Popoli e Civiltà Precolombiane (Quarta parte).

by / sabato, 15 dicembre 2018 / Published in Il blog, Popoli e Civiltà

Gli Anasazi, la cultura Purepecha o Tarasca e quella Vicús.

Le descrizioni di queste civiltà non sono in ordine cronologico, tranne che per quanto riguarda quella Olmeca che, secondo gli studiosi, fu quella che per prima si sviluppò in Mesoamerica.

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   12. Anasazi.

Si tratta di un popolo nativo del Nord America, si hanno tracce archeologiche di questa cultura risalenti al 1500 a.C., anche se la popolazione emerge come gruppo distinto dopo il 500 d.C. e Il suo periodo più florido fu tra il IX secolo d.C. e il XIII secolo. Erano stanziati nel Sud Ovest degli attuali Stati Uniti, in quei territori che oggi corrispondono al New Mexico, all’Arizona e ad alcune zone dello Utah e del Colorado. L’archeologo italiano Giulio Magli afferma: “Gli Anasazi sono gli antenati degli odierni nativi americani Hopi/Zuni, tribù che vivono oggi lungo il Rio Grande, nel Nuovo Messico e l’Arizona”. Gli Anasazi non furono i soli abitanti di questi territori, qui hanno vissuto e hanno imparato a sfruttare quest’ambiente molto diversificato, anche se ricco di risorse naturali, molte popolazioni, le quali inizialmente cacciavano e raccoglievano vegetali, in seguito cominciarono a coltivare i campi. Gli Anasazi, quindi non furono i primi agricoltori che si stanziarono in questi territori e non furono neppure gli unici, ma riuscirono a far nascere una cultura che, in tempi brevi, divenne la più conosciuta di tutto il Sud Ovest se non di tutto il Nord America. Non c’è dato sapere nome che queste genti si diedero, il termine Anasazi deriva dalla corruzione inglese della parola “navajo” Anaasazí, ossia “I nemici dei nostri antenati” o come credono alcuni studiosi “Gli antichi”, anche se alcuni preferiscono chiamarli Popoli Ancestrali o Pueblo Ancestrali. Forse non erano neppure un’unica collettività ma un complesso di popolazioni che parlavano lingue diverse e sicuramente non unite politicamente. Si trattò, comunque, di una cultura molto evoluta lo si evince dai resti dei loro nuclei abitativi composti di edifici, anche con più piani, con centinaia di camere. L’economia degli Anasazi fu florida ed era basata sia sull’attività agricola sia sulla caccia, non esistono, però, documenti o storie scritte di nessun genere. Tutta la storia, di questa popolazione, è stata dedotta dai reperti archeologici rinvenuti negli svariati siti da loro abitati e che restituiscono i gradi della loro cultura e civilizzazione, alcune conoscenze provengono dagli esploratori europei e, infine, gli studiosi hanno esaminato le tradizioni dei loro discendenti. Restano, però alcune domande prive di risposta, una certa aria di mistero volteggia in ciò che resta dei loro siti. Gli Anasazi studiavano e conoscevano l’astronomia, l’allineamento dei loro edifici corrispondeva sempre a dei fenomeni astronomici. I loro villaggi spesso presentavano un’architettura monumentale, in maniera quasi del tutto inspiegabile nel 1250 d.C. molti villaggi furono abbandonati per essere ricostruiti in posizioni difficilmente raggiungibili, forse un tentativo di fuga da qualche nemico? Come detto, gli Anasazi non conoscevano la scrittura per cui non esistono documentazioni, ma sono rimasti i loro grandi edifici come quelli del sito archeologico di Sand Canyon in questo luogo è presente una struttura di ben quattrocento venti stanze. Quello che, però, colpì maggiormente gli archeologi è che questo sito fu edificato, usato e infine abbandonato in un periodo temporale che non superò i cinquanta anni. Un altro sito che gli archeologi trovarono molto interessante è quello di Castle Rock, nel Colorado, fu esplorato nel 1925 e durante gli scavi sono stati ritrovati centinaia di corpi che non solo avevano evidenti ferite, ma mostravano anche tracce di cannibalismo. Gli esperti dedussero che il sito fu abbandonato intorno al 1274 dopo un massacro. In Nuovo Messico alla fine del XIX secolo fu scoperto casualmente, sembra da due mandriani il sito di Chaco Canyon, si tratta di una valle lunga diciannove chilometri e larga un chilometro e cinquecento metri circa. In questa valle vi è un grade complesso che fu costruito nel 1100 d.C., è a forma di ferro di cavallo ed ha ben settecento stanze. Sempre in questo luogo furono scoperti una serie di petroglifi che raffiguravano scene di caccia e agricole, evidenziando che questo popolo conosceva l’arte rupestre. La particolarità fu che furono ritrovati oggetti, utensili, stoviglie, ancora intatti e lasciati nelle stanze dove erano stati usati per l’ultima volta, mancavano solo gli abitanti, che sembravano improvvisamente scomparsi nella seconda metà del XIII secolo. In tutti gli insediamenti, di questa civiltà vi sono delle stanze circolari chiamate Kiva, gli archeologi hanno ipotizzato che servissero per le cerimonie sacre, questi edifici avevano un soffitto di legno con al centro una fessura, sembra che questo popolo credesse che in questo modo si potessero mettere in contatto, tra di loro, gli spiriti degli antenati e le forze della terra. Molteplici sono i siti archeologici relativi agli insediamenti Anasazi, oltre a quelli già citati e particolare quello di Fajada Butte, le ombre del sole e della luna si proiettano su alcuni petroglifi a forma di spirale durante i solstizi, gli equinozi, e le fasi lunari, sembra che questo popolo avesse grande interesse per gli studi astronomici. Gli archeologi anno ritrovato centri che vanno dal singolo accampamento, utilizzato da un’unica persona per una sola notte, ai villaggi in pietra con centinaia di stanze, abitati in maniera continua per qualche secolo. Gli Anasazi credevano in due entità supreme, la Madre Terra e il Padre Sole o Padre Cielo, mentre gli uomini inizialmente erano esseri informi che dovettero passare per tre stati inferiori e sotterranei prima di giungere alla luce, in altre parole il piano dei viventi. Nel fare ciò però gli uomini persero la capacità di comunicare con gli spiriti, con gli esseri superiori e con gli animali, per altro sacri, entrano così in gioco gli sciamani, gli stregoni e i curatori. Queste tre figure erano quelle che tentavano, attraverso dei riti, di ristabilire queste relazioni, erano molto importanti per mantenere e stabilizzare l’armonia con tutte le cose essenziali, naturali e spirituali. Le posizioni sociali di questa civiltà erano regolate dai diritti di successione così come i matrimoni, l’appartenenza a società religiose e l’uso dei terreni agricoli. Gli uomini e le donne avevano compiti differenziati, i primi confezionavano, tessevano e decoravano con pitture le stoffe, mentre la fabbricazione e la decorazione delle ceramiche era compito femminile. Questa popolazione riusciva a commerciare stoffe, vasellame, pelli conciate, turchesi, materiali grezzi e alimenti in tutte le direzioni anche a centinaia di chilometri di distanza. I loro villaggi erano normalmente formati da poche abitazioni adiacenti, di diversi piani, edificate su terrazzamenti artificiali, in alcuni casi vi è la presenza di grandi piazze circondate da edifici formati da centinaia di stanze, i quali erano comprensivi di Kiva, le stanze circolari. Alcune costruzioni erano difensive, alla difesa provvedevano i membri delle Società Guerriere. Nei villaggi esisteva una sorta di silos per l’immagazzinamento dei viveri e dell’acqua, sia per i periodi di siccità sia per resistere a eventuali assedi. L’estinzione di questa popolazione resta un mistero, l’ipotesi oggi maggiormente accreditata e quella che vede questa civiltà sterminata dalla siccità. Questa popolazione tentò una migrazione in altri lidi, ma il caldo e la mancanza d’acqua non le permisero di percorrere lunghi tratti, questa ipotesi sembra confermata dal ritrovamento di ossa umane spaccate per estrarre il midollo, chiara prova, questa, di cannibalismo, forse alla fine questa civiltà aveva così tanti problemi di sopravvivenza da mettere in atto tale pratica. Nonostante tutto, però gli Anasazi ebbero dei discendenti, gli Spagnoli chiamarono “Peblo” questi eredi e alcune loro tribù vivono ancor oggi lungo i confini meridionali, orientali e occidentali dell’altopiano del Colorado, gli stessi luoghi abitati dai Navajo che però non hanno niente a che vedere con questa civiltà.

    13. La cultura Purepecha o Tarasca.

Si tratta di una cultura che controllò una vasta area Messico occidentale, corrispondente, all’incirca agli stati attuali di Michoacan, di Guanajuato e di Yalisco, si anno prove tangibili di questa cultura dal 1200 d.C., fino all’invasione spagnola. Questa popolazione, pur essendo contemporanea e vicina, non cadde mai sotto il domino degli Aztechi, anche se, li dovette affrontare per molti anni, compreso un massiccio attacco che fu portato, a questa cultura da quell’azteca, nel 1479, alla fine, però si dovette arrendere agli Spagnoli. Questa popolazione fondò tre città principali: Tzintzuntzan, che fu il centro militare; Patzcuaro, che fu il centro politico; Ihuatzio che fu il centro religioso. I Taraschi parlavano il puerpecha, parola con la quale loro stessi s’indicavano, la loro forma di governo si può definire una monarchia teocratica, la massima autorità è chiamata “Cazonci“, ed erano politeisti. La principale divinità era Curicaveri, il Dio del fuoco, ma anche della caccia e della guerra, poi credevano in Cuerauaperi Dio del vento e in sua moglie Curicaueri Dea della Luna.

I Purepecha praticavano il sacrificio umano a scopo religioso e propiziatorio, eressero un complesso di piramidi nei pressi del Lago Patzcuaro, il quale era formato da un grande tumulo su cui sorgevano cinque piramidi a gradoni dove erano praticati i sacrifici. La loro architettura era appunto basata sull’edificazione di grandi piattaforme piramidali, dette Yacatas, che reggevano un elemento conico. La loro economia, inizialmente fu basata sulla caccia e la pesca, i Taraschi erano grandi mangiatori di tartarughe, ma poi divenne pressoché agricola. Questa civiltà produsse ceramiche policrome, però, molto diverse da quelle Mesoamericane, realizzarono anche delle statuette rappresentanti figurine stilizzate, si cimentarono nella scultura, nell’architettura, nella pittura, nella gioielleria e nella lavorazione del bronzo. Questa popolazione pur essendo, di fatto, distrutta dagli Spagnoli e dalle malattie infettive è tutt’ora esistente.

   14. La cultura Vicùs.

Questa cultura si sviluppo in Perù nella costa Nord tra il 400 a.C. e il 500 d.C., s’insediò presso il fiume Piura occupando tutta la valle, dalla sierra fino la costa tra le località di Sechura e Talara. Questa regione era caratterizzata da una stagione piovosa e una secca, che davano, a tutta la zona, caratteristiche peculiari e diverse dalla costa peruviana più a Sud più desertica. Gli studiosi hanno ipotizzato che questo fu un popolo guerriero, a giudicare dai ritrovamenti avvenuti, le loro armi di rame, infatti, erano molto raffinate, spesso decorate con fregi o con sottili placcature d’oro e d’argento. Altro indice della loro natura guerriera scaturisce dagli oggetti di ceramica sui quali, spesso, sono raffigurati guerrieri. Il centro principale di questo popolo fu il Monte Vicùs ed ebbe contatti con le popolazioni dell’Ecuador e della Colombia. Questa cultura fu molto abile nella manifattura delle ceramiche, per la lavorazione del rame e dell’oro. La ceramica di questa popolazione, per la cui lavorazione usava l’argilla e i coloranti locali, è caratterizzata da due diverse qualità. Una forma di ceramica, era massiccia, rustica e di qualità artistica scarsa, mentre un’altra era raffinata, di elevata peculiarità stilistica e con un’impronta realistica. Le ceramiche più diffuse erano dei recipienti cosiddetti a doppio corpo, uno dei quali, di solito, raffigurava una figura umana o un animale. Raffiguravano anche simboli naturali e religiosi e tendevano a enfatizzare la raffigurazione di atti sessuali. Questo popolo era molto abile anche nella lavorazione di manufatti eseguiti con metalli preziosi, erano ottimi orefici e riuscivano a realizzare creazioni, a volte, molto complesse. Famosa è la Venus de Frias, una piccola statua d’oro a ventiquattro carati, in sostanza oro puro, dal peso di sessanta grammi e alta quindici centimetri, ovviamente non si tratta di una statuetta d’oro massiccio, caratteristici sono gli occhi che presentano sottili lamine di platino sovrapposte. Questa piccola scultura è considerata uno degli esempi più importanti e belli dell’oreficeria Vicùs, se non di tutta l’arte precolombiana. Questa cultura prevedeva il seppellimento del defunto insieme agli oggetti in metallo usati durante la vita, quali le armi, gli utensili, le decorazioni religiose, mentre alcuni manufatti erano costruiti appositamente per essere adibiti a offerte.

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