerca e lo sforzo verso la giustizia, nello stesso tempo garantisce dei punti fermi, “Per l’uomo onesto non vi è male né nella vita né nella morte”, però la verità e la virtù, ogni individuo deve cercarle e realizzarle per proprio conto. E’ ovvio che la vita, la morte e il pensiero di Socrate non si possono raccontare in poche righe, seguaci, storici, e studiosi hanno interpretato, esaminato e riportato il suo pensiero riempendo molte pagine di tantissimi libri, per alcuni di loro l’analisi è durata l’intera vita. Queste poche righe vogliono unicamente ricordare la grande importanza che Socrate ebbe nella filosofia e se qualcuno vuole, può facilmente procurarsi vari testi e farsi un’idea più approfondita sul pensiero di questo filosofo, che a volte può sembrare semplice e molto complicato in eguale misura. Un pensiero che comunque ha influenzato non solo tutti i filosofi greci, che sono venuti dopo di lui ma, in qualche modo, tutta la filosofia e l’intera umanità, il suo, forse, è stato un messaggio universale.

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