Siti Archeologici Vesuviani.

by / domenica, 26 gennaio 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Prima di recarci tra i siti che il Vesuvio obliterò nel 79 d.C., un breve cenno sull’ambiente, sulle colture, sulla zona palustre, sulla fascia boschiva e sull’eruzione del vulcano. Le colline intorno al Vesuvio avevano il terreno adatto per la coltivazione di viti, di olivi, di cereali e di alberi da frutta, questo perché la zona era ben esposta alla luce solare, ventilata e non paludosa. Di conseguenza nella zona collinare del vulcano sorsero numerose fattorie, quelle che i Romani chiamavano villae rusticae. Le bellezze della zona portarono, i Romani a edificare le cosiddette ville d’otium, quindi in tutta la zona nacquero ricche città, grandi fattorie per allevamenti e coltivazioni, signorili abitazioni per il riposo e il divertimento. Lungo il fiume, dove evidentemente, si aveva a disposizione una grande quantità d’acqua per l’irrigazione, si coltivavano prevalentemente cereali, leguminose e piante tessili, anche se non mancavano i vigneti. Il territorio presentava ricchi pascoli, di conseguenza si sviluppò anche l’allevamento degli animali. La pianura ai piedi del Vesuvio, verso la foce del fiume, era molto fertile, anche se il terreno tendeva a formare ristagni d’acqua e di conseguenza divenire paludoso, i Romani riuscivano a bonificarlo con un semplice espediente. Inserivano sul terreno dei rami intrecciati di cipresso, che andavano ad aiutare un accumulo di terriccio, foglie e quant’altro così da evitare il ristagno dell’acqua. Vi erano anche dei boschi rigogliosi, uno dei quali fu reso sacro a Giunone, gli studiosi credono di aver individuato questo territorio tra Nocera e Scafati. Fitti boschi si potevano vedere nei monti che circondavano Pompei, verso l’alto vi erano imponenti faggeti, verso il basso, invece, grandi querceti, mentre nella piana si estendevano dei pioppeti. A parte la bellezza naturalistica, i boschi fornivano grande ricchezza alle popolazioni locali, in essi i Romani si procuravano la selvaggina; alcuni frutti selvatici come more e fragole; miele; funghi; legname per svariati usi; piante che consideravano curative. Sempre dai boschi venivano le ghiande e i frutti dei faggi che servivano a nutrire ghiri e maiali i quali erano allevati a scopi alimentari. Il legname oltre che per le costruzioni era usato per fare il carbone e dagli aceri erano ricavate le tavolette che una volta cerate erano usate per scrivere, le tabulae ceratae. Arriviamo a quel fatidico 24 agosto del 79 d.C., data che ultimamente è stata messa in discussione, anzi è stata modificata e posticipata al 24 ottobre sempre dello stesso anno. Così scrisse in una lettera indirizzata a Tacito, lo storico latino, Plinio il Giovane:

“…Una nube nera e terribile, squarciata da guizzi serpeggianti di fuoco, si apriva in vasti bagliori d’incendio: erano essi simili a folgori, ma ancora più estesi… Dopo non molto quella nube si abbassò verso terra e coprì il mare… Allora mia madre si mise a pregarmi… che in qualsiasi modo cercassi scampo… Cadeva già della cenere, ma ancora non fitta. …Scese la notte, non come quando non v’è luna o il cielo è nuvoloso, ma come quando ci si trova in un locale chiuso a lumi spenti. Udivi i gemiti delle donne, i gridi dei fanciulli, il clamore degli uomini: gli uni cercavano a gran voce i genitori, altri i figli, altri i consorti, li riconoscevano dalle voci; chi commiserava la propria sorte, chi quella dei propri cari: ve n’erano che per timore della morte invocavano la morte… Riapparve un debole chiarore, che non ci sembrava il giorno, ma l’inizio dell’approssimarsi del fuoco. Ma questo si fermò a distanza e di nuovo furono le tenebre, di nuovo cenere in gran copia e spessa. Noi ci alzavamo a tratti per scrollarla di dosso, altrimenti ne saremmo stati ricoperti e anche oppressi dal suo peso. …Alfine quella caligine si attenuò e svanì in una specie di fumo o di nebbia: quindi fece proprio giorno, anche il sole apparve, ma livido, come quando è in eclisse. Agli sguardi ancor trepidanti il paesaggio appariva mutato e ricoperto da una spessa coltre di cenere, come fosse nevicato. …Prevaleva il timore; giacché le scosse di terremoto continuavano e molti fuor di senno con delle previsioni terrificanti crescevano quasi a gioco i propri e gli altrui malanni. Noi però, benché scampati ai pericoli e in attesa di nuovi, neppure allora pensavamo a partire, finché non ci giungesse notizia dello zio”.

La data? Perché fu fissata al 24 Agosto e ultimamente contestata? Nella lettera di Plinio il Giovane, nella sua variante accettata da tutti, si legge: “Nonum kal septembres” Quindi nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto. Man mano, col passare del tempo e l’avanzamento di alcuni studi archeologici, si è evidenziata una mancanza di coerenza di una data estiva per l’eruzione. Le prove derivano da alcuni ritrovamenti, quali: frutta secca carbonizzata; bracieri, usati per riscaldarsi; mosto in fase d’invecchiamento trovato ancora sigillato dei dolia. La prova più concreta fu data dal ritrovamento di una moneta la quale riferisce della quindicesima acclamazione di Tito a imperatore, cosa che avvenne dopo l’8 settembre del 79 d.C., quindi si può supporre che l’eruzione avvenne in autunno e che la data probabile sia il 24 ottobre di quell’anno. Un’altra prova dimostrerebbe la validità di questa tesi, deriva da un’iscrizione ritrovata nel 2018 in una casa che al momento dell’eruzione era in ristrutturazione. Essa fu eseguita in carboncino e riporta la data del 17 ottobre, il testo è ambiguo, ma la cosa fondamentale è che si doveva riferire proprio al quel 79 d.C., una scritta con questo materiale non sarebbe certamente durata un anno, la sua scomparsa sarebbe avvenuta molto prima. Per curiosità la scritta, che reca varie abbreviazioni, può essere interpretata: “XVI ante Kalendas Novembres indulsit / pro masumis esuritioni”, cioè Il 17 ottobre lui indulse al cibo in modo esagerato”. Oppure: “XVI ante Kalendas Novembres in olearia / proma sumserunt”, cioè “Il 17 ottobre hanno preso nella dispensa olearia … ”. Questa è solo una curiosità, il dato importante, ai fini della datazione dell’eruzione, è proprio quel “17 ottobre…”. Fatto sta che quella mattina di agosto o più probabilmente di ottobre, sicuramente un boato si diffuse nell’area Vesuviana, il Vesuvio iniziò la sua tragica azione. Nel 62 d.C. si ebbero dei terremoti, con il conseguente crollo di diversi edifici, che furono ricostruiti o ristrutturati negli anni seguenti, ma nel 79 d.C. il vulcano palesò tutta la sua potenza distruttiva. Iniziò un ciclo eruttivo che durò due giorni, che portò il seppellimento di Stabia, Pompei, Ercolano, Oplontis e alcune città a sud est del Vesuvio, nonché la morte di tantissimi abitanti. Dapprima il Vesuvio eruttò pomici, di seguito rocce vulcaniche, colate piroclastiche, ceneri.

La nube che secondo Plinio il Giovane, poteva aver raggiunto i ventisei chilometri, oscurò il cielo, una pioggia di lapilli e frammenti di roccia cadde su Pompei facendo crollare i tetti, in questa fase si ebbero le prime vittime. Il giorno dopo si verificarono flussi piroclastici e si ebbero i danni maggiori nelle zone vicine al vulcano e le vittime furono molteplici. In questa fase dell’eruzione a Pompei le vittime ci furono sia per i traumi sia per asfissia, per l’alta presenza di ceneri ardenti e di gas tossici nell’aria. Le ceneri s’infilarono in ogni affranto, sorprendendo chiunque cercasse di sfuggire, ogni tentativo di scappare fu vano. La cenere finissima ricoprì ogni cosa e Pompei si ritrovò sotto almeno sei metri di cenere, era completamente scomparsa alla vista. Stessa sorte toccò a Stabia, la costa invasa dal materiale eruttato dal Vesuvio, era avanzata verso il mare, il fiume Sarno ebbe il percorso invaso dai detriti e dovette ritrovare un corso. Riassumendo Pompei e Stabia furono sommerse da una pioggia di pomici, cenere e lapilli che, a parte un intervallo di alcune ore caddero interrottamente. Ercolano fu interessata da un diverso fenomeno, circa dodici ore dopo l’inizio dell’eruzione, il grande pennacchio di materiali eruttivi che si era formato sopra il vulcano iniziò a collassare e spinto dal vento il flusso piroclastico, formato da ceneri gas roventi e vapore acqueo, investì Ercolano. Gli abitanti di questa cittadina che si trovano all’aperto furono immediatamente vaporizzati dalla “Nube ardente”, quelli sorpresi all’interno delle abitazioni, pur morendo in breve tempo hanno lasciato tracce di enorme sofferenza.

L’eruzione del Vesuvio non durò più di sessanta ore, ma in questo tempo espulse quattro chilometri cubi di materiali. Pompei, Stabia, Ercolano, Oplontis e tutte le ville limitrofe rivedranno la luce solo dopo gli scavi archeologici del XVIII secolo. La presenza di persone da quel momento fu marginale, solo con l’imperatore Adriano, intorno al 120 d.C., fu ripristinato l’assetto viario dell’area. Com’era cambiato l’aspetto della zona dopo due giorni e mezzo di fenomeni vulcanici? Il Vesuvio che prima aveva una cima piatta si ritrovò ad avere una forma conica da dove fuoriusciva vapore, questo cono formatosi dalla poderosa azione del materiale eruttato aveva distrutto il precedente cratere per almeno tre quarti della sua circonferenza, a quello che restò della vecchia struttura vulcanica, in seguito, le fu dato il nome di monte Somma.

Ecco il Vesuvio, poc’anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un’uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco amò questi balzi più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le lor danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Or tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli Dei che fosse stato loro consentito d’esercitare qui tanto potere.” (Marziale Lib. IV. Ep. 44).

Crederanno le generazioni a venire… che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s’inabissarono?” (Publio Papinio Stazio, Silvarum Liber III).

La storia ci riporta altre eruzioni del Vesuvio, sembra che quella del 472, scagliò in aria una quantità enorme di ceneri che furono ritrovate, ovviamente trasportate dal vento, in tutta Europa, spingendosi fino a Costantinopoli. Nel 1036 il vulcano per la prima volta eruttò lava, fino a questa data dalla bocca del Vesuvio uscirono solo materiali piroclastici. La lava giunse fino al mare e la linea costiera si allungò di circa seicento metri. In tempi più moderni il Vesuvio eruttò nel 1631, nel 1861, nel 1906 e nel 1944, data questa della sua ultima attività, ma non dimentichiamoci che, anche se il caratteristico getto di vapore non fuoriesce più, si tratta sempre di un vulcano attivo e tremendamente pericoloso.

Passiamo alla lettura bei bellissimi siti riscoperti dagli archeologi….

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