Pompei: Gli Edifici Religiosi.

by / sabato, 04 aprile 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Gli Edifici Religiosi.

Dal profano al sacro, gli edifici religiosi, la maggior parte di queste strutture furono edificate tra il III a.C. e il II secolo a.C., anche se nel tempo furono modificate, ristrutturate e ampliate. Quando il Vesuvio eruttò, quasi tutte erano ancora in restauro a seguito del terremoto del 62. Cerchiamo di analizzare i maggiori templi:

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Il Tempio di Apollo.

Questo tempio è uno dei più antichi della città, fu, infatti, costruito tra l’VIII secolo a.C. e il VII secolo a.C., anche se, inizialmente è probabile che si trattasse di una zona aperta dove furono posti alcuni altari. Il primo vero e proprio edificio dovrebbe risalire VI secolo a.C., ma poi fu completamente ricostruito in epoca sannitica, Apollo fu la divinità più importante di Pompei almeno fino a quando, con l’arrivo dei romani, s’introdusse il culto di Giove. In epoca augustea fu costruito un muro che lo nascose alla vista delle abitazioni vicine e fu aggiunta, come decoro, una meridiana. La recinzione era in opera incerta, nel muro furono inseriti pilastri di tufo, presentava un solo ingresso, anche gli studiosi hanno dedotto da questa epigrafe che inizialmente gli ingressi dovevano essere almeno dieci:

M. Holconius Rufus duo vir iure dcundo tertium C. Egnatius Postumus d.v.i.d. iterum ex decurionum decreto ius luminum opstruendorum redemerunt, parietemque privatum Coloniae Veneriae Corneliae usque ad tegulas faciundum coerarunt.”

Cioè:

«Marco Holconius Rufus duoviro con potere giurisdizionale per la terza volta e Caius Egnatiu Postumus duoviro con potere giurisdizionale per la seconda volta riscattarono, per la deliberazione decurionale, il diritto di ostruire i vani di luce per tremila sesterzi e fecero costruire fino al tetto un muro di proprietà della Colonia Cornelia”.

Da questa iscrizione si è dedotto, oltre alla costruzione de muro che lo isolò dagli edifici circostanti, gli ingressi furono chiusi e trasformati in nicchie nelle quali furono affrescate scene della Guerra di Troia. Varcato l’ingresso, ci si trovava all’interno di un quadriportico caratterizzato da quarantotto colonne in tufo scanalate, i capitelli in origine di stile ionico, furono sostituiti, durante i restauri a seguito del terremoto del 62, da altri di stile corinzio. Questi erano dipinti con colori accesi sui toni del giallo, del blu e del rosso, su di loro poggiava un architrave di stile ionico, che recava ricche decorazioni con metope e triglifi, le quali vennero in seguito sostituite con grifi che sostenevano corone di foglie. Sempre gli archeologi hanno ipotizzato che sopra l’architrave vi erano delle piccole colonne, di ciò però non se ne ha certezza. Varie erano le statue, poggianti su piedistalli di marmo, che adornavano il tempio, di sicuro cerano quelle: di Venere; di Ermafrodito; di Apollo Arciere, di bronzo; di Ermes; del busto di Artemide con l’arco. Fortunatamente tutte visibili, non in loco, ma nel Museo Nazionale Archeologico di Napoli. Come detto, fu aggiunta una meridiana che fu posta nell’atrio, come spesso accadeva, in questo tipo di architetture, il tempio contenente la cella della divinità era posto in fondo al cortile. L’accesso era dato da una scalinata che permetteva di giungere sul podio, la cella era posta all’interno del periptero che era formato da ventotto colonne di stile corinzio. All’interno della cella era posto il simbolo dell’ombelico del mondo che era venerato nel santuario di Apollo a Delfi, l’Omphalos, che era raffigurato semplicemente da un blocco di tufo. Ovviamente sempre al suo interno vi era un piedistallo sul quale vi era la statua del Dio. La pavimentazione, che risale al II secolo a.C., fu eseguita con pietre policrome bianche e verdi, contornata da due fasce, una di ardesia e l’altra decorata con greche. Infine c’è da dire che all’interno del Tempio di Apollo sono state ritrovate varie iscrizioni a testimoniare i restauri che il complesso ha subito nel tempo.

Il Tempio Dorico.

Questo tempio fu costruito, nel VI secolo a.C., nei pressi del Foro Triangolare e la sua struttura risente di una grande influenza ellenica, più di qualsiasi altra costruzione di Pompei. Anche questo edificio subì, con il trascorrere del tempo, numerose opere di restauro quelli effettuati nel II secolo a.C. furono necessarie per riqualificare il tempio dopo un lungo periodo di abbandono. Il luogo di culto, gravemente danneggiato dal terremoto del 62, fu definitivamente dismesso. Il nome deriva semplicemente dal fatto che fu edificato in stile dorico, anche questo è uno dei monumenti danneggiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il tempio aveva una lunghezza di ventinove metri e una larghezza di venti metri, forse era dedicato a Minerva, deduzione derivante dal ritrovamento nelle vicinanze di un’epigrafe in lingua Osca che recitava pressappoco:

Per questo bivio quelli che vanno intorno all’edificio pubblico che è vicino al Tempio di Minerva”.

Alcuni pensano, però, che fosse dedicato a Ercole, l’area sacra era delimitata da un basso muretto e il tempio poggiava direttamente sulla roccia sottostante. L’accesso al Tempio Dorico era possibile attraverso una gradinata che correva lungo tutto il perimetro, però in numero dei gradini variava secondo il lato, ciò permise il livellamento del tempio stesso. Poco rimane dell’aspetto originate anche lo stilobate fu rifatto in epoca successiva alla costruzione, comunque era a base rettangolare ed era circondato da undici colonne sul lato lungo mentre quelle sul lato corto erano sette. La cella della divinità poggiava direttamente sulla roccia ed era posta al centro del podio non è certo che ci fosse un pronao, ma e probabile, sicuramente c’erano le statue del culto poggianti su delle basi, forse di marmo, è difficile, da parte degli studiosi, considerando i pochi resti, capire fino in fondo tutta la struttura del tempio. Interessanti sono, però i reperti ritrovati dagli scavi archeologici di tutta questa zona, tornarono alla luce del sole molte terrecotte, ma specialmente una metopa, che faceva parte del tempio prima del massiccio restauro del II secolo a.C., e che raffigura il mito di Issone, posto tra Efesto e Atena, mentre è legato alla ruota degli Inferi.

Il Tempio di Iside.

Questo tempio fu costruito nel II secolo a.C., ma anche questo complesso subì gravi danni per il terremoto, sempre quello del 62, fu ricostruito per volere di Numerio Popidio Ampliato. Al momento della scoperta, avvenuta nel XVIII secolo, risultò essere uno dei monumenti meglio conservati di tutta la città, tanto che fu visitato da personaggi più illustri, dell’epoca, di tutta l’Europa. Il tempio fu edificato nella zona dei teatri presso la Palestra Sannitica, che, come detto, fu ridimensionata per lasciare spazio alla costruzione sacra. Sul portale dell’ingresso principale fu ritrovata un’epigrafe che ci tramanda:

N. Popidius N. f. Celsinus aedem Isidis terrae motu conlapsam a fundamento p.s. restituit; hunc decuriones ob liberalitatem, cum esset annorum sexs, ordini suo gratis adlegerunt”.

Cioè:

umerius Popidius Celsinus, figlio di Numerius, ricostruì interamente a sue spese il tempio di Iside crollato per il terremoto. Per questa sua munificenza, i decurioni, pur avendo egli solo sei anni, lo aggregarono al loro consesso senza alcun onere”.

In realtà il figlio di Numerio all’epoca dei fatti era solo un bimbo, quindi il finanziamento lo fece il padre. Lo fece in nome del figlio, probabilmente, per agevolarlo in un’eventuale carriera politica. Sempre vicino il portale vi erano due nicchie in cui furono poste le statue di Arpocrate e Anubi. Il cortile interno era completamente ricoperto con lastre di tufo, tutt’intorno correva un portico, le cui pareti erano finemente affrescate con disegni del quarto stile. Nello specifico, le pareti si possono considerare divise in tre parti, in quella bassa erano presenti riquadri contenenti patere, bucrani, coppe di leonesse, sfingi, draghi e delfini. La parte centrale era caratterizzata da piccoli quadri che avevano come tema battaglie navali o paesaggi nilotici, a questi si alternavano altri raffiguranti sacerdoti e paesaggi egizi. Infine nella parte alta vi era un fregio e decorazioni raffiguranti figure sospese in aria, nature morte e paesaggi. Oggi queste decorazioni, così come l’iscrizione, sono conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Al centro del cortile, posta su di un podio, vi era la cella delle divinità, a quest’ambiente si accedeva tramite una scalinata ed era preceduta da un pronao. Le pareti della cella, che presentava un grande portale d’ingresso, erano completamente ricoperte di stucco sia esternamente sia internamente, inoltre, sulla parete di fondo sopra un bancone di mattoni vi erano due piedistalli di tufo i quali, a loro volta, sostenevano le statue di Osiride e Iside. Dietro il podio vi era una nicchia in cui fu posta una statua di Dioniso con pantera, il pavimento della stanza era ad opera musiva. Torniamo nel cortile, qui vi erano due altari dedicati ad Arpocrate e Anubi, inoltre vi era l’altare principale sul quale erano sacrificati animali. In un angolo, sempre nel cortile, vi era un’edicola nella quale era conservata l’acqua sacra, usata per le cerimonie domestiche, anche quest’ambiente era decorato con stucchi questa volta a fondo azzurro, giallo e rosso, con raffigurazioni di Arpocrate, figure isiache in processione, sacerdotesse egiziane, Venere, Marte, Perseo, Andromeda e una coppia di amanti posta tra eroti. Inoltre sul cortile si aprivano alcuni locali di servizio, quello riservato ai banchetti e alle riunioni, presentava una bellissima decorazione pittorica, in quarto stile, con raffigurazioni di santuari egizi e scene del mito della Ninfa Io. Il pavimento era in opera musiva con tessere bianche e nere, un altro locale di servizio era il sacrarium, utilizzato come deposito per i paramenti sacri, anche quest’ambiente era decorato con affreschi in cui sono raffigurati: il bue Apis, Osiride sul trono e il navigium Isidi. Inoltre vi erano una cucina, un triclinio, un cubicolo e un “Appartamento” per i sacerdoti, il pastophorion. Gli scavi archeologici hanno fornito, oltre a tutti gli affreschi di cui abbiamo parlato, numerosi e interessanti oggetti sacri.

Il Tempio di Giove, o della Triade Capitolina, o Capitolium.

Nei pressi del Foro, nel II secolo a.C., fu edificato il tempio di Giove, a questa divinità era dedicato il tempio ed era sicuramente la struttura più importante di Pompei. Dopo la conquista Romana della città, da parte di Lucio Cornelio Silla, il tempio fu dedicato al culto della Triade Capitolina, per questo chiamato Capitolium, quindi al padre degli Dei fu aggiunta la venerazione di Giunone e Minerva. Questa era, infatti, un’usanza dei Romani, dedicare cioè, a queste divinità i templi che si trovavano al centro della città. Subì un primo restauro in epoca Tiberiana e un altro molto importante dopo il terremoto del 62, evento che gli inflisse gravissimi danni, quando fu sepolto nell’eruzione del 79, mancava ancora del tetto. Infatti, i lavori non erano ancora terminati quando la coltre di cenere lo coprì, tornò alla luce durante gli scavi di epoca borbonica. Il tempio presentava un alto podio di forma rettangolare di trentasette metri di lunghezza e diciassette metri di larghezza, il quale fu realizzato con blocchi di tufo e di altra pietra vulcanica. Il podio aveva delle particolarità, innanzi tutto presentava delle semicolonne come decorazione e il suo interno era vuoto, questo spazio era diviso in tre navate con volta a botte. I tre locali erano utilizzati dai sacerdoti forse come depositi, o per custodire per il tesoro cittadino. Ci si deve soffermare un pochino sulla gradinata, che permetteva l’ingresso al tempio, ai lati di questa vi erano due statue equestri, ma la particolarità sta nel fatto che ci sono due file di scale, entrambe arrivano su una sorta di pianerottolo dal quale parte un’ampia scalinata che porta all’altare. Il tempio era preceduto da un pronao con sei colonne sulla facciata e quattro sui lati, le quali erano di tufo e interamente ricoperte di stucco. Le colonne avevano un’altezza massima di circa dodici metri e presentavano un capitello di tipo corinzio, tutta l’area era pavimentata con lastre di travertino. La cella era molto grande, occupava più della metà del podio ed era divisa in tre navate da colonne poste su due ordini, separate da un architrave, quelle del livello inferiore erano di ordine ionico, di quelle superiori non ne rimane traccia. La navata centrale è più grande delle altre due, agli angoli vi erano quattro pilastri di tufo decorati con foglie d’acanto e volute, questi si poggiavano su una base sagomata. Sul fondo della cella erano poste le statue delle tre divinità, le pareti erano decorate con affreschi, che subirono rifacimenti, infatti, inizialmente erano di primo stile, molto probabilmente riproducevano marmi. In seguito le decorazioni furono sostituite con pitture del secondo stile, per quanto riguarda la parte alta, mentre nella parte bassa fu posta una zoccolatura in terzo stile. Il pavimento era formato da rombi di pietra policroma posti ad opus scutulatum, mentre poco o nulla si sa delle statue, poiché furono ritrovate soltanto una testa di Giove mastodontica, un corpo di marmo e una maschera di Giunone.

Il Tempio di Venere.

Questo tempio fu edificato subito che Lucio Cornelio Silla conquistò Pompei nel nome di Roma, fu dedicato alla Dea della bellezza sia come protettrice del generale romano, sia della città. Era uno dei templi più sfarzosi della città, fu costruito in una zona panoramica da dove dominava il Golfo di Napoli e il fiume Sarno. La sua costruzione, nei pressi di Porta Marina, comportò l’abbattimento di molte abitazioni, mentre altre furono poi utilizzate dai sacerdoti. Fu gravemente danneggiato dal terremoto del 62, poiché durante la ristrutturazione non poteva essere utilizzato, fu costruita un’edicola per continuare a svolgere le normali attività votive. Anche questo monumento non era del tutto terminato quando il Vesuvio si svegliò, abbiamo detto che era una dei templi più belli della città ma fu anche il più saccheggiato, tutti gli arredi, che erano di marmo, non sono stati più trovati. Massicce mura perimetrali circondavano il tempio, il quale aveva un ingresso principale e uno secondario. Il complesso era completamente circondato da colonne poste su due file, per quanto riguarda i lati est e ovest, mentre c’è ne era una su quello nord, non era presente nessun colonnato sul quarto lato, quello sud. Il podio, di forma rettangolare, misurava ventinove metri di lunghezza e circa quindici metri di larghezza, la cella aveva un muro esterno di basalto. Tutto il complesso era magnificamente e finemente decorato di marmi policromi, purtroppo la spogliazione, pressoché totale che il tempio ha subito, ha reso il tutto difficilmente interpretabile, da parte degli studiosi. Oggi rimane ben poco, è possibile vedere i resti di un architrave, di colonne e di un frontone, la pavimentazione era composta da una striscia esterna di tassellato bianco, da una parte mediana di marmo policromo, di queste due zone restano solo poche tracce, vi era, poi, un’ampia zona centrale di cui non rimane nulla. Di certo si sa che vi erano due statue equestri che poggiavano su un piedistallo, un altare di travertino una scala e un tunnel sotterraneo che permettevano di raggiungere le abitazioni dei sacerdoti. Affreschi? Forse c’erano, come probabilmente all’interno della cella vi era la statua di Venere.

Il Tempio della Fortuna Augusta.

Marcus Tullius M.f. duovir iure dicundo tertium quinquennalis, augur, tribunus militum a populo, aedem Fortunae Augustae solo et pequnia sua”.

Ossia:

Marcus Tullius, figlio di Marcus, duoviro con potere giurisdizionale per tre volte e quinquennale, augure, tribuno militare di nomina popolare eresse il tempio della Fortuna Augusta su suolo e con denaro proprio”.

Questo tempio fu edificato dopo il ritorno a Roma di Augusto dalle sue campagne di conquista, quindi la sua costruzione è posteriore al 13 a.C., ossia quando Marco Tullio, che appartenente alla stessa famiglia dalla quale discendeva Cicerone, quella dei Tulli, decise di realizzarlo, così come ricorda l’epigrafe qui sopra. Ovviamente era un tempio dedicato ad Augusto molto probabilmente edificato a scopi politici, posto al di fuori del foro era di piccole dimensioni ma con una struttura simile al Tempio di Giove. Anche questo tempio era completamente rivestito di marmi policromi e di lastre di pietra calcarea, per accedervi si dovevano salire due rampe di scale ogn’una delle quali era formata da quattro gradini. Le due rampe, circondate da una cancellata, terminavano su un pianerottolo dove fu posto un altare, un’altra scalinata, questa volta formata da nove gradini, che conduceva al pronao, questo presentava quattro colonne con capitelli, di stile corinzio, sulla facciata, e due sui lati. La cella presentava sul fondo un’edicola con due lesene che la delimitavano, all’interno vi era la statua della Dea Fortuna sempre all’interno della cella vi erano quattro nicchie con altrettante statue, esse raffiguravano la famiglia imperiale e molto probabilmente anche Marco Tullio. All’interno del tempio furono ritrovate quattro iscrizioni dedicate agli imperatori in carica, per i custodi del tempio fu costruita una piccola abitazione in un terreno limitrofo all’area sacra.

Il Tempio di Vespasiano.

Questo tempio, conosciuto anche con il nome di Aedes Genii Augusti, era un complesso sacro dedicato al “Genio” degli imperatori romani. Incerta è la data di costruzione, di questo tempio, alcuni studiosi pongono la sua realizzazione in età Augustea, per poi essere profondamente ristrutturato dopo il terremoto del 62. Altri lo datano in epoca successiva tanto che lo danno ancora in costruzione o in restauro nel 79, se così fosse, sarebbe stato dedicato a Vespasiano, a comprova di ciò sarebbe la scena del sacrificio di un toro, riportata come bassorilievo su di un altare. Nella tradizione romana ciò significherebbe che l’imperatore era ancora in vita, quando il tempio fu dedicato, altrimenti l’animale sacrificato sarebbe stato un bue. Il Tempio di Vespasiano fu costruito su un lato del Foro, presenta una pianta irregolare che fa denotare il poco spazio che si aveva a disposizione, l’edificio fu pesantemente ristrutturato dopo il terremoto del 62. Il portale d’ingresso era molto semplice, superato il quale, si accedeva al cortile che aveva un muro perimetrale di tufo, con colonne in laterizio, è evidente che il tempio fosse ancora in restauro quando avvenne il cataclisma del 79. L’evidenza scaturisce dal fatto che le colonne non erano ancora state stuccate e dalla mancanza del pavimento. Sulle pareti si aprivano delle finestre cieche sormontate da timpani sia lunati sia triangolari, vicino a quella di fondo vi era il podio che, era raggiungibile tramite due scalinate laterali, presentava quattro colonne sul fronte. Sul podio vi era la cella, in opera laterizia, all’interno, di questa fu posta una statua dell’imperatore di bronzo. Al centro del cortile vi era un altare di marmo bianco, decorato con la scena del sacrificio del toro. Nel bassorilievo, oltre al toro che deve essere sacrificato, sono raffigurati: un sacerdote che versa libagioni su un tripode; giovani che porgono gli utensili per il sacrificio; un flautista; due littori; un assistente al sacrificio; sullo sfondo un tempio con quattro colonne. Sul lato opposto l’altare aveva, come decorazione, una corona di foglie di quercia, poggiata su uno scudo e due arbusti di alloro, sui lati corti erano raffigurati gli strumenti usati per i sacrifici con sopra un festone costituito da frutti e fiori. Alcuni vani e una galleria coperta completavano il complesso.

Il Tempio di Dioniso.

Questo tempio è un esempio di quelli suburbani, fu costruito, tra la fine del III a.C. secolo e l’inizio del II secolo a. C., per volontà e a spese di Maras Atinius, un edile sannita. Sorgeva esternamente alle mura a circa un miglio dalla città, su una collina che dominava la valle del Sarno, probabilmente nei pressi di quella che era la foce del fiume prima dell’eruzione, in quella stessa zona che fu abitata fin dall’età del bronzo, ma non adibita a culti. Il tempio, quindi dominava la costa, ma non era collegato da nessuna strada principale, fu ipotizzato, dagli studiosi, che forse un unico ponte lo univa ad altri templi suburbani. Sicuramente rimaneggiato nel tempo, fu dedicato a Dioniso, probabilmente come protettore delle numerose coltivazioni di viti che esistevano nell’area d’influenza pompeiana. Questo è una delle poche strutture completamente funzionanti quando avvenne l’eruzione, nonostante il restauro subito per il solito terremoto. Vanno spese due parole su il ritrovamento di questo tempio, che avvenne in maniera del tutto casuale, quando una bomba della seconda guerra mondiale, lanciata da un aereo, esplose vicino la cappella dedicata a sant’Abbondio, sopra la zona dove era seppellito il complesso. Il Tempio di Dioniso, era di tipo dorico di epoca sannita, l’ingresso presentava un altare al centro, caratterizzato, su due lati, da un’iscrizione, scolpita e colorata di rosso, in lingua osca dedicata a Maras Atinius. Ai due lati dell’altare vi erano due ambenti che furono identificati come triclini, ognuno dei quali aveva al centro un tavolo circondato da panche in muratura. Qui si svolgevano i banchetti sacri per i misteri dionisiaci, una rampa, decorata con un’altra iscrizione in lingua osca, costruita successivamente al tempio, permette l’ingresso all’interno dello stesso. La facciata del pronao presenta un frontone di tufo in cui e scolpito Dioniso che ha il braccio destro teso con in mano un kantharos e nella mano sinistra dell’uva, inoltre vi è la figura di una donna. Qui nascono due diverse interpretazioni: se la donna è Arianna, la scena raffigurerebbe il matrimonio tra Dioniso e la figlia di Minosse, oppure è Afrodite, nell’atto di alzare un velo. Il pronao vero e proprio è circondato da panche in muratura, ovviamente al suo interno vi era la cella del Dio con la sua rappresentazione, questi ambienti presentavano una decorazione a stucchi. All’interno della struttura, addossata a un triclinio, vi era una schola. Dagli scavi archeologici sono tornati alla luce anche elementi in ceramica, ossa di animali e vegetali.

Il santuario dei Lari Pubblici.

È molto probabile che questo santuario fu edificato all’indomani del terremoto del 62, evento, questo, considerato dai pompeiani come una tremenda punizione, scaturita dall’ira degli Dei verso la città, quindi la sua costruzione doveva rabbonirli proprio per questo fu dedicato ai Lari, le divinità tutelari della città. C’è però da precisare che secondo alcuni studiosi, il tempio è precedente al terremoto e che era dedicato alla famiglia imperiale. Un’altra ipotesi vede la struttura utilizzata come biblioteca pubblica. Sembra che la prima sia la più credibile. Il tempio fu costruito in un lato del Foro, tra il Tempio di Vespasiano e il Macellum, era a base rettangolare lungo ventuno metri e largo diciotto metri. Al momento dell’eruzione non era terminato, il colonnato d’accesso, non fu mai completato, furono messe in opera solo le basi delle colonne di ferro e basalto. Il complesso aveva una parete perimetrale, in opus reticolatum e incertum, sicuramente doveva essere rivestita di marmi, ma il tempo di farlo non ci fu, comunque il tempio si presentava con un grande atrio che aveva un pavimento di marmo, al centro vi era un altare su cui erano praticati i sacrifici. La parete di fondo terminava con un timpano triangolare e aveva un catino absidale con una nicchia centrale. Il catino presentava un basamento sul quale erano poggiate, solo a scopo decorativo, alcune colonne con sopra un architrave. Nei dintorni vi era anche un’edicola formata da due colonne e un architrave, la quale conteneva tre statue. Nelle pareti laterali si aprivano altre nicchie e due locali con ingresso decorato con colonne, al loro interno vi erano ulteriori nicchie con volte a botte e statue. Il santuario era molto vicino al Tempio di Vespasiano, ciò permetteva di festeggiare contemporaneamente le divinità protettrici della città e l’imperatore.

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