Popoli e Civiltà Precolombiane (Terza parte).

by / sabato, 01 dicembre 2018 / Published in Il blog, Popoli e Civiltà

I Taino, i Ciboney, i Pipil, i Tepanechi, i Muisca.

Le descrizioni di queste civiltà non sono in ordine cronologico, tranne che per quanto riguarda quella Olmeca che, secondo gli studiosi, fu quella che per prima si sviluppò in Mesoamerica.

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  1. Taino.

Quando gli europei giunsero nel nuovo continente la prima civiltà con cui ebbero contatto fu quella dei Taino, erano loro che erano insediati a Kiskeya, a Cubanacan, e a Boriken, nell’ordine nelle attuali Haiti e Repubblica Dominicana, Cuba, Puerto Rico. Questa popolazione fu la prima a popolare i Caraibi, presumibilmente giungendo dal Sud America s’insediarono nelle isole dalla costa venezuelana dei Caraibi. Alcuni studiosi studiando la loro mitologia e le loro credenze religiose hanno supposto che questa popolazione era imparentata con i Maya, dello Yucatan, del Guatemala e di altre regioni adiacenti. Sembra che in comune avessero anche la convinzione della creazione: Yocahú, il grande padre e Guabancex, la grande madre serpente, dalla loro unione ebbe origine il ciclo solare. La loro struttura politica prevedeva tre classi sociali: i lavoratori della terra, i “Naborias“; nobili e notabili, i “Nitainos“; i sacerdoti, i “Bohiques Chamanes“. Oltre le tre classi sociali ogni tribù aveva un capo, il “Cacique” e sembra che ci fosse anche un’altra figura, una sorta di capo dei capi tribù a cui, questi ultimi, portavano doni e tributi. I Taino abitavano in villaggi posti nelle radure all’interno delle foreste, costruivano due tipologie diverse di abitazioni, una di forma circolare nella quale viveva uno o più nuclei familiari, un’altra di forma rettangolare, più grande della precedente, era adibita a ospitare il capo tribù e la sua famiglia. Queste abitazioni erano in realtà delle capanne edificate con legname e foglie di palma, una curiosità, i Taino inventarono l’amaca sulla quale dormivano. Usavano pochi vestiti gli uomini indossavano delle pelli per coprire le parti intime, mentre le donne, una sorta di gonnellino di paglia, le giovani se ne stavano tranquillamente nude, così come i bambini e i giovani maschi. Erano molto superstiziosi e per allontanare gli spiriti maligni usavano tatuarsi e si dipingevano il corpo di nero, di bianco, di rosso e di giallo, infine decoravano le proprie orecchie e le labbra con piccoli oggetti di oro, argento, pietre varie, conchiglie e ossa. Erano abili artigiani, modellavano vasi di ceramica, intagliavano il legno, costruivano ceste, sapevano fare delle ottime reti da pesca e per loro sfortuna apprezzavano e lavoravano oggetti in oro. Questa popolazione credeva in due principali divinità che rappresentavano una il bene e l’altra il male, pensavano il creato fosse suddiviso in quattro parti distinte, il sole era una divinità così come il suo gemello, che era il Dio del fuoco e creatore delle montagne, erano entrambi figli del Dio del bene. Poi c’erano la morte e il suo gemello che controllava gli uragani e le trombe d’acqua, mentre il capo villaggio e lo sciamano rappresentavano il dualismo di due poteri soprannaturali: il giorno e la notte. Questa popolazione sentiva molto il rapporto tra gli spiriti e gli uomini, gli animali, le piante, gli esseri inanimati, ciò dava grandi poteri allo sciamano, poiché era considerato l’unico essere vivente che sapeva dominare gli spiriti. A questo scopo costruivano dei talismani o piccoli idoli di cotone, pietra, osso e conchiglie, nei quali risiedevano gli spiriti che regolavano le attività umane e quindi avevano poteri sugli uomini e sulle donne del villaggio. Avevano un repertorio di danze sacre, le quali erano accompagnate dal suono dei tamburi e di altri strumenti musicali, durante i riti usavano il tabacco e una sostanza allucinogena che permettevano, al capo tribù, un contatto con gli spiriti. Il ballo era anche praticato per puro divertimento, così come la musica e il gioco della palla, per il quale usavano una sorta di pallone fatto di gomma e resine che, quindi poteva rimbalzare fatto sconosciuto agli occhi degli europei. I capi tribù e i nobili, al contrario degli appartenenti alla classe sociale più bassa, potevano avere più mogli e di conseguenza vari figli concepiti con donne diverse. L’attivata economica principale di questa popolazione era l’agricoltura, coltivavano i campi e utilizzavano sistemi d’irrigazione, i prodotti che ricavavano erano: manioca, patata, mais, peperoncino, ananas, cotone, arachidi e tabacco. Erano anche cacciatori e le loro principali prede erano: piccoli roditori, lamantini, iguane, uccelli e serpenti. I Taino erano anche abili pescatori utilizzavano diversi strumenti per procurarsi i pesci, ami, reti e veleno. Infine, facevano seccare e tostare al sole la manioca ottenendo così un qualcosa di simile al pane e facevano fermentare la stessa manioca per ottenere una bevanda alquanto alcolica. I Taini parlavano una lingua detta arawak delle isole, che aveva molti tratti in comune con l’arawak usata nel continente sudamericano. Quando gli Spagnoli giunsero su queste isole i capi tribù, di questa popolazione, considerarono i nuovi arrivati quasi come Dei discesi dal cielo e li accolsero pacificamente, ben presto, però si resero conto quali fossero le vere intenzioni degli Europei. Dopo aver subito abusi di vario tipo, i capi tribù organizzarono i loro uomini e combatterono contro gli Spagnoli, non volevano certo essere schiavizzati, ma i nuovi arrivati avevano armi che i Taino non avevano mai visto e alla fine dovettero soccombere sotto il fuoco dei cannoni e degli archibugi. Gli storici pensano che la scomparsa di questo popolo sia dovuta due fattori, imputabili entrambi ai conquistadores, la loro frenetica caccia all’oro portò alla distruzione di moltissimi villaggi e all’uccisione dei loro abitanti, spesso le donne e le bambine venivano schiavizzate mentre i bambini e gli uomini venivano barbaramente uccisi, però gli europei erano portatori di civiltà e di pace. Portarono talmente tanta pace che una cinquantina di anni dopo la colonizzazione delle isole, i Taino erano quasi completamente estinti. Gli spagnoli portarono via dalle isole tutte le riserve d’oro compreso quello che era indosso ai capi tribù, ai nobili e ai notabili. L’altro fattore che ha contribuito alla sparizione di questa civiltà fu l’arrivo in quei luoghi, insieme agli europei, di malattie sconosciute a questa popolazione e che per questo non aveva difese immunitarie. Alcuni raccontano anche di suicidi di massa messi in atto dal popolo Taino, fatto sta che, anche se oggi alcuni si dichiarano discendenti di questa civiltà, a noi rimangono solo le cronache dell’epoca, più o meno veritiere e i reperti degli scavi archeologici che sono stati compiuti, i quali hanno, comunque, fornito tante e importanti informazioni. Scrive Bartolomeo de Las Casas, primo vescovo di quei territori e forse l’unico difensore dei nativi americani, nel suo libro Historia General de las Indias che nel 1508 rimanevano circa sessantamila Taino nell’isola di Hispaniola, nel 1531 lo sfruttamento, le malattie e i massacri avevano ridotto questo numero a seicento.

    8.  Ciboney.

Quando Cristoforo Colombo sbarcò nel continente americano, esistevano una trentina di villaggi Ciboney e ognuno aveva un capo, parlavano l’Achagua, un dialetto della famiglia linguistica chiamata Arawak e vivevano principalmente di pesca e raccoglievano ciò che la natura gli offriva. Erano stanziati nelle Antille, alcuni gruppi cominciarono a lavorare la ceramica e a praticare l’agricoltura, seppellivano i defunti nei cosiddetti caneyes funerari, i quali erano formati da più strati. I loro strumenti di lavoro erano ricavati dalle conchiglie e usavano dei coltelli ricavati dalla silice, delle tazze di legno e bastoni, ricavano i colori dalla frantumazione di pietre, un popolo, all’arrivo degli europei, molto primitivo, anche se di loro si sa molto poco. Sembra che a un certo punto convivessero con i Taino e che avessero poche credenze religiose. Alcuni siti archeologici molto interessanti sono stati scoperti sulla costa sud di La Habana, nelle province centrali, di quella orientale di Camagüey e nel golfo di Guacanayabo, in zone della costa nord. Oggi sono presenti alcune famiglie che vivono in Florida, a Cuba, alle Bahamas, ad Haiti, in Giamaica e nelle piccole Antille.

    9.  Pipil.

Anche di questa cultura non si sa molto, nell’VIII secolo iniziarono delle migrazioni che si terminarono nel XIV secolo, in questi seicento anni circa la cultura Pipil stabilì importanti insediamenti nelle zone degli attuali El Salvador e Honduras. All’arrivo dei conquistadores spagnoli la civiltà Pipil fu più volte attaccata, ma questa popolazione combatte strenuamente contro questi invasori riuscendo a sconfiggerli nel 1524, per poi, però, soccombere l’anno dopo.

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    10. Tepanechi.

Si tratta di una popolazione guerriera che si stanziò nel Messico centrale, discendevano dai Cicimechi, il loro momento di maggior prestigio fu tra XIII secolo e il XV secolo. Migrando verso nord i Tepanechi si stabilirono a ovest del Lago Texcoco, qui fondando la loro capitale, Azcapotzalco. Fondarono un importante regno e furono nemici degli Aztechi, alleandosi con alcune popolazioni, tra le quali quelle Tolteche e quelle Cicimeche, impedirono agli Aztechi la conquista di Chapultepec. Nel 1319 capeggiando e costituendo un’alleanza con le città di Culhuacan, Azcapotzalco, Xochimilco, Coyoacan e Xaltocan i Tepanechi riuscirono a sconfiggere gli Aztechi, cacciarli dalla collina di Chapultepec, pretesero e ottenendo tributi dai cittadini di Tenochtitlan, la capitale Azteca. In seguito i Tepanechi fecero alleanze diverse ingrandirono il loro regno e cacciarono via da Texcoco i loro primi alleati, i Toltechi e i Cicimechi, nel 1371 Tezozomoc, un potente re tepaneco, salì sul trono, questi consolidò il regno, rafforzò la sottomissione tributaria di Tenochtitlan, condusse varie battaglie e vinse una guerra, che durò dieci anni, contro una confederazione di Chalco e Amecameca, che erano dei popoli locali. Quando però il re tepaneco morì, tutte le alleanze cessarono, il figlio non seppe portare avanti le conquiste e i trionfi del padre, il quale dovette affrontare varie battaglie finché fu definitivamente sconfitto, la capitale Azcapotzalco completamente rasa al suolo, in questo modo l’impero tepaneco finì e iniziò il dominio della civiltà azteca. I Tepanechi parlavano la lingua nahuatl e le loro più importanti città, oltre la capitale Azcapotzalco, furono: Tlacopan, Coyoacan e Tlalnepantla.

   11. Muisca.

In realtà la civiltà Muisca comprendeva due confederazioni: l’Hunza, il cui governatore era lo Zaque, era stanziata nella zona corrispondente all’attuale Cundinamarca; la Bacatá, che come governante aveva lo Zipa, abitava l’area dell’odierna Boyacá, tutte e due i territori si trovavano nell’area centrale della cordigliera orientale della Colombia. Anche in questo caso la storia di questa civiltà è conosciuta, anche se con alcuni dubbi, grazie al lavoro dei cronisti dell’epoca coloniale e allo studio capillare degli archeologi portato avanti nei siti Muisca. È, però doverosa una premessa, gli archeologici, negli scavi approntati negli altopiani di Cundinamarca e Boyacá, hanno rilevato tracce di attività umana fin dal periodo arcaico, ciò non deve sorprendere, va ricordato che il sito colombiano di El Abra che risale a circa tredicimila anni fa è uno dei più antichi di tutto in continente americano. A Tibitó sono stati ritrovati oggetti risalenti al 9740 a.C., e sono stati rinvenuti resti di scheletri umani databili al 5000 a.C., ma torniamo alla civiltà Muisca. Gli storici e gli archeologi hanno stabilito che questa civiltà migrò dall’altopiano Cundiboyacense nel periodo compreso tra il 5500 a.C. e il 1000 a.C., mentre si trovava in uno stadio di passaggio da popolo nomade a stanziale, una società che si stava trasformando da cacciatrice e raccoglitrice ad agricola. Vi è la possibilità che i Musica integrarono gli abitanti più antichi della zona, questo considerando che la loro lingua, il chibcha, era molto simile a quella parlata dalle genti della Sierra Nevada de Santa Marta. La base dell’economia di questa civiltà era l’agricoltura, questa popolazione coltivava mais, patate, pomodori, fagioli e frutta varia, tra cui avocado e guayava, ma per loro sfortuna la loro zona era ricca di smeraldi che loro scavavano e che in seguito fecero gola agli Spagnoli. Dal sottosuolo estraevano anche rame, carbone, sale, una risorsa preziosa per l’economia Muisca, che fece scoppiare delle guerre con le popolazioni circostanti il loro impero. L’oro, invece, era importato e in grande quantità, sembra che proprio questi manufatti di oro e le tradizionali offerte che lo Zipa faceva alla dea Guatavita, con questo metallo prezioso, fece nascere, o perlomeno contribuì alla diffusione, la famosa leggenda di El Dorado. I Muisca non avevano il concetto di proprietà privata, ogni famiglia aveva il suo pezzo di terra, ma era soltanto un bene temporaneo, svilupparono un completo e funzionale sistema d’irrigazione, mentre la transazione delle merci era basata sul baratto, in queste località avvenivano scambi di ogni tipo sia di generi necessari alla sopravvivenza sia quelli di lusso. I Muisca erano politeisti e adoravano vari Dei che raffiguravano le forze naturali: il Dio Sole, sicuramente una tra le principali divinità. Questa civiltà non aveva un calendario preciso, nonostante ciò, i Muisca sapevano quando esattamente avveniva il solstizio d’estate, questo giorno era dedicato al Dio Sole e il suo tempio si trovava a Sogamoso, la città sacra a questa divinità, ed era il luogo in cui risiedevano i sacerdoti. Lo Zaque giungeva in quel giorno alla città sacra, dove si facevano offerte e questo era l’unico momento in tutti potevano vedere il volto dello Zaque, che era considerato un discendente diretto del Dio Sole. La Luna era considerata la madre di tutta l’umanità, il suo tempio era in quella che oggi è la città di Chia, lo Zipa, era considerato suo figlio. Altri Dei principali erano: il Dio Arcobaleno e Il Dio della Civilizzazione. Una delle leggende Muisca narra che una donna venne fuori dal Lago Iguaque con un bambino e si sedette sulla riva del lago aspettando che il suo figlio crescesse, quando il bimbo divenne adulto, si sposarono, da quel matrimonio nacquero tanti figli che furono i capostipiti di questa civiltà. Il mito prosegue con gli insegnamenti che la madre diede a questi i suoi figli, cioè alla gente Muisca, lei istruì loro a cacciare, a coltivare la terra, a rispettare le leggi e ad adorare gli dei, quando quei bambini crebbero la madre e suo figlio, che poi era anche il marito, tornarono in fondo al lago. Una cerimonia religiosa Muisca era molto particolare, si compieva nel lago sacro alla Dea Guatavita da cui prese il nome: un capo villaggio era cosparso di polvere d’oro e si tuffava nelle acque, inoltre gettava nel lago vari oggetti e monili d’oro, lo scopo era di entrare nelle grazie delle divinità e fertilizzare la terra. Non è difficile immaginare che cosa avvenne quando gli europei seppero di questa cerimonia. I sacerdoti Muisca erano educati, dall’infanzia, nelle cerimonie religiose principali e a nessuno era permesso di entrare nei templi tranne che a loro. Ovviamente i sacerdoti si occupavano tutte le attività religiose, ma non disdegnavano di esercitare una certa influenza sulla popolazione attraverso consigli riguardanti la guerra, la caccia o l’agricoltura. L’architettura abitativa dei Muisca non si sviluppò molto, le loro case le costruivano con l’argilla, le canne e il legno, avevano piccole porte e finestre, si sedevano per terra e la loro mobilia era essenziale, le case delle persone di elevato rango erano diverse da quelle del popolo e presentavano qualche “Lusso” in più. I Muisca erano abili artigiani, la loro produzione di vasi di ceramica e di tessuti era pregevole, erano superbi orafi, gli archeologi hanno ritrovato nelle loro tombe elmi, spille ornamentali, maschere, brocche, teste di scettri, piastre, pettorali, armi e semplici utensili realizzati in oro, anche se, in realtà si trattava di una lega di oro e rame. In molte opere rappresentavano la figura umana con uno stile geometrico e lineare, ma riuscivano a descrivere tutti i membri della società come, sacerdoti, guerrieri e commercianti. Per la cultura di questa civiltà erano molto importanti gli sport e i tornei di lotta e la loro organizzazione sociale era piuttosto semplice, le due massime autorità erano lo Zipa e lo Zaque sotto di loro c’erano i capi clan, capi tribù e tutta la popolazione seguiva regole morali e leggi molto severe, erano puniti il furto, l’omicidio e l’adulterio. All’arrivo gli Spagnoli trovarono una grande rivalità tra Zaque e Zipa che fece gioco agli invasori che riuscirono a conquistare gran parte del territorio Muisca in breve tempo e nel 1542 caddero anche le ultime resistenze, anche se, si riunirono migliaia d’indigeni dando vita a un violentissimo scontro. Quando si diffuse la conoscenza della cerimonia rituale dei Muisca, gli Spagnoli setacciarono per diversi mesi il lago Guatavita, ovviamente non trovarono la mitica El Dorado, ma ricavarono, comunque, una certa quantità d’oro. La sottomissione degli indigeni portò la loro distruzione, si deve però ricordare che a tutt’oggi i Muisca sopravvivono, anche se in un numero molto limitato, queste piccole comunità portano avanti le loro tradizioni culturali e la loro lingua.

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