Pompei: Le Ville.

by / sabato, 04 aprile 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Le Ville.

Pompei aveva un sobborgo chiamato Pagus Augustus Felix Suburbanus, le attuali località di Boscoreale, Boscotrecase, Terzigno, in cui furono costruite ville rustiche che avevano una parte residenziale e una dedicata alle coltivazioni, inoltre nelle aree di Oplontis, sulla collina di Varano e a Stabiae furono edificate le vere e proprie ville d’otium. Alcune ville però furono edificate, in realtà non molte, appena fuori la città o addossate alla parte esterna delle mura.

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La Villa dei Misteri.

Questa villa, fu edificata poco al di fuori di Porta Ercolano, il suo nome deriva da una serie di affreschi che furono ritrovati nel triclinio, raffiguranti riti misterici, o uno spettacolo di mimi, o preparativi per un matrimonio, comunque il significato di questi dipinti non è del tutto spiegato. La costruzione risale al II secolo a.C., inizialmente era concepita unicamente come villa d’otium, era posta in posizione panoramica su una collinetta vicino al mare. Nella villa, di cui non si conosce il nome del proprietario, si potevano vedere ampie sale, giardini pensili e molte decorazioni, nel tempo subì ampliamenti e abbellimenti, certo che il suo splendore massimo fu in età Augustea. Subì gravi danni a seguito del terremoto del 62 e da villa prettamente d’otium, fu trasformata in villa rustica, pur mantenendo una parte nobiliare ricca di affreschi e decorazioni. In realtà furono aggiunti alcuni ambienti che andarono a contenere attrezzi agricoli, specialmente per la lavorazione dell’uva, torchi e quant’altro, infatti, la villa fu usata per la produzione e la vendita del vino. La costruzione tornò alla luce in uno scavo effettuato tra il 1909 e il 1910, anche se lo studio approfondito avvenne tra il 1929 e il 1930, una piccola parte della villa è ancora da scavare. La pianta della villa è di forma quadrata, poggia in parte su un terrapieno e in parte su una sostruzione formata da arcate cieche e utilizzata come magazzino. Può sembrare una contraddizione, ma l’ingresso della villa era su una Via secondaria, superato il quale ci si ritrovava la zona rustica e servile in cui vi erano alcuni ambienti adibiti a funzioni diverse. C’era il panificio, le cucine, il forno, il torchio con il tronco a testa d’ariete e naturalmente l’ambiente per conservare i vini. Attraversando un piccolo ingresso si entrava nel settore nobiliare e si poteva accedere a un peristilio formato da sedici colonne, costruito tra il 90 a.C. e il 70 a.C.; si aveva accesso al cosiddetto atrio maggiore, questo era privo di colonne ma presentava una decorazione in cui erano raffigurati alcuni paesaggi nilotici; poi al tablino; infine a una veranda, probabilmente costruita nel I secolo, la quale aveva un’abside e una meravigliosa vista sul golfo. Altri ambienti si sviluppavano ai lati di queste stanze, c’era il settore termale, dei cubicula, il meraviglioso triclinio. Il terremoto del 62 portò al cambiamento d’uso di alcuni ambienti, il settore termale non fu più usato e trasformato in magazzino, inoltre da qui partiva una scala che portava al secondo livello dove furono ricavate le stanze per la servitù, qui furono ritrovati, durante gli scavi, alcuni scheletri. Notevoli, bellissime, interessantissime… sono le decorazioni delle pareti dei vari ambienti che sono di stili diversi a seconda di quando furono realizzate. Il magnifico triclino era decorato con affreschi del secondo stile pompeiano, risale al I secolo a.C. ed è veramente difficile trovare qualcosa di più bello. Un unico artista decorò tutte e quatto le pareti dipingendo scene con personaggi a grandezza naturale, una tecnica questa ispirata all’arte greca e che prese il nome di megalographia, come detto è molto incerta la natura del soggetto e del significato dell’affresco. Le ipotesi descritte prima sono le più accreditate, comunque si tratta di una scena posta su tutte e quattro pereti formata da dieci sequenze che meritano di essere descritte, sarebbe meglio andarle a vedere di persona… partiamo dalla parete esposta a nord, nella prima sequenza è raffigurata una donna che si pettina o che comunque si acconcia i capelli, mentre degli amorini le tengono alcuni specchi. Nella seconda vi è una figura femminile seduta su un trono, alcuni studiosi l’hanno interpretata come una matrona che controlla le fasi del rito, secondo altri sarebbe la sposa stessa che torna a pensare a tutte le tappe che ha vissuto. Nella terza sequenza è raffigurata la sposa con il velo in testa, una sacerdotessa, che ha ai suoi piedi un fanciullo, le legge testi sacri e ancora, una donna probabilmente di nuovo la sposa, che ha in mano alcuni testi sacri. Si giunge così alla quarta, dove è raffigurata una sacerdotessa seduta di spalle, dipinta nell’atto di versare del vino su di un ramo di mirto, intorno a lei figurano due assistenti e un Sileno che suona la lira. La sequenza successiva, la quinta, raffigura una Satiressa, non so se il termine è giusto, che allatta un capretto, insieme con lei vi è un Satiro che suona il flauto e la sposa sembra spaventata, cercando di proteggersi avvolgendosi in un mantello. Passiamo alla sesta, qui è raffigurato un Sileno, che fa la parte del sacerdote, è dipinto nell’atto di porgere a un giovane una coppa nella quale si specchia, questa sequenza dovrebbe simboleggiare la divinazione attraverso lo specchio. La successiva, la settima. raffigura, probabilmente, Dioniso tra le braccia di Arianna. L’ottava sequenza è quella definita del linkenon e phallos, qui e raffigurata la giovane inizianda scalza con il corpo coperto a metà da un mantello, dipinta mentre sta per scoprire il fallo di Dioniso, che era il simbolo della fertilità. Nella nona sequenza è raffigurata la giovane in ginocchio, poggiata sulle gambe di un’altra fanciulla, con la schiena denudata mentre Telete la frustra. Per la cronaca Telete era la figlia di Dioniso e Nicea. Siamo così giunti all’ultima sequenza, la decima, qui si vede la giovane che danza, accompagnata da una donna, ministro del culto, mentre suona dei cimbali che tiene tra le mani. Un ciclo formato da dieci sequenze, che va ammirato dal vivo, l’autore, forse locale è ignoto, ma ciò non toglie alcunché alla sua bravura. Si deve aggiungere che il tablino è affrescato con pareti nere su cui sono presenti decorazioni di stile Egizio, del terzo e quarto stile. In un cubicolo sono raffigurate scene del mito di Dioniso, questo di secondo stile. Tra le altre cose, durante gli scavi archeologici, fu trovata una statua marmorea di Livia scolpita con abiti da sacerdotessa, oggi l’opera è conservata nell’Antiquarium di Pompei.

La Villa di Diomede.

Anche questa villa era nei pressi di Porta Ercolano, appartenne a Marcus Arrius Diomedes, un liberto pompeiano, la cui tomba fu posta di fronte all’ingresso del complesso. La struttura aveva ambienti rustici, altri residenziali e un’ampia zona termale, in effetti, era una delle più grandi ed eleganti della città. I primi scavi risalgono all’epoca borbonica, era su tre livelli e si apriva su vari giardini, la sua grandezza era di circa tremilacinquecento metri quadrati. Appena dopo l’ingresso si entrava nel peristilio che presentava quattordici colonne e che dava l’accesso ai più importanti ambienti della villa, tra il peristilio e la strada vi era la zona termale di forma triangolare, la cucina e serbatoio d’acqua. Interessante era la soglia del calidarium che presentava un mosaico con tessere bianche e nere con la raffigurazione di due sandali. In un ambiente, che dava sempre sul peristilio, vi era un bell’affresco, del secondo stile, raffigurante un paesaggio marino con Nereide e Tritoni, con personaggi a grandezza naturale. Molto particolare era un cubiculo di forma semicircolare, con un’alcova che aveva la caratteristica di potersi chiudere con una tenda, durante gli scavi archeologici qui furono trovati alcuni anelli. Questo locale era preceduto dalla stanza del cubicularius, una sorta di servitore, oggi si definirebbe cameriere, questo locale era decorato in quarto stile e presentava alcuni quadretti molto interessanti, raffiguranti attributi divini, tanto importanti che ora sono nel Museo del Louvre di Parigi… mah. Difronte alla zona termale c’era un grande triclinio da una parete del quale si apriva una finestra che aveva una vista panoramica sul Golfo di Napoli e su un grande giardino sottostante. Questo, al centro, presentava un triclinio estivo all’aperto e una piscina, inoltre, un criptoportico circondava tutto il parco, in questo corridoio coperto furono ritrovati alcuni scheletri e una grossa somma di denaro. Inoltre vi erano delle scale che portavano al mare.

La Villa Imperiale.

L’ubicazione di questa villa, residenziale era appena fuori Porta Marina ed era addossata alle mura cittadine, sotto il Tempio di Venere. Anche in questo caso il suo ritrovamento avvenne a causa delle bombe lanciate dagli aerei nella seconda guerra mondiale, bombardamento che mirava all’abbattimento, chissà perché, dell’Antiquarium che sorgeva proprio sopra la costruzione, fatto che, se da una parte portò alla riscoperta della villa, dall’altra provocò seri danni agli scavi. Si parla di riscoperta poiché anche questa costruzione fu visitata e depredata durante gli scavi borbonici e poi di nuovo ricoperta. Il complesso era molto grande e anch’esso ospitava cicli pittorici molto belli e importanti, fu realizzata nell’ultimo decennio del I secolo a.C., sembra in maniera non del tutto regolare, oggi la definiremmo “Abusiva”. La villa fu completamente ristrutturata dopo il terremoto del 62, ma negli anni successivi fu riacquistata dal demanio, una parte fu abbattuta per far posto a dei granai, ciò che rimaneva fu utilizzata come deposito di materiali per i lavori di restauro e ristrutturazione della città. La struttura presentava un grande portico lungo circa novanta metri, formato da quarantatré colonne di laterizi, ricoperte di stucco bianco con il quale furono create delle scanalature, il portico delimitava un giardino che aveva una bella vista sul golfo. In origine l’edificio era su due livelli oggi, però rimane: il portico di cui abbiamo appena parlato; un oecus; il triclinio; una diaetae; parte del peristilio, come detto parte della villa fu distrutta per far posto a dei granai, ma gli ambienti che restano sono uno più interessante e bello dell’altro. Iniziamo dall’oecus, questo è di forma rettangolare e di grandi dimensioni, è lungo sette, metri largo sei metri e alto ben otto metri. Le pareti presentano uno zoccolo rosso che termina con una fascia nera, subito sopra vi è una zona centrale molto ampia, a centro di questa vi è un affresco il cui tema è mitologico ed è separato dal resto della parete da colonne con una base decorata con fregi con putti e psiche. Le scene, divise in tre edicole, raffigurano: Icaro al suolo aiutato da una Ninfa e Dedalo in volo, gli esperti assicurano che la scena più bella mai ritrovata a Pompei; Teseo e il Minotauro, con quest’ultimo sconfitto, l’eroe circondato da fanciulli, mentre due Ninfe assistono alla scena; Teseo che abbandona Arianna a Nasso. Il tutto dipinto nel terzo stile, mentre la parte superiore della parete, in quarto stile, ha uno sfondo nero dove sopra vi sono raffigurazioni dionisiache. Infine ci sono tavolette che raffigurano poeti, tra gli altri risaltano: Saffo e Alceo. Il pavimento era di marmo con forma esagonale, i Borboni pensarono bene di farlo sparire. Passiamo al triclinio, il quale prende luce da una finestra trifora che apre sul giardino, le cui pareti presentano una decorazione a pannelli rossi con al centro un’edicola in una delle quali vi è la raffigurazione di un Satiro e di una Menade, in un santuario dedicato a Pan. Le altre purtroppo sono molto rovinate e quasi illeggibili, la parte alta delle pareti e dipinta di giallo. La diaetae presenta uno zoccolo decorato con forme geometriche, una parte centrale di colore bianco con raffigurazioni di elementi architettonici, una parte superiore, sempre di colore bianco, decorata con candelabri e con colonne. Il peristilio presenta uno zoccolo nero e pareti rosse con delle fasce bianche, con decorazioni a quadri raffiguranti il ciclo tebano, adornati con festoni e cariatidi. Vi erano anche medaglioni e tavolette che probabilmente piacquero molto durante gli scavi nel periodo borbonico, considerando che furono depredate. Il giardino era molto spazioso e impreziosiva tutta la struttura.

La Villa di Giulia Felice.

Julia Felix, discendente degli Julii, che a loro volta erano liberti, in questo caso ex schiavi della gens Julia, era una matrona molto ricca, a Pompei possedeva una villa molto vasta, occupava un isolato intero. Il terremoto del 62 provocò ingenti danni al complesso, ma anche al resto della città, tanto che parte della villa fu trasformata in appartamenti, bagni pubblici, negozi e taverne, ciò rese ancor più ricca la donna. Questa villa fu una delle prime strutture a essere scavate, e depredate in età borbonica, molti reperti di questo complesso sono finiti all’estero in collezioni pubbliche e private. Dopo il suddetto terremoto, la villa fu divisa in tre parti: le terme furono rese pubbliche, avevano un accesso sulla Via principale della città, Via dell’Abbondanza, furono dotate di tutti i servizi e di una di una piscina scoperta; l’abitazione padronale che era comprensiva di un giardino in cui scorreva un canale circondato da pilastri quadrangolari. Facevano parte della terza suddivisione i negozi e gli appartamenti dati in affitto, i quali si affacciavano sia su Via dell’Abbondanza sia su una Via laterale, la quale andava verso la palestra grande e l’Anfiteatro. Il complesso residenziale, come detto era dotato di un bel giardino che era attraversato da un canale alimentato dall’acquedotto, ovviamente lo stesso che riforniva la villa. Il canale era arricchito da un bordo di marmo, che a intervalli regolari si allargava con forme curve e quadrate, inoltre vi erano alcuni sedili. Dalla porta d’ingresso si entrava direttamente in un atrio di grandi dimensioni e di forma rettangolare, al centro vi era un impluvium. Quest’atrio presenta una caratteristica molto insolita per l’architettura romana, infatti, nessuna camera si apriva su di esso, ma dava l’accesso alle altre parti dell’abitazione, attraverso un ambulacro e dei corridoi. Le pareti erano dipinte di giallo e di rosso, su di esse correva un fregio orizzontale sul quale erano raffigurate le attività del Foro. L’ambulacro, che corre su un lato del giardino, era coperto da una tettoia sorretta da pilastri interamente ricoperti, dopo il terremoto, da stucchi che vanno a formare scanalature a imitazione del marmo, che in origine li copriva, sopra di essi dei bei capitelli di stile corinzio. Le pareti erano decorate con pannelli, di forma quadrata, di colore rosso con un bordo nero, si alternavano altri riquadri, questa volta di forma rettangolare, sempre di colore rosso, con la parte centrale gialla e un bordo inferiore nero. Al centro dell’ambulacro trovava posto il triclinio estivo con panche in muratura rivestite di marmo, era completamente aperto lungo un lato, mentre le altre tre pareti erano rivestite di marmo fino a una certa altezza. Inoltre vi era un ninfeo a forma di grotta con una piccola cascata a gradini rivestita di marmo, con ai lati due nicchie che contenevano una statua ciascuna. Ovviamente, nell’abitazione, vi erano locali riservati alla servitù, stanze da letto, locali per il ricevimento e quant’altro. Le sculture che decoravano il giardino e alcuni affreschi sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre un bellissimo affresco, raffigurante Apollo circondato dalle muse, ha preso la Via verso l’estero ed è oggi visibile al Louvre, a Parigi. Famosa è la statuetta della cosiddetta, Venere in bikini, si tratta di una piccola statua che raffigura la Dea quasi completamente nuda, mentre si sta slacciando un sandalo sotto il quale vi è un piccolo Eros. Venere è poggiata al braccio di Priapo nudo e in posizione eretta, la sorta di costume, che copre parte del corpo della Dea, è ottenuto tramite doratura, infine, i suoi occhi sono di pasta vitrea. Passiamo all’appartamento che fu affittato dopo il terremoto, questo presentava un atrio, con al centro l’impluvium rivestito di marmo e stanze su tutti e quattro i lati. Le pareti erano decorate, nella parte bassa, da uno zoccolo con forme geometriche, con varie figure e paesaggi, un fregio di colore nero, divideva la parte centrale di colore rosso con scene architettoniche. La parte alta probabilmente era decorata con stucchi, il soffitto era molto alto e probabilmente decorato con affreschi. Interessante è il triclinio decorato, nel quarto stile, con pannelli celesti, contenenti scene varie, con una cornice rossa, separati tra loro da architetture fantastiche, su un fondo di colore bianco, sotto vi era un fregio rosso inferiore continuo. I pannelli celesti contengono immagini di contenuto vario. Il tablinium aveva finestre che davano sul giardino e sull’orto, a volte era usato come biblioteca, anche da questi locali furono staccati degli affreschi oggi conservati nel Museo Archeologico di Napoli. Non si sa bene quante botteghe, Giulia Felice, avesse già prima del terremoto o quante le abbia ricavate dalla sua stessa villa, come e detto di certo ristrutturò le sue terme per renderle pubbliche.

Le Altre Ville.

Si ha conoscenza, se pur molto vaga, di altre ville esplorate in periodo borbonico, o per meglio dire, che furono depredate degli oggetti, suppellettili e affreschi. Altre furono ritrovate casualmente per essere poi riseppellite come: la Villa di Cicerone, la Villa di Titus Siminius Stephanus e la Villa dei Triclini, di cui parliamo qui sotto.

La Villa di Cicerone.

Questa villa, poco distante da Porta Ercolano, fu scavata e depredata in epoca borbonica ha restituito dei veri e propri capolavori, in particolare, oltre alcuni affreschi, due mosaici, in opus vermiculatum, risalenti al I secolo d.C. e firmati da Dioscuride di Samo. Uno dei due, era posto al centro del pavimento, come decorazione principale dell’ambiente, questo emblemeta fu realizzato con tessere molto piccole e raffigura una scena, per così dire, musicale. In questa scena figurano, in primo piano, due giovani mascherati che danzano mentre uno suona i cembali l’altro percuote il timpano. Sempre in primo piano c’è un ragazzo senza maschera che ha in mano mantiene un piccolo aulòs, uno strumento a fiato costituito da un tubo di canna, legno, metallo, osso o avorio con un’imboccatura in cui s’insufflava l’aria. In secondo piano e di profilo, è posta una suonatrice, mascherata di doppio aulòs. L’altro mosaico raffigura una scena con attori che consultano un mago o una fattucchiera, particolare è l’affresco che raffigura una centauressa. Tutte queste opere sono conservate Museo Archeologico di Napoli.

La Villa di Titus Siminius Stephanus.

Questa villa si trovava nei pressi di Porta Vesuvio, da qui fu asportato il mosaico che raffigura l’Accademia di Platone. L’opera raffigurante una riunione di sette filosofi, è in primo stile, tutti i personaggi sono raffigurati con indosso un mantello, classico per i filosofi e gli oratori dell’età classica greca. Solo uno sotto il mantello indossa un chitone, una tunica di stoffa leggera chiusa da una cucitura. Per gli esperti il terzo personaggio da sinistra è Platone, cosi come il primo potrebbe essere Eraclide Pontico, mentre il secondo è Lisia. L’ultimo sulla destra potrebbe essere Aristotele con in mano un rotolo, mentre il penultimo, sempre secondo gli esperti, potrebbe essere Senocrate. Sullo sfondo l’acropoli di Atene con il Partenone. Il mosaico e molto ricco e pieno di simbolismi, infatti, intorno alle figure, partendo da sinistra sono raffigurati, un portale con due colonne e un epistilio sormontati da quattro vasi coperti. Questi rappresenterebbero, secondo alcuni, l’Aritmetica, la Geometria, l’Astronomia e la Musica, mentre altri credano che siano simboli delle quattro Stagioni dell’anno, o delle posizioni del Sole. Per finire sono raffigurati, una colonna votiva con una meridiana e un albero.

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La Villa dei Triclini.

Questa struttura tornò alla luce nel 1959, a una distanza di circa seicento metri da Porta Stabia, in località Moregine, il rinvenimento fu del tutto casuale durante i lavori costruzione dell’autostrada Napoli Salerno. La parte che fu messa in luce, all’epoca, creò molti dubbi sulla funzione del complesso che si trovava vicino alla foce del Sarno e del suo porto, la cosa che sconcertò gli archeologi fu il ritrovamento di tre triclini allineati attorno ad un portico, non riuscivano a capire se la loro funzione fosse pubblica o privata e quale fosse il rapporto con Pompei. Ulteriori studi portarono alla soluzione, il complesso apparteneva alla famiglia puteolana dei Sulpicii che qui custodivano l’archivio contabile. Quale era la sua funzione? Molto probabilmente, era quella di ospitare piccoli gruppi di clienti, forse i membri di un collegium. La struttura era caratterizzata da un ampio peristilio, con giardino e piscina e da tre triclini. Uno dei tre triclini aveva tre pareti affrescate in cui erano raffigurate le Muse, divinità ispiratrici e protettrici del canto, dei generi poetici, delle arti, della scienza e in genere di tutte le attività intellettuali, inoltre vi era dipinto il Dio Apollo. In un altro triclinio le pareti erano affrescate con scene rappresentanti Castore e Polluce, i due Dioscuri su un fondo di colore nero. Sulle pareti del terzo gli affreschi, del quarto stile, raffiguravano la personificazione di divinità fluviale, il Fiume Sarno, su sfondo rosso, pitture probabilmente di epoca Neroniana. Come detto i primi scavi avevano portato alla luce solo il settore nord dell’intera struttura che possedeva almeno altri due triclini, sicuramente anch’essi decorati, letti in muratura e una mensa centrale. Fin da subito molte parti degli affreschi furono staccate, in particolare i riquadri figurati della zona centrale e il fregio superiore, reperti che oggi, fortunatamente, sono visibili in una mostra permanente allestita nella Palestra Grande, negli scavi di Pompei. Gli scavi furono ripresi in occasione dell’allargamento dell’autostrada, in quest’occasione furono riportati alla luce tantissimi reperti, ovviamente prima di tutto le strutture architettoniche, tra cui una latrina. Tanti furono gli oggetti di notevole interesse tra cui una grande quantità di tavolette cerate, che dovrebbero essere dei contratti registrati, elementi architettonici e decorativi di legno perfettamente conservati, una discreta quantità di argenteria di alta qualità. Una curiosità nella latrina fu ritrovata una cesta di vimini piena di materiale eruttivo, ma che in realtà nascondeva: piatti; coppe; un cucchiaio; due manufatti decorati a sbalzo su cui sono riprodotte figure animali, tutti oggetti d’argento, di grande interesse storico e archeologico.

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