Publio Ovidio Nasone.

by / venerdì, 07 dicembre 2018 / Published in Il blog, Scrittori e Poeti Antichi

Publius Ovidius Naso, cioè Publio Ovidio Nasone, fu un brillante poeta e letterato latino, nacque a Sulmona, in Abruzzo, nel 43 a.C. e si spense, nel 18 d.C., a Tomis, sul Mar Nero, città che corrisponde all’attuale Costanza. Non si sa molto della vita di questo poeta romano, tra i principali esponenti della letteratura latina e della poesia elegiaca, le notizie che ci sono giunte provengono dallo stesso Ovidio, scrisse, infatti, nella quarta elegia dei Tristia, opera di carattere personale, la sua autobiografia. Nacque in un’agiata e facoltosa famiglia appartenente al rango equestre, dal latino equites, ossia cavalieri, erano un ordine sociale e militare basato sul censo, che inizialmente era un elenco dei cittadini e dei loro beni stilato da censori, in seguito il termine fu inteso solamente come elenco dei beni posseduti. Giunse a Roma all’età di dodici anni, insieme a suo fratello, per completare gli studi, frequentò lezioni di grammatica, eloquenza e retorica, nelle migliori scuole e con eccellenti insegnanti. Marco Aurelio Fusco e Marco Porcio Latrone furono due degli insegnati che lo prepararono alla carriera forense e politica, il padre desiderava che diventasse un oratore. Era un’epoca, però, in cui si diffuse la moda delle declamazioni e ciò lo influenzerà molto, com’era consuetudine, in quel periodo, terminò gli sudi ad Atene e prima di tornare a Roma visitò le città dell’Asia Minore, l’Egitto e soggiornò un anno in Sicilia. Ovidio, al suo rientro a Roma, iniziò una carriera pubblica, anche se rimase sempre poco brillante, oggi si direbbe un “Politico anonimo”, comunque fu uno dei decemviri stilibus iudicandis e dei tresviri, una sorta di funzionari di polizia giudiziaria, non ebbe nessuna intenzione di entrare nel senato, era un equestre e ciò gli bastava. Contro la volontà del padre e diversamente dal fratello intraprende studi letterari e a un certo punto abbandonò la carriera politica. Entrò a far parte del circolo di Messalla Corvino, qui trovò lo stimolo per occuparsi e dedicarsi alle Lettere, a dire il vero non rimase troppo tempo in questa cerchia, infatti, entro in quella di Mecenate ed ebbe l’occasione di frequentare letterati del calibro di Orazio, Properzio e Virgilio, anche se quest’ultimo solo per poco tempo. Frequentò la corte di Augusto, dove Ovidio trovò la tranquillità necessaria per lavorare, divenne il poeta di una società che, uscita dalle guerre civili, si dedicò al lusso e al consumismo, ciò in aperto contrasto con la restaurazione morale che faceva parte del programma di Augusto. In definitiva il prodotto poetico di Ovidio era fedelmente ancorato ai modelli comportamentali della società contemporanea del poeta, di conseguenza, com’è lecito pensare, il nostro letterato ebbe un successo immediato, oltre che straordinario. La vita del poeta si avvia verso un successo pieno e pacato, vicino ai quarant’anni, trovò la serenità coniugale ma solo con la terza moglie, con la quale visse a lungo e felicemente, infatti, in pochi anni, si sposò ben tre volte, ma i primi due matrimoni non furono molto esaltanti né tantomeno tranquilli. Delle prime due mogli non si sa praticamente niente, ci è stato tramandato unicamente che una, di nome Ovidia, era una colta scrittrice. In terze nozze sposò Fabia, appartenente alla gens Fabia, era una vedova e aveva già una figlia, il poeta, nelle sue opere la ricorda con commozione. Tutto finì in un brutto giorno dell’8 d.C., quando all’apice del successo, Ovidio fu relegato da Augusto a Tomis, sul Mar Nero, nella Scizia. Una piccola precisazione, Ovidio fu relegato e non esiliato, la differenza, in quell’epoca era notevole, infatti, la relegazione non comportava la perdita dei beni e della cittadinanza, cosa che avveniva con l’esilio. Non c’è ben chiaro il motivo di questo provvedimento che fu portato avanti nonostante le suppliche sue, della moglie e degli amici, si presuppone che, dietro le accuse ufficiali d’immoralità della sua poesia, soprattutto l’Ars amatoria, Ovidio fu, più o meno involontariamente, complice o solo testimone di un grosso scandalo, che coinvolse Giulia Minore, la nipote di Augusto, con Decimo Giunio Silano. O forse lui stesso ebbe illecite relazioni con la figlia di Augusto Giulia maggiore. Oggi si direbbe che, forse, fu partecipe o testimone di una questione di “Corna”. Poiché si trattava della famiglia imperiale, calò immediatamente un muro impenetrabile e quindi la verità non si saprà mai e sinceramente non è neppure importante saperla, ciò che è rilevante è il risultato: Ovidio fu relegato a Tomis nell’8 d.C. e in questa citta morì tra il 17 d.C. e il 18 d.C., l’anno non è ceto. Scrive il poeta nei Tristia: “Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error alterius facti culpa silenda mihi”, ossia “Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore: di questo debbo tacere quale è stata la colpa”. Ovidio è il più giovane dei poeti elegiaci, ma con delle grosse differenze con la gran parte di essi. Infatti, la maggior parte di questi letterati, pur rifiutando le tradizioni degli avi volevano i benefici che ne derivano, mentre Ovidio rifiuta totalmente i rigidi valori della società romana, vantaggi compresi, lui cercò di assecondare il gusto variabile degli interlocutori. Ovidio ci ha lasciato una grande quantità di opere che è possibile dividere in tre segmenti, il primo, che va dal 23 a.C. e il 2 d.C., comprende i componimenti elegiaci di argomento amoroso: gli Amores; le Heroides, ossia le Epistulae heroidum; le elegie a carattere erotico e didascalico, quali l’Ars Amatoria, Medicamina faciei femineae, i Remedia Amores. Il secondo, che va dal 2 d.C. all’8 d.C., comprende le opere di argomento mitologico: le Metamorphoses, le Metamorfosi; i Fasti. Il terzo e ultimo, che va dall’8 d.C. alla morte, comprende le elegiache di carattere personale e in qualche modo di rimpianto: i Tristia, dove il poeta cita la sua biografia o perlomeno parte di essa; l’Ibis; le Epistulae ex Ponto rivolte, tra gli altri, ad Augusto. Ovidio compose anche altre opere, purtroppo andate perdute nel vortice dei secoli, alcuni esempi su tutte: una Gigantomachia; una tragedia, Medea; un epitalamio per l’amico Fabio Massimo; un carmen triumphale per Tiberio; due poemetti in onore di Augusto. Per la precisione bisogna dire che alcuni lavori furono attribuiti al poeta in maniera erronea, quali il poemetto Nux di centoottanta due versi e la Consolatio ad Liviam di quattrocento settanta quattro versi. Queste opere, in alcuni manoscritti, furono attribuite a Ovidio, ma valenti studiosi, nel campo letterario, hanno appurato che, sia per lo stile, sia per la metrica, sia per il contenuto, sono da attribuire a qualche poeta posteriore. Cerchiamo ora di analizzare brevemente le opere di Ovidio.

Amores: opera in tre libri e quarantanove carmi che trattano dell’amore del poeta per Corinna, un personaggio letterario. Ovidio tratta il personaggio con lo stile proprio delle elegiache, quindi, in questo caso, il poeta è assoggettato alla donna, ne è geloso e soffre per le sue infedeltà, infine, contrappone, alla vita amorosa, quella militare. Il poeta però, contrariamente a quelli precedenti, non si disegna sofferente, ma mantiene un certo distacco di pensiero, in definitiva Ovidio vede l’amore come un gioco, ponendosi con un atteggiamento ironico e giocoso nei confronti della sua esperienza, giungendo, così, ad amare due donne contemporaneamente e non chiedeva alla compagna di essergli fedele, ma semplicemente di nascondere bene i tradimenti. In poche parole lui non deve sapere di essere tradito, un racconto dell’amore per Corinna e di avventure galanti, racchiuso in una cornice che rispecchia la frivola società romana, in questo periodo. Per la precisione questa opera inizialmente in cinque libri fu ridotta e ripubblicata forse a una distanza di una ventina di anni, dallo stesso Ovidio, quella giunta sino a noi e quella della seconda edizione.

Heroides: si tratta di un’opera composta di ventuno epistole fittizie, di argomento amoroso e contenuto mitologico, scritte in metro elegiaco, le prime quindici, il poeta, le immagina scritte da famose donne della mitologia antica ai loro amanti, le altre sono con replica, cioè tre lettere di uomini alle proprie donne con rispettiva risposta. Un’opera quasi sicuramente rimaneggiata ed edita più di una volta, dove è evidente l’umanizzazione dei personaggi mitologici fino ad assomigliare alle donne romane contemporanee del poeta. Una curiosità, fra tante donne mitologiche, Ovidio ne inserisce una realmente esistita, si tratta di Saffo poetessa greca dell’isola di Lesbo. È poi da evidenziare che, nella letteratura latina, questa è la prima volta che un argomento del genere è trattato in forma epistolare.

Ars amatoria: un vero e proprio trattato composto di tre libri dove il poeta si erge a precettore, praeceptor amoris, nei primi due libri Ovidio indica agli uomini come conquistare le dame, nel terzo spiega alle donne come sedurre gli uomini. Essenzialmente i primi due libri sono dedicati agli uomini, in cui Ovidio spiega come conquistare le donne, le tecniche di seduzione e quali sono i passi da compire per far durare il rapporto. E veniamo al terzo libro dove l’autore da raffinati consigli alle donne, mettendo l’accento su fatto che l’oggetto del desiderio non è l’amore ma il sesso. Infatti, Ovidio consiglia vivere l’amore come un gioco, senza innamorarsi. Il poeta però fa una precisazione, egli non si riferisce ai rapporti matrimoniali né tantomeno alle donne perbene, mai suoi consigli sono diretti alle cortigiane, alle liberte e alle schiave. Consigli che toccano argomenti come l’abbigliamento, l’acconciatura, l’igiene, il portamento, e che spigano quali accorgimenti adottare per nascondere i difetti fisici o per raggirare i mariti gelosi. Un lavoro che va a rappresentare la società dei Romani nel periodo vissuto da Ovidio, non a caso quest’opera è quella che lo rese famoso e allo stesso tempo molto chiacchierato, ma comunque, molto apprezzato dalla “Società Bene” della città.

Medicamina faciei femineae: un’opera che c’è giunta incompleta, restano un centinaio di versi, l’argomento trattato sono i cosmetici femminili. Il poeta, in questi versi, evidenzia il rifiuto a tutto ciò che è tradizionale e spiega le tecniche per la preparazione dei trattamenti di bellezza.

Remedia amoris: quest’opera, in un solo libro, conclude il ciclo didascalico sull’amore, Ovidio si rivolge ai delusi in amore, sempre in modo ironico e giocoso riprende gli esempi usati nell’ars amatoria e li rovescia. In definitiva vuole insegnare come resistere o liberarsi dell’amore, Ovidio afferma, contrariamente alla tradizione, che si deve e ci si può liberare dell’amore se esso comporta sofferenza. Non dimentichiamoci che per la poesia erotica il “Male d’amore” era considerato incurabile, mentre gli Stoici e gli Epicurei lo consideravano una malattia dell’anima.

Metamorfosi: si tratta sicuramente del capolavoro di Ovidio, prima e unica opera, dell’autore, scritta in esametri, è composta di quindici libri per un totale di quasi dodicimila versi. Metamorphoseon, il poema delle metamorfosi o trasformazioni, il poeta lo iniziò nel 3 d.C. e terminato l’8 d.C., contiene circa duecentocinquanta miti, che vanno dalle origini del mondo fino all’età di Augusto, legati da un tema comune, la trasformazione. Le storie narrate godono di una propria autonomia, ma in realtà sono collegate tra loro formando un’unica opera del tutto omogenea, anche se apparentemente non sembrerebbe. I miti sono rivisti e riorganizzati dal poeta seguendo spesso un ordine cronologico, a volte, però, Ovidio inserisce fatti posteriori o anteriori all’episodio che sta narrando, l’opera inizia con la trasformazione più antica, quella del “Chaos primitivo”, nell’universo e termina con la trasformazione di Cesare in astro, quindi la sua divinizzazione e con la celebrazione di Augusto, tra l’inizio e la fine, Ovidio percorre tutti i miti e la storia ritenuta universale. Come detto la sua grande capacità fu quella di riuscire a legare tra di loro tutte le storie narrate, a volte con rapporti familiari, altre con un filo logico. Usa anche una tecnica particolare, riuscendo a trasformare i personaggi da narrati a narranti di fatti propri o di altri protagonisti, Ovidio, quindi ricorre spesso allo stratagemma del racconto nel racconto, creando storie nelle quali vi sono altre storie… Le creature, uomini compresi si trasformano in personaggi a volte animati altre volte inanimati, molte sono le metafore utilizzate dal poeta per rendere plausibile il passaggio da una realtà all’altra. Ovviamente, nell’opera, Roma è consacrata e protetta dagli Dei dell’olimpo, questo lavoro fu molto apprezzato dai suoi contemporanei.

Fasti: quest’opera è in sei libri, Ovidio, però la pensò in dodici, uno per ogni mese del calendario romano. Il poeta in questo lavoro tratta delle feste del calendario romano introdotto da Cesare, Ovidio, però interrompe l’opera al sesto volume, cioè metà anno, questo perché nel frattempo l’autore fu colpito dal decreto di Augusto, che gli imponeva di lasciare Roma e lo relegava a Tomis. Ispirato dagli Aitia di Callimaco, Ovidio aveva l’intenzione di descrivere e illustrare le feste religiose e le ricorrenze del calendario, si tratta, però di un’opera, come detto, interrotta a metà, inizia da Gennaio e s’interrompe a Giugno. Comunque Ovidio, attraverso aneddoti, favole, narrò episodi della storia di Roma, diede nozioni di astronomia, spiegò le usanze, le tradizioni popolari, le origini delle festività e quelle delle leggende. Quest’opera, quindi, se pur incompleta resta un documento di notevole importanza per l’analisi e lo studio della cultura romana arcaica.

Tristia: si tratta di una raccolta di elegie in cinque libri che racconta della tristezza e dell’afflizione del poeta durante l’esperienza della relegazione a Tomis, sono spesso scritte in un tono lamentoso e triste. Si tratta di un centinaio di componimenti, scritti in forma epistolare, in cui il poeta va a riprendere un tratto tipico della poesia elegiaca, il lamento, sono rivolte ad amici a parenti, e ad Augusto. È questa l’opera in cui Ovidio narra la sua biografia e allo stesso tempo fa un contino confronto tra Roma e Tomis, cioè quello tra l’incanto mondano della grande città e il grigiore della provincia; il raffronto tra il felice passato perduto e presente ostile. Vi sono infine la speranza del perdono e la possibilità di poter tornare a Roma.

Ibis: si tratta di un poemetto trecento ventuno versi, distici ed elegiaci, qui il poeta usa la stessa metafora di Callimaco contro un suo nemico, infatti, Ovidio assale un misterioso personaggio, prima suo amico e che poi cominciò a seminare accuse contro il poeta. Nell’augurargli una serie di sventure, usa la metafora dell’ibis, un uccello che si ciba di serpenti ed è immune al loro veleno.

Epistulae ex Ponto: come dice il nome, si tratta di un epistolario raccolto in quattro libri, di cui l’ultimo pubblicato postumo. Le lettere poetiche furono scritte sotto forma di elegie e indirizzate a vari personaggi romani, ad amici, a famigliari e alla moglie, che era rimasta a Roma, lo scopo era di farli intercedere presso l’imperatore per porre fine alla relegazione. Una sorta di continuazione dei Tristia, un epistolario, carico di disperazione e di suppliche.

Le altre Opere: Halieutica, un poemetto sulla pesca nel Ponto, a noi sono giunti centotrenta quattro versi, non è certa l’attribuzione; Phaenomena, un poema astronomico andato perduto; due poemetti in onore di Augusto, di cui uno nella lingua getica, quella che si parlava a Tomis, andati perduti; un carme, in lingua getica, per glorificare la vittoria di Tiberio sugli Illiri, anche questo perduto; un elogio che scrisse in ricordo di Messalla Corvino; un canto nunziale per il matrimonio dell’amico Paolo Fabio Massimo; una tragedia, Medea, andata persa, la scrisse fra il 12 a.C. e l’8 a.C., non la conosciamo ma sappiamo che ebbe grande successo tra i suoi contemporanei.

Ovidio fu uno scrittore particolarmente fecondo e raffinato, con lui si chiude il ciclo della grande elegia romana, il poeta fu molto apprezzato quando era in vita, ma la sua fama fu grande, forse ancor dipiù, nei secoli successivi, molti sono gli autori che riprendono i suoi temi, vogliamo citarne qualcuno? Parliamo di personaggi del calibro di Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Ludovico Ariosto, William Shakespeare, Giambattista Marino, Gabriele D’Annunzio e va poi detto che molti scultori e pittori, in generale europei, trovarono, nelle metamorfosi, l’incipit per i loro lavori. Il sommo poeta colloca, nella Divina Commedia, Ovidio nel Limbo tra gli “Spiriti magni”, lo inserisce nell’inferno perché privo di battesimo ma d’illustre personalità, accanto a Omero, Lucano e Orazio. Si può dire che la poesia di Ovidio e ben lontana da quella classica di Orazio o di Virgilio, fu moderno e innovatore, cercò di assecondare gli interlocutori, nei loro gusti, con raffinatezza e con uno stile del tutto personale.

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