Scilla e Cariddi, da Ninfe a mostri.

by / venerdì, 22 dicembre 2017 / Published in Il blog, Miti e Leggende

L’altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, vicini uno all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di freccia. Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie; e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe” (Odissea di Omero).

A destra Scilla; a sinistra di contro Cariddi vorace assorbe dai gorghi profondi i rapidi flutti e infranti poi li rigetta dal baratro in alto sferzando con spruzzi marini le stelle remote. Da una caverna tetra Scilla nascosta si sporge col volto sul mare e trae con lo sguardo le navi: figura umana e un seno bello di vergine, il corpo dai fianchi si cangia in ventre di lupi, si attorce in code squamosa, mostro immane” (Eneide di Virgilio).

Il tratto di mare che va sotto il nome di “Stretto di Messina” è noto, fin da quando l’uomo iniziò a navigare, per la pericolosità delle sue acque. Spesso affrontare il mare significava attraversare l’ignoto, quindi qualcosa di pericoloso e a volte di terribile, del resto la stessa Sicilia, secondo il mito, nacque da un colpo di tridente di Poseidone dato sopra la penisola italiana. Per glorificare questo Dio furono edificati, nell’isola, vari templi. Se affrontare il mare, voleva dire sfidare l’ignoto, a maggior ragione metteva paura e ansia transitare nello stretto, qui correnti diverse spesso sballottavano le imbarcazioni e poi doveva essere opprimente la vista delle due rupi, poste una di fronte all’altra, una sulla terra ferma e l’altra sull’isola. L’unico modo che gli antichi avevano per esorcizzare le proprie paure, in assenza di conoscenze scientifiche, era quello di giustificare tutti gli eventi, di cui non conoscevano risposta, con la volontà e gli interventi del divino. Fu così che questo tratto di mare divenne ricco di leggende e miti, un argomento, questo, che fu ripreso da vari scrittori dell’antichità, come Omero e Virgilio, citati poco prima. Nacque così, per gli antichi marinai, la leggenda di Scilla e Cariddi, due mostri terribili che abitavano lo stretto di Messina.

Scilla: Il mito inizia sulle coste siciliane, la bella Ninfa Scilla, figlia di Forco e Crateide, secondo un’altra versione i genitori erano Tifone ed Echidna, soleva bagnarsi sugli scogli di Zancle, che poi divenne Messena, l’attuale Messina. Una sera particolarmente afosa, mentre la bella Ninfa passeggiava lungo la spiaggia, vide apparire dalle onde un Dio marino, metà uomo e metà pesce, il suo nome era Glauco, figlio di Poseidone. In altre versioni fu identificato come un pescatore che un giorno poggiò il suo pescato su di un prato ma, mentre risistemava le reti e con suo grande stupore, vide i pesci riprendere vita e rituffarsi in mare, Glauco allora provò a mangiare un filo di quell’erba che in realtà era magico e si trasformò in un Dio marino, metà uomo e metà pesce. Scilla, a quella vista, rimase terrorizzata, scappò e si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva vicino alla spiaggia. Glauco, che nel frattempo si era innamorato della Ninfa, a un Dio bastava poco per innamorarsi a prima vista, cominciò a urlarle il suo amore e il suo dolore ma Scilla, noncurante, fuggì ancor più lontano. A quel punto Glauco nuotò per tutto il Mediterraneo per recarsi a Eea da Circe con la speranza che la maga potesse, con un prodigio, far innamorare la bella Scilla. Si rivolse però alla “Maga” sbagliata, Circe, desiderando il Dio per sé, gli propose di unirsi a lei, Glauco la rifiutò non voleva tradire il suo amore per Scilla, la maga a quel rifiuto s’infuriò lo cacciò via e cominciò a meditare la sua tremenda vendetta, un’immortale non poteva essere respinta per una mortale, se pur Ninfa. Rimasta sola Circe cominciò a preparare un potente filtro con erbe magiche e incantesimi, terminata la preparazione, la maga si recò sulle spiagge di Zancle e proprio nel punto in cui Scilla era solita fare il bagno versò il suo malefico intruglio. Mentre avvelenava quelle limpide acque con il suo infuso, cominciò a recitare formule magiche per rendere ancor più potente il suo maleficio, alla fine soddisfatta di se, tornò alla sua isola e al suo palazzo. Quella giornata fu particolarmente calda e afosa, la bella Scilla appena giunse nel suo angolo di mare preferito s’immerse subito, ma poco dopo vide spuntare dall’acqua, attorno se, teste di cani mostruosi che rabbiosi digrignavano i denti, la Ninfa atterrita fuggì dall’acqua. Emergendo dal mare si accorse, però, che quelle teste erano attaccate, attraverso dei lungi colli, alle sue gambe. Scilla terrorizzata si rese conto che fino alla vita era la bella Ninfa di sempre, ma dalle anche in giù spuntavano sei musi feroci, ogn’uno con tre file di denti, attaccati ad altrettanti lunghi colli che si muovono come tentacoli, erano teste di cani affamati e pronti a dilaniare tutto quello che avevano alla loro portata. Scilla, per il terrore di se stessa, per l’orrore, per la vergogna e per la disperazione, si nascose andando a vivere in un antro posto appena sotto la scogliera calabrese e sullo stretto, ancor oggi sia il comune sia il promontorio portano il suo nome. Da quell’antro, l’ormai mostruosa creatura, faceva uscire le sue teste orripilanti e grazie ai lunghissimi colli riusciva a catturare il pesce per nutrirsi, ma ormai incattivita anche nell’animo, quando passavano delle imbarcazioni, Scilla non disdegnava di divorare i malcapitati marinai. A Glauco, per sempre fedele a quell’amore mai corrisposto, non rimase altro che piangere la sua bella Scilla. Nell’altra versione, prima appena accennata, Glauco era un pescatore, figlio di Poseidone, molto bello e desiderato da molte donne, Scilla appena lo vide se ne innamorò, ma era troppo timida per dichiarare il suo amore. La Ninfa si limitava ad aspettarlo sulla riva del mare per guardarlo, lui le rispondeva con affettuosi sorrisi. Un giorno passò da quelle parti Circe, a cui Scilla raccontò le sue pene d’amore, la maga inizialmente decise di aiutarla e le offri la sua amicizia, ma quando vide Glauco lo volle per se, e per gelosia trasformò Scilla in un mostro con sei teste di cane collegate a dei lunghi colli, le sue gambe divennero dodici e deformi, la sua pelle si coprì di squame ruvide e lucenti, la sua voce diventò rauca e abbaiante. Così mentre la maga seduceva Glauco, alla povera Scilla non rimase altro da fare che nascondersi in un antro buio. La volubilità della maga Circe era ben nota, presto si stancò del pescatore e lo abbandonò, non le fu possibile trasformalo in animale, come spesso faceva con i suoi amanti, poiché Glauco era figlio di un Dio. Solo in quel momento “Il bel pescatore” si rese conto di quello che era successo e che Scilla, che provò tanto amore per lui, ormai era divenuta un mostro. Glauco continuò a fare il pescatore, piangendo invocando la sua “Bella Ninfa”, ogni qual volta passava vicino al suo antro. Scilla pur avendo ormai un cuore di mostro non mangiò mai Glauco, come faceva con gli altri marinai che si portavano a tiro delle sue teste. Il pescatore ormai vecchio e stanco, un giorno si fermò su un’isola verde e misteriosa che non aveva mai visto, sostò lì per riordinare le reti, poggiò il suo pescato su prato e improvvisamente vide i pesci riprendere vita e fuggire in mare. È solo a quel punto che, mangiando un filo di quell’erba, Glauco divenne un Dio marino metà uomo e metà pesce. Con un gran salto s’immerse nelle acque del mare, sul fondo vide un meraviglioso giardino carico dei più svariati colori, mentre le sue orecchie potevano ascoltare una musica soave. Infine, sullo sfondo, vide una casa, vi entrò, la trovò allettante e lì fissò la sua dimora, una reggia sul fondo marino, dove l’immortale Tritone poteva vivere felice e tranquillo. Due versioni ma in entrambe, la perfida Circe trasforma la bella Ninfa Scilla nell’orribile mostro sterminatore di marinai, la cui leggenda terrorizzava gli antichi navigatori che transitavano per lo stretto di Messina.

Cariddi: Anche lei nasce come Ninfa, figlia di Poseidone, Dio del mare, per alcuni il padre era Forco, e di Gea, la Terra. Era una semi Dea che viveva sotto sembianze umane sulle sponde siciliane, era dedita a furti e a rapine ma, soprattutto era famosa per la sua voracità. Un giorno Eracle, Ercole per i Romani, durante una delle sue dodici fatiche, attraversò lo stretto di Messina, portando con sé i buoi scarlatti di Gerione, il famoso gigante a tre teste. Gli animali erano destinati a Euristeo, ma, durante il viaggio Cariddi riuscì a divorare parte della mandria di buoi. Tale affronto non poteva essere tollerato dal padre degli Dei, quindi Zeus stesso punì Cariddi, la scaraventò in mare colpendola con un fulmine. La donna fu trasformata in un mostro e la sua voracità si trasformò nella capacità di creare un vortice marino che inghiottiva le navi di passaggio per poi ributtare in mare i loro resti. Il mito narra che il mostro fu posto nel mare prospiciente la costa siciliana proprio difronte l’antro di Scilla. Omero ricorda che Cariddi tre volte al giorno ingurgitava grandi masse d’acqua con tutto ciò che in esse si trovava, una vera e propria maledizione per le navi di passaggio. In realtà si tratta del vortice che si forma, al largo di Capo Peloro, per la corrente dello Stretto di Messina, il quale era un serio pericolo per le piccole e leggere imbarcazioni dell’antichità.

I due terribili mostri posti l’uno di fronte all’altro, nell’immaginazione degli antichi, non rappresentano altro che i pericoli del mare in quel piccolo specchio d’acqua tra la Sicilia e la Calabria. Si doveva, come detto, in qualche modo spiegare ciò che in quel periodo non trovava spiegazioni logiche, ed ecco comparire due donne trasformate in mostri, una per la sua voracità e l’altra per l’invidia, a presidiare uno stretto, dove correnti diverse potevano sballottare le imbarcazioni da una parte o dall’altra e farle naufragare.

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