Sant’ANDREA delle FRATTE ed il suo PUTRIDARIUM

by / domenica, 07 gennaio 2018 / Published in Francesco, Il blog, Roma Nascosta

 

Sant’ANDREA delle FRATTE

ed il suo PUTRIDARIUM

 

  

I vari metodi di “gestione” delle salme umane sono legati a condizioni culturali e religiose molto diversi e con alcune caratteristiche spesso bizzarre. Uno dei metodi più strani che conosco è il putridarium.

Questo metodo, spesso usato dai religiosi, viene normalmente utilizzato in un ambiente sotterraneo, spesso una cripta sotto il pavimento delle chiese, dove i cadaveri dei frati o delle suore venivano sottoposti ad un primo trattamento. I defunti venivano collocati e fissati entro nicchie seduti su appositi sedili muniti di un ampio foro centrale sotto il quale veniva posizionato un vaso per la raccolta dei liquidi ed i resti della decomposizione umana dopo la morte. Una volta terminato il processo di putrefazione dei corpi le ossa rimanenti venivano raccolte lavate e trasferite per la sepoltura definitiva dell’ossario. In alcuni casi sono presenti delle mensole su cui venivano esposti i teschi dei defunti.

Quando lo scheletro è pulito lo si può più facilmente trattare come un oggetto sacro e può quindi essere avviato alla sua casa definitiva. Possiamo dire che nel rito delle doppie esequie la seconda cerimonia serve per: dare ai resti del defunto una sepoltura definitiva, assicurare alla sua anima il giusto riposo e liberare i vivi dall’obbligo del lutto. La riesumazione dei resti e la loro definitiva collocazione sono in stretta relazione metaforica con il cammino dell’anima. La realtà fisica del cadavere è specchio significante della natura immateriale dell’anima e per questo motivo la salma deve presentarsi completamente libera dalle parte molli che la appesantiscono. A tale scopo a volte i novizi venivano portati nel putridarium per assistere al disfacimento esterno del corpo, considerato come un elemento contaminante. Il disfacimento della carne porta alla liberazione delle ossa che invece sono considerate un elemento di purezza. In questo modo venivano esplicitati in modo simbolico i vari passaggi affrontati dall’anima del defunto nel viaggio per raggiungere l’eternità insieme ai confratelli o alle consorelle.

In Italia i luoghi dove è applicato il rito detto della “doppia morte” o la pratica della “doppia sepoltura” sono diffusi principalmente nel meridione, si può approssimare con il territorio del Regno delle Due Sicilie. Questi luoghi sono detti anche “camere di mummificazione” o nella zona di Napoli “cantarelle”. In dettaglio (sono stati sottolineati i territori esterni) ne troviamo in:

  • Sicilia 13

  • Campania 11

  • Puglia 3

  • Basilicata 2

  • Molise 1

  • Calabria 1

  • Lombardia 2
  • Piemonte 1
  • Lazio 1

Questa pratica venne osteggiata dalle autorità cattoliche dopo il Concilio di Trento ma per le alte cariche laiche ed ecclesiastiche rimase in uso fino all’inizio del XX secolo. Naturalmente, come per la mummificazione e la decomposizione, la causa va ricercata in una più rigorosa applicazione delle norme igieniche e sanitarie.

Al putridarium di S. Andrea delle Fratte si accede da dietro l’altare mediante una scomoda scala di pietra, mancano tra l’altro le balaustre, in cui bisogna stare bene attenti per non colpire con la testa la botola di accesso.

La stanza, dal soffitto abbastanza basso, in cui si scende ha una forma che si può approssimare con un pentagono con due aperture, forse usate come ossario, murate fino all’altezza di una persona in corrispondenza alle estremità del lato più lungo. Sono presenti in tutto circa una quindicina di sedili disposti lungo i tre lati più lunghi. La prima cosa che mi è venuta in mente e come sarebbe stato scenderci quando era ancora in funzione. Ho pensato che l’odore doveva essere insopportabile visto che ancora adesso si sentiva una aria pesante di chiuso.

 

PUTRIDARIUM

 

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CHIESA

 

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Non dobbiamo però tralasciare il resto della chiesa che è anch’essa molto particolare.

La basilica di Sant’Andrea delle Fratte (in latino “S.Andrea infra hortos”, in inglese “St Andrew of the Thickets”) è una chiesa cattolica situata nel rione Colonna edificata alla fine del XII secolo all’estremo nord della città in quel periodo e da qui nasce l’etimologia del toponimo, zona con alberi e cespugli (in romano “fratte”) ma rare abitazioni.

I primi documenti che posizionano qui una chiesa sono del 1192 e parlano di Sant’Andrea inter Hortos. Nel medioevo si trovano riferimenti a Sant’Andrea in Pinciis e a Capo di Casa ma la prima volta che il nome Fratte viene utilizzato è nel 15 ° secolo.

Nei registri del XV secolo la chiesa risulta utilizzata come convento per le suore agostiniane. In seguito venne utilizzata come chiesa nazionale Scozzese (Sant’Andrea è il patrono della Scozia). Ma con la Riforma Scozzese del 1560 la chiesa perse di interesse e venne data ad una pia confraternita dedicata al Santissimo Sacramento ed infine nel 1585 fu affidata da SistoV all’Ordine dei Frati Minori di S.Francesco di Paola che ne fecero la loro parrocchia.

Nel 1604 i Minimi iniziarono il progetto per ricostruire la chiesa insieme al monastero. Ma a causa della limitazione dei finanziamenti, inizialmente provenienti in maggoiranza dalla famiglia Del Bufalo che possedevano un palazzo nelle vicinanze, i lavori vennero sospesi con la chiesa ancora incompiuta. Il primo intervento dei lavori fu gestito da Gaspare Guerra.

Il marchese Paolo del Bufalo incaricò Francesco Borromini di lavorare alla chiesa nel periodo 1653-1665. questi lavorò all’abside, alla cupola e al campanile. Dopo la sua morte i lavori furono gestiti da Mattia de Rossi che tuttavia non riuscì a finire la facciata per mancanza di fondi. La chiesa fu scelta nel 1678 da Alessandro Scarlatti per il suo matrimonio. La facciata fu completata nel 1826 su progetto di Pasquale Belli grazie ad una donazione di Ercole Consalvi, Segretario di Stato di Papa Pio VII.

La chiesa gestita, come detto, dall’Ordine dei Minimi venne elevata alla dignità di basilica minore da Papa Pio XII il 25 aprile 1942 mentre Papa Giovanni XXIII nel 1960 le diede il titolo cardinalizio. La chiesa è anche chiamata santuario della Madonna del Miracolo.

Dopo il 1870 il convento venne confiscato dallo Stato Italiano e venne utilizzato come scuola elementare, come caserma e per un periodo vi furono installati alcuni uffici della Questura. Dopo i Patti Lateranensi una parte ritornò ai Minimi l’altra è ancora occupata da uffici del Ministero della Difesa.

Come detto l’architetto che ha dato l’impronta principale alla facciata è Francesco Borromini ma al suo interno troviamo opere di vari artisti: tra i più noti troviamo Giovanni Battista Lenardi, Lazzaro Baldi, Francesco Trevisani, Pasquale Marini, Francesco Cozza, Francesco Queirolo, Giovanni Battista Maini, Giuseppe Bottani, Paolo Posi, Pietro Bracci, Gian Lorenzo Bernini.

A sud della chiesa, addossato al transetto destro, troviamo il convento dei Minimi. Questo è situato intorno ai lati di un chiostro quadrato con arcate interne su ciascun lato. Gli edifici principali del convento sono disposti su tre dei suoi lati mentre l’altra ala è chiusa dalla parete della navata destra. Nel chiostro, accessibile dalla chiesa, troviamo un bel giardino con alberi di arancio e cipressi.

Il portico del chiostro ha delle arcate con colonne doriche di travertino che sorreggono le arcate a tutto sesto, queste ultime sono nove nei lati lunghi e sette nei corti. Sulle sue pareti interne troviamo una serie di affreschi sulla vita e dei miracoli di San Francesco di Paola, il fondatore dei Minimi. Sono stati dipinti da Francesco Cozza e Antonio Gherardi ma sono rimaneggiati. Nella parte sud, di fronte alla chiesa, troviamo una piccola campana barocca che regolava l’orario interno del monastero, a differenza delle campane del campanile che annunciavano le liturgie pubbliche. La fontana centrale nel giardino ha la forma di una pila di macigni coperti di muschio.

Il Campanile del Borromini non è facile da ammirare ma è un autentico gioiello. La pianta è quadrata e sostiene sei piani con altezze abbastanza diverse. Il campanile e la cupola sono notevoli per la complessa articolazione di superfici concave e convesse. Il campanile risulta particolare per la presenza di cariatidi in veste di angeli, di torce fiammeggianti e gigantesche decorazioni a forma di spirale, con volute a sostegno di una croce diagonale (insegna di S.Andrea) e di un bufalo (stemma della famiglia committente, i del Bufalo), sormontate da una corona a punta. Il campanile è soprannominato “ballerino” perchè quando la grande campana suona la struttura oscilla paurosamente. Pur essendo incompiuto risulta da sempre uno dei più studiati all’interno dell’opera di Borromini. Filippo Juvarra si ispirò a questa chiesa per la costruzione della cupola della basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Il primo piano è costruito da un muro di mattoni bianchi, come quelli della navata e della fine del transetto e termina con lo stesso cornicione decorativo.

Il secondo piano è in muratura nuda come la cupola ma ogni angolo del quadrato ha un braccio sporgente che richiama quelli della cupola. Nella prima parte del piano troviamo quattro colonne corinzie che sostengono una trabeazione con un cornicione sporgente.

Il terzo, rifinito in bianco, è formato da una rotonda su un basamento, con quattro coppie di colonne corinzie. Le colonne sostengono una trabeazione che forma un anello con sopra una balaustra. Tra ogni coppia di colonne c’è una buca rettangolare dove troviamo, ma bisogna utilizzare un binocolo per osservarla, una testa umana.

Il quarto piano (il più innovativo) è formato da quattro cariatidi angeliche con ali piegate che sostengono una trabeazione a ruota dentata con cornice sporgente. Tra ogni coppia di cariatidi c’è una buca e un frontone triangolare rialzato.

Il quinto piano poggia su un piedistallo corrispondente alla trabeazione della ruota dentata sottostante sovrastato da otto pinnacoli a forma di torcia in fiamme. Il piano presenta quattro piccoli contrafforti che sostengono una cornice bassa a forma di cerchio e quattro sporgenze rettangolari.

L’ultimo piano è formato da quattro volute simili a quattro cobra sollevati e contrapposti. Essi racchiudono una forma di piramide rovesciata che rimanda alla faccia di un bue, la famiglia committente è quella Del Bufalo. Sulla sommità è posta una croce in metallo.

La facciata è dignitosa però è sicuramente inferiore alla costruzione architettonica della cupola e del campanile (la visione migliore si ha posizionandosi più in alto sul pendio di Via Capo le Case). Entrambi sono opera del Borromini e furono lasciati incompiuti nel 1653 per la sua morte. Ha due piani, di mattoni con dettagli architettonici in pietra o stucco. Il mattone del secondo piano è rosa, ma quello del primo piano è invece giallastro, il che costituisce un interessante contrasto. La ragione di questo è che il primo piano è del 17 ° secolo mentre il secondo del 19 ° secolo.

Il primo piano ha sei pilastri ionici in mattoni con capitelli spaccati; la sezione della facciata è leggermente spostata in avanti. I pilastri sostengono una trabeazione con fregio bianco ed una cornice sporgente con modiglioni. La porta d’ingresso ha un frontone rialzato sostenuto da mensole sovrastato dallo scudo della famiglia Del Bufalo.

Al secondo piano si trova un basamento che sostiene cinque pannelli rettangolari incassati, tre sulla sezione centrale sporgente e due sui corridoi. Quello centrale ha una tavoletta di marmo con l’iscrizione che riporta la data del completamento della facciata. Sopra al basamento quattro pilastri corinzi in mattoni sostengono una trabeazione con un frontone triangolare dentellato.

La cupola ha un tamburo molto alto ed è formata da un cilindro a quattro bracci sul piano di una croce greca sovrapposta. Ogni braccio ha la sua faccia esterna curva per adattarsi a quella del cilindro, e i suoi due lati sono inclinati o incurvati verso l’interno. Questo crea una generale e giocosa curvatura al tamburo, tipico di Borromini come architetto. È sostenuta da lunghe colonne attaccate, due sugli angoli delle braccia e due infilate negli angoli interni dove le braccia si uniscono al cilindro. Quindi ci sono sedici di queste colonne. I capitelli hanno sporgenze di mattoni che lasciano presumere che sarebbero stati nell’ordine corinzio. Il cilindro della cupola ha quattro grandi finestre a testa tonda che illuminano l’interno e ciascuna ha un piccolo baldacchino a forma di V invertita. La cupola è stata affrescata da Pasquale Marini nel XVII secolo. L’affresco principale raffigura un empireo che acclama l’Assunzione di Nostra Signora.

L’impianto interno della chiesa è a croce latina. La navata presenta tre cappelle principali su ciascun lato. Il transetto è breve e non si estende oltre le pareti esterne delle cappelle su ciascun lato. È presente una cupola centrale e un breve presbiterio con un’abside semicircolare. Il campanile è attaccato alla parte sinistra di questo.

La navata centrale è a volta a botte e presenta tre cappelle principali su ciascun lato inserite attraverso alte arcate e un paio di piccole cappelle incastonate negli angoli su entrambi i lati dell’ingresso. Le cappelle sono separate da muri di blocco. La decorazione è ricca. I pilastri ionici sfondati separano gli archi della cappella, e questi sostengono una trabeazione a navata con un prominente cornicione dentellato sporgente. I pilastri che sostengono l’arco trionfale che conduce al transetto a cupola sono corinzi e, poco prima di essi, sono un paio di porte con frontoni triangolari rialzati. Il pavimento in marmo fu pagato dal principe Alessandro Torlonia nel 1830.

I tre grandi dipinti dell’abside raffigurano la Crocifissione di Sant’Andrea, il Martirio di Sant’Andrea e la Sepoltura di Sant’Andrea e furono dipinti rispettivamente da Giovanni Battista Leonardi, Lazzaro Baldi e Francesco Trevisani. Sulle pareti laterali sopra le porte si trova la mostra della croce a Sant’Andrea a sinistra e la Flagellazione di Sant’Andrea a destra. L’affresco nella conchiglia dell’abside raffigura il ragazzo che ha presenta i pani ei pesci originali a Cristo.

Autentici capolavori collocati ai lati dell’ingresso del presbiterio sono una coppia di angeli in marmo scolpiti inizialmente da Gian Lorenzo Bernini per il Ponte Sant’Angelo nel 1667. Papa Clemente IX Rospigliosi li considerò troppo preziosi per essere esposti alle intemperie nella loro collocazione originale e ne fece li installare copie di bottega. Sono gli unici angeli per quel progetto che sono stati fatti da lui, dal momento che quelli sul ponte sono stati fatti dai suoi allievi. Come gli angeli sul ponte, questi due portano simboli della Passione di Nostro Signore; quello a destra ha il titolo o “cartiglio”, e quello a sinistra ha la “corona di spine”. Dopo una prima esposizione nelle chiesa vennero trasferiti in casa Rospigliosi (si presume che il Papa volesse appropriarsene e spedirli a Pistoia, città natale della sua famiglia) ma per la morte del Papa rientrarono in proprietà dei Bernini fino al 1729 quando furono donati dalla famiglia del Bernini alla chiesa dove erano già stati esposti.

Angelo con il cartiglio Angelo con la corona di spine
   
   
   

L’altare maggiore in marmo verde antico, con il diaspro rosso venato frontale. Un altare moderno che permette di dire la Messa di fronte ai fedeli è stato posizionato davanti ad esso.

Le descrizioni delle cappelle laterali sono spesso confuse e sbagliate. Si può notare che molte delle cappelle hanno un piccolo dipinto di un santo popolare o devozione sull’altare, che non si riferisce alla dedica reale. Questo è comune nelle chiese romane con un ministero pastorale attivo, in cui le cappelle sono dedicate in modo informale secondo le aspettative dei fedeli. Sfortunatamente in questo modo la pittura vera e propria dell’altare è trascurata, sporca o mal illuminata.

Troviamo è in senso antiorario dalla prima cappella a destra.

 La cappella sul lato destro è dedicata a San Giovanni Battista e contiene anche il battistero. La copertina della fonte battesimale in legno ricorda un tempietto in legno dipinto deI 1674. Sulla pareti troviamo dipinti di Ludovico Gimignani, Marcantonio Belladonna e Domenico Jacovacci. All’ingresso della cappella troviamo un monumento commemorativo del 1752 a Livia del Grillo scolpito da Francesco Queirolo.  
  La seconda cappella a sinistra è dedicata a San Michele Arcangelo con la pala d’altare di Ludovico Gimignani che fu trasferita qui quando la cappella originale di San Michele fu dedicata alla della Madonna Miracolosa. Questa cappella era dedicata a San Carlo Borromeo con una pala d’altare del santo di Francesco Cozza. La piccola immagine sull’altare è di Santa Rita di Cascia.
  La terza cappella è dedicata a San Francesco di Sales con la pala d’altare di Marco Antonio Remoli che lo mostra con St Jane de Chantal. Oltre a diversi memoriali troviamo sull’altare una piccola immagine è di Papa Pio X.

 

 La cappella denominata Cappella dei Beati del Primo Ordine dei Minimi è dedicata a due primi frati Miniati beati, Gaspare de Bono e Nicola Saggio. La pala d’altare raffigurante il beati con la Madonna è di Giuseppe Cades.

 

La cappella del transetto di destra è dedicata a San Francesco da Paola ed è stata progettata da Filippo Barigioni. La pala d’altare del santo è di Parigi Nogari, ed è più antica della chiesa. Gli angeli in stucco dorato che reggono la pala d’altare sono di Giovanni Battista Maini. L’altare è riccamente decorato in marmo policromo.

  La cappella del transetto di sinistra è dedicata a Sant’Anna ed è di Luigi Vanvitelli con modifiche del Valadier. La pala d’altare raffigurante la Madonna con S. Anna e Giovanni Battista è di Giuseppe Bottani. C’è una scultura in marmo sotto l’altare raffigurante la Santa morente di Giovanni Battista Maini. La piccola immagine sull’altare è del Sacro Cuore.

 

  La quarta cappella a sinistra è dedicata a San Giuseppe con la pala d’altare di Francesco Cozza. Qui si trovano memoriali del pittore francese Albert Henri Bertin e del marchese Paolo del Bufalo di Andrea Giorgieri. La piccola immagine sull’altare è di Santa Teresa di Lisieux.
  Nella cappella della Madonna Miracolosa, la terza a sinistra, si dice che Alphonse Ratisbonne abbia ricevuto l’apparizione della Beata Vergine Maria il 20 gennaio 1842. Subito si convertì al cristianesimo dal giudaismo e in seguito fondò la Congregazione di Nostra Signora di Sion destinata alla conversione degli ebrei ma che ora lavora per il dialogo interreligioso. Troviamo l’icona venerata della Madonna come apparve a Ratisbonne. È raffigurata in piedi da sola senza il suo Bambino vestita di lungo con una fascia, con un velo e una corona tempestata di diamanti. I raggi della grazia lampeggiano dalla punta delle dita mentre si trova sulle nuvole a piedi nudi. L’altare con il quadro è decorato con alabastro e marmo bianco venato di nero, e presenta quattro colonne corinzie in marmo verde antico. Ci sono molti ex voto, per lo più cuori d’argento, attaccate ai pilastri dell’arco che contiene la cappella. A sinistra c’è il busto di Ratisbonne e a destra di San Massimiliano Kolbe che ha detto la sua prima Messa qui. Questa cappella era originariamente dedicata a San Michele Arcangelo che fu trasferito dall’altra parte della chiesa per far posto alla Madonna Miracolosa.
  La seconda cappella a sinistra è dedicata alla Crocifissione ed è anche conosciuta come Cappella Accoramboni. Il crocefisso anonimo è del 1680. Le pareti laterali hanno due tondi con ritratti di membri della famiglia Accoramboni. Notevoli le sculture di frutta in marmo bianco su fondo di marmo nero.

 

La cappella nell’angolo a sinistra, accanto all’ingresso, è dedicata alla Madonna. Ha una pala d’altare raffigurante la Madonna con il Bambino e Santi di Avanzino Nucci.

L’organo a canne della chiesa, collocato sulle pareti laterali del presbiterio, è stato costruito nella seconda metà del XX secolo.

La volta del soffitto della sagrestia è di Giacomo Triga, e il crocifisso sopra l’altare è di Gimignano.

Della Cripta e del suo Putridarium abbiamo già parlato all’inizio.

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