Quinto Orazio Flacco.

by / venerdì, 12 giugno 2020 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

Torniamo a occuparci di un poeta latino, questa volta parleremo di Quinto Orazio Flacco, in latino Quintus Horatius Flaccus, conosciuto più semplicemente come Orazio. Questo importante poeta nacque nel 65 a.C. a Venosa una fondamentale colonia romana posta in una posizione del tutto strategica tra Apulia e Lucania, in quello che in quel periodo era il territorio Dauno, oggi tra la Puglia e la Basilicata. Orazio era figlio di un liberto, il quale possedeva di un piccolo podere, a un certo punto si trasferì a Roma per fare il “Coactor auctionarius” ossia l’esattore delle aste pubbliche, un mestiere non considerato esaltante ma, che portava elevati introiti. È grazie alle finanze del padre che, dopo i primi insegnamenti della nutrice Pullia, poté seguire dei corsi a Roma presso il grammatico Orbilio e poi ad Atene, quando aveva circa venti anni, dove intraprese studi retorici, imparò il greco e frequentò la scuola filosofica di Cratippo di Pergamo. Entrò in contatto con un circolo epicureo, non si sa bene se prima o dopo il suo viaggio ad Atene, non ne entro a far parte, ma sicuramente questa esperienza fu fondamentale per la sua vita. Orazio fu sempre grato al padre, nelle sue satire vi è un tributo al genitore, torniamo, però alla sua formazione, a Roma il poeta aderirà a una corrente che lo portò a rifugiarsi nell’”Otium contemplativo”. Quando scoppiò la guerra civile, per l’uccisione di Cesare, Orazio, che aveva idee repubblicane e anticesariane, entrò a far parte dell’esercito di Bruto e combatté nella famosa battaglia di Filippi del 42 a.C., dove persero la vita Bruto e Cassio, disputa che vide il trionfo di Ottaviano. Orazio fuggì, ma cica un anno dopo, a seguito a un’amnistia, tornò in suolo italico, al suo rientrò seppe che il podere paterno di Venosa fu confiscato, per sbarcare il lunario, il poeta divenne uno scriba quaestorius, ossia segretario di un questore. Fu in questo periodo che Orazio iniziò a scrivere versi che poi lo porteranno alla notorietà, ma andiamo con ordine. Aveva abbandonato l’idea repubblicana, anche se la porterà dentro sempre dentro di se come un sogno legato alla gioventù, mentre lavorava, per mantenersi, tornò a studiare la diatriba stoico cinica, i poeti giambici greci, Ipponatte e Archiloco, la poesia lirica ellenistica classica e alessandrina e si dedicò alle sue opere poetiche. Queste sue prime opere lo portarono a conoscere Virgilio Marone e Vario Rufo, è probabile che l’incontro avvenisse presso le scuole epicuree di Sirone, a Napoli ed Ercolano, questi, nel 38 a.C., lo presentarono a Mecenate, che lo accolse nel suo circolo, dopo qualche mese. L’ingresso in questo circolo fu la svolta definitiva della sua vita, infatti, da quel momento in poi, il poeta, si dedicò totalmente alla letteratura. Il nostro poeta non contrasse matrimonio e non ebbe figli, non vedeva molto bene a causa di una grave congiuntivite, nel 33 a.C. ricevette in dono, da Mecenate, un piccolo podere nella Sabina, ciò destò, in Orazio, grande gratitudine e felicità poiché egli non amava la vita cittadina, ma, come predicava Epicuro, prediligeva un modo di vivere semplice e bucolico. Una piccola annotazione: ancor oggi sono visibili i ruderi di questo piccolo podere e sono visitabili, sono vicino alla Capitale nei pressi di Licenza. Egli visse tra questa villa, che fu motivo di gioia di tutta la sua vita e Roma, ma, soprattutto non si allontanò mai da quello che divenne il suo grande amico, Mecenate per l’appunto. Le sue pubblicazioni iniziarono nel 35 a.C. con “Le Satire”, poi “Le Epodi“, “Le Odi” dopo breve lasso tempo presentò “Le Epistole”. Infine nel 17 a.C. ebbe, da Augusto, l’incarico di scrivere il Carmen Saeculare, in occasione della ricorrenza dei Ludi Saeculares, fu questa la sua ultima opera, dopo un periodo di assoluto silenzio il poeta, da tempo malato, morì l’8 a.C., qualche mese dopo il decesso del suo grande amico Mecenate. Orazio si spense all’età di cinquantasette anni e fu sepolto sul colle Esquilino, accanto al suo grande amico Mecenate.

Le Satire.

Le Satire o più propriamente Sermones, così le definì Orazio, sono un’opera formata da diciotto componimenti suddivisi in due libri, il primo, composto da dieci satire, fu dedicato a Mecenate e la pubblicazione avvenne tra il 35 a.C. e il 33 a.C., il secondo, con le rimanenti otto satire, vide la luce nel 30 a.C., fu edito insieme agli Epodi. L’argomento di base delle Satire di Orazio erano le critiche al costume dei Romani nell’ambito politico e sessuale, infatti, gli argomenti trattati in quest’opera erano l’avidità, l’ambizione, la dissolutezza sessuale. Con quest’opera il poeta cerca di comunicare dei principi e dei valori morali, senza però fare opera di persuasione, senza, cioè, presentarsi come modello da imitare. Nelle Satire Orazio usa uno stile molto curato, attento ai particolari, usa una lingua dotta e una metrica elaborata, ma il tutto resta fluido e mai presuntuoso. Di seguito un piccolo stralcio:

Come mai, Mecenate,

nessuno, nessuno vive contento

della sorte che sceglie

o che il caso gli getta innanzi

e loda chi segue strade diverse?

‘Fortunati i mercanti’,

esclama il soldato oppresso dagli anni

e con le membra rotte da tanta fatica;

‘Meglio la vita militare’,

ribatte il mercante sulla nave in balia dei venti…” (Orazio, libro primo, prima satira, a Mecenate, la misura delle cose).

Gli Epodi.

Gli Epodi, Epodon libri, o come li definisce l’autore, Lambi, è un’opera formata da diciassette componimenti, che fu pubblicata nel 30 a.C., scritta con un sistema metrico particolare in cui a un primo verso più lungo se ne aggiunge uno più breve. Orazio fu il primo a utilizzare questo tipo di metrica, lambi per l’appunto, fu composta tra il 41 a.C. e il 30 a.C., anno della pubblicazione, si tratta quindi di un’opera giovanile, scritta appena dopo la battaglia di Filippi. Infatti, si legge il forte impegno civile, anche se non manca l’invettiva né l’ambientazione erotica. Riprende un po’ la lirica di Archiloco e soprattutto le tipicità della brevitas e della varietas, cioè di componimenti molto brevi e vari.

Mi chiedi cosa snervi le mie forze tu,

ammuffita da troppo lunga vita,

che hai denti neri, tutta la fronte solcata

di rughe per l’età avanzata

e un culo osceno che si spalanca fra natiche

flaccide di vacca digiuna?

E per eccitarmi mostri sul petto tette

pendule come quelle di cavalla,

un ventre floscio e cosce rinsecchite

sopra polpacci tumefatti…” (Orazio, ottavo Epodo, a un’amante ammuffita)

Le Odi.

Le Odi, o come le definì Orazio, Carmina, si tratta di un’opera inizialmente divisa in tre libri contenenti ottantotto componimenti, che furono pubblicati nel 23 a.C., successivamente, nel 13 a.C., il poeta fece uscire un quarto volume contenente altri quindici elaborati. Le odi sono considerate il capolavoro di Orazio, si tratta di una lirica, il poeta s’ispirò a quella classica greca di Alceo, Archiloco e Saffo, ma anche a quella alessandrina di Asclepiade. Orazio però riesce a essere originale, formando una lirica romana a cui adatta le forme metriche di origine greca. Ancora una volta, nel primo libro, ritroviamo una dedica a Mecenate, molto importante è XI componimento quello famoso del carpe diem:

Non chiedere anche tu agli dei

il mio e il tuo destino, Leuconoe:

non è lecito saperlo,

come indagare un senso

fra gli astri di Caldea.

Credimi, è meglio rassegnarsi,

se Giove ci concede molti inverni

o l’ultimo sia questo

che ora infrange le onde del Tirreno

contro l’argine delle scogliere.

Pensaci: bevi un po’ di vino

e per il breve arco della vita

tronca ogni lunga speranza.

Mentre parliamo, con astio

il tempo se n’è già fuggito.

Goditi il presente

e non credere al futuro”. (Orazio, le Odi primo libro componimento XI, a Leuconoe).

Il secondo libro è dedicato al concetto di Aurea mediocrità cioè “Aurea moderazione”, non va tradotto letteralmente in “Aurea mediocrità”, si tratta, infatti, di un invito alla ponderatezza, espresso dal poeta, anche perché in latino il termine “Mediocritas” non ha significato dispregiativo, ma quello di indicare una posizione intermedia. In altre parole si tratta di una locuzione che tende a porre l’accento sul rifiuto di qualsiasi eccesso ed esaltare la giusta via di mezzo. Nel terzo libro il poeta tende a esaltare le virtù più antiche e cita vari personaggi, di nuovo Mecenate e poi Lidia, Lice, Ottaviano, senza dimenticarsi degli Dei.

Che cercasse a costo della vita un alloro

come Ercole, questo finora diceva

il popolo, e Cesare vincitore torna

in patria dalla Spagna.

Compiuti i sacrifici, a lui incontro vadano

la sposa, che a quell’uomo senza pari è dedita,

la sorella del condottiero e, con la benda

sacrificale al capo…” (Orazio, le Odi terzo libro componimento XIV, per Cesare Ottaviano).

Infine nel quarto libro torna ad abbracciare il tema del Carpe Diem, la fugacità della vita, la fragilità delle cose umane e la morale epicurea. Una sorta d’invito a osservare la realtà, ma senza farsi coinvolgere troppo, anche per quanto riguarda le tematiche amorose e i rapporti dell’amicizia.

Le Epistole.

Le Epistole sono divise in due libri, il primo è composto di venti lettere, è dedicato, ancora una volta, a Mecenate e fu pubblicato nel 20 a.C., sembra che l’ispirazione di questi scritti venga dalla percezione, precoce, della senilità, nel poeta diviene forte uno stato d’animo pessimista. Il secondo libro è composto di solo tre Epistole, per altro molto lunghe, scritte tra il 19 a.C. e il 13 a.C., qui l’argomento diviene letterario è famosa l’epistola ai Pisoni. Meglio conosciuta Ars Poetica, il poeta la compose in quattrocento settantasei esametri, nei secoli seguenti questo componimento fu preso a modello per l’elaborazione poetica. Secondo Orazio la poesia diviene un componimento, Ars, da cui il poeta fa scaturire l’ingenium, ossia la sua vera genialità poetica.

Se abbozzando una testa il pittore volesse unirla

a un collo di cavallo

e a membra d’ogni natura con pinne variopinte,

facendo terminare per orrore

le stupende fattezze della donna

con la coda nera di un pesce,

e vi mostrasse il tutto,

sapreste, amici miei, trattenere le risa?

Eppure, credetemi Pisoni, identico al quadro

è un libro, in cui le immagini senza costrutto

sembrano nascere dai sogni di un febbricitante,

dove né capo né piedi si accordano

in una figura compiuta…” (Orazio, le Epistole secondo libro epistola tre, Ars poetica, ai Pisoni).

Si deve ricordare che la prima epistola del secondo libro e indirizzata a Cesare Augusto.

Il Carmen Saeculare.

Il Carmen Saeculare è l’ultima opera di Orazio e fu scritta su commissione dello stesso Augusto, in occasione dei Ludi Saeculares, questi erano una celebrazione religiosa, che comportava sacrifici e spettacoli teatrali, duravano tre giorni e tre notti rappresentavano la fine di un saeculum e l’inizio di quello successivo. Il saeculum, rappresentava, probabilmente, quella che i Romani pensavano fosse la massima durata della vita dell’uomo ed era un periodo compreso tra i 100 e i 110 anni. Torniamo all’opera del Poeta, il Carmen Saeculare risale al 17 a.C. quando, appunto, Augusto decise di celebrare questi particolari Ludi. Si tratta di un inno di diciannove strofe, che fu cantato sul Palatino e sul Campidoglio durante la cerimonia conclusiva di questi Ludi Saeculares, il poeta lo scrisse con uno stile nobile ed eletto, pensato adatto alla particolare occasione solenne.

“…Se Roma è vostra opera e con rotta

propizia schiere giunsero da Troia

al lido etrusco, per trovarvi nuove

mura e dimore,

dopo che il casto Enea, sopravvissuto

alla sua patria, aprì per loro un varco

tra le fiamme di Troia, verso un regno

più grande ancora,

o Dei, date sani costumi ai giovani

docili, e pace ai vecchi ormai sereni,

e alla gente di Romolo benessere

e figli e gloria…” (Orazio, Carmen Saeculare).

Orazio è considerato uno dei maggiori e uno dei più importanti poeti latini, possedeva ironia e aveva uno stile molto elegante, visse in un periodo molto travagliato per la politica romana, a causa del crollo delle ideologie repubblicane e dalle numerose guerre civili, finché Augusto giunse alla Pax Romana. Visse isolato era, fondamentalmente, un seguace della dottrina epicurea, quindi amava i piaceri della vita, e scrisse quei canoni dell’ars vivendi. La poesia di Orazio contiene elementi satirici, parenetici, mitici, erotici, nelle sue opere risaltano alcune frasi che sono divenute dei veri e propri modi di dire ancor oggi usati, per esempio chi non ha mai sentito la frase: “Carpe diem” oppure “Aurea mediocritas”. Orazio, come Virgilio, fu definito un poeta augusteo, Dante Alighieri lo cita nell’inferno e precisamente lo colloca nel limbo. Un’ultima curiosità: col nome di Quinto Orazio Flacco è stato denominato un cratere di Mercurio.

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