Popoli e Civiltà Precolombiane (Settima parte).

by / sabato, 26 gennaio 2019 / Published in Il blog, Popoli e Civiltà

.

Gli Inca.

.

.

.

Gli Inca, una popolazione che diede vita a una delle maggiori civiltà precolombiane, un impero che si sviluppò nell’altopiano andino tra il XIII e XVI secolo. Durante questo periodo assimilarono in maniera pacifica e conquistarono militarmente una gran parte del Sud America occidentale. Alcuni studiosi sono convinti che la seconda più antica civiltà dopo i Sumeri fosse quella che si è sviluppata in Sud America, circa 4.600 anni fa. Il termine Inca pur essendo usato come sostantivo, a volte è riferito alla loro cultura o come aggettivo, in definitiva la popolazione è definita “Inca”, sia al singolare sia al plurale, così come lo è l’architettura, la religione, ecc. Come tutte le civiltà del Centro e del Sud America, questa civiltà terminò di esistere quando iniziò il dominio spagnolo, o più genericamente quello europeo. Nella fattispecie l’ultimo Sapa Inca, ossia l’imperatore Atahualpa, fu fatto uccidere, nel 1533 da Francisco Pizarro, sicuramente uno tra più accaniti cercatori di tesori e uno tra i più sanguinari conquistadores. La prima domanda che spontaneamente sorge è: da dove provenivano gli Inca? Da sempre gli studiosi si sono chiesti se gli Inca erano una stirpe locale, o se giunsero nelle zone andine a seguito di una migrazione da paesi più o meno lontani. Molti studi sono stati compiuti riguardanti la morfologia, l’archeologia e la linguistica di questo popolo. Mancano prove certe, che potrebbero scaturire dall’esame del DNA sui resti di un imperatore o di qualche suo familiare, quindi, per ora, risultati non certi, anche se si tende a pensare che la civiltà Inca iniziò a emergere nell’anno 1.000 d.C. circa, dall’evolversi di quattro civiltà precedenti: Chiripa, Chavin, Wari e Tiahuanaco. C’è chi pensa che questa civiltà nacque da una famiglia che in origine regnava su un piccolo dominio di montagna nell’attuale Perù.

Altri studi sono stati fatti confrontando dei miti delle origini che sono stati riportati dai soliti conquistadores spagnoli. Tutto questo, però, non impedisce la conoscenza su questa civiltà, perlomeno da quando divenne fiorente a quando fu cancellata. La storia ci riporta fatti ben precisi, l’impero Inca cominciò a svilupparsi nel XII secolo sulle Ande e nel XVI secolo, si era esteso in tutto il Perù, la Bolivia, l’Ecuador e parti della Colombia, Cile e Argentina, in moderni scavi archeologi effettuati in Brasile, nella regione di Manaus, sembra che vi siano prove che ampliano ancor di più l’impero di questa civiltà. Nelle zone interne questa popolazione viveva essenzialmente d’agricoltura e allevamento del bestiame, mentre gli abitanti delle zone costiere si nutrivano principalmente di pesce. Una civiltà che intorno al 1200 cominciò a spostarsi verso la regione di Cuzco dove per circa trecento anni depredarono le popolazioni locali, imponendo loro dei tributi. Il Cile era abitato da alcune diverse e antiche civiltà, sicuramente precedenti agli Inca, ma alla fine furono sottomesse a questa popolazione. Gli Aymara delle zone desertiche del nord, che coltivavano mais e pascolavano greggi di lama e alpaca, i Diaguita stanziati nell’entroterra montuoso, gli Araucani del centro sud e con loro tanti altri gruppi di agricoltori, di cacciatori e di pescatori furono assoggettati dagli Inca. Gli Inca avanzavano in un territorio già occupato, quindi in definitiva furono conquistatori e colonizzatori, ma con metodi molto originali e interessanti. Questa civiltà, spesso, rielaborò gli usi e i costumi delle popolazioni assoggettate, e fece propri gli aspetti ritenuti utili e positivi dei dominati. L’impero Inca, nel momento di massimo splendore, era sicuramente quello più vasto di tutto il continente americano, gli studiosi hanno calcolato che il territorio controllato da questa civiltà si estendeva per circa tremila chilometri di lunghezza per seicentocinquanta chilometri di larghezza o, se preferite, per circa due milioni di chilometri quadrati.

Un impero che contava una popolazione di circa sedici milioni di abitanti, oltretutto sembra che nessuno di loro conoscesse né fame né povertà, in definitiva un impero che garantiva ai suoi abitanti un certo tipo di benessere e prosperità, ovviamente con le dovute eccezioni. Il nome originale dell’impero Inca era Tawantinsuyu, ossia “Quattro Nazioni Unite” ed era appunto suddiviso in quattro macro province, Antisuyu, Qollasuyu, Chinchasuyu, e Kuntisuyu la capitale era Qosqo, vale a dire “Ombelico” considerato il centro del mondo incaico, questa città è meglio conosciuta con il nome di Cuzco. L’impero incaico era costituito da molte tribù diverse, tanto per essere precisi: Masca, Chillque, Papre, Tambo, Mayo, Sanco, Limatambo, Quilliscache, Quechua, Quegar, Huaro, Cavina e Poque. La lingua ufficiale dell’impero era quella Quechua, ma parlavano anche: Aymara, Puquina e svariati dialetti locali, i confini erano, a nord il fiume Ancasmayo, oggi fa parte della Colombia; a Est la foresta amazzonica; a sud il Rio Maule, oggi attraversa il Cile; infine a ovest l’oceano Pacifico. Tutto l’impero era attraversato da due strade principali, e lungo di esse, a intervalli regolari, erano distribuite le capitali di provincia e i centri amministrativi. Il tutto era governato da un imperatore per diritto divino ed era dotato di grande forza personale. Ovviamente parliamo di un Inca che era considerato, dall’intera popolazione, dispensatore di energia cosmica ed emanatore di ordine, prosperità e giustizia. La società Inca era suddivisa in classi sociali una sorta di piramide al cui apice vi era l’Inca supremo, il Sapa Inca, come detto il garante del legame con le forze cosmiche che permettevano la continuità dell’impero stesso. La figura più importante era quindi l’imperatore accompagnato dalla regina, la Coya, appena s’insediava un nuovo re gli veniva costruita una nuova residenza reale, mentre quella vecchia restava a disposizione del vecchio regnante e della sua famiglia. Subito sotto il Sapa Inca e la Coya, detentori del potere supremo e assoluto, venivano il sommo sacerdote, considerato l’interprete del volere delle divinità, e il comandante capo dell’esercito, di elevato rango erano i quattro Apo, ossia i governatori delle quattro provincie, va evidenziato che tutte queste figure erano discendenti dei precedenti Sapa Inca. Tutte le alte cariche amministrative, come quelle dei giudici, dei generali e degli alti funzionari, erano riservate ai membri della famiglia degli Inca, che, di fatto, erano dei privilegiati, sotto di loro c’erano gli amministratori locali. Al disotto di queste classi privilegiate c’erano i funzionari amministrativi subalterni e gli artigiani, i falegnami, i fabbri, i tagliapietre; poi seguivano le semplici famiglie di contadini, che ovviamente rappresentavano la maggior parte della popolazione, questi vivevano nei villaggi dove coltivavano la terra e allevavano il bestiame. In definitiva si può affermare che la società incaica era organizzata in modo ordinato e preciso tutti, ma proprio tutti, dal Sapa Inca al contadino, sapevano quale fosse il proprio ruolo nella società, avevano ben presente quale fosse la loro funzione sociale e quali fossero le mansioni che dovevano rispettare e svolgere. Una curiosità, che poi è anche uno dei motivi per cui questo impero si è espanso in tempi brevi: i possedimenti del Sapa Inca dopo, la sua morte, rimanevano ai famigliari, poiché il re successivo poteva diventare ricco e potente solo se possedeva dei terreni, ogni nuovo regnante doveva conquistare altri popoli, la logica conseguenza e che a ogni nuovo imperatore l’impero si estendeva. Riassumendo l’impero Tahuantinsuyu era una sorta di federalismo formato dal governo centrale, il Sapa Inca, e le quattro province gestite da un governatore che a sua volta controllava gli ufficiali locali, i quali dirigevano le zone agricole, le città e le miniere. Il potere militare era gestito separatamente da quello religioso, quasi a bilanciare i poteri stessi. Cerchiamo di analizzare in maniera semplice questa piramide di autorità, il Sapa Inca possedeva il potere assoluto, i sudditi si rivolgevano a lui chiamandolo anche figlio del sole o protettore dei poveri, pensavano che origini fossero divine. I suoi abiti erano tessuti con le lane più fini e cambiati quotidianamente, a lui era riservato vasellame d’oro, era servito da un numero elevato di cuochi e concubine, i suoi spostamenti avvenivano su preziose lettighe, le sue armi erano un’alabarda d’oro e uno scudo con le sue insegne personali. Tali insegne erano formate da tre oggetti considerati imperiali e solo il sovrano poteva mostrare: il “Mascapaicha“, una sorta di fascia che gli copriva la fronte; il “llautu” che sormontata la fascia ed era formata da una frangia di cordoncini rossi, circondati d’oro, che gli pendevano sulla fronte; infine la sua testa era ornato da tre piume nere strappate all’uccello sacro, Curiquingue. Un’altra curiosità il sovrano per mantenere purissima la sua stirpe soleva sposare la propria sorella. Una funzione fondamentale, nell’impero incaico era fornita dai sacerdoti che erano governati dal sommo sacerdote, chiamato Villac Umu, ma non tutti i sacerdoti avevano gli stessi privilegi e di conseguenza non godevano dello stesso prestigio. A loro giungevano i proventi delle terre attribuite agli Dei che erano sufficienti a far vivere in agiatezza l’intera classe, tali terre erano coltivate da alcune comunità. Oltre ai sacerdoti vi erano altri, per così dire, celebranti minori, tra i quali vi erano gli incaricati ai sacrifici e gli indovini. Questi ultimi erano divisi in due gruppi, quelli che il futuro lo leggevano nelle viscere dei sacrificati e quelli che interpretavano l’avvenire nei segni naturali. Infine, all’ultimo posto dei ministri del culto vi erano i “Maghi” quelli che praticavano una magia naturale, pratica molto ricercata dal popolo e di conseguenza molto diffusa. Gli Inca, come più volte è stato detto, erano i previlegiati e formavano una vera e propria casta all’interno dell’impero e godevano di prerogative uniche ed esclusive, per prima cosa appartenevano alla Panaca, in altre parole alle famiglie che ogni sovrano creava, come abbiamo visto prima, quindi l’appartenenza a questa sorta di élite, era legata alla consanguineità e nessuno poteva accedervi se non per diritto di nascita. A dire il vero ciò non è del tutto esatto, esistevano quelli che possiamo definire “Inca per privilegio”, si trattava di pochi, pochissimi individui che si erano distinti per meriti militari veramente eccezionali e per ciò entravano a far parte di questa casta. È da chiarire che il diritto di nascita era essenziale ma non dava l’appartenenza automatica a questa casta, i giovani che aspiravano a tale posizione sociale dovevano studiare lungamente e duramente varie discipline, per altro dovevano anche sottoporsi a difficili prove, alcune delle quali erano cruente. I giovani che riuscivano a superare tutte le prove e il duro tirocinio ricevevano il beneplacito del sovrano. Infine a completare questa élite vi erano i dieci Ayllos, in altre parole una particolare guardia del corpo del sovrano con compiti di salvaguardia della sicurezza del regno. I loro compiti erano molteplici, erano impegnati nelle guerre, provvedevano alla conduzione dello stato, dovevano amministrare la giustizia, ed era loro compito pianificare sia i lavori architettonici sia quelli agricoli. Vi era anche una sorta nobiltà locale, poiché normalmente gli Inca tendevano a conservare le gerarchie delle popolazioni conquistate, in altre parole ai capi dei territori annessi, definiti “Curaca“, erano lasciate tutte le prerogative di cui godevano prima della conquista, beninteso se accettavano una totale e inappellabile sottomissione alle istituzioni incaiche. I capi delle regioni più importanti avevano un trattamento degno del loro rango, se agivano in maniera corretta, ricevevano onori e privilegi, a volte era permesso loro di sposare una nobile del Cuzco o, anche se raramente, una principessa, in questo caso si avevano dei legami parentali che univano gli Inca e i Curaca con un vincolo di sangue. È ovvio che alla base di tutto vi era il popolo, raggruppato in famiglie, l’ayllo un termine che indica una famiglia estesa a tutti i discendenti di un avo considerato capostipite i quali avevano un diritto collettivo sulle terre assegnate. Anche se all’interno dell’ayllo le singole persone andavano a formare delle famiglie tradizionali, esse conservavano il legame comune e i compiti erano comunque ripartiti fra tutti anche in caso d’impedimento dei singoli membri. La maggior parte della popolazione era, quindi, dedita all’agricoltura dei campi dell’ayllo, di quelli dei nobili, ossia gli Inca e di quelli dedicati al culto. I compiti non finivano qua, infatti, ve ne erano altri imposti come la manutenzione delle strade del loro territorio, dei ponti e fornire, in caso di guerra, soldati e staffette. A volte gli abitanti di vari villaggi e cittadine erano chiamati a lavori grandiosi come la costruzione di fortezze, la realizzazione di mastodontici terrazzamenti o opere d’irrigazione. Le donne avevano il dovere di cucire gli abiti per i nobili, la lana era fornita loro dal potere centrale, in cambio ottenevano la possibilità di usare parte dei filati per loro stesse e per i propri congiunti. Vi era poi una categoria di persone gli “Yanacuna” i quali inizialmente erano dei servi quasi schiavi, ma non avevano nessun onere dei comuni sudditi, dovevano obbedire ai loro signori. Questa classe, col trascorrere del tempo, acquisì un notevole rilievo, tanto che a ricoprire importanti compiti sino ad arrivare, in casi molto particolari alla carica di Curaca, principalmente si occupava della casa dei nobili e del monarca ma alcuni ebbero incarichi amministrativi, carattere generale e culturale. Andiamo ora ad analizzare, anche se in maniera semplice, quale fosse il ruolo della donna, che non poteva esaurirsi con cucire abiti. Il dato di fatto principale è che il ruolo delle donne, tranne che in qualche caso eccezionale, era subordinato a quello a degli uomini, va però evidenziato che vi erano donne guerriere, alcune segnalate come eroine, e soprattutto partecipavano attivamente all’esercizio del potere sacerdotale. Del resto accanto al Sapa Inca sedeva la Coya, il matrimonio tra i due era ufficializzato durante l’incoronazione del sovrano ed era imprescindibile senza il matrimonio non poteva essere designato il monarca. Una sorta di parte e controparte, non potevano esistere il Cielo senza la Terra, il Sole senza la Luna, il re senza la regina. Le funzioni della regina erano varie e viveva con gli stessi diritti del consorte ma subordinati allo stesso. Aveva un seguito di molte fanciulle nobili e come il marito si spostava soltanto in lettiga, riceveva l’omaggio di tutti i suoi sudditi, anche dei più nobili e presenziava alle funzioni religiose. Oltre a ciò aveva anche compiti di natura politica, durante le assenze del sovrano, spesso impegnato in guerre, partecipava spesso alla conduzione del potere politico esercitando una funzione di controllo. Le nobili avevano le stesse prerogative ma nell’ambito della propria famiglia, non dobbiamo, altresì, dimenticare che tra le nobili il sovrano poteva scegliere delle mogli, per così dire secondarie, a questo punto le prescelte godevano di privilegi simili a quelli della Coya. E le figlie del monarca? Le principesse reali, le Nusta, prendevano come marito i personaggi più importanti dell’impero, spesso, però una era scelta per diventare regina al fianco del fratello designato alla successione del trono. Come si è detto gli Inca rispettavano le tradizioni delle popolazioni conquistate, sempre se si assoggettavano, quindi esistevano donne Curaca. E le donne del popolo? Nelle famiglie popolari era vietato il matrimonio tra fratelli, e per il popolo il legame tra coniugi era assolutamente monogamo, la moglie aiutare il marito nella coltivazione dei campi, a custodire gli animali, a tessere abiti ed era dedita a crescere i figli che spesso erano molto numerosi. Alcune donne del popolo, però, erano messe in una sorta di confraternita, denominata delle “Vergini del Sole”. Esistevano dei veri e propri monasteri in cui trovavano spazio, le Vergini del Sole, queste formavano un piccolo gruppo che si occupava esclusivamente del servizio dei templi e del culto delle divinità, erano consacrate agli Dei per tutta la vita e dovevano rimanere vergini, pena la morte. Insieme a loro vi era un altro gruppo di donne, selezionate per la bellezza, le quali erano educate per diventare le concubine del sovrano o per essere concesse ai nobili e ai Curaca ritenuti i più meritevoli. Sempre all’interno di questi monasteri vi erano altre donne che si occupavano di servire le prescelte, di tessere abiti per il sovrano e per la sua corte, inoltre erano abili a preparare una bevanda fermentata quindi alcolica, a base di mais, la Chicha, che era offerta alle divinità. Queste, però, a differenza delle altre, rimanevano nel monastero per alcuni anni, trascorsi i quali, potevano far ritorno, con gloria e onori al loro luogo di origine e sposarsi, anche le nobili frequentavano questi luoghi ma solo per ricevere un’educazione adeguata, dovevano osservare le regole, anche se erano esentate da quei lavori ritenuti umilianti. Ogni villaggio era governato da un capo e un consiglio di anziani, i bambini non frequentavano le scuole, le quali erano riservate soltanto ai figli dei nobili. I fanciulli nei villaggi apprendevano unicamente dai genitori quello che gli sarebbe servito nella vita. Abbiamo detto che nei villaggi erano scelte alcune fanciulle per gli scopi appena visti, mentre i giovani erano fin dal periodo dell’adolescenza chiamati sotto le armi terminata questa sorta di ferma, potevano scegliere, se meritevoli, di continuare la carriera militare. È da evidenziare che nessuna giovane e nessun giovane, potevano sottrarsi da queste “Scelte”. I figli dei nobili frequentando le scuole, apprendevano: il quechua, la lingua incaica; il diritto; la religione; l’arte della guerra; a registrare e leggere le informazioni servendosi del quipu. Il quipu è un insieme di cordicelle annodate, distanziate in modo sistematico tra loro e legate a una corda più grossa e corta che le sorregge. La domanda è: qual era il suo uso? Servivano per i calcoli matematici, i nodi delle corde erano di diversi colori e rappresentavano numeri, dalla loro reciproca posizione se ne potevano ricavare le unità, le decine, le centinaia e le migliaia. Alcuni studiosi credono che fossero utilizzati per calcoli astronomici, fondamentali per la cultura inca, per formule magiche ma anche per descrivere sommariamente avvenimenti storici ed economici.

Come abbiamo detto gli Inca erano conquistatori, era quindi ovvio e inevitabile che le attività militari rappresentassero l’occupazione più importante dei componenti della classe nobile, all’inizio dell’espansione combattevano direttamente, mentre dopo la nascita dell’impero si limitavano dirigere le armate che erano fornite dalle popolazioni che man mano furono assoggettate. In occasioni particolari, però, erano pronti a brandire armi e schierarsi direttamente contro il nemico. Ma com’era composto l’esercito? Era diviso per etnie, ogni divisione era comandata dai propri capi ma coordinata da una sorta di stato maggiore formato dai nobili e quando la necessità lo imponeva il comando era direttamente nelle mani del sovrano. Poiché ogni etnia conservava i propri colori e i propri emblemi, sul campo di battaglia era facile vedere una certa varietà di tinte dando l’idea di un’immagine da una parte pittoresca, ma dall’altra impressionante e molteplice che, in qualche modo, incuteva terrore nell’avversario. La disciplina era ferrea e poiché lo scopo degli Inca era assoggettare le popolazioni, era assolutamente vietato qualsiasi sopruso che puntualmente era punito con la pena di morte. Gli Inca studiavano e curavano in maniera quasi maniacale i problemi della sussistenza, per tutto l’impero erano dislocati depositi di armi e viveri. La regola principale era l’assoluta obbedienza ai propri superiori e questa disciplina era applicata con severità a tutti i livelli e con ancor maggior rigore nei riguardi dei nobili e dei responsabili di grado elevato. La pena capitale era spesso la punizione per chi trasgrediva tale regola, oggi si direbbe che vi era tolleranza zero per l’inefficienza e la viltà, chi era accusato di scarsa combattività subiva un’esemplare condanna ed era esposto al generale ludibrio. E le armi? L’esercito era formato da gruppi di diverse etnie e spesso ognuno usava le proprie armi tradizionali. Nei campi di battaglia si vedevano lance, anche se erano poco usate, spesso erano preferite armi corte, archi di diverse dimensioni e frecce, la cosiddetta zagaglia o propulsore, si trattava di una vera macchina da guerra che serviva a lanciare frecce anche di grandi dimensioni, fionde capaci di lanciare pietre della grandezza di un pugno. Gli Inca usavano varie armi per il corpo a corpo, le asce con una testa a doppio filo di pietra o di rame, fissata a un manico di legno; le mazze di legno con, in cima una pietra dura tagliata a forma di stella appuntita; dei particolari coltelli. Una particolarità anche se raramente i soldati Inca usavano delle vere e proprie bolas, molto simili a quelle moderne. Ovviamente avevano anche protezioni per il corpo, i guerrieri avevano adisposizione degli elmi di legno molto duro o di canne intrecciate con dei rinforzi in cotone, raramente erano di metallo, usavano degli scudi quadrati sempre di legno con una sorta di coda di stoffa e con decorazioni varie, forse propiziatorie. I combattenti Inca si fasciavano il corpo con strisce di cotone sovrapposto, una sorta di armatura atta ad attutire i colpi avversari o i tagli delle lame. Una curiosità, i soldati curavano molto gli ornamenti dei copricapi, i quali, ovviamente cambiavano secondo l’etnia di appartenenza. Quali tattiche di combattimento usavano? Inizialmente erano molto semplici, scontri frontali molto violenti, finché un esercito prendeva il sopravvento sull’altro, i vittoriosi oltretutto inseguivano i vinti che fuggivano facendo una vera e propria strage. Questo, però, solo all’inizio della loro storia, infatti, gli Inca cominciarono a studiare delle strategie, durante l’impero la strategia militare era divenuta complessa e articolata. Gli Inca costruirono strade che toccavano tutte le regioni dell’impero, e lungo di esse edificarono depositi di armi e viveri, reclutando, nelle varie parti dell’impero, guerrieri di etnie diverse, che potevano affrontare il nemico con una superiorità numerica rilevante. Come si è detto, però, la politica degli Inca era di assoggettare e non di distruggere, quindi cercarono sempre di conquistare con il minimo spargimento di sangue. La tattica principale era quella di schierare l’esercito, quasi per indurre terrore, dopo di che gli ambasciatori andavano a offrire, a quelle popolazioni prese di mira, la pacifica accoglienza nell’impero. Tutto questo con la garanzia per il rispetto delle usanze locali e quello per le loro divinità, in definitiva promettevano e minacciavano. Accadeva spesso che le popolazioni accettassero la sovranità Inca, ovviamente alcune tribù non accettavano, allora intervenivano le armi e normalmente essendo l’esercito Inca molto disciplinato riusciva ad avere ragione su gli avversari certamente fieri ma privi di strategie. I vinti, tranne casi particolari, erano trattati con moderazione, i capi ribelli erano sostituiti, ma non c’era accanimento contro la popolazione. Nei casi più difficili, in quelli in cui la resistenza andava avanti gli Inca usavano una tattica del tutto particolare, trasferivano in quei luoghi popolazioni di provata fedeltà e, in alcuni casi deportavano le genti ostili in altre parti del loro vasto Stato. È altresì ovvio che l’amministrazione di un impero così vasto si sviluppasse man mano che i territori aumentavano, quindi inizialmente bastavano poche e valide persone, in seguito le strutture per il controllo e il governo delle varie etnie si dovettero per forza espandere.

La caratteristica principale dei rapporti tra il potere centrale amministrato dalla capitale Cuzco e le regioni periferiche era quello della ridistribuzione dei beni, gli Inca prendevano i prodotti superflui e fornivano, alle varie etnie, i beni necessari per una vita dignitosa e serena. Il capo locale, il Curaca, era contemporaneamente, il sorvegliante dei suoi sudditi e l’intermediario con il potere centrale, anche se in realtà il suo operato era sotto il controllo di una sorta di funzionari. Il Curaca oltre a garantire il lavoro dei suoi amministrati doveva provvedere a vari doveri riguardanti il territorio da lui gestito, come la manutenzione delle strade, la fornitura di uomini per gli eserciti e per le opere straordinarie dell’impero, mentre i funzionari Inca dovevano sorvegliare tutto l’impero. L’impero era diviso amministrativamente in gruppi, secondo la necessità, di cento, mille e diecimila famiglie e ogni gruppo aveva un rappresentante, su tutto il sistema vigilavano i “Tucuiricuc” che riferivano direttamente al sovrano o ai suoi incaricati. Il tutto era controllato dall’imperatore che si serviva di un “Consiglio” che era formato dai rappresentanti di ciascuna delle parti dell’impero, dal sommo sacerdote e dall’erede al trono, per la precisione va ricordato che tale composizione del Consiglio poteva variare secondo l’epoca considerata. Gli Inca non conoscevano la moneta, la proprietà privata era molto limitata, la forza lavoro era, di fatto, il vero e unico supporto dell’economia dell’impero, la “Mita” costituiva l’unica forma di tributo ed era una vera e propria forma di lavoro collettivo prestata in favore dello Stato. Per cosi dire, i “Contribuenti” dovevano coltivare terreni per i nobili e per i sacerdoti; erano chiamati a costruire e a mantenere efficienti le strade e i ponti, per far transitare gli eserciti e di unire tra loro le varie regioni dell’impero; quando necessitava, dovevano edificare fortezze o templi; dovevano lavorare alla rete di distribuzione dell’acqua, per rendere fertili i terreni. Le leggi Inca non prevedevano il celibato, anzi era vietato, di fatto, le persone che pur avendo raggiunto l’età non avevano contratto matrimonio venivano, da delegati imperiali, sposati d’”Ufficio”. La società Inca, come visto, era formata da caste, di conseguenza anche la giustizia era amministrata in diversa maniera secondo la classe di appartenenza dell’individuo che doveva essere giudicato. In genere le pene per i nobili prevedevano delle forme di punizione atte a colpirli nella dignità e nell’orgoglio, mentre la gente comune era sottoposta a condanne corporali. Le punizioni erano in generale molto variegate, i nobili, secondo la gravità del reato commesso, potevano essere condannati: alla pena di morte per decapitazione; alla detenzione in carcere, compreso l’ergastolo; la destituzione e l’espulsione dalla casta; la confisca dei beni; il taglio dei capelli e la messa al pubblico ludibrio, mentre i membri del popolo potevano subire la condanna a morte, ovviamente per i reati più gravi; l’invio alle piantagioni di coca, la bastonatura e le frustate. Alcuni reati avevano pene particolari e “Fantasiose”, gli adulteri erano lapidati, le Vergini del sole che non rispettavano il voto di castità erano seppellite vive, mentre i loro compagni erano impiccati. La fantasia Inca veniva fuori totalmente nelle condanne per tradimento, i traditori, infatti, erano uccisi e scuoiati, con la pelle costruivano tamburi, con i loro crani erano confezionati dei “Simpatici” boccali. Per alcuni crimini, particolarmente gravi, commessi contro il sovrano o la sacralità delle divinità, era punita, oltre il colpevole, tutta la sua famiglia. Gli Inca applicavano anche una sorta di giudizio divino, i malcapitati, di solito coloro che non confessavano di aver commesso un reato e i prigionieri di guerra, erano richiusi in piccole e anguste stanze insieme con animali feroci e serpenti velenosi se i presunti colpevoli riuscivano a sopravvivere per due giorni, erano considerati innocenti e liberati. Chi erano i dispensatori della giustizia? Dei gravi reati, quelli che mettevano a repentaglio la sicurezza dell’impero se ne occupava direttamente il Consiglio, ed era anche molto veloce nelle decisioni, dopo aver ascoltato accusato, accusatori e testimoni emettevano la sentenza entro cinque giorni, in caso di ritardo i giudici subivano la stessa condanna dei colpevoli. Gli altri casi erano ad appannaggio di funzionari amministrativi, mentre delle violazioni usanze regionali o in caso delitti minori se ne occupava direttamente il Curaca. Come si è prima accennato questa civiltà curava molto le strade e i ponti, la rete stradale che gli Inca costruirono fu notevole e univa tra loro tutte regioni, per quanto sparse, del loro vasto impero. Grande ingegno ebbero nella costruzione dei ponti anche su distanze molto ampie, la loro tecnica era semplice e alquanto efficace, realizzavano dei ponti sospesi in questo modo potevano superare fiumi impetuosi. Le robuste funi le ricavavano dalle piante di agave che intrecciavano con maestria. Messaggi e piccoli oggetti erano portati in tutte le parti dell’impero da appositi corrieri i quali percorrevano un tratto di strada, che gli era stato assegnato, il più velocemente possibile, per poi passare il tutto al corriere successivo, una sorta di staffette con tanto di stazioni di posta. Per ricavare il massimo dal terreno che avevano adisposizione gli Inca, s’ingegnarono nella costruzione di avanzati impianti d’irrigazione e sofisticati terrazzamenti. Ovviamente la tecnica del terrazzamento aumentava la superficie coltivabile e contrastava l’erosione del terreno provocata dall’azione dei venti e delle piogge. Le abitazioni erano costruite assecondando la forma naturale del territorio e del materiale che il posto offriva. Ovviamente le abitazioni erano diverse se erano sulla costa o nelle Ande, gli edifici sulla costa erano costruiti con mattoni di argilla semplicemente fatti essiccare al sole, le pareti erano intonacate con fango e successivamente dipinte, i tetti erano piatti. Gli edifici andini dovevano, tener conto delle asperità del terreno, chiaro esempio è la città di Machu Picchu, (VEDI) gli edifici avevano le pareti in muratura, spesso di pietra e granito, i tetti erano spioventi. Del resto gli Inca avevano una sofisticata tecnica per la lavorazione della roccia, riuscivano a tagliarla usando semplicemente dei martelli di pietra e la levigavano con la sabbia, ricavano così delle pietre ben rifinite tanto che aderivano perfettamente tra di loro, spesso senza l’ausilio della malta. In questo modo innalzavano mura, edifici e templi, comunemente a secco. L’incastro perfetto e la concavità delle rocce più basse rendevano le costruzioni stabili anche quando erano colpite dai terremoti, tipici dell’area. Gli impianti decorativi, a parte alcuni ingressi dipinti con vivaci colori, erano all’interno degli edifici, i quali disponevano di porte e di nicchie disposte a intervalli regolari.

Solitamente i muri costruiti dagli Inca erano dritti, tranne quando li edificavano nelle località religiose più importanti, inoltre riuscivano a costruire una nuova città tutta insieme. Solo raramente gli Inca edificarono mura ciclopiche che circondavano le città, la maggior parte dei centri abitati del regno, non erano cinti da mura, ma erano protetti da una serie di fortezze erette a distanze regolari. La capitale dell’impero Inca, Cuzco era posta nel cuore delle Ande, era divisa in quattro settori da strade lastricate, era molto ricca di templi, palazzi e piazze cerimoniali, la zona centrale era quella riservata ai sovrani e ai nobili, quasi tutti i loro palazzi avevano vasche di roccia interrate, alimentate da canali di pietra, per fare il bagno. Gli Inca erano soliti costruire, appena fuori delle città, dei magazzini sempre forniti di armi, tessuti e cibo, fondamentali in caso di carestia o di assedio. Come si è detto, le principali risorse alimentari degli Inca derivano dall’agricoltura, riuscivano a coltivare sia sulle coste, quasi aride del pacifico, sia sugli altopiani andini, con l’uso di terrazzamenti, sia nella foresta amazzonica. I loro attrezzi agricoli erano molto semplici, spesso si limitavano dei bastoni per scavare, comunque riuscivano a coltivare vari tipi di piante tra cui: canna da zucchero, patate, patate dolci, mais, peperoncini piccanti, cotone, pomodori, arachidi, quinoa. Oltre all’agricoltura gli Inca si dedicavano all’allevamento dei lama e degli alpaca, li usavano come animali da trasporto, con le oro lane confezionavano abiti e infine mangiavano le loro carni, inoltre, catturavano le vigogne selvatiche per utilizzarne il pelo e i guanachi per mangiarli, anche se la carne era consumata raramente. Oltre ai camelidi, sempre a scopo alimentare allevavano i cosiddetti porcellini d’India, gli abitanti lungo le coste consumavano anche pesce, tutti, in maniera veramente rara, a volte consumavano della cacciagione. Una curiosità, gli Inca dal mais ricavavano una bevanda fermentata, di cui facevano uso durante le feste e per offrirla alle divinità, la chicha, qualcosa che ricorda la birra. Gli abiti degli Inca erano divisi in due classi gli abiti popolari erano, ovviamente, quelli di fattura più scarsa, gli awaska, vi erano poi quelli di tessitura più raffinata i qunpi che erano divisi in due sottoclassi, la prima era raccolta come tributo in tutto l’Impero, i vestiti di questa sottoclasse erano usati come moneta di scambio, per adornare i governanti, come regalo ai politici alleati e per consolidare la lealtà. Infine vi era il secondo tipo di qunpi, questi elegantissimi abiti erano tessuti dalle Vergini del Sole ed erano ad appannaggio solo del sovrano oppure utilizzati in ambito religioso. Gli uomini e le donne vestivano abiti diversi, le signore indossavano una lunga tunica stretta in vita da una cintura e aperta sul lato, portavano anche un mantello di colore grigio ed era fissato sul petto con una grossa spilla. Gli uomini indossavano dei pantaloni corti, a volte erano sostituiti da una fascia copriva i genitali avvolta intorno alla cintura, portavano una camicia senza maniche, solitamente bianca, il loro mantello era di lana marrone e annodata sul petto. Le calzature indossate erano uguali per entrambi i sessi, erano dei sandali di pelle di lama che erano allacciati al piede con corde di lana di colori variopinti. In definitiva gli abiti inca avevano la stessa fattura, quello che cambiava era la qualità delle lane secondo le classi, appena viste sopra. Gli abiti dei sovrani e dei sacerdoti facevano eccezione a questo, avendo caratteristiche peculiari, mentre i gioielli potevano variare secondo la regione. Grande importanza avevano i copricapi, ogni capo di ayllu aveva il proprio, mentre le persone importanti indossavano un llawt’u, una serie di corde avvolte intorno alla testa. Gli Inca, essendo un popolo di conquistatori, utilizzarono nella loro arte i modi e le forme delle culture assoggettate, unendoli in un contesto di facile riproduzione e soprattutto riconoscibili in tutto l’impero. Le loro decorazioni erano spesso ottenute con forme geometriche e con figure molto stilizzate di animali. Le sculture avevano una particolare caratteristica, sembravano completamente rocce naturali, ma se si guardavano nel periodo giusto dell’anno, il sole proiettava un’ombra che mostrava le loro forme artificiali.

Gli artigiani Inca producevano ceramiche, non conoscendo il tornio, tutte le parti, del manufatto erano modellate distintamente, per poi essere riunite prima della cottura ed erano colorate con sobrietà riportavano motivi geometrici o figurativi su base, spesso, gialla, arancione o rossa. La ceramica era usata, come le conchiglie per la costrizione di trombe, che erano gli strumenti musicali preferiti dagli Inca, i quali suonavano anche tamburi e altri strumenti a fiato. Gli Inca, come tutti i popoli Mesoamericani e Sud Americani, non conoscevano il ferro ma sapevano lavorare il piombo, il rame e lo stagno, fabbricavano il bronzo ed erano capaci di estrarre e purificare l’oro e l’argento. Per i metalli preziosi usavano tecniche lavorative piuttosto raffinate, sapevano lavorare a sbalzo, usavano la tecnica della damaschinatura, ornavano, cioè, il metallo con sottili intarsi arabescati d’oro e d’argento e riuscivano a saldare l’argento. Con il bronzo costruivano armi e attrezzi di lavoro, mentre con il rame realizzavano oggetti per le cerimonie sacre e altri semplicemente decorativi. Questo popolo sapeva realizzare, con maestria oggetti d’oro, un esempio sono le maschere con cui erano coperti i volti delle mummie degli imperatori. Questa civiltà era, anche in grado di costruire imbarcazioni per la pesca, per il commercio, per il trasporto e per motivi militari, gli Inca costruirono le loro navi, chiamate balsa, intrecciando canne, la più grande di queste imbarcazioni, almeno così riportano le cronache, aveva una lunghezza tra i venti e i trenta metri, erano di fatto paragonabili alle caravelle spagnole. Gli Inca producevano, anche, degli arazzi chiamati tocapu, i quali erano spesso colorati in maniera vivace e decorati con motivi a scacchi e figure geometriche, alcuni studiosi pensano che si trattasse di una sorta di linguaggio ma non vi sono prove di ciò, di certo gli Inca non conoscevano la scrittura, perlomeno non come noi la intendiamo. Gli Inca praticavano una sorta di medicina, che però, era prevalentemente considerata magia, anche se usavano erbe medicinali e si avvalevano di una primitiva chirurgia che serviva ad amputare arti danneggiati in maniera irrecuperabile. Praticavano anche la trapanazione del cranio, specialmente per far uscire, dal malcapitato, degli spiriti fastidiosi, ma veniva anche usata per la cura delle ferite riportate in battaglia.

Tutto il cosmo era considerato sacro, gli Inca lo dividevano in tre parti: la zona superiore era detta “Hanan pacha“, il mondo alto e comprendeva il cielo e gli astri e aveva ulteriori divisioni. La zona centrale chiamata “Kay pacha“, il mondo della superficie terrestre, era identificata con la terra abitata, anch’essa divisibile in altre parti. La zona sotterranea, “Hurin pacha“, il mondo di sotto. Viracocha era la divinità cui si doveva la nascita del Sole, della Luna e delle Stelle, e del genere umano, era quindi il dio di tutte le genti. Inti, il Sole era il Dio tutelare degli Inca, di conseguenza a lui erano riservati templi e onori particolari. Accanto a Inti vi era Mama Quilla, la Luna, sua sposa e sorella evidentemente costituiva la sua controparte femminile. Questa civiltà dedicava particolare devozione per Quillur, le stelle; Illapa, la folgore; Pachamama, la terra, intesa come dispensatrice di prodotti alimentari. Vi erano anche le Divinità Huaca che potevano essere di natura diversissima, sorgenti, fontane, cime di montagne, luoghi particolari, alberi, corpi mummificati e tutto ciò che rivelava una particolare assimilazione della forza divina.

Tutte le Divinità e le Huaca erano omaggiate e festeggiate con riti celebrati da sacerdoti, in queste ritualità erano effettuati sacrifici, adeguati all’importanza della divinità a cui erano dedicate, quindi potevano prevedere offerte di prodotti floreali o di speciali conchiglie raccolte sulla costa, l’immolazione di animali come i lama, lo scopo era anche quello di leggere il futuro nelle viscere dell’animale offerto in sacrificio. In momenti particolari e rari erano sacrificati degli esseri umani, di solito dei fanciulli o delle giovani donate al Dio dalle etnie di appartenenza. I sacerdoti osservavano le stelle e consultavano un complicato calendario basato sulla combinazione dei cicli solari e lunari, quest’almanacco era usato per prevedere la buona e la cattiva sorte. Quasi tutta la vita degli Inca si basava sui cicli del Sole e della Luna, così come le numerose feste religiose. Infine ogni regione dell’impero aveva delle divinità minori che gli Inca, lasciavano coesistere anche dopo la conquista dei territori, gli Dei “Regionali” continuavano a essere adorati, seppure in maniera secondaria rispetto al culto del Sole. Una particolare pratica è molto interessante ed è quella che era espletata da tutti i membri delle comunità, nobili o popolani che fossero: la confessione; a speciali sacerdoti erano elencati i peccati commessi. L’unico a essere esentato da questa pratica era il sovrano, che invece di confessarsi davanti ad un sacerdote, lo faceva davanti a suo padre: il Sole, si mondava così da ogni peccato con un apposito lavacro. Gli Inca credevano a una sorta di al di là, chi in vita si comportava bene sarebbero andato a vivere nel caldo regno del Dio Sole, mentre gli altri erano costretti a trascorrere l’eternità nella fredda terra. Le spoglie mortale dei defunti erano considerate Huaca e pertanto onorate, gli Inca credevano che lo spirito del morto vivesse accanto al suo corpo per tanto era convinzione, di questa popolazione, che il corpo dovesse essere conservato nel miglio modo possibile. Lungo le coste, dove il clima era arido e secco, il corpo era seppellito in posizione fetale e la conservazione dello stesso aveva dovuto semplicemente al clima. Sull’altopiano andino le spoglie erano poste in grotte naturali o artificiali preventivamente avvolte in stoffe e dopo un trattamento di conservazione. Infine i corpi dei personaggi nobili erano mummificati e le mummie erano contornate da vari oggetti che sarebbero stati utili dopo la morte ed erano usate in vari riti. Ovviamente i corpi dei sovrani e quello delle proprie mogli ricevevano un trattamento speciale, erano imbalsamati e conservati nelle abitazioni di origine, ricevevano onori come se fossero ancora in vita. Era offerto loro periodicamente del cibo, in alcune feste religiose erano raggruppati nella piazza della capitale Cuzco per assistere alle cerimonie più importanti e addirittura erano portati a far visita l’uno all’altro, vi erano persino un sacerdote e una sacerdotessa incaricati a interpretarne i loro voleri. Gli Inca per sottolineare l’appartenenza a una o a un’altra etnia, praticavano la deformazione del cranio, lo facevano stringendo strisce di tessuto intorno alla testa dei neonati ovviamente ogni etnia aveva un suo metodo che alla fine dava risultati estetici diversi. L’Impero del Sole un bel giorno del 1532 terminò di esistere, quando Francisco Pizarro arrivò in Perù con un drappello di soldati spagnoli, convinto di trovare le grandi quantità d’oro, descritte nelle leggende. L’impero Inca, che fu indebolito della guerra civile e delle epidemie di vaiolo e morbillo, fu facile conquista e gli Spagnoli in breve tempo soggiogarono questa civiltà, in seguito amministrarono la regione come fosse una provincia feudale, così tutto il modo di vita degli Inca e le loro tradizioni andarono perse nel tempo. Solo grazie alle cronache riportate dai missionari e al ritrovamento di reperti archeologici, è stato possibile iniziare a ricomporre la storia della più grande civiltà del Sud America. Le ricerche archeologiche, però, non hanno trovato la soluzione alla domanda iniziale, non si conosce l’origine degli Inca, studi approfonditi e scavi nella zono di Cuzco, hanno stabilito che quando questa zona fu colonizzata i suoi abitanti conoscevano perfettamente le tecniche artistiche e costruttive della ceramica. Inoltre manufatti, per la maggior parte metallici, sicuramente riferibili agli Inca, sono stati ritrovati in tutto il Sud America, ma, probabilmente sono il risultato di scambi commerciali o di razzie, il dato di fatto è che chi li possedevano avevano un livello culturale e artistico, evidentemente, molto inferiore di quello di chi li aveva realizzati. Vi è da aggiungere che tutti i miti che riguardano gli Inca si riferiscono a una popolazione proveniente dai pressi del lago Titicaca, nella loro storia, oltretutto, si trovano riferimenti di sacralità della zona del lago e la stessa, fu luogo d’importanti riti religiosi. Per questo molti studiosi hanno ipotizzato che gli Inca discendano da un’etnia andina, la quale fu costretta a lasciare la propria zona d’origine, nei pressi del lago Titicaca, per calamità naturale o per un’invasione. Nonostante, però che molti ricercatori concordino con quest’andamento dei fatti, il tutto rimane nel capo delle ipotesi, poiché fino a oggi non sono stati effettuati ritrovamenti che provino ciò. Solo per curiosità si può accennare a un’ipotesi diversa, fatta ovviamente da alcuni studiosi, i quali fanno risalire le origini degli Inca, e di tutti gli abitanti andini, alla Polinesia. Come nacque il mito di Eldorado? Questa leggenda derivò dal ritorno in Spagna di una nave con almeno dieci tonnellate d’oro e una settantina di argento, che Francisco Pizarro aveva saccheggiato ed estorto alla popolazione del Perù. Molti avventurieri alla vista di tale ricchezza, che proveniva dalle terre appena conquistate, fecero nascere il mito per cui in Sud America doveva esistere il paese dell’Eldorado, una regione, da scoprire, ma dove l’oro scorreva a fiumi.

.

Piaciuto l’argomento, allora potrebbe interessarvi la descrizione di altre popolazioni Precolombiane, basta seguire questo link.

(20)

Lascia un commento

TOP