Pompei: Le Case.

by / sabato, 04 aprile 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Le Case.

Le case, in linea di massima, erano di tre tipologie diverse, legate alla classe sociale e alla quantità di denaro che possedeva il proprietario, ovviamente i ricchi abitavano nelle domus, di grandi dimensioni, che quasi sempre, si svilupparono intorno a un atrio, con o senza impluvium, una zona servile, una residenziale, una di rappresentanza, un peristilio con giardino a volte con fontane o statue e a volte una zona termale privata. La classe media possedeva case più piccole che si sviluppavano, per lo più, intorno a un cortile scoperto che dava accesso agli ambienti e a un giardino, spesso molto piccolo e coltivato a orto. La terza tipologia di abitazioni, cosiddette pergule, erano molto piccole e appartenevano ai commercianti, di solito formate da un ambiente che dava sulla strada, in cu si svolgevano le attività commerciali, cioè la bottega e da stanze sul retro che erano usate come abitazioni e come magazzino. Ne analizzeremo alcune, ovviamente per una trattazione più vasta e approfondita, si devono consultare i testi appropriati.

La Casa del Menandro.

Questa domus apparteneva alla famiglia dei Poppaei, che aveva vincoli con la seconda moglie di Nerone, Poppea. L’ultimo abitante fu Quinto Poppeo, un liberto che fu edile intorno al 40 d.C., la casa risale al III secolo a.C., ma subì molte ristrutturazioni e rifacimenti. Com’è intuibile il nome che fu dato all’abitazione non deriva da quello del proprietario, ma da un dipinto rinvenuto nel peristilio, in cui era ritratto il peta Menandro. La struttura è di grandi dimensioni, circa milleottocento metri quadrati, nella parte bassa della facciata vi erano alcuni sedili in muratura, che permettevano, alle persone che dovevano essere ricevute, di stare sedute. Due pilastri di stile corinzio ornavano l’ingresso, accanto ad esso vi era un larario monumentale che presentava due frontoni con una colonnetta e delle transenne di legno a chiusura. L’atrio era di tipo tuscanico con impluvium centrale, ricoperto di marmo, sulle pareti erano affrescati, in quarto stile, alcuni medaglioni in cui erano raffigurate maschere tragiche e la testa di Zeus Ammon. Sempre nell’atrio, in un’altra ala, vi erano pareti di colore rosso su cui erano affrescate le scene della caduta di Troia in particolare, compaiono: Laocoonte e i figli strangolati dai serpenti; Cassandra che tenta di opporsi al rapimento da parte di Ulisse, presente vecchio re Priamo; Cassandra cerca di osteggiare, invano, l’introduzione del cavallo di legno, con i soldati greci nascosti nella pancia, nella città. Sul fondo un tablino, ai cui lati si aprivano due corridoi che danno l’accesso al peristilio, che circondava un vasto giardino, in cui trovavano posto dei plutei, bassi inseriti tra le colonne. In architettura per pluteo s’intende una balaustra a lastre rettangolari e massicce, che può essere decorato da semplici cornici in rilievo, oppure arricchito con motivi geometrici o figurati. In questo caso, le parte esterna dei plutei era decorata con gruppi di animali, mentre le colonnine erano dipinte con oleandri ed edera. Da un angolo del peristilio si poteva entrare in una grande sala con le pareti decorate in quarto stile. Sulle pareti, di colore verde, vi erano degli affreschi molto interessati di bella ed elaborata fattura, su un fregio a sfondo rosso è raffigurata la scena del matrimonio di Ippodamica con Piritoo, re dei Lapiti in Tessaglia, alcuni centauri, brilli per vino che hanno bevuto, rapiscono la sposa mentre le donne dei Lapiti rimangono ferme. Il resto delle pareti era decorato con delle strisce verticali nere in cui si vedevano arabeschi amorini e medaglioni all’interno di questi ultimi vi erano ritratti circondati da tralci e sfingi. Il pavimento è in opera musiva meravigliosa, in cui sono raffigurati tutto quello che i Romani pensavano fosse la vita sul Nilo. Nel mosaico compaiono: ville a portico, palmizi e cipressi sulla riva del fiume; una nave con pigmei. Come accennato, questa casa godeva di terme private, sulla soglia dell’ingresso al calidarium era raffigurato un servo che porta due recipienti, uno per il profumo e l’altro per l’olio. Caratteristica del servitore è che dal perizoma esce un fallo con la parte terminale rosso porpora. Le pareti del calidarium erano abbellite da affreschi del quarto stile, in cui in cui compaiono gruppi di lottatori, mentre sul pavimento a mosaico emergono, pesci, delfini, un granchio, un negro con pene eretto, itifallico, che nuota, mentre un altro caccia un mostro col tridente. Su un lato dell’atrio vi era una terrazza, o per meglio dire un solarium, con una grande esedra. Sotto la zona termale c’era un sotterraneo in cui, durante gli scavi fu ritrovato, in una cassa, un vero e proprio tesoro, composto di circa centoventi oggetti d’argento e da uno scrigno contenente monete e gioielli. Sempre dal peristilio si aveva l’accesso a un oecus, questo era decorato in IV stile, sulle pareti motivi inerenti Dioniso su sfondo giallo. Adiacente a questo ambiente vi era il triclinio, considerato il più grande di qualsiasi altro presente a Pompei, aveva una superficie di quasi novanta metri quadrati ed era alto otto metri, su una parete si apriva una grande finestra con timpano. Nel peristilio erano presenti alcune esedre, alcune semicircolari altre rettangolari, in una di queste vi era una piccola nicchia con altare per il culto domestico e alcune statuette, in un’altra fu ritrovato l’affresco raffigurante Menandro, mentre sul resto delle pareti erano dipinte maschere tragiche e satiriche. Infine sempre dal peristilio, scendendo una rampa si entrava nel settore servile, qui furono rinvenute anfore contenenti miele e vino.

La Casa del Poeta Tragico.

Questa domus apparteneva a Publio Aninio, rispetto ad altre era di piccole dimensioni ma ricca di mosaici e affreschi. L’ingresso dell’abitazione fu posto tra due tabernae che comunicavano con il vestibolo qui era possibile vedere il famoso mosaico con un cane alla catena con la scritta “CAVE CANEM”, cioè “Attenti al cane”. l’atrio presenta un impluvium rivestito di marmo, le pareti erano decorate con affreschi a carattere mitologico con le raffigurazioni di Zeus, Hera, Achille e Briseide. Sull’atrio si aprivano i cubicula e alcuni ambienti aperti con decorazioni, il peristilio era, per tre lati, contornato da un colonnato, qui vi era un altro interessante affresco che raffigurava il sacrificio di Ifigenia, sul fondo fu posto un larario. Un oecus si apriva sul portico questo dava l’accesso a tre locali, probabilmente le camere da letto dei proprietari, la cucina e il triclinio. Nel triclinio vi erano gli affreschi di Arianna abbandonata da Teseo nell’isola di Nasso e quello della Dea Venere che osserva un nido di Amorini. Tra l’atrio e il peristilio vi era il tablino, qui c’era il famosissimo mosaico a tessere molto piccole che ha dato il nome all’abitazione. La scena raffigurava una prova teatrale di un coro satirico, comparivano maschere poggiate a terra, attori pronti alla rappresentazione, uno è riprodotto nell’atto di vestirsi, infine, ci sono le figure del maestro del coro, con barba bianca e un musico che suona il flauto. Interessante è l’affresco, che fu staccato, con Admeto e Alcesti e ad altri episodi del ciclo iliaco. Il mosaico e l’affresco sono visibili nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La Casa del Chirurgo.

Quest’abitazione risale al III secolo a.C., se non addirittura al IV secolo a.C. è sicuramente una delle più antiche di Pompei, ovviamente subì vari rifacimenti nel corso degli anni. Il nome deriva da ritrovamento, al suo interno di molti attrezzi medici, o perlomeno quelli che all’epoca si ritenevano tali. L’abitazione presenta una facciata costruita con blocchi di pietra di calcare, squadrati, mentre i muri interni furono edificati ad opera a telaio. L’opera a telaio o africana, prevede una costruzione muraria con la creazione di un “Telaio” ottenuto con l’inserimento di pilastri di pietra e poi completato con un riempimento di pietre più piccole e di forma irregolare, a volte legate con della terra o malta. L’ingresso della casa si affacciava direttamente sulla strada, a cui seguiva un corto corridoio e l’atrio con il classico impluvium, realizzato in tufo. Sull’atrio si aprivano vari ambienti, sul fondo c’era il tablino che dava l’accesso al giardino porticato con colonne di pietra calcarea. Da qui un ingresso secondario conduce agli ambienti servili su cui fu aggiunto un piano superiore, essi erano compresivi di una cucina con focolare, di una latrina la quale era decorata con un pannello, su cui era raffigurato un Genio che versava libagioni su di un altare, sostenuto da due serpenti, era presente anche un affresco raffigurante un larario. Molto interessante era un ambiente con una finestra che dava sul giardino, questo era decorato con affreschi del primo stile all’esterno e del quarto all’interno. Su una parete era raffigurata una donna nell’atto di dipingere Dioniso su di un quadro retto da un amorino, non più in loco ma al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Poi vi era l’affresco che raffigurava un uomo con una tavoletta tra le mani, seduto di fronte a due donne, di grande interesse sono alcuni pavimenti a mosaico in cui apparivano figure geometriche. Ritorniamo agli attrezzi medici ritrovati, poiché erano una quarantina di pezzi, di ferro e di bronzo, hanno reso bene l’idea di cosa i Romani usassero in “Chirurgia”, tra le altre cose sono riconoscibili: sonde, cateteri, forcipi, pinze e bisturi, ovviamente non più in loco ma esposti nel solito museo napoletano.

La Casa del Fauno.

Si tratta di una delle più grandi abitazioni della citta, occupa uno spazio di circa tremila metri quadrati, risale al III secolo a.C., ma subì importati rifacimenti e ampliamenti nel secolo successivo. Il nome deriva dal ritrovamento, al centro dell’impluvium, di una statua di bronzo raffigurante un Satiro. L’ingresso presentava due pilastri di tufo e sul pavimento la scritta Have, termine latino che risale all’epoca in cui a Pompei si parlava la lingua osca… il proprietario conosceva le lingue. Dopo l’ingresso c’era il vestibolo che aveva un pavimento in opus sectile, in cui comparivano triangoli di marmo e di pietra calcarea, qui era posto un piccolissimo tempietto con colonnine in stile corinzio. L’ambiente successivo era l’atrio di tipo tuscanico con al centro l’impluvium realizzato col travertino, come detto al centro della vasca vi era il satiro danzante, che fu scambiato, nel momento della scoperta, con un fauno. Inoltre moto interessante era un mosaico, in opus vermiculatum, nel quale erano rappresentate maschere tragiche. Come di consuetudine, intono all’atrio si aprivano vari ambienti, tra cui il tablino in cui il proprietario che era un magistrato riceveva i clienti, ma chi era? Secondo un’incisione su di una cornice che inquadrava una statua, poteva essere un membro della famiglia dei Satrii, oppure come racconta l’incisione su di un anello ritrovato in loco, un esponente della casata dei Cassii. L’unica cosa certa fu il ritrovamento, all’interno del tablino, dello scheletro di una donna che aveva con sé denaro e gioielli. Proseguendo, ai lati del tablino vi erano due triclini, i quali erano decorati con affreschi in cui erano raffigurati dei pesci e un particolare demone posto a cavallo di una pantera. La casa aveva un secondo atrio con quattro colonne, tetrastilo, intono al quale si aprivano altri ambienti, questa volta di servizio e un ingresso secondario all’abitazione. Gli ambienti avevano tutti delle decorazioni particolari, come l’affresco di una pernice e tre colombe che rubano un anello, o quello di un gatto che si sta beatamente mangiando una pernice, che dire poi della camera da letto dove appariva la pittura raffigurante un Satiro e una Baccante. Il complesso era dotato, se pur piccole, di terme private con tanto di tepidarium e calidarium, la ricchezza architettonica di quest’abitazione non finiva qui, infatti, disponeva di due peristili di due dimensioni diverse. Quello più grande aveva una dimensione quarantacinque metri, per una larghezza di quaranta metri, ed era contornato da un ordine doppio di colonne per un totale di quarantaquattro, tutte rivestite di stucco. Questo peristilio era riccamente decorato con mosaici e vi erano diverse nicchie con la funzioni di larari, infatti, nei pressi di queste furono rinvenuti, due candelabri di bronzo, due treppiedi, due lampade e una statuetta del Genio. Infine, sul fondo, si aprivano alcuni locali destinati alla servitù e al custode. Il peristilio più piccolo era contornato da ventotto colonne di stile ionico, sembra che quelle della prima fase costruttiva fossero doriche, i due peristili erano divisi da un’esedra, con stucchi di primo stile, sulla soglia vi era un bel mosaico che raffigurava scene nilotiche in cui comparivano, coccodrilli e ippopotami. Il pavimento dell’esedra era formato da un bellissimo e famoso mosaico policromo, quello che raffigurava la battaglia di Isso tra Alessandro e Dario. Durante gli scavi, oltre ad alcuni scheletri umani e due di bovini, furono rinvenuti un gran numero di oggetti e monili d’oro e d’argento, un bracciale a forma di serpente.

La Casa dei Vettii.

Questa domus apparteneva alla famiglia dei Vettii, ciò è testimoniato da sigilli e da graffiti elettorali ritrovati in loco. L’abitazione fu edificata sicuramente prima del I secolo a.C., ma è in tale secolo che fu acquistata da questa famiglia di liberti con attività commerciali, in quest’occasione fu completamente ristrutturata e arricchita di decori e pitture. Danneggiata dal terremoto del 62 fu restaurata e ristrutturata nuovamente. La casa era di media grandezza, dal portone d’ingresso si accedeva al vestibolo che presentava due affreschi un po’ particolari, essi raffiguravano la lotta tra galli e Priapo, quest’ultimo ritratto mentre poggia il suo pene sul piatto della bilancia, a cui fa da contrappeso una borsa piena di denaro, era considerato un simbolo e un augurio di prosperità. L’abitazione presentava dei pavimenti semplici di cosiddetta lavapesta, con l’inserimento di qualche tessera bianca. C’erano due atri, il primo era di tipo tuscanico con impluvium di tufo, sulle pareti vi erano vari affreschi, in cui erano raffigurati, bambini nell’atto di compiere sacrifici ai Penati. Caratteristiche sono le due casseforti che erano presenti in quest’ambiente, erano di ferro con decorazioni di bronzo, sull’atrio si aprivano varie stanze, ma quello che colpisce di più è l’assenza del tablino, cosa inusuale in una domus. Uno di questi locali era decorato con un affresco in cui era raffigurata una grande scena di fauna marina. In un alto ambiente era posto l’affresco del mito di Ero, Leandro e l’abbandono di Arianna da parte di Teseo a Nasso. Inoltre vi era una rappresentazione di pesci, da notare che questa pittura, purtroppo andata perduta, era presente prima della ristrutturazione, quindi fu restaurata e non distrutta. Sull’atrio si affaccia l’oecus, anch’esso decorato con affreschi nei quali era raffigurata la lotta tra Pan e Amore, mentre Dioniso e Arianna li osservano, inoltre, vi è dipinto il mito di Ciparrisso, unico esempio nell’arte antica che è stato ritrovato, dove il protagonista uccide il cervo preferito di Apollo e quest’ultimo si vendica. Questo primo atrio dà l’accesso anche a un’altra stanza, con decorazioni del quarto stile e a una sorta di armadio a muro. Percorrendo un corto corridoio si giungeva a una scala che conduceva al livello superiore, mentre il sottoscala era utilizzato come magazzino per la stalla. Proseguendo, questo piccolo corridoio dava l’accesso al secondo atrio, con impluvium di tufo. In quest’atrio vi era una nicchia, usata come larario, essa era decorata con semi colonnine, di stile corinzio, con sopra un timpano triangolare, in un’edicola erano raffigurati: il Genio, nell’atto di compiere un sacrificio; i Lari; un serpente, inteso come nume tutelare. Quest’atrio dava l’accesso alla zona servile, interessante è la cucina, con bancone in muratura, che si è ben conservata, dove furono rinvenute: cinque caldaie; alcuni treppiedi di bronzo; catini e vasi di terracotta; pentole; graticole; una statua di Priapo. Sempre da quest’atrio si accedeva a un piccolo cubiculo, decorato con affreschi a sfondo erotico. Nel triclinio le decorazioni divengono a sfondo mitologico, con gli affreschi di Arianna e Teseo, Issione e Zeus, inoltre, sulle pareti, sopra uno zoccolo in cui sono raffigurati cavalli e busti di divinità, vi erano dei medaglioni raffiguranti le stagioni. Il peristilio presenta diciotto colonne che circondavano del tutto il giardino, un piccolo parco molto ricco, in esso vi erano vasche e dodici statue di bronzo, probabilmente, utilizzate come fontane per dei giochi d’acqua. Sulle pareti del peristilio vi era l’affresco in cui erano raffigurati, Dedalo che mostra a Pasifae la vacca di legno, Issone e Dioniso che scopre Arianna nel sonno. Altre decorazioni raffigurano figure umane e nature morte. Il peristilio dava l’accesso a diversi ambienti tra cui due oecus, uno era decorato con una sorta di greca a mosaico con tessere bianche e nere, sulle pareti era presente uno zoccolo con dipinti di sacerdotesse e Amazzoni, sopra il quale vi erano gli affreschi di divinità e di poeti, al loro fianco le muse ispiratrici, inoltre vi erano fregi in cui erano raffigurati i mestieri e amorini. L’altro oecus presentava, su pareti a sfondo giallo, alcune architetture fantastiche e su fondo bianco scene ispirate alla città di Tebe, in cui comparivano: Anfione e Zeto che legano Dirce a un toro; Penteo ucciso dalle Baccanti; Ercole bambino che strozza i serpenti. Vicino al peristilio un piccolo complesso a detta degli studiosi di dubbia funzione, sembrerebbe un gineceo articolato in due stanze che si aprivano su un piccolo cortile porticato, se così fosse erano locali destinati alla padrona di casa e alle sue figlie, ma la cosa è molto dubbia poiché era molto difficile, nelle abitazioni romane, trovare dei ginecei. Tramite un corridoio, si poteva raggiungere una stalla, la quale aveva anche un’entrata autonoma, che dava direttamente sulla strada.

La Casa di Ottavio Quartione.

È evidente che il nome derivi dal proprietario della domus a cui gli studiosi sono risaliti grazie al ritrovamento di un sigillo, anche se inizialmente fu attribuita a Loreio e Tiburtino a causa di due manifesti elettorali incisi sulla facciata esterna dell’abitazione. Questa casa, edificata nel II secolo a.C., era molto vasta e aveva due atri e due ingressi, ma dopo il terremoto, con lavori di ristrutturazione, una parte della domus, resa indipendente fu venduta. Addossate alla facciata dell’edificio vi erano due locande con accesso a un piano superiore, dove vi erano alcune camere. L’ingresso di questa domus, che era molto vicina all’anfiteatro, dava l’accesso direttamente all’atrio, da cui si poteva accedere in un locale dove su ritrovato il sigillo di bronzo con sopra inciso “Decimus Octavius Quartio”, il quale permise di individuare l’ultimo proprietario della domus. Dall’atrio si poteva entrare in un piccolo giardino colonnato, le pareti del portico erano finemente affrescate con figure, edicole, piccoli rami, sacerdoti di Iside. Dal giardino si aveva l’accesso all’oecus, riccamente decorato, le pareti presentavano uno zoccolo di finto marmo, sopra al quale vi erano gli affreschi che raffiguravano di Eracle e la guerra di Troia. Durante gli scavi nel giardino furono ritrovati alcune statuette egizie, compresa quella di Bes, il Dio protettore della casa e della famiglia. Molto interessante era il sistema di vasche ornate da colonne, che era presente nell’abitazione, quella superiore era decorata con statue che raffiguravano divinità egizie. Quella inferiore attraversava tutto il giardino, probabilmente all’interno ci nuotavano dei pesci, tra le due vasche fu posto un piccolo tempio, durante gli scavi furono ritrovate anche le statue di una sfinge e di Bacco. Alla fine della vasca inferiore c’era un triclinio estivo, nelle cui vicinanze fu posta un’edicola con la raffigurazione di Narciso da un lato e dall’altro Piramo suicida, poiché credeva che Tisbe fosse stata sbranata da un leone, dipinta accanto a lui la figura di Tisbe che a sua volta si uccide per il dolore.

La Casa del Citarista.

L’abitazione prende il nome da una statua di bronzo raffigurante Apollo Citarista, ossia suonatore di cetra, rinvenuta in un peristilio della casa, oggi visibile al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La domus fu ricavata dall’unione due case edificate nel I secolo a.C., le dimensioni sono notevoli, circa duemilasettecento metri quadrati e presentava: due ingressi, uno che dava su Via dell’Abbondanza e l’altro su Via Stabiana; due atri, tre peristili; una zona termale privata. Collegata all’abitazione vi era una zona commerciale composta da un panificio, da una pasticceria e da una taverna. Il complesso apparteneva alla famiglia dei Popidii, una tra le più benestanti e antiche di Pompei, perlomeno ciò è testimoniato tre graffiti, due scritte elettorali sulla casa e da busti di marmo e di bronzo ritrovati all’interno dell’abitazione. Nonostante che la casa è in cattivo stato di conservazione ha restituito opere molto importanti, oggi conservate a Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’architettura era molto complessa, intorno a un atrio, senza tablino, si sviluppava la zona servile, mentre attorno ai peristili erano collocati i locali di rappresentanza, quelli per la vita quotidiana della famiglia proprietaria e quelli per il riposo. Nel giardino del peristilio centrale c’erano statue di animali di bronzo, posti sull’orlo di una vasca semicircolare rivestita di marmo, dai quali uscivano getti d’acqua, tra questi vi era il gruppo del cinghiale addentato da due cani da caccia, un leone galoppante, un cervo in fuga e un serpente. All’interno di un atrio furono ritrovati due busti di bronzo raffiguranti del padrone di casa e della moglie, in un peristilio fu rinvenuto un ritratto femminile, di marmo. Altri due busti maschili furono ritrovati nel piano superiore, la casa era finemente decorata, anche se molto è andato perduto, meravigliosi affreschi furono ritrovati e staccati, come: Ifigenia in Aulide con Oreste e Pilade; Marte e Venere; Antiope e Thyilas; Enea e Didone; Io, Argo e Hermes. In loco è rimasto l’affresco che raffigura Apollo Citarista, da non confondere con la statua di bronzo.

La Casa dei Dioscuri.

Quest’abitazione faceva parte di quelle più grandi della città, il nome deriva da un affresco ritrovato all’ingresso della casa in cui erano raffigurati i due Dioscuri, Castore e Polluce. Questa domus fu ricavata dall’unione, in età Augustea di tre abitazioni, era dotata di due atri collegati da un peristilio, quello principale che aveva anche funzione d’ingresso, era di tipo corinzio, a Pompei, di questo stile, ne furono trovati solo quattro. Quest’ambiente presentava dodici colonne di tufo che andavano a sorreggere il tetto e dava l’accesso a locali ricchi di decorazioni che avevano la funzione di ricevimento degli ospiti e al convivio. Dall’atrio si poteva entrare direttamente nel peristilio nel cui giardino era posta una vasca, e sul quale si affaccia un’elegante esedra con le pareti rivestite di marmo. Le pareti del peristilio erano affrescate, in quarto stile, con dei pannelli che riproducevano nature morte e architetture. L’edificio aveva un tablino e due ambienti che si aprivano ai suoi lati, uno dei quali aveva decorazioni realizzate con affreschi che raffiguravano la nascita di Adone e Scilla che consegna a Minosse il capello fatato del padre Niso. L’altro ambiente era decorato con gli affreschi raffiguranti: Apollo e Dafne; Sileno e Ninfa con Bacco infante. Dietro al tablino vi era un portico colonnato che presentava colonne doriche con capitello, sulla parete di fondo trovava posto un bel larario. L’atrio secondario è quasi interamente occupato dagli ambienti di servizio, ma anche da quelli dedicati al riposo.

La Casa del Moralista.

La casa del Moralista detta anche di Caius Arrius Crescens e di Marcus Epidius Hymenaeus, era in realtà formata da due abitazioni collegate tra di loro, una più grande e l’altra più piccola. La seconda presentava un atrio, privo di impluvium, su cui si aprivano alcune stanze, il solito bombardamento della seconda guerra mondiale, causò gravi danni a vari ambienti e a un soffitto affrescato. La prima molto più grande era ancora in restauro per i danni del terremoto, infatti, gli archeologi hanno ritrovato una rilevante quantità di calce. I locali sono stati ritrovati quasi tutti privi d’intonaco, ma non il triclinio estivo, che aveva per decorazione tre distici moralistici, che danno il nome all’abitazione, forse non troppo chiari ai nostri occhi ma che comunque riporto qui sotto con una traduzione trovata in rete, sulla parete destra entrando era scritto: “Abluat unda pedes, puer et detergeat udos // Mappa torum velet, lintea nostra cave!”. Che all’incirca dovrebbe significare: “L’acqua lavi i piedi e lo schiavo le deterga bagnati; il tovagliolo stia sopra il cuscino, e cura la nostra biancheria”. Sulla parete di fondo compariva: “Lascivos voltus et blandos aufer ocellos // Coniuge ab alterius sit tibi in ore pudor!”. Cioè: “Tieni lontani sguardi lascivi e occhi dolci dalla moglie di un altro abbia tu pudore nel volto“. infine su quella di sinistra compariva: “(Insanas) lites odiosaque iurgia differ // Si potes aut gressus ad tua tecta refer!”. Ossia: “Rimanda le insane liti e gli odiosi contrasti, se puoi o, uscito, torna a casa“. Il resto delle pareti era affrescato con raffigurazioni di uccelli che beccano frutti e bacche. Il triclinio si apriva su un ampio giardino al cui centro fu posta una statuetta che raffigurava Diana, è molto probabile che l’abitazione appartenesse a dei commercianti di vini, infatti, il nome Marcus Epidius Hymenaeus compare su cinque manifesti elettorali posti sulla facciata della casa e su sei anfore vinarie che furono ritrovate nella casa. Nell’edificio compaiono altri due nomi di commercianti di vini, Caius Arrius Crescens e Titus Arrius Polites, abitavano, forse, insieme in queste due case?

La Casa del Cinghiale.

Questa casa dovrebbe risalire a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il l’inizio del I secolo a.C., perlomeno ciò è stato dedotto dalla struttura del peristilio formato da quattordici colonne con capitelli ionici. Il proprietario dell’edificio, probabilmente, era Coelius Caldus, esponente della famiglia dei Coeli che ebbe il ruolo di duumviro insieme a Q.Coelius Caltilius Iustus. L’abitazione però è famosa per la quantità e la qualità dei mosaici pavimentali che furono rinvenuti nel suo interno, danneggiata gravemente durante il terremoto, tanto che furono ricostruite alcune pareti, infatti, compaiono mattoni e tufelli insieme alle più antiche pietre di calcare. Quando arrivò l’eruzione i lavori di restauro erano in piena attività, le pareti dovevano ancora essere decorate, mentre i pavimenti invece sono rimasti quelli precedenti al terremoto. Pavimenti che si sono conservati in maniera ottimale, con i loro mosaici di tessere bianche e nere all’interno, cocciopesto e rombi di tessere bianche all’esterno. Uno di questi mosaici raffigura una scena di caccia, in cui compaiono un cinghiale e due cani da caccia che lo assalgono, la casa prende il nome proprio da quest’opera musiva.

La Casa di Casca Longus.

Questo nome, ai più appassionati di storia romana, dovrebbe ricordare qualcosa… Publius Servilius Casca Longus, fu uno dei protagonisti della cospirazione contro Giulio Cesare. Anche questa struttura fu ricavata dall’unione di due abitazioni che furono edificate nel II secolo a.C., in epoca sannitica e presentava due atri. L’atrio principale, in stile tuscanico, era con impluvium il quale era rivestito di marmi policromi, caratteristico era il compluvio, l’apertura del soffitto che permetteva la raccolta dell’acqua piovana, questo era decorato con dei gocciolatoi di terracotta con figure. Accanto all’impluvium vi era un tavolo con tre sostegni di marmo con forma di zampa di leone è qui che è inciso il nome del proprietario originale, Casca Longus per l’appunto, evidentemente il ricco possessore di quest’abitazione era un collezionista di oggetti, raffinati o appartenuti a personaggi noti. Notevoli sono gli affreschi di quest’atrio, le pareti, decorate in terzo stile, presentano uno zoccolo rosso con pitture di tralci arcuati che corrispondono ai campi di colore celeste soprastanti, in realtà separati da delle fasce di colore nero su cui erano raffigurati candelabri di fantasia con uccelli, maschere, tirsi, tripodi e ancora una volta tralci. La bellezza di quest’atrio non finisce qui, le zone di colore celeste presentavano dei listelli verticali di grande finezza, al centro vi erano dei quadri raffiguranti scene teatrali, tragico comiche, ispirate alle commedie di Menandro. Negli armadi di legno, posti sempre in quest’atrio, furono ritrovati vari oggetti tra cui: la statuetta di bronzo di Apollo con cerbiatto, cinque coppe d’argento, suppellettili di vetro e di bronzo. Sempre negli armadi fu ritrovato un oggetto molto particolare, un “Lisciatoio” formato da una piccola ciotola di bronzo, con anello, nella quale vi era un pezzo di pietra pomice, attrezzo quasi sicuramente usato per levigare i pavimenti con mosaici o i marmi. Sull’atrio si aprivano vari ambienti tutti decorati finemente, notevole era un soffitto, il quale presentava al centro una Venere in rilievo di stucco, sullo sfondo di un campo di fiori di alta qualità. Il resto degli affreschi è notevolmente deteriorato. Per completezza diciamo che dall’originale casa sannitica furono separate due botteghe che erano poste vicino all’ingresso.

La Casa dei Gladiatori.

Si tratta di una casa edificata nel I secolo a.C., sicuramente come abitazione privata, ma in seguito la destinazione d’uso forse cambiò. L’abitazione aveva due ingressi, l’atrio presenta un bel pavimento in opera musiva, con una scena di lotta tra gladiatori. Il peristilio presenta otto colonne sul lato lungo e quattro su quello corto, con delle transenne decorate con affreschi raffiguranti paesaggi e scene di caccia. Il triclinio era decorato con raffinate pitture del terzo stile e aveva una bella pavimentazione a mosaico. Gli studiosi hanno ipotizzato che dopo una ristrutturazione l’abitazione fu usata come palestra per l’esercitazione dei gladiatori che forse vi alloggiavano insieme alle famiglie. Questa convinzione derivò dal ritrovamento di un alto numero di graffiti lasciati dai gladiatori nell’abitazione, sulle colonne ci sono iscrizioni che elencano le loro vittorie.

La Casa del Centenario.

È stata data, a questa casa, tale denominazione semplicemente perché fu esplorata, per la prima volta, nel 1879, ricorrenza del mille e ottocentesimo anno dalla catastrofica eruzione del Vesuvio. Si tratta di una grande abitazione del II secolo a.C., ristrutturata e restaurata, in età imperiale, in realtà è frutto dell’unione di tre abitazioni preesistenti. La casa presentava due atri, quello principale era in stile tuscanico, con le pareti decorate da affreschi che raffiguravano scene a soggetto teatrale, il pavimento era in opera musiva. L’atrio dava l’accesso al tablino che, a sua volta, permetteva di entrare nel peristilio, di forma quadrata, porticato e colonnato, un lato aveva un doppio ordine di colonne, nel centro del giardino c’era una piscina. Sul fondo del peristilio c’era un bel Ninfeo con fontana, mentre in un ambiente, parzialmente nascosto, c’erano affrescate alcune scene erotiche molto esplicite e con vari dettagli. Nell’atrio secondario c’era un larario il quale presentava un bellissimo e famoso affresco, in cui era raffigurata la scena del Vesuvio con dei ricchi boschi, coltivazioni di vite, un serpente e una figura, oggi è possibile ammirarlo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’edificio aveva delle terme private e una zona servile con accesso indipendente che dava su un vicolo.

La Casa degli Amorini Dorati.

Quest’abitazione trae il nome dal ritrovamento, al suo interno, di lamine d’oro su cui erano raffigurati degli amorini. Si tratta di una casa che risale al III secolo a.C. ma che fu ristrutturata, restaurata e ampliata nel I secolo a.C., apparteneva alla famiglia Poppeae, molto ricca e importante a Pompei. L’ingresso presenta due ambienti laterali che avevano decorazioni in primo stile, da qui si entrava nell’atrio che dava accesso ad alcune stanze e al peristilio. Il tablino aveva le pareti decorate con affreschi, del terzo, stile in cui risaltava la scena dell’incontro tra Paride ed Elena, il pavimento era in opera musiva. Il peristilio, colonnato, aveva una pavimentazione in cocciopesto, con inserimenti di marmi policromi, qui si apriva un bellissimo e ricco giardino decorato con statue, sulle colonne vi erano appese delle maschere, mentre arricchivano la decorazione piccole tavole di marmo dipinte. Il peristilio dava l’accesso a un’ampia sala usata per i ricevimenti, quest’ambiente di rappresentanza aveva decorazioni notevoli, le pareti presentavano affreschi ricchi di personaggi, erano raffigurati: Achille tra Patroclo e Briseide; Teti che visita l’officina del dio Vulcano per cercare le armi per Achille; la fuga di Giasone e Medea. Il pavimento era in opera musiva con un rosone nel centro. Appena dopo il giardino vi era un sacello dedicato alle quattro divinità egizie, Iside, Arpocrate e Serapide affiancate da Anubi, inoltre vi erano alcune decorazioni strettamente legate al culto di Iside, la cosa particolare è che sul lato opposto trovava spazio un larario tipicamente Romano. Da un corridoio, in cui c’era una statua di Venere, si entrava in un locale anch’esso decorato, con pittura di colore giallo a tinta unita su cui erano dipinti fini decori. Vicino vi era un altro ambiente con decori di tema amoroso, infine in un’altra stanza furono rinvenute le foglie d’oro su cui erano incisi i famosi Amorini detti, appunto, dorati, ora esposti al Museo Archeologico Nazionale a Napoli.

La Casa della Venere in Conchiglia.

Questa casa fu edificata nel I secolo a.C., ma subì nel tempo varie modifiche, prende il nome da un bellissimo affresco che fu realizzato nel peristilio, apparteneva a un ramo della famiglia dei Satrii, molto in vista negli ultimi anni di vita della città. L’abitazione era priva di tablino, il centro della casa era il peristilio, con giardino e portico colonnato su due lati, intorno al quale erano disposti gli ambienti tutti decorati e affrescati, comprensivi di un grande oecus il secondo, per dimensioni, della città. Nel giardino trovava posto l’impluvium, non mancavano gli affreschi con scene vita bucolica con fagiani, uccelli e piante. Quello che però colpisce è la parete di fondo del peristilio, posta proprio difronte l’ingresso, una sorta di finta finestra sul mare. Nella parte bassa della parete, vi è uno zoccolo con elementi geometrci,rombi, mentre la parte alta è divisa in tre pannelli con scene particolarmente interessanti e diverse tra di loro. Sul pannello di destra un affresco raffigura una fontana a cui si abbeverano degli uccelli, posta davanti uno splendido giardino con piante e animali esotici. Su quello di sinistra è raffigurata una statua di Marte con scudo e lancia, posta su di un piedistallo e ancora una volta sullo sfondo compare un giardino con piante e animali esotici. Ed ecco nel pannello centrale Venere, protettrice della città di Pompei, distesa su una grande conchiglia mentre è trasportata dalle onde, una leggenda narra che Venere nacque dalla spuma del mare e trasportata da Zefiro fino a Cipro, prima di ascendere all’Olimpo al cospetto degli altri Dei. Torniamo però al nostro affresco, la Dea dell’amore è raffigurata completamente nuda con indosso unicamente un diadema sul capo, gioielli al collo, sui polsi alcuni bracciali d’oro e cavigliere, sempre d’oro, sulle caviglie. Accompagnano Venere due Amorini, l’insieme è di grande effetto scenografico. Anche questa domus fa parte di quelle sinistrate dalle bombe lanciate dagli aerei durante la seconda guerra mondiale, in particolare fu molto danneggiata la parte centrale dell’impluvium e parte del colonnato del peristilio.

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