Prometeo e il dono del fuoco.

by / mercoledì, 26 Agosto 2015 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Prometeo, in greco antico Προμηθεύς, Promethéus, è una figura leggendaria della mitologia greca, era un Titano, figlio di Giapeto e di Climene e fratello di Epimeteo, Atlante e Menezio. I Titani, sempre nella mitologia greca, rappresentano gli dei più antichi generati da Urano, il cielo, e da Gaia la terra, sono considerati come le forze primordiali del cosmo, imperversarono sull’universo fino all’avvento degli dei olimpici che divennero egemoni e assunsero il ruolo di regolatori e ordinatori di tutto il creato. Il mito comincia subito con versioni diverse, alcune varianti citano per madre Asia, figlia di Oceano, una tradizione molto antica vede come genitrice Era che sarebbe stata violentata dal gigante Eurimedonte, Zeus questo evento se lo sarebbe ricordato per sempre, provando per il nostro eroe una certa avversione. Prometeo ebbe a sua volta una moglie, il più delle volte identificata in Celeno in altre con Climene, quella che per altri sarebbe la madre, ebbe anche dei figli per lo più ne sono citati tre, Deucalione, Lico e Chimereo, altre volte ne sono aggiunti altri tre, Etneo, Elleno e Tebe. In definitiva un bel “Caos primordiale”, a parte un piccolo gioco di parole, come, spesso avviene, ci troviamo difronte a una leggenda tramandata e scritta da autori diversi e con versioni o sfumature difformi. I Titani inizialmente erano saggi e virtuosi ma con il trascorrere del tempo furono contagiati sia dall’avidità sia dalla crudeltà tanto che per punirli gli dei Olimpici provocarono un diluvio, in questo modo volevano liberarsi in maniera definitiva dei Titani ma Crono e altri si salvarono dalle acque e si accordarono per annientare Zeus e gli altri dei dell’Olimpo. Prometeo, che era molto intelligente, pur essendo un Titano si schierò dalla parte del padre degli dei riuscendo a trascinare con sé il fratello Epimeteo, in questo modo ottenne la possibilità di entrare nell’Olimpo e assistette alla nascita di Atena che venne alla luce dalla testa di Zeus. Atena ebbe sempre in simpatia Prometeo, fu con lui molto bendisposta tanto da insegnarli varie arti, tra le altre, la medicina, la navigazione, la metallurgia, l’architettura, l’astronomia, e la matematica. Naturalmente Zeus, anche se dovette intraprendere una lunga battaglia, alla fine riuscì a domare i Titani esiliandoli nel Tartaro. La leggenda continua con Zeus che si guarda intorno e quello che vede non gli piace, la Terra sembra deserta e desolata benché fosse abitata da uomini e animali, tutti gli esseri viventi sopravvivevano in maniera meschina, rifugiati nelle loro tane dalle quali uscivano raramente e soltanto di notte per procurarsi il cibo, avevano paura di tutto e di tutti. Per il padre degli dei questa paura era durata troppo a lungo quindi incaricò Epimeteo di scendere sulla Terra e di distribuire a tutti gli esseri viventi tutto ciò che poteva servirgli per difendersi e procurarsi il cibo, potendo così abbandonare le angosce. Il fratello di Prometeo ubbidì e scendendo sulla terra distribuì ad alcuni animali zanne e artigli, ad altri ali adatte al volo, ad altri ancora un raffinato fiuto o un finissimo udito, i rimanenti ebbero chi velocità nel correre e chi l’astuzia oltre alla forza. E l’uomo? Semplicemente fu dimenticato da Epimeteo e non avendo avuto nulla tornò a nascondersi nelle grotte continuando a vivere pieno di paure. Quando Prometeo si accorse di quello che era accaduto, visto che amava moltissimo il genere umano, insegnò agli uomini tutte le arti che aveva appreso da Atena. In una versione alternativa Prometeo distribuisce agli uomini l’intelligenza e la memoria che erano contenute in uno scrigno che abilmente il nostro eroe aveva sottratto ad Atena. Zeus, a prescindere dalla versione, si adirò non poco per quella distribuzione di doni poiché li pensava troppo pericolosi per gli uomini perché sarebbero diventati, col trascorrere del tempo, sempre più potenti e capaci, tanto si arrabbiò che solo l’intervento di Prometeo riuscì a distogliere il padre degli dei dal proposito di annientare l’intera umanità. In quel periodo gli uomini potevano presentarsi al cospetto degli dei, partecipavano insieme ai banchetti e trascorrevano in compagnia momenti di tranquillità e letizia, un giorno a uno di questi incontri fu portato un bue mastodontico che doveva essere diviso a metà tra gli uomini e Zeus, il signore dell’Olimpo incaricò Prometeo dell’equa spartizione. L’eroe pensò bene di vendicarsi sfruttando l’occasione che gli veniva offerta, uccise l’animale, lo taglio a pezzi e fece due parti, nella prima mise tutte le carni migliori ma, le nascose sotto uno strato di pelle rivoltante, nella seconda inserì tutte le ossa e le parti immangiabili, le nascose però sotto uno strato di lucido e inviante grasso, i gusti dell’epoca erano tali. Una volta fatte le porzioni invitò il re degli dei a scegliere la sua parte, Zeus ovviamente preferì la porzione più invitante lasciando agli uomini l’altra, ma quando si accorse delle ossa così abilmente nascoste, s’infuriò e lanciò una tremenda maledizione a tutta l’umanità. Da quel momento gli uomini avrebbero lasciato le parti immangiabili, degli animali sacrificati, agli dei ma, mangiando la carne, non avrebbero più avuto la possibilità di stare in compagnia con le divinità e divennero mortali. Zeus però non si fermò, il raggiro andava punito, però non volle colpire direttamente Prometeo, tolse il fuoco agli uomini e lo nascose. Neppure il nostro eroe si fermò e con l’aiuto di Atena, che lo fece entrare di notte nell’Olimpo, salì sul carro di Elios, Dio del sole, accese una torcia e riuscì a fuggire indisturbato, ecco pronta una diversa versione, egli si recò nella fucina di Efesto trovò una torcia e rubò qualche favilla. Qualunque sia la versione questa parte del mito si conclude con Prometeo che riconsegnò, o consegnò, dipende dalla versione, il fuoco agli uomini, con grande generosità e senza curarsi delle conseguenze.

In una variante si torna alla distribuzione dei doni, Prometeo voleva offrire agli uomini il dono più grande, il fuoco, appunto, con il quale l’essere umano si sarebbe diversificato dagli animali poiché avrebbe potuto cuocere il cibo, illuminare la notte, fondere i metalli e allontanare le bestie feroci ma, il fuoco apparteneva agli dei e a loro soltanto, ne erano altresì molto gelosi, allora il nostro eroe scese nelle viscere della terra, nell’officina di Efesto, lo fece dormire con del vino drogato, ebbe così il tempo e l’opportunità di rubare qualche favilla del fuoco, che il Dio usava per forgiare i fulmini per Zeus, le nascose in un bastone di ferro cavo e le portò all’umanità donandogliele.

Il mito, qualunque sia la versione, prosegue con Zeus infuriato e con la punizione che il Dio decide di infliggere ai mortali e con quella agghiacciante che il padre degli dei affibbia a Prometeo. Riprendiamo da quando Zeus si guardò intorno, per l’esattezza verso il basso, vide tutta la Terra che risplendeva di fuochi attorno ai quali gli uomini cantavano e urlavano felici, le fiamme, il fumo e le grida gioiose fecero imbestialire il Dio e ancor di più divenne furente quando tra gli uomini in festa vide Prometeo, capì com’erano andate le cose e decise di farla pagare cara a tutti. Ordinò a Efesto di dare vita a una donna bellissima, alla quale impose il nome di Pandora e la fece dotare di doni meravigliosi, da Atena la fece fornire di tutta la maestria ai lavori femminili, da Afrodite la fece munire della grazia e dell’arte amatoria, infine da Hermes la fece corredare del coraggio e dell’astuzia, però, a tutto questo, il signore dell’Olimpo aggiunse un vaso che non avrebbe mai dovuto aprire, furbescamente in quel contenitore mise tutti i mali del mondo, sapeva che presto sarebbe stato aperto. A questo punto mandò Pandora sulla terra come sposa per Epimeteo, ma, quest’ultimo fu avvertito dal fratello Prometeo, il quale sapeva quali erano le intenzioni di Zeus, gli raccomandò di non accettare nessun dono del Dio. Epimeteo, che era molto impulsivo, inizialmente riuscì a resistere ma poi fu sopraffatto dalla bellezza della donna e la sposò. Come il padre degli dei aveva previsto, Pandora si fece vincere dalla curiosità femminile, aprì il vaso e tutti i mali del mondo si disseminarono per tutta la Terra, la donna cercò di richiudere il vaso ma ormai sul fondo era rimasta solo la speranza che riuscì a trattenere e che da quel giorno poté sostenere gli uomini, anche nei momenti di grande sconforto. Zeus, ancora non appagato, ordinò, sempre a Efesto che era colpevole di non aver custodito saggiamente il fuoco, di incatenare Prometeo, nudo, su un’alta rupe con catene indistruttibili. L’eroe fu abbandonato su quella sporgenza della Scizia a soffrire la fame, la sete e il freddo, ma, non solo, ogni giorno una mostruosa aquila, figlia di Echidna e di Tifone, con gli artigli gli lacerava il ventre e gli divorava il fegato. Di notte il fegato ricresceva e le ferite si risanavano così il giorno dopo Prometeo poteva subire di nuovo il supplizio. Questo martirio durò per moltissimi secoli finché un giorno intervenne un altro eroe della mitologia greca, Eracle il quale vedendo l’aquila svolazzare in cielo si accorse dello strazio cui era sottoposto Prometeo, uccise l’animale e spezzò le catene, a quel punto Zeus annunciò che lo rendeva libero. Anche di questa parte della leggenda vi sono versioni diverse ma, sostanzialmente le punizioni rimangono quelle appena descritte, più che altro, quelle che cambiano sono alcune sfumature marginali e l’ordine temporale. La leggenda termina con Prometeo trasformato in roccia per sua volontà, per rimanere a perenne ricordo del dono fatto all’umanità o in versione alternativa, rimase semplicemente libero e immortale. Al di fuori del mito, l’eroe benefattore dell’umanità, beneficiò di un culto molto diffuso ad Atene, gli venivano dedicate feste pubbliche, che erano chiamate “Prometheia”, durante le quali le persone correvano con delle fiaccole accese in mano per celebrare il fuoco, quel grande dono che era stato fatto all’umanità.

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