Publio Virgilio Marone.

by / sabato, 21 marzo 2020 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

Publius Vergilius Maro, ossia Publio Virgilio Marone, fu un celebre poeta romano, tre delle sue opere sono riconosciute come le più famose della letteratura latina. Nacque ad Andes, nei pressi di Mantova, il 15 ottobre 70 a.C., e si spense a Brindisi, 21 settembre 19 a.C., Il padre fu Stimicone Virgilio Marone, la madre fu Polla Magio, il papà era un piccolo proprietario terriero, mentre la mamma era la figlia di un noto commerciante. La famiglia, comunque, era sufficientemente agiata da poter garantire al figlio un percorso educativo di livello elevato, Il ragazzo iniziò gli studi a Cremona, fino alla vestitura della toga virilis o virile, si tratta di quella classica del tipico cittadino ed era indossata dai ragazzi dopo il compimento dei diciassette anni di età. Si trasferì poi a Milano, qui studiò retorica a poi all’età di diciotto anni giunse a Roma dove intraprese gli studi del greco, del latino, della matematica e della medicina, ebbe come maestro Epidio. Studiò oratoria con l’intento di avere una futura carriera redditizia, voleva forse diventare avvocato. Questa carriera non durò molto, infatti, quando venne il tempo del suo primo discorso pubblico, la sua riservatezza e timidezza, nonché per un piccolo difetto di pronuncia, non riuscì a introdurre neppure una frase, prese quindi la decisione di abbandonare gli studi di oratoria, continuando, però, quelli di medicina, matematica e filosofia. Come si è detto Virgilio nacque nel piccolo villaggio di Andes, identificato in seguito, da parte di alcuni studiosi, con il borgo di Pietole, mentre altri sostengono che il luogo sia nella zona di Castel Goffredo, altri ancora sono convinti sia Calvisano, comunque sia si tratta di una località vicinissima a Mantova. Il Sommo Poeta, nel Purgatorio fa riferimento a borgo di Pietole. Suo padre, arricchitosi con l’apicultura, l’allevamento, l’agricoltura e l’artigianato, apparteneva alla gens Vergilia, mentre sua madre apparteneva alla gens Magia, ricca famiglia di mercanti. Giunto a Roma conobbe molti poeti e uomini di cultura qui iniziò a comporre le sue opere, ma cadde in una crisi esistenziale questo perché, come sopra accennato, durante la sua prima causa non riuscì a parlare in pubblico. Lo studio dell’eloquenza che doveva fare di lui un avvocato e aprirgli la via per la conquista delle varie cariche politiche, non diede i frutti sperati. Virgilio si spostò a Napoli, quando ancora non aveva compiuto il suo trentesimo compleanno, in questa città cominciò a frequentare la scuola epicurea dei filosofi Filodemo di Gadara e Sirone. C’è da aggiungere che gli anni che Virgilio si trova a vivere non sono certamente tranquilli, infatti, in questo periodo vi fu lo scontro tra Cesare e Pompeo, che si concluse con la sconfitta di quest’ultimo, la congiura contro Cesare e la sua uccisione, lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio contro Bruto e Cassio, la battaglia di Filippi. Tutte queste guerre civili come coinvolsero Virgilio? La redistribuzione delle terre ai veterani, dopo la battaglia di Filippi le proprietà della famiglia nel mantovano, sfuggì alla confisca, perlomeno inizialmente, unicamente per intercessione di grandi personaggi politici dell’epoca, con lo stesso Augusto in primo piano, comunque a un certo punto si trasferì a Napoli. Conobbe Mecenate ed entrò a far parte del suo circolo, frequentò i possedimenti terrieri che Mecenate aveva in Campania e in Sicilia. Un momento importante della sua vita fu quando Mecenate lo presentò all’imperatore Augusto, con il quale collaborò alla diffusione della sua ideologia politica, a quel punto era divenuto il più grande poeta e letterato dell’impero. Come detto il poeta si spense a Brindisi, alcuni affermano per un colpo di sole, prima di morire chiese a Plozio Tucca e Vario Rufo, due compagni di studi, di distruggere l’Eneide poiché non era del tutto terminata e soprattutto non aveva più tempo per rivederla. Fortunatamente la sua ultima volontà non fu rispettata, il testo fu portato nelle mani di Augusto e divenne il poema nazionale romano. I resti mortali del poeta furono trasportati da Brindisi a Napoli e messi in un tumolo ancor oggi presente anche se l’urna contenenti le ceneri di Virgilio si perse in quei secoli che vanno sotto il nome di Medioevo. Restail famoso epitaffio inciso sulla tomba: “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc // Parthenope; cecini pascua rura duces”, Ossia “Mi ha generato Mantova, il Salento mi rapì la vita // ora Napoli mi conserva; cantai pascoli campagne comandanti”. Con chiari riferimenti alle sue tre opere maggiori, le Bucoliche, le Georgiche, L’Eneide. I riferimenti sono chiarissimi, Cantai pascoli, le Bucoliche, campagne le Georgiche, comandanti, l’Eneide. Virgilio nelle sue opere a messo in versi la vita dei pastori, dei contadini e degli eroi, lasciando interrogativi e dubbi profondi sull’uomo sul senso della giustizia e della storia, fu modello per molti. Dante, lo definì maestro di stile e di pensiero. Cerchiamo di capire qualcosa delle sue opere, c’è da premettere che molte sono le opere che sono giunte sino a noi a portare, per tradizione, come paternità Virgilio. In realtà tutte quelle che vanno sotto il nome di Appendix Vergiliana, sono un complesso di opere di dubbia paternità che sarebbero state composte da Virgilio tra il 44 a.C. e, il 38 a.C., tra Roma e Napoli, gli studiosi attuali tendono, però, a escludere che siano lavori del Poeta. È comunque opportuno accennare almeno ad alcune di esse:

1. Le Maledizioni, le Dirae, si tratta di un piccolissimo poema del genere della poesia d’invettiva o di denuncia.

2. La Lydia, si tratta di un lamento amoroso dedicato a una donna il cui nome era Lydia e si svolge in un ambiente pastorale.

3. Alla spicciolata, il Catalepton, si tratta di una raccolta di quindici testi brevi su vari argomenti, alcuni studiosi sono convinti che alcuni brani siano proprio di Virgilio che scrisse in giovane età.

4. La Zanzara, il Culex, ancora un piccolissimo poema che tratta della visita all’Ade di una zanzara, dopo essere stata uccisa da un pastore a cui aveva salvato la vita con la sua puntura, poiché in questo modo l’uomo evitò il morso di un serpente.

5. L’Airone, la Ciris poemetto che tratta della storia di Scilla.

6. L’Ostessa, la Copa, si tratta di un componimento molto breve dedicato alla padrona di un’osteria, la quale soleva intrattenere gli avventori con la sua danza. Solo il biografo Servio lo attribuisce al poeta.

7. La Focaccia, il Moretum, è un carme, racconta la frugale colazione di un piccolo contadino.

8. I Priapea tre carmi che alludono alla divinità agreste Priapo.

9. Elegie per Mecenate, le Elegiae in Maecenatem, alquanto anacronistico attribuirle a Virgilio poiché sono dedicate alla vita e alla morte di Mecenate che avvenne nell’8 a.C., undici anni dopo la morte del poeta.

10. L’Etna, l’Aetna, un piccolo poema dedicato ai fenomeni del vulcanismo.

11. Storia romana, Res romanae, opera progettata ma poi abbandonata.

12. Epigrammi, Epigrammata, i quali comprendono: le Rose, Rosae; Sì e no, Est et non; Uomo buono, Vir bonus; Il vino e Venere, De vino et Venere… e molti altri.

Parliamo ora, però delle tre opere sicuramente tra le più famose della letteratura latina:

Le Bucoliche, fu sicuramente la prima opera certa del poeta, si tratta di una raccolta di dieci componimenti, le cosiddette ecloghe o egloghe, scritti tra il 42 a.C. e il 39 a.C. quando cioè Virgilio aveva tra i ventotto e i trentuno anni di età. Quest’opera lo rende subito famoso e Virgilio entrò, come detto nel circolo di Mecenate, che raccoglieva poeti e, più in generale, intellettuali, tutti abbastanza vicini al pensiero del primo imperatore di Roma, Ottaviano Augusto. Il componimento fu scritto durante il soggiorno napoletano di Virgilio, lo stile è, per l’appunto, bucolico o pastorale, il significato di Bucoliche è “Canti dei bovari”, filone inaugurato del greco Teocrito a cui il poeta s’ispira. Abbiamo detto che sono dieci ecloghe, in definitiva dieci poesie, che trattano di umili pastori che, mentre si occupano delle loro greggi, si dedicano al canto accompagnandosi con il suono del flauto, a volte dialogano tra loro e altre improvvisano gare di canto. La prima narra di un dialogo tra due contadini Titiro e Melibeo, quest’ultimo è costretto ad abbandonare la sua casa e le sue terre date per ricompensa a un reduce romano, mentre il primo rimane nei suoi poderi grazie all’influenza di qualche nobile, forse Augusto stesso o Asinio Pollione. È molto chiaro il riferimento alla redistribuzione delle terre voluta da Ottaviano e che, come detto coinvolse Virgilio in prima persona. La seconda è di tutt’altro genere, infatti, è un lamento d’amore del pastore Coridone, che arde dal desiderio per il giovane Alessi. Nella terza si narra di una gara poetica fra due pastori che si svolgeva con canti cosiddetti amebei, quelli, cioè, che formati di versi di ugual metro, erano declamati alternativamente, dai singoli pastori di un’egloga pastorale. La quarta è molto famosa, è quella dedicata a Pollione in cui fu profetizzata la nascita di un “Puer”, un bambino, che rigenererà l’intera umanità, alcuni, in questa profezia, vedono l’annuncio della nascita di Gesù. La quinta è un lamento, dedicato alla morte di Dafni, il mitico primo pastore e all’esaltazione della trasfigurazione. La sesta vede il vecchio satiro Sileno cantare le origini della terra. La settima è il racconto di Malibeo che narra la gara di canto tra due pastori. L’ottava è dedicata ad Asinio Pollione ed è formata da due canti d’amore. La nona riprende l’argomento della prima, i protagonisti sono Licida e Meri e l’esproprio della terra è definitivo. La decima e ultima è dedicata agli amori infelici di Gallo. Molti studiosi hanno cercato di capire le fasi compositive della raccolta, tentando di isolare i testi più antichi da quelli più recenti, solo un’opinione è comune a tutti, quella che vede le egloghe uno e nove, come un’esperienza personale di Virgilio, che patì le confische terriere del 41 a.C. e del 40 a.C., avvenute dopo la battaglia di Filippi.

Le Georgiche, opera di un’età più matura, rispetto alla precedente, suddivisa in quattro libri e scritta a Napoli in sette anni, tra il 37 a.C. e il 30 a.C., Virgilio, in questo lavoro, s’ispira a Lucrezio e lascia il mondo onirico dei pastori, della raccolta precedente, per passare a quello reale dei contadini e degli allevatori. Si tratta, quindi di un poema didascalico dedicato ai piccoli proprietari terrieri, al lavoro dei campi e all’allevamento, in particolar modo alla coltivazione della vite, dell’olivo e all’apicultura. Una sorta di prontuario, in poesia, in cui il poeta distribuisce consigli sulla coltivazione dei campi, sull’allevamento del bestiame e su come accudire le api, ma in realtà si tratta di una metafora sul valore umano e sull’ideale società. Ognuno di quattro libri presenta una parte introduttiva, ossia un proemio, che nei libri 1° e 3° è molto ampio e dettagliato, mentre nei libri 2° e 4° è breve e ristretto, e una deviazione del discorso, nel quale vengano a inserirsi temi o argomenti più o meno lontani da quello centrale, in un’unica parola una digressione. Nel primo libro questa digressione è rappresentata dalle guerre civili, nel secondo dalla lode della vita dei contadini, nel terzo dalla grave pestilenza animale che colpì il Norico, infine nel quarto dalla storia di Aristeo e le sue Api e dalle vicende di Orfeo ed Euridice. Secondo una notizia antica del commentatore Servio, in verità messa in discussione da molti, il brano di Orfeo ed Euridice sarebbe stato composto, qualche anno dopo, per sostituirne uno, divenuto politicamente sconveniente, perché dedicato a Cornelio Gallo, che fu prefetto d’Egitto in sostituzione di Cleopatra, ma che, in seguito, cadde in disgrazia nell’opinione di Augusto. Quest’opera è sicuramente uno tra i più grandi capolavori della letteratura latina, oltretutto Augusto, proprio a seguito di quest’opera, volle conoscere Virgilio e dargli il suo benestare. In effetti, in quest’opera vi sono esaltazioni dei principi augustei, anche se Virgilio, non sarà mai un semplice portavoce di un programma di propaganda politica.

L’Eneide, opera ultima del poeta, come detto Virgilio non voleva la sua pubblicazione, poiché ormai in punto di morte non aveva più il tempo di terminarla e di rileggerla, per portate le eventuali dovute modifiche. Questa sua volontà non fu rispettata, Augusto stesso ne ordinò la pubblicazione, si trattava del poema che descriveva le origini della storia di Roma. Non era accettabile che la città che stava conquistando l’intero mondo conosciuto si sviluppò, sul Palatino dall’unione di capanne e baracche, di agricoltori e pastori, che scelsero quel luogo perché vicino a un fiume navigabile, il Tevere. Quindi narrare la storia di Enea, significava dare alla Città Eterna nobili origini. Il poema epico fu composto in dieci anni tra il 29 a.C. e il 19 a.C., si tratta di un lavoro monumentale suddiviso in dodici libri, non si sa bene se l’Eneide fu scritta tra Roma e Napoli o Napoli e la Sicilia, quello che è certo e che quest’opera rappresenta il capolavoro del poeta, dai suoi contemporanei fu considerata l’Iliade dei latini. Fu una sorta di libro sacro dove, ufficialmente, l’ideologia del regime di Augusto era consacrata e sancita dall’origine divina di Roma e del potere imperiale. Inutile dire che in questo caso l’ispiratore fu Omero, il poema narra delle vicende di Enea rappresentato come eroe del tutto positivo, un principe di Troia, figlio della dea Venere e del mortale Anchise, che fuggiasco, dopo la distruzione della sua città, approda, con il figlio Ascanio sulle sponde laziali. Il poema vuole esaltare la grandezza di Giulio Cesare e di suo figlio adottivo, Cesare Ottaviano Augusto, nonché quella dei loro discendenti, non a caso Virgilio chiama Ascanio, il figlio di Enea, Iulo, cioè l’antenato della Gens Iulia che doveva essere glorificata. Inoltre Virgilio riesce vede i Troiani come gli antenati dei Romani e i Greci dei nemici che in seguito saranno assoggettati al volere dell’eterna Roma. La voglia del poeta di conoscere i luoghi che descrive nella sua opera, gli fu fatale, infatti, nel 19 a.C. intraprese un viaggio tra la Grecia e L’asia, in cui molto probabilmente si ammalò e morì a Brindisi al rientro del viaggio. Il poeta visitò Atene, dove incontrò Augusto che stava ispezionando le province orientali del suo impero, si recò a Megara e rientrò a Brindisi. Come detto l’Eneide è divisa in dodici libri, i primi sei narrano gli eventi della caduta di Troia, del viaggio di Enea e del suo sbarco alla foce del Tevere, gli altri sei descrivono la guerra che si svolse nel Lazio tra Enea e la federazione di popoli italici guidati da Turno. L’Eneide si chiude con l’uccisione di Turno, una scena di violenza e di morte, ma forse qualcosa che era nella mente di Virgilio non fu mai scritta per la morte del poeta. Come nel modello di Omero, anche in questo poema gli Dei partecipano in prima persona all’azione, alleati di Enea sono Venere e Apollo mentre Giunone fa del tutto per ostacolarlo, ma Giove, al disopra di tutto e di tutti, decide che la stirpe che discenderà dal nostro eroe sarà destinata a dominare il mondo, la progenie che darà vita alla civiltà Romana. Giove in questo caso sembra rappresentare l’ineluttabile destino, il fato. Enea sposerà Lavinia, la figlia del re dei Latini e fonderà la città di Lavinio, alla sua morte il figlio Ascanio fonderà Alba Longa, trecento anni dopo verranno alla luce i due gemelli più famosi, Romolo e Remo. Romolo, il fondatore di Roma aveva, quindi, una discendenza diretta da Ascanio, o meglio da Iulo, come lo chiama il poeta. Narrare la storia e le vicende di Enea significava, di conseguenza, raccontare le gesta del capostipite della famiglia che stava imperando su Roma. Infatti, come accennato, Augusto era un membro della gens Iulia, essendo stato adottato da Cesare, cioè apparteneva a quella famiglia che pretendeva di discendere da Iulo, il figlio di Enea. Ciò spiega anche il perché, nonostante le ultime volontà di Virgilio, l’opera fu pubblicata per decisione imperiale. Il successo dell’opera fu enorme, divenne subito il classico per eccellenza e testo ufficiale nelle scuole, tanto che oscurò le due opere precedenti di Virgilio. Una curiosità versi tratti dall’Eneide sono graffiti su alcuni muri di Pompei.

I lavori di Virgilio hanno influenzato in maniera profonda la letteratura e gli autori occidentali, nell’antichità è presentato come uomo divino, nel Medioevo diviene una figura leggendaria, alcuni Cristiani vedono in lui l’anticipatore del Cristianesimo. Il sommo poeta Dante lo sceglie come guida nel suo viaggio all’inferno e al purgatorio. “O de li altri poeti onore e lume, // vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore // che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.” (Dante, Inferno, Canto I, 81-83). Francesco Petrarca gli dedica alcune epistole, Durante l’Umanesimo Virgilio e uno degli autori prediletti, ancor di più, nel Rinascimento si sente l’influenza del poeta, l’ispirazione è evidente in autori come l’Ariosto e il Tasso. In definitiva si può dire che la presenza di Virgilio diviene una costante nel cammino della letteratura italiana e non solo di quella nazionale. Spesso i più grandi scrittori occidentali hanno visto in lui fonte d’ispirazione. A Virgilio sono intitolate le Virgil Fossae sulla superficie di Plutone.

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