Seneca.

by / mercoledì, 02 Settembre 2015 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

Lucio Anneo Seneca, in latino Lucius Annaeus Seneca, passò alla storia più semplicemente come Seneca o Seneca il giovane, nacque a Corduba, Cordova, il 4 a.C. e morì a Roma nel 65 d.C., fu filosofo, drammaturgo e politico romano, era un alto esponente dello stoicismo da cui non si distacco mai, anche se da giovane aderì al neopitagorismo, da cui fu, in seguito, distolto dal padre, Seneca il Retore. Seneca studiò a Roma, dove ebbe come maestri Papirio Fabiano che fu un filosofo stoico, Attalo anch’esso esponente dello stoicismo, Demetrio filosofo cinico e Sozione rappresentante del neopitagorismo. Fu attivo in molti campi, inclusa la vita pubblica, dove assunse il ruolo di senatore e di questore, riuscendo a dare un ampio stimolo riformatore. In età giovanile intraprese un viaggio in Egitto, in realtà fuggì da Tiberio, quando riuscì a tornare a Roma, s’inserì nella corte di Caligola e in quest’ambiente Intraprese la carriera forense e divenne senatore, ma, le cose precipitarono a causa di un’orazione esposta, nel 39 d.C., alla presenza dell’imperatore che si adirò per i concetti di “Assolutismo illuminato” espressi. Quei pensieri diedero talmente fastidio al tirannico e dittatoriale Caligola che lo condannò a morte, anche se in seguito lo graziò. Morto Caligola e salito al trono Claudio, i problemi per Seneca non terminarono, si trovò coinvolto in un intrigo di corte, fu accusato da Messalina, moglie dell’imperatore, di adulterio con Giulia Livilla, e fu esiliato in Corsica dallo stesso monarca. Qui vi rimase otto anni praticamente in raccoglimento, in questo periodo riuscì a maturare in lui l’inclinazione alla riflessione morale e filosofica, in lui si fece strada un forte dualismo, da una parte propendeva alla solitudine del filosofo e dall’altra era vigoroso anche l’attaccamento alla società in cui l’uomo, in quanto tale, aveva il dovere, se non l’obbligo, di agire. Morta Messalina, la donna che fortemente lo contrastò, Claudio lo fece rientrare nella “Città eterna” e Agrippina gli affidò l’educazione e la formazione di Domizio, suo figlio, quel principe che poi divenne l’imperatore Nerone. Il lavoro di precettore fu preso molto seriamente da Seneca al quale si dedicò con molto impegno cercò di proporre Nerone come modello Augusto, anche se assecondò le inclinazioni grecizzanti di quest’ultimo. Nerone salito al trono governò, così perlomeno ci indicano gli storici, saggiamente per un quinquennio sotto la tutela del nostro filosofo, ma nell’allievo si formò un forte temperamento autoritario e si trasformò progressivamente in un tiranno, dell’insegnamento morale e politico di Seneca, in definitiva, prese la parte assolutistica e tralasciò tutto ciò che riguardava l’austerità e la clemenza. Come si diceva, il maestro cercò di sostenere e, soprattutto di guidare la politica e le azioni del giovane imperatore cercando di sottrarlo all’influenza della madre Agrippina, ci riuscì per circa cinque anni, importante fu pure la presenza del prefetto del pretorio Afranio Burro, ma poi si scatenò un’incontrollabile battaglia tra madre e figlio che terminò solo con la morte di Agrippina. In queste meschine vicissitudini rimase implicata la figura stessa di Seneca e qualcuno riuscì a implicarlo nel piano organizzativo dell’assassinio di Agrippina, comunque, come qualcuno ci ricorda, il filosofo considerò l’esecuzione di quest’ultima come il male minore. Forse semplicemente sperava di non perdere completamente il controllo dell’imperatore, che nel frattempo non tollerava più la guida e il precetto del maestro, alla morte di Burro, divenne prefetto Tigellino, e Nerone, che ormai si era staccato definitivamente dal maestro, si avvalse dei consigli di quest’ultimo e di quelli della moglie Poppea, che sicuramente aveva su di lui una grande influenza e riusciva, secondo alcuni storici, a condizionarlo. A questo punto Seneca si ritirò a vita privata e sposò la giovanissima Paolina. Trascorse gli ultimi anni della sua vita meditando e studiando, ma nel 65 d.C. si ritrovò implicato, in quella che passò alla storia come la congiura di Pisone, denunciato come complice, oggettivamente non c’è modo di sapere se il filosofo era a conoscenza o no della cospirazione, ricevette l’ordine, da Nerone, di uccidersi, da buon stoico quale egli era, Seneca non condanna il suicidio e si dette la morte facendosi tagliare le vene. E’ molto espressiva la descrizione che fa Tacito del suicidio del filosofo: “…Post quae eodem ictu brachia ferro exsolvunt. Seneca, quoniam senile corpus et parco victu tenuatum lenta effugia sanguini praebebat, crurum quoque et poplitum venas abrumpi.” Cioè: “…Dopo queste parole, tagliano le vene del braccio in un solo colpo. Seneca, poiché il suo corpo vecchio e indebolito dal vitto frugale procurava una lenta fuoriuscita al sangue, si recise anche le vene delle gambe e delle ginocchia.”. (Publio Cornelio Tacito, Annales, XV, 63).

 Seneca incisione di Rubens_2

Le opere.

Seneca compose molteplici opere, molte sono andate perdute e sono note unicamente per qualche frammento che è giunto sino a noi o perché sono state menzionate in scritti di altri autori, non è facile quindi riuscire ad avere una cronologia esatta del suo lavoro. Ovviamente questo vuole essere semplicemente un accenno al lavoro del filosofo e drammaturgo, le opere perfettamente tradotte si possono trovate sia nei vari testi a lui dedicati sia in internet.

I Dialoghi.

I Dialoghi di Seneca sono dieci opere filosofiche, distribuite in dodici libri:

  • Ad Lucilium de providentia: “Boni uiri laborant, inpendunt, inpenduntur, et uolentes quidem; non trahuntur a fortuna, sequuntur illam et aequant gradus; si scissent, antecessissent”. Cioè: “I buoni faticano, spendono, si spendono e volentieri anche; non sono trascinati dalla fortuna, la seguono e adeguano il passo; se l’avessero conosciuta, sarebbero passati innanzi”.

  • Ad Serenum de constantia sapientis: ”Tum ego respondi habere te quod rei publicae nomine mouereris, quam hinc P Clodius, hinc Vatinius ac pessimus quisque uenundabat et caeca cupiditate correpti non intellegebant se dum vendunt et venire: pro ipso quidem Catone securum te esse iussi; nullam enim sapientem nec iniuriam accipere nec contumeliam posse, Catonem autem certius exemplar sapientis uiri nobis deos inmortalis dedisse quam Vlixem et Herculem prioribus saeculis. Hos enim Stoici nostri sapientes pronuntiauerunt, inuictos laboribus et contemptores uoluptatis et uictores omnium terrorum”. Cioè: “Allora io ti risposi che avevi ragione a sdegnarti per la causa della repubblica, dato che Publio Clodio da una parte, Vatinio dall’altra, e con loro tutti i peggiori, la mettevano in vendita e, presi dalla loro cieca cupidigia, non si rendevano conto che, vendendola, vendevano anche se stessi; ma per Catone, ti dissi di non darti pensiero, perché nessun saggio può ricevere né ingiuria né offesa, e gli dei ci avevano dato Catone come un modello di uomo saggio, meglio definito che non l’Ulisse e l’Ercole che sono stati dati alle età primitive. Questi ultimi vennero dichiarati saggi dagli stoici, nostri predecessori, perché invincibili nelle fatiche, sprezzanti del piacere e vincitori di tutte le paure”.

  • Ad Novatum De ira in tre libri: “1. Non expedit omnia uidere, omnia audire. Multae nos iniuriae transeant, ex quibus plerasque non accipit qui nescit. Non uis esse iracundus? ne fueris curiosus. Qui inquirit quid in se dictum sit, qui malignos sermones etiam si secreto habiti sunt eruit, se ipse inquietat. Quaedam interpretatio eo perducit ut uideantur iniuriae; itaque alia differenda sunt, alia deridenda, alia donanda. 2. Circumscribenda multis modis ira est; pleraque in lusum iocumque uertantur. Socraten aiunt colapho percussum nihil amplius dixisse quam molestum esse quod nescirent homines quando cum galea prodire deberent. 3. Non quemadmodum facta sit iniuria refert, sed quemadmodum lata; nec uideo quare difficilis sit moderatio, cum sciam tyrannorum quoque tumida et fortuna et licentia ingenia familiarem sibi saeuitiam repressisse. 4. Pisistratum certe, Atheniensium tyrannum, memoriae proditur, cum multa in crudelitatem eius ebrius conuiua dixisset nec deessent qui uellent manus ei commodare et alius hinc alius illinc faces subderent, placido animo tulisse et hoc inritantibus respondisse, non magis illi se suscensere quam si quis obligatis oculis in se incucurrisset”. Cioè: “1 Non conviene vedere tutto, ascoltare tutto. Molte ingiurie debbono sfuggirci: esse, nella maggior parte dei casi, non colpiscono, perché restano sconosciute. Non vuoi essere iracondo? Non essere curioso. Chi si informa di quanto è stato detto contro di lui, chi dissotterra i discorsi malevoli, anche se fatti in segreto, si inquieta da sé. Il voler interpretare certe cose, ci spinge al punto di considerarle ingiurie; perciò, talora, dobbiamo prender tempo, talora riderne, talora passarci sopra. 2 L’ira si può circoscrivere in molti modi: tantissime cose debbono essere risolte con l’arguzia o la battuta. Dicono che Socrate, una volta che si prese uno schiavo, non abbia detto nient’altro che: “È un guaio che gli uomini non sappiano quando devono uscir di casa con l’elmo!”. 3 Non importa in che modo l’ingiuria è stata inflitta, ma come viene sopportata, e non vedo per quale motivo sia difficile moderarsi, quando so che uomini, nati per esser tiranni, gonfi di successo e di strapotere, hanno saputo reprimere la loro abituale crudeltà. 4 Per lo meno di Pisistrato, tiranno d’Atene, si racconta che, avendo un suo invitato, tra i fumi del vino, parlato parecchio contro la sua crudeltà e non mancando chi era disposto a passare a vie di fatto per lui, anzi chi lo spronava in un modo e nell’altro, sopportò in tutta calma e rispose a quelli che lo incitavano: “Non mi adiro con lui, più che con uno che mi abbia urtato a occhi bendati”.

  • Ad Marciam de consolatione: “Video istic cruces ne unius quidem generis sed aliter ab aliis fabricatas: capite quidam conuersos in terram suspendere, alii per obscena stipitem egerunt, alii brachia patibulo explicuerunt; uideo fidiculas, uideo uerbera, et membris singulis articulis singula docuerunt machinamenta: sed uideo et mortem. Sunt istic hostes cruenti, ciues superbi: sed uideo istic et mortem. Non est molestum seruire ubi, si dominii pertaesum est, licet uno gradu ad libertatem transire. Caram te, uita, beneficio mortis habeo”. Cioè: “Vedo lì vicino delle croci, ma non di un solo tipo, ma costruite da chi in un modo da chi in un altro: alcuni levarono in alto (i condannati) rivolti con la testa verso la terra, altri infilano un palo per il retto, alcuni allungano le braccia sul patibolo; vedo i cavalletti, vedo le percosse e vedo macchine specifiche per ogni membro: ma vedo anche la morte. Vi sono lì vicino nemici sanguinari, cittadini arroganti: ma lì vedo anche la morte. Non è penoso essere schiavi là dove se ti è venuto a noia il padrone, quando ti è lecito con un solo passo, andare verso la condizione libera: o vita ti apprezzo proprio per il beneficio che ci viene dalla morte”.

  • Ad Gallionem de vita beata: “Viuere, Gallio frater, omnes beate uolunt, sed ad peruidendum quid sit quod beatam uitam efficiat caligant”. Cioè: “Tutti, fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma nel veder chiaro cos’è che renda la vita felice sono ottenebrati”.

  • Ad Serenum de otio: “Si quis dicit optimum esse nauigare, deinde negat nauigandum in eo mari in quo naufragia fieri soleant et frequenter subitae tempestates sint quae rectorem in contrarium rapiant, puto hic me uetat nauem soluere, quamquam laudet nauigationem”. Cioè: “Se qualcuno dice che navigare è cosa ottima, poi nega che si debba navigare in un mare in cui i naufragi siano soliti e frequenti le improvvise tempeste che trascinino in rotta contraria il timoniere, costui penso mi vieta di salpare, anche se loda la navigazione”.

  • Ad Serenum de tranquillitate animi: “Ergo quaerimus quomodo animus semper aequali secundoque cursu eat propitiusque sibi sit et sua laetus aspiciat et hoc gaudium non interrumpat, sed placido statu maneat, nec attollens se umquam nec deprimens. Id tranquillitas erit”. Cioè: “Dunque cerchiamo il modo per cui l’animo abbia un andamento sempre uguale e favorevole e sia propizio a se stesso e guardi lieto ai suoi beni e non interrompa questa gioia, ma resti in uno stato placido senza mai sollevarsi o deprimere. Questa sarà la tranquillità”.

  • Ad Paulinum de brevitate vitae: “Exigua pars est vitae, qua vivimus. Ceterum quidem omne spatium non vita, sed tempus est”. Cioè: “Il tratto di vita in cui viviamo è minimo. Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo”.

  • Ad Polybium de consolatione: “Haec tamen etiamnunc levioribus te remediis adiuvabunt; cum voles omnium rerum oblivisci, Caesarem cogita. Vide, quantam huius in te indulgentiae fidem, quantam industriam debeas: intelleges non magis tibi incurvari licere quam illi, si quis modo est fabulis traditus, cuius umeris mundus innititur. Caesari quoque ipsi, cui omnia licent, propter hoc ipsum multa non licent: omnium somnos illius vigilia defendit, omnium otium illius labor, omnium delicias illius industria, omnium vacationem illius occupatio”. Cioè “Ma questi sono ancora rimedi relativamente leggeri; quando vorrai dimenticare tutto, pensa a Cesare. Considera quanta devozione, quanto zelo devi alla sua bontà verso di te: capirai che non ti è permesso piegare la schiena, come al gigante del mito che regge sulle spalle il cielo. A Cesare stesso, cui tutto è permesso, proprio per questo molto non è permesso: è lui che veglia sul sonno di tutti, che fatica per ché tutti riposino, che lavora perché tutti si divertano, che impiega il suo tempo perché tutti dispongano del proprio”.

  • Ad Helviam matrem de consolatione: “Saepe iam, mater optima, impetum cepi consolandi te, saepe continui. Ut auderem multa me impellebant: primum videbar depositurus omnia icommoda, cum lacrimas tuas, etiam si sopprimere non potuissem, interim certe abstersissem; deinde plus habiturum me auctoritatis non dubitabam ad excitandam te, si prior ipse consurrexissem; praeterea timebam ne a me victa fortuna aliquem meorum vinceret”. Cioè: ”Spesso ormai, o madre buonissima, ho sentito il forte desiderio di consolarti, spesso l’ho trattenuto. Molte vicende mi spingevano a osare: innanzitutto sembrava che mi sarei liberato di tutte le cose scomode, se avessi potuto porre fine alle tue lacrime, almeno asciugarle per un momento; poi capivo che con più efficacia ti avrei rincuorato, se mi fossi risollevato io per primo; infine temevo che la sorte, da me sconfitta si riversasse su qualcuno dei miei”.

I Dialoghi non sono colloqui di tipo platonico o ciceroniano ma seguono piuttosto la linea della discussione, è l’autore che parla in prima persona che ha come interlocutore il personaggio a cui è dedicata l’opera o un soggetto fittizio.

I Trattati.

I trattati di carattere politico ed etico sono due e si riferiscono al periodo di quando Seneca era precettore e tutore di Nerone.

  • Il De beneficiis.

  • Il De clementia.

Il primo risale agli anni che vanno tra il 62 d.C. e il 64 d.C. si sviluppa in sette libri. E’ scritto da un Seneca ormai deluso, il suo programma politico e pedagogico con Nerone è completamente fallito, si rivolge quindi alla classe abbiente con i medesimi ideali di fondo, è questa la sola che ormai può sconfiggere la povertà delle masse, ma deve essere educata alla generosità. Il secondo fu scritto nei primi anni del regno di Nerone, non c’è giunto completo, ha come scopo quello di educare il giovane imperatore, rilevando che il potere di tipo assolutistico era una realtà ma, esso non deve mai degenerare e non bisogna mai abusarne, l’imperatore dev’essere come un padre per i suoi sudditi.

Le Naturales quaestiones.

Seneca scrisse queste opere parte in prosa e parte in poesia, raccolte in sette libri, le Naturales quaestiones fanno parte delle opere prodotte nell’ultimo periodo della sua vita, anche questo lavoro non c’è giunto integralmente ma, vi è un particolare interessante, per alcuni versi il filosofo emerge più platonico che stoico, soprattutto per ciò che scrive nella prefazione del primo libro.

  • I fuochi; gli specchi.

  • Lampi e folgori.

  • Le acque terrestri, l’unico giunto completo.

  • Il Nilo; neve, pioggia, grandine.

  • I venti.

  • I terremoti.

  • Le comete.

Seneca con quest’opera non si ripromette, di raccogliere, più o meno in maniera ordinata, le conoscenze dell’epoca sulla natura, ma, essenzialmente il suo intento e quello di liberare l’uomo dalle paure e dalle superstizioni che ruotavano intorno ai fenomeni naturali.

Le Epistole.

Il filosofo, ormai non più personaggio pubblico, scrive al suo amico Lucilio centoventiquattro lettere suddivise in venti libri.

  • Epistulae morales ad Lucilium.

Seneca in quest’opera spazia in vari e multiformi temi, alcuni già trattati nei Dialoghi in particolare due argomenti ricorrono molto spesso, la figura del saggio stoico e la morte, in tutti gli argomenti trattati, nell’epistolario, emerge, se pur non in maniera sistematica, completamente la filosofia e il pensiero dell’autore.

Le tragedie.

Le tragedie attribuite a Seneca sono nove, tutte con soggetto mitologico greco, a Roma tale genere era conosciuto col termine “cothurnata”, derivante dal nome dalla calzatura tipica che indossavano gli attori tragici Greci: il “coturno”.

  • Hercules furens: E’ composta sul modello dell’Eracle di Euripide, la follia di Ercole è provocata da Giunone con la conseguenza che l’eroe uccide la moglie e i figli, ritrovata la ragione, inizialmente determinato al suicidio, fu distolto da questo proposito e per purificarsi si reca ad Atene.

  • Troades: E’ riferibile a due soggetti di Euripide, “Le troiane” e “l’Ecuba”.

  • Phoenissae: E’ l’unica che c’è giunta incompleta, è basata sulle “Fenicie” di Euripide e “sull’Edipo a Colono” di Sofocle. La trama si dipana attorno al destino tragico di Edipo e all’odio che separa i suoi figli, Eteocle e Polinice.

  • Medea: Trae ispirazione dall’omonima tragedia di Euripide, racconta la non limpida vicenda della principessa della Colchide che fu abbandonata da Giasone e che uccide, per rabbia e per vendetta, i figli avuti da lui.

  • Phaedra: Trae, ancora una volta, spunto da un celebre modello di Euripide, quello dell’Ippolito, da una tragedia perduta di Sofocle e della quarta delle “Heroides” di Ovidio, racconta dell’incestuoso amore di Fedra per il figliastro Ippolito e conseguente destino drammatico che il giovane deve affrontare.

  • Oedipus: E’ ispirata “all’Edipo re” di Sofocle, racconta la leggenda di Edipo, che in maniera del tutto inconsapevole uccide il padre, Laio sposando poi la madre, Giocasta, quando scoprì in quale tremenda situazione era caduto si acceca per punirsi.

  • Agamemnon: Trova ispirazione, anche se in maniera molto libera, dall’omonimo dramma di Eschilo, la storia è la rievocazione dell’assassinio di Agamennone al ritorno dalla guerra di Troia, per volontà e mano della moglie Clitennestra e del suo amante Egisto.

  • Thyestes: Racconta un mito, già trattato nelle opere, ormai perdute di Eschilo, Sofocle, Euripide, Ennio e Accio, Atreo, reso furioso dall’odio per il fratello Tieste, che gli ha sedotto la moglie, per vendicarsi organizza un finto e orripilante banchetto di riconciliazione in cui apparecchia al fratello, del tutto all’oscuro, le carni dei propri figli.

  • Hercules Aetaeus: E’ ispirata dal modello delle “Trachinie” di Sofocle, narra il mito della gelosia di Deianira, che credendo di dover riconquistare l’amore di Ercole, gli invia una tunica imbevuta del sangue del centauro Nesso, era convinta che tale fluido fosse un filtro d’amore ma, in realtà si trattava di un potentissimo veleno che fa morire Ercole tra atroci dolori, sarà poi immediatamente assunto fra gli dei.

Le tragedie di Seneca sono preziosissime poiché rappresentano le uniche opere tragiche latine tramandante integralmente e non in maniera frammentata, sono pertanto una testimonianza unica dell’intero genere letterario che va sotto il nome di “tragedie” e della ripresa del teatro tragico.

Le opere perdute.

Le opere scritte da Seneca che sono andate perdute, in qualche meandro della storia, sono molteplici, varie orazioni; una biografia del padre; trattati filosofici come i “Moralis philosophiae”, ne siamo a conoscenza semplicemente perché il filosofo stesso le cita in più occasioni, il “De Matrimonio”, che era letto da San Gerolamo nel IV secolo; persino trattati di natura fisica, geografica, etnografica; altri scritti affibbiati a Seneca sono di attribuzione quantomeno dubbia. Va posto l’accento su una leggenda o, per meglio dire su un falso storico, la presunta corrispondenza tra San paolo e Seneca, mito che però contribuì, non poco, a rendere famoso e importante il nostro filosofo durante il Medioevo e che, in questo modo, a permesso la conservazione delle opere di Seneca, facendole giungere fino a noi, per gran parte, complete.

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