Pompei: Gli Edifici Pubblici.

by / sabato, 04 aprile 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

.Gli Edifici Pubblici.

Premesso che gli abitanti di Pompei svolgevano le loro attività commerciali, politiche e quelle che si riferiscono al quotidiano in luoghi ben distinti e separati, cerchiamo di analizzarne alcuni dei più importati.

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Il Foro.

Il Foro di Pompei era il fulcro, come per tutte le città dell’antica Roma, delle attività politiche, economiche e religiose. Fu edificato nel IV secolo a.C., in epoca sannita, per poi essere ampliato dai Sanniti stessi e successivamente ristrutturato e restaurato dai Romani. Poco distante da porta Marina nel II secolo a.C. fu risistemato e rinnovato, furono eliminate un gran numero di botteghe, si formò così una grande piazza che fu decorata e abbellita con statue, sia di divinità sia di cittadini considerati celebri. Il foro era delimitato da archi che avevano unicamente funzione onoraria e di abbellimento. Non si sa bene quanti fossero, si ha conoscenza di tre dedicati ad Augusto, a Tiberio e a Caligola, erano completamente rivestiti di marmo. Nel Foro era consentito l’accesso soltanto a piedi, e vi era uno spazio riservato agli oratori, com’è facile intuire, intorno a esso si aprivano i più importanti complessi della città: gli edifici della Pubblica Amministrazione, qui si riunivano le personalità politiche; la Basilica, dove era amministrata la giustizia e dove si svolgevano attività economiche. Questa fu edificata nel II secolo a.C., mentre quelli dell’Amministrazione Pubblica erano sicuramente precedenti all’80 a.C., ma ristrutturati in seguito. La Basilica era a pianta rettangolare e il suo interno è diviso in tre navate, era decorata con pitture di primo stile. Un altro edificio che si apriva sul Foro era la Mensa Ponderaria, l’ufficio, cioè, dove erano eseguite le misurazioni di peso e capacità in maniera ufficiale, era formato da due banchi sovrapposti i quali presentavano delle aperture e cavità di misure diverse, queste no avevano il fondo , questo per fa uscire il prodotto, dopo che era stato misurato. Non mancavano certo i Templi, sul foro si affacciavano quelli di Apollo, di Vespasiano, di Giove e il Santuario dei Lari Pubblici. Infine, vi erano le terme dette, dagli archeologi, del Foro. Tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., in piena età Augustea, fu rifatta completamente la pavimentazione, rinnovato e restaurato il Macellum, edificato il Tempio in onore di Augusto e costruito il porticato. Quanto era grande il Foro? Prima di tutto va detto che la sua piazza era orientata da nord a sud, e le sue dimensioni erano notevoli, la sua forma era rettangolare e misurava centoquaranta tre metri di lunghezza per una larghezza di trentotto metri. Un altro edificio che si apriva su essa è quello di Eumachia, il colonnato era formato da colonne di tipo diverso e di vari ordini, alcune scanalate altre lisce con capitelli di tutte e tre gli ordini, a volte con architravi decorati con metope e triglifi. La pavimentazione della piazza, in origine era di tufo, in epoca Augustea l’area fu lastricata con travertino.

Il Foro Triangolare.

Il Foro Triangolare era un’altra importante piazza di Pompei, era posto nell’area meridionale della città, fu edificato intorno al II secolo a.C., quando si decise di ristrutturare la zona dei teatri. Il nome, come sembra evidente, fu determinato dalla sua forma a triangolo. L’ingresso era sul lato corto del triangolo ed era preceduto da un propileo, costruito interamente di tufo, formato da sei colonne di stile ionico, due semicolonne e un architrave. Al Foro Triangolare si accedeva attraverso due porte che si aprivano su di un muro costruito a opera incerta, una delle porte era successiva all’atra e più grande, nei pressi dell’ingresso vi era una fontana. All’interno presentava, su due lati, un colonnato, il terzo era libero probabilmente per lasciare aperta la visuale sul panorama verso il mare. Il colonnato era formato da ben novantacinque colonne, questa volta doriche, su cui era poggiato un architrave, su un lato il colonnato presentava una fontana e un piedistallo su cui faceva mostra di se una statua di Marco Claudio Marcello. Lungo un altro lato vi era un muro basso che delimitava una zona, nella quale gli studiosi hanno ipotizzato, si svolgessero corse di cavalli o gare atletiche, sempre su questo lato la parete presentava tre piccole uscite che portavano direttamente alla zona dei teatri e alla Palestra Sannitica. Nel Foro Triangolare vi erano tre altari in tufo, una meridiana voluta da Lucius Sepunius Sandilianus e Marcus Herennius Epidianus, nella zona difronte quest’ultima vi era il Tempio Dorico e un tholos edificato intorno a un pozzo considerato sacro. Il tholos era a pianta circolare con sette colonne doriche di tufo su cui poggiava una pseudocupola di forma conica, fu costruito per volontà di un magistrato, Numerius Trebius, così è riportato nell’iscrizione posta sopra l’architrave. Vicino al tempio vi era una costruzione che aveva forma di quadrilatero, nel suo interno vi era un piccolo recinto c’è chi afferma che quella fosse la tomba del fondatore di Pompei, ma non vi è certezza di ciò.

L’Edificio di Eumachia.

Si tratta di un edificio sicuramente pubblico ma di non chiara funzione, le ipotesi fatte sono varie, era forse un mercato per la lana, secondo alcuni ciò non andrebbe d’accordo con lo sfarzo e la ricchezza che tal edificio mostra, per cui sarebbe stato una basilica dove avvenivano contrattazioni di tipo commerciale. Un’altra ipotesi vede l’edificio come sede della corporazione dei fullones, di cui Eumachia era protettrice. Non si conosce neppure quando questo edificio fu costruito, vi è però un’iscrizione su un architrave posta presso l’ingresso secondario in Via dell’abbondanza che recita:

Eumachia Luci filia sacerdos publica nomine suo et Marci Numistri Frontonis fili chalcidicum, cryptam, porticum Concordiae Augustae Pietati sua pequnia fecit eademque dedicavit.”

Cioè:

Eumachia figlia di Lucius sacerdotessa pubblica, a nome suo e del figlio Marcus Numistrius Fronto, costruì a sue spese il vestibolo, la galleria coperta e i portici: ella stessa li dedicò alla Concordia e alla Pietas Augusta.”

L’edificio, che si affaccia sul Foro, presenta un portico a doppio ordine di colonne, in doppio stile cioè: doriche nella parte inferiore e ioniche in quella superiore, sono prive di scanalature e difronte vi sono delle statue. La facciata principale dell’edificio è in opera laterizia e presenta al centro il portone d’ingresso, esso è contornato da un altorilievo di marmo che raffigura tralci d’acanto, sul quale si vedono: uccelli, insetti e piccoli animali. Inoltre la facciata presenta due esedre di forma rettangolare nelle quali erano inserite le statue di Augusto e di Cesare. Altre due esedre questa volta semicircolari e absidate che contenevano le statue di Enea e Romolo erano poste agli angoli della facciata stessa. Le statue in questioni erano evidenziate da epigrafi che narravano le gesta dei due eroi. Subito dopo l’ingresso vi erano due stanze una difronte all’altra, in quella di destra era murato un grande orcio il cui bordo era raggiungibile tramite una scala, ma a cosa serviva? Aveva una funzione molto particolare, serviva a raccogliere l’urina, la quale era utilizzata per smacchiare e sgrassare i tessuti, l’ammoniaca contenuta in essa era un ottimo detergente, a parte gli odori non troppo gradevoli che si sentivano. L’altra stanza, quella di sinistra era utilizzata dal custode dell’edificio, poco più avanti vi era un altro ambiente, al suo interno vi era una scala che portava al piano superiore. Il cortile interno era circondato, su tutti e quattro i lati, da un portico colonnato su due livelli, le colonne erano di ordine corinzio realizzate interamente di marmo all’interno del cortile vi erano statue di marmo che raffiguravano la famiglia imperiale. Sul fondo vi erano tre esedre, quella centrale è la più grande e conteneva la statua della Concordia Augusta, raffigurata con le sembianze di Livia, insieme a quelle di Tiberio e Druso. Le due laterali presentavano una finestra, tranne che per la facciata principale, lungo tutta la struttura, correva un corridoio rivestito di marmi policromi sul quale si aprivano gli ingressi secondari all’edificio. Dietro l’esedra vi era una nicchia vi era la statua raffigurante Eumachia.

Il Macellum.

Si tratta del mercato della città, come già detto, si affacciava sul Foro, il complesso originale fu costruito nel III secolo a.C., in età Sannita, ma completamente ristrutturato e ricostruito tra il 130 a.C. e il 120 a.C., quando fu risistemata tutta l’area del Foro. Il mercato era specializzato soprattutto nella vendita di carne e pesce, fu danneggiato dal terremoto del 62 e di conseguenza restaurato, ma non era ancora terminato quando ci fu l’eruzione. Fu rinvenuto durante gli scavi borbonici ma fu scambiato per un Pantheon, dedicato a più divinità, solo dopo studi approfonditi e dopo il ritrovamento di resti di cereali, di frutta e di pesce, gli archeologi ebbero la certezza che si trattava del mercato. Era ubicato in un angolo del foro, in una posizione nascosta ma, allo stesso tempo, centrale, il complesso aveva una pianta rettangolare, vi si poteva accedere attraverso tre ingressi ubicati su tre lati. I muri perimetrali, erano in opera reticolata con pilatri costruiti di tufo, all’esterno del tratto perimetrale, quello a ovest che dava direttamente sul Foro, qui vi era l’ingresso principale, e lungo quello a nord furono realizzate, tutte in opera incerta, delle taberne, botteghe di piccole dimensioni. Queste erano adibite alla vendita di merci, alcune ospitavano cambiavalute, altre vendevano generi alimentari c’è ne erano alcune che commerciavano profumi, fu trovata un’iscrizione elettorale di un candidato facente parti degli unguentari. In queste botteghe furono ritrovate anche alcune interessanti anfore, non per gli oggetti in se, ma per il loro contenuto, infatti, nel loro interno furono trovati vari alimenti: castagne, fichi, legumi, uva e frutta, che mostrano i gusti degli abitanti, oggi si possono ammirare al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il Macellum aveva un porticato esterno, l’ingresso principale presenta due entrate separate da un’edicola finemente decorata, essa era formata da colonne di stile corinzio con capitelli abbelliti da altorilievi, raffiguranti delle chimere. Varcata la soglia d’ingresso, ci si trovava in un ampio cortile senza colonnato, o meglio inizialmente questo c’era ed era formato da colonne di tufo. Il pavimento era in cocciopesto, al centro del cortile vi erano dodici basi di tufo che sostenevano dei pali di legno su cui poggiava una copertura conica di legno. Sempre nel cortile vi era una fontana per la pulizia del pesce, molto interessanti sono le decorazioni e gli affreschi, in quarto stile, presenti nella costruzione. Lugo la parete ovest, quella che dà direttamente sul Foro, nella parte bassa, ci sono affreschi che raffigurano scene mitologiche tra le altre: Ulisse e Penelope che si ritrovano; Io e Argo; Medea che medita di uccidere i figli. Questi affreschi furono eseguiti su dei pannelli con sfondo nero e incorniciati da un bordo rosso e divisi fra loro da disegni di elementi architettonici. Nella parte superiore ci sono raffigurazioni di vari soggetti quali: un satiro che suona il flauto; una donna con strumenti per sacrifici; nature morte, tutti fu fondo blu. Sul lato opposto ci sono tre grandi ambienti con pavimento in cocciopesto e rialzati, per entrarci occorreva salire cinque scalini. L’ambiente centrale, interpretato dagli studiosi come il sacello dedicato alla casa imperiale, presentava sulle pareti laterali due nicchie nelle quali vi erano due statue, una per ciascuna rientranza, in quella di destra vi era una figura maschile, mentre in quella di sinistra una femminile. L’ambiente sulla destra era utilizzato per la vendita di pesce e della carne, aveva uno spazioso bancone in muratura, rivestito di marmo, il quale presentava uno scarico che permetteva il defluire delle acque. Infine l’ambiente di sinistra, per altro molto decorato, probabilmente era utilizzato per i banchetti dedicati all’imperatore o per le riunioni sacerdotali. Al suo interno vi erano un altare di basalto e un podio di marmo. Sulle pareti due affreschi, il primo raffigura Amorini che suonano la lira e bevono vino, l’altro sempre Amorini nell’atto di compiere cerimonie sacre. Durante gli scavi archeologici nei pressi di quest’ambiente furono ritrovate molte monete e scheletri di buoi. Nel lato sud della struttura vi erano undici ambienti utilizzati per la vendita di generi alimentari.

Il Castellum Aquae.

Come ormai si sa, il Castellum Aquae aveva il compito di raccogliere l’acqua potabile, nel caso di Pompei quella che giungeva dall’acquedotto del Serino, per poi distribuirla nella rete idrica. Fu posto all’altezza di circa quarantadue metri, nei pressi di Porta Vesuvio, fu danneggiato nel terremoto del 62 e quindi ristrutturato e restaurato. Aveva una pianta circolare ed era coperto da una volta a cupola del diametro di sei metri, esternamente presentava una forma trapezoidale. La parete che poggiava sulla Porta Vesuvio e quella opposta erano di tufo e costruite in opera reticolata, la parete orientata a nord era in opera incerta, su questa superficie vi era il foro che permetteva l’ingresso dell’acqua, mentre, quella opposta, vi era la facciata principale e fu realizzata in opera laterizia. Questa facciata, edificata totalmente con mattoni, presentava tre arcate cieche, le quali erano tra di loro separate da lesene e da una feritoia, che ovviamente serviva a dare luce agli ambienti interni. Com’era, nel suo interno, questo grande serbatoio? Il serbatoio era diviso in tre parti ciascuna delle quali, andava ad alimentare una condotta. Di conseguenza vi erano tre condotte che a loro volta alimentavano: una le Terme, un’altra le Fontane, infine, la terza portava l’acqua alle case private. Quando il livello dell’acqua, nel Castellum, diminuiva le uniche forniture alimentate erano le fontane pubbliche. Anche questa struttura era decorata, nella parete nord vi era un affresco, oggi ne rimangono solo poche tracce, che raffigurava ninfe e divinità legate all’acqua, in particolare quelle dei fiumi.

L’Anfiteatro.

Come tutti Romani anche gli abitanti di Pompei amavano divertirsi, in modi diversi, l’anfiteatro, con i suoi combattimenti di gladiatori e i suoi spettacoli circensi, era sicuramente il luogo principe per lo svago. L’anfiteatro di Pompei fu edificato tra l’80 a.C. e il 70 a.C., per volere dei duoviri Gaio Quinzio Valgo e Marco Porcio, anch’esso fu però ristrutturato e restaurato dopo il terremoto del 62. È oggi uno dei meglio conservati e uno dei più antichi, la sua capienza era di ventimila persone. Gli spettacoli erano, a volte, per così dire sponsorizzati da alte cariche cittadine e allora divenivano imponenti. Tacito scriveva negli annali:

Sub idem tempus levi initio atrox caedes orta inter colonos Nucerinos Pompeianosque gladiatorio spectaculo, quod Livineius Regulus, quem motum senatu rettuli, edebat. quippe oppidana lascivia in vicem incessente[s] probra, dein saxa, postremo ferrum sumpsere, validiore Pompeianorum plebe, apud quos spectaculum edebatur. ergo deportati sunt in urbem multi e Nucerinis trunco per vulnera corpore, ac plerique liberorum aut parentum mortes deflebant. cuius rei iudicium princeps senatui, senatus consulibus permisit. et rursus re ad patres relata, prohibiti publice in decem annos eius modi coetu Pompeiani collegiaque, quae contra leges instituerant, dissoluta; Livineius et qui alii seditionem conciverant exilio multati sunt.”

Cioè:

A quel tempo una causa futile provocò un atroce massacro tra i coloni di Pompei e di Nocera durante un combattimento gladiatorio offerto da Livineio Regolo, della cui rimozione dal Senato ho già riferito. Dapprima i cittadini a turno s’insolentirono continuamente, poi scagliarono i sassi e infine ricorsero alle armi, prevalendo la gente di Pompei, presso cui si svolgeva lo spettacolo. Pertanto molti nocerini furono riportati in città col corpo mutilato dalle ferite, e in tanti piangevano la morte dei figli o dei genitori. L’indagine delle cause fu affidata da Nerone al Senato, che la rinviò ai consoli. Riferita la relazione ai senatori, furono vietate ufficialmente queste riunioni per dieci anni e le associazioni, che avevano operato contro la legge, furono sciolte; Livineio e gli altri autori della sedizione furono condannati all’esilio”.

Si riferiva a una violenta rissa, avvenuta durante gli spettacoli del 59, tra Pompeiani e Nocerini, al termine della quale si contarono numerosi feriti e alcuni morti. Il Senato Romano impose il divieto degli spettacoli e la chiusura dell’anfiteatro per dieci anni, l’organizzatore dell’evento fu condannato all’esilio. La causa di tale rissa non fu mai ben chiara, forse va attribuita al fatto che Nuceria Alfaterna era diventata una colonia romana e questo permise, ai Nocerini di prendere possesso di alcune zone che fino allora appartenevano ai Pompeiani. L’anfiteatro, come quasi tutta la città, subì gravi danni durante il terremoto del 62, fu così ristrutturato e restaurato, in quell’occasione fu revocato l’editto d’interdizione. L’anfiteatro fu costruito al confine sud est della città, furono utilizzate parte delle mura cittadine, ormai in disuso e un terrapieno già esistente. La struttura era di forma ellittica e il piano nell’arena era a circa sei metri di profondità, aveva una lunghezza di centotrentacinque metri e una larghezza di centoquattro metri. All’esterno si vedono due ordini di archi, quelli inferiori sono ciechi e furono costruiti in pietra mente le pareti furono realizzate in opera incerta, formarono così dei piccoli ambienti, dove erano vendute merci durante gli spettacoli. L’ordine superiore era formato da archi a tutto sesto, mentre tra i due livelli vi era un ambulacro, le gradinate più alte erano raggiungibili mediante due grandi scalinate. Due ingressi davano l’accesso alla galleria che permetteva di entrare nell’anfiteatro, mentre altri due ingressi davano direttamente nell’arena. I palchi d’onore erano separati dalle gratinate tramite un muretto, uno di questi era collegato direttamente all’arena, gli studiosi hanno ipotizzato che fosse usato per le premiazioni dei gladiatori. Prima di giungere all’arena e direttamente collegati a essa, vi erano due spoliarii, che erano i locali dove si prestava soccorso ai feriti e denudati i cadaveri. L’arena vera è propria era in terra battuta ed era divisa dalle gratinate da un muro alto circa due metri, affrescato scene di lotte tra gladiatori. L’arena, diversamente a ciò che era solito degli anfiteatri romani, era priva di sotterranei, la cavea era divisa nelle tre zone classiche: la summa cavea, la media cavea e l’ima cavea. La summa cavea, che era riservata alle donne, era divisa in una ventina di settori e i sedili erano parte di legno e parte di tufo. La media cavea, che era riservata alla popolazione maschile, era anch’essa divisa in una ventina di settori e anche qui troviamo la tipologia di sedili di quella precedente. L’ima cavea, quella più vicina all’arena, era riservata alle autorità o almeno a quelle che non avevano i palchi d’onore, era divisa in sei settori da cui, ovviamente si aveva una vista migliore. Come spesso accadeva, anche questa struttura godeva della presenza di un velarium, che era disteso per proteggere gli spettatori dal sole o dalla pioggia.

Il Teatro Grande.

Edificato in età sannitica, fu completamente ricostruito nel II secolo a.C., vi venivano rappresentate commedie e atellane, vi si esibivano mimi e pantomimi. L’atellana era un genere di commedia dai toni farseschi, originariamente in dialetto osco, il pantomimo era uno spettacolo affidato all’azione mimica di un attore, accompagnato da musica e a volte da una voce narrante. Completamente ricostruito nel II secolo, ma più volte restaurato nel corso degli anni, in particolare, nell’80 a.C., periodo in cui fu costruito il Teatro Piccolo. In questo periodo furono affrontati vari e profondi lavori di restauro che portarono all’ampliamento della cavea di almeno dieci metri. Una totale ristrutturazione ci fu in età augustea con il finanziamento di una delle più importanti famiglie di Pompei, la gens Holconia, a ricordo di ciò fu posta una targa, ritrovata dagli archeologi, che recitava:

M.M. Holconii Rufus et Celer criptam, tribunalia, theatrum sua pecunia”.

Ossia:

Marcus Holconius Rufus e Marcus Holconius Celer ricostruirono a proprie spese il sottopassaggio coperto, i palchetti e tutta la gradinata”.

Il terremoto del 62 danneggiò il complesso parzialmente, ma la scena fu completamente rifatta, oggi, dopo la riscoperta borbonica e un massiccio restauro, è ancora usato per rappresentazioni teatrali e musicali durante il periodo estivo. Il Teatro fu costruito sulle pendici di una collinetta, in questo modo, la parete, fu sfruttata per l’edificazione della gratinata, la sua struttura è certamente di tipo ellenistico. Questo teatro a differenza di quelli Romani classici, non fu realizzato a emiciclo bensì gli fu data una forma a ferro di cavallo. La costruzione è in opera incerta e la sua cavea dava posto a cinquemila spettatori. Anche in questo caso la cavea era divisa in tre parti: la summa cavea, la media cavea, l’ima cavea. La summa cavea era divisa in cinque settori oggi non ne rimane molto. La media cavea anch’essa divisa in cinque settori era la più ampia era riservata alle corporazioni. L’ima cavea totalmente rivestita di marmo era riservata alle autorità cittadine, compresi i decurioni. Vi erano poi i tribunalia, dei piccoli palchi riservati agli ospiti d’onore, attraverso due corridoi laterali coperti, due parodos, si poteva accedere alla zona dell’orchestra, che era a ferro di cavallo, entrambi furono costruiti in opera incerta. Il palcoscenico era in opera laterizia rialzato di circa un metro e mezzo e presentava due piccole scale tramite le quali gli attori potevano accedere alla scena, ai lati vi erano delle nicchie, di cui non si conosce l’esatta funzione. Davanti alla scena vi era un sipario che in questo caso era alzato dal basso verso l’alto, la scena in se per se era molto accattivante, sullo sfondo splendeva un’imitazione della facciata di un palazzo, a dir poco principesco. Questa imitazione era su due livelli ornati e abbelliti da tantissime statue da marmi policromi e da tre porte, al lato del palcoscenico, vi era un piccolo spogliatoio che permetteva agli attori di cambiarsi prima di entrare in scena, inoltre, dava l’accesso a un cortile. Questo teatro possedeva anche un velarium che alla bisogna copriva tutta la struttura per difendere gli spettatori e gli attori dal caldo troppo intenso o dalla pioggia.

Il Teatro Piccolo o Odeion.

Fu costruito intorno all’80 a.C., anche se il primo progetto era di epoca sannitica, nel suo interno si tenevano spettacoli musicali e declamazioni di poesie. La sua capienza era di circa milletrecento persone, la sua pianta era semicircolare, sembra che il progetto per la sua realizzazione esistesse già in epoca sannitica ma fu costruito tra l’80 a.C. e il 75 a.C., per volere e con il finanziamento di Caio Quinzio Valgo e Marco Porcio. A ricordo di ciò fu posta un’epigrafe:

C.Quinctuius C.f.Valgus, M. Porcius M.f. duoviri decurionum decreto theatrum tectum faciundum locarunt eidemque probarunt”.

Cioè:

Caius Quinctius Valgus figlio di Caius e Marcus Porcius figlio di Marcus, duoviri, per decreto dei decurioni appaltarono la costruzione del teatro coperto ed essi la collaudarono”.

Fu costruito in opera incerta, nei corridoi però, ci sono tratti in opera laterizia, aveva una copertura con tetto a quattro spioventi, in questo ci fu uno studio sull’acustica. Il teatro è mancante della summa cavea mentre i gradini della restante cavea sono realizzati in tufo ed essendo ravvicinati tra loro furono realizzati con una cavità nella parte posteriore, in tal modo uno spettatore non avrebbe dato fastidi, con i piedi, a quello seduto davanti a lui, la cavea era, quindi, divisa in due parti la media cavea e l’ima cavea. La media cavea era divisa in cinque settori, mentre l’ima cavea aveva quattro file, le due zone erano divise da una balaustra decorata con zampe alate di grifo. Vi erano poi dei palchetti, i tribulania, i quali poggiano su parodoi e avevano ingresso direttamente dalla scena, l’orchestra, a pianta circolare, aveva un pavimento ricoperto di lastre di marmo policrome e di forme varie. Il palcoscenico era decorato di marmo, ha uno spazio per il sipario e tre ingressi che conducevamo a dei piccoli locali o spogliatoi. Il Teatro Piccolo detto anche Odeion era decorato con affreschi in secondo stile e con due telamoni, versione maschile delle cariatidi, inginocchiati, di tufo, i quali reggevano delle cornici con altri elementi decorativi.

Le Terme Stabiane.

Si tratta del complesso termale più antico della città furono realizzate tra il IV a.C. e il III secolo a.C., ovviamente subirono, negli anni vari rifacimenti e restauri. In origine erano in una zona periferia, prima che la città si espandesse, in questa stessa zona fu ritrovata una tomba ipogea. Il complesso fu ampliato in maniera apprezzabile nel II secolo a.C., inoltre, subì vari restauri negli anni successivi. Le terme subirono gravi danni durante il terremoto del 62, di conseguenza si fecero nuovi e importanti restauri, anche la ristrutturazione di questo complesso non era ancora terminata quando il Vesuvio decise di eruttare. Il complesso presenta al centro una palestra con portico, a base trapezoidale, le colonne inizialmente con una forma esile furono stuccate in modo massiccio dopo il terremoto. Le Terme Stabiane presentano sue zone separate per uomini e donne, il frigidarium maschile aveva una volta, con cupola, dipinta di azzurro con stelle a imitazione della volta celeste, mentre sulle pareti vi erano delle nicchie e affreschi con soggetti maschili. Il frigidarium femminile fu costruito in tempi successivi a quello maschile. Come per tutte le terme romane al frigidarium, seguivano il tepidarium e il calidarium, quello maschile presenta un’abside ed era decorato con un labrum da cui usciva acqua tiepida, ovviamente sotto il pavimento, sia di quello maschile sia di quello femminile, vi era un’intercapedine in cui passava vapore, la stessa aria calda che saliva poi negli spazi vuoti all’interno delle pareti. Vi erano anche due spogliatoi separati, quello maschile era decorato con amorini, trofei d’armi e personaggi che si riferiscono al culto del Dio Bacco. La palestra era riservata in maniera esclusiva agli uomini, infatti, non vi era nessun collegamento tra essa e la zona femminile, in essa vi era una piscina e due vasche più piccole che permettevano agli atleti di lavarsi, in un angolo vi era una latrina. Vicino la piscina si aprivano dei piccoli locali alcune dei quali erano finemente decorati. Ovviamente non poteva mancare la zona delle fornaci e delle caldaie, dove era prodotto il vapore. Tutto il complesso era decorato con stucchi e con affreschi, tra le altre decorazioni emergono le raffigurazioni: di Giove seduto che tiene in mano uno scettro; di Hylas con le Ninfe; di Dedalo mentre costruisce le ali per il figlio Icaro; di alcuni personaggi pompeiani.

Le Terme del Foro o Terme della Fortuna.

Queste terme, che prendono il nome dalla loro vicinanza al Foro furono costruite poco dopo la conquista Romana della città, quindi intorno all’80 a.C., furono ristrutturate in età Giulio Claudia, sono le uniche che rimasero attive dopo il terremoto, poiché poco danneggiate, anche se furono restaurate. Le Terme del Foro avevano due sezioni separate, quella maschile e quella femminile, con ingressi indipendenti, l’unico elemento comune era la zona dove erano poste tre caldaie per la formazione del vapore che poi era veicolato nei due calidarium.

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La Sezione Femminile.

L’ingresso di questa sezione era su quella che gli archeologi hanno chiamato Via delle Terme, questo dava l’accesso direttamente allo spogliatoio, dove non vi erano le solite nicchie per riporre gli abiti, quindi forse vi erano dei banchetti o degli armadietti di legno che non sono sopravvissuti all’eruzione. Subito, in successione, troviamo: il frigidarium con vasca, il tepidarium e il calidarium, quest’ultimo presentava una piscina e labrum. Sul retro di questa sezione femminile vi era un cortile, dove vi era una scala che portava sul tetto del calidarium e una meridiana posta su una colonna in opera reticolata. In definitiva questa sezione era molto semplice e più piccola di quella maschile.

La Sezione Maschile.

Questa sezione aveva tre ingessi due su Via delle Terme, uno dei quali dava direttamente l’accesso allo spogliatoio, la terza entrata era lungo Via del Foro, qui, durante gli scavi archeologici furono rinvenute oltre cinquecento lucerne, oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Abbiamo detto che un ingresso dava direttamente nell’apodyterium, gli altri due invece davano su un cortile porticato su tre lati. Due lati del porticato presentano colonne in stile dorico, mentre nel terzo lato vi erano archi in tufo che poggiavano su pilastri di laterizio. Lo spogliatoio, a cui si accedeva anche dal cortile, presenta lungo tre pareti delle file di sedili, in una parete si apriva una finestra sotto la quale vi era una rappresentazione del Dio Oceano realizzata con stucco. Il pavimento era mosaicato con tessere bianche circoscritte da una fascia nera, la volta era a botte, attigua allo spogliatoio vi era una stanza, dove erano posti gli unguenti. Dallo spogliatoio si passava al frigidarium, che era di forma circolare, aveva al centro una vasca rivestita di marmo, sulle pareti erano presenti quattro nicchie, affreschi con scene di giardino su un fondo giallo, fregi rossi di stucco con amorini e corse di bighe. L’ambiente aveva una copertura a cupola con un’aperta su un lato per permettere l’illuminazione. Sempre dallo spogliatoio si aveva l’accesso al tepidarium questo locale era riscaldato con bracieri, su un lato vi erano delle panche che avevano la caratteristica di reggersi su appoggi a forma di zampe di animali. Caratteristica è la presenza di un architrave retta da telamoni di terracotta, l’ambiente presenta una volta a botte, con decorazioni di stucco che riproducevano: Ganimede rapito dall’aquila; Apollo che cavalca un grifo; un putto con un arco. L’accesso al calidarium avveniva attraverso il tepidarium, quest’ambiente presentava una vasca di marmo e una parete absidata, interessante è l’incisione di bronzo presente sul bordo del labrum su cui sono specificati i donatori dello stesso e quanto fu il costo. La stanza era provvista d’intercapedini per il passaggio del vapore e presentava decorazioni sulle pareti, queste sono di colore giallo intervallate da pilastri e fregi di colore viola, la copertura era a volta. Sul lato opposto della strada dell’ingresso di Via delle Terme, era posta la cisterna che riforniva il complesso termale prima dell’allacciamento all’acquedotto del Serino o quando vi era un periodo di siccità. Si trattava di una cisterna di dimensioni notevoli, aveva una lunghezza di quindici metri, una larghezza di cinque metri e un’altezza di nove metri, per una capacità di più di quattrocento trentamila litri.

Le Terme Centrali.

Queste terme occupano un intero isolato tra Via di Nola e Via Stabiana, per la sua costruzione furono abbattuti gli edifici preesistenti, al momento dell’eruzione del Vesuvio non erano ancora state ultimate, mancano le fonaci e alcuni ambienti dovevano essere ancora rifiniti. Vi erano due ingressi principali uno che dava su Via Nola e l’altro su Via Stabia, nelle terme vi era una grande palestra e un edificio per attività commerciali. Le Terme Centrali presentavano lo spogliatoio, il tepidarium, il laconico e il calidarium, tutti gli ambienti erano molto spaziosi e poiché vi erano molte finestre, l’illuminazione non mancava, invece non c’era nessuna divisione tra uomini e donne, forse erano usate in orari diversi… o chissà? L’intenzione dei costruttori o meglio dei committenti, era quella di portare a Pompei la grandezza delle Terme Imperiali di Roma, quindi si realizzarono ambienti vasti e illuminati da grandi finestre, vasche rivestite di marmi e grandi porticati. Nel corso di scavi archeologi sono stati rinvenuti mosaici pavimentali che appartenevano alle domus precedenti.

Le Terme Suburbane.

Queste terme, realizzate nel I secolo a.C., erano private e come il nome stesso dice, edificate fuori le mura cittadine. Lo spogliatoio aveva un’interessante decorazione composta da sedici pannelli in cui erano raffigurate scene erotiche, una delle quali molto particolare, in essa, infatti, apparivano due donne in atteggiamenti intimi, esempio unico in tutta l’arte romana. Ovviamente le terme avevano, oltre lo spogliatoio, tutti gli altri ambienti termali, nel frigidarium, vi erano riquadri di stucco in cui erano riprodotte vittorie alate, amorini e divinità fluviali, inoltre, vi era una finta grotta, un Ninfeo, con decorazioni musive e pittoriche che raffiguravano paesaggi marini e simboli divini.

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Le Terme Repubblicane.

Si tratta delle terme più antiche di Pompei, erano nelle vicinanze del Foro Triangolare e andarono in disuso in età imperiale, tutto il complesso fu inglobato nelle case private che confinavano con lo stesso, come la Casa delle Pareti Rosse e quella della Calce.

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Le Terme del Sarno.

Queste terme, che prendono il nome da un affresco del quarto stile che raffigurava il fiume Sarno. Erano su quattro livelli e furono edificate, nel II secolo a.C. modificando e ristrutturando precedenti abitazioni. Furono ampliate nel I secolo a.C., ma il terremoto del 62 le danneggiò in maniera grave, quindi non del tutto ripristinate quando avvenne l’eruzione. Il complesso aveva la particolarità che le stanze termali erano poste nel quarto livello, nel frigidarium vi era l’affresco che raffigurava il fiume Sarno, inoltre faceva mostra di se un bel fregio, decorato con un paesaggio riferito al Nilo in cui apparivano dei pigmei. Queste terme, nel loro interno, avevano una palestra molto grande, occupava la maggior parte del complesso, le pareti di questa erano decorate con scene di atleti e di lotta.

La Schola Armaturarum.

Questo edificio fu edificato poco prima che Pompei fosse seppellita dalla furia del Vesuvio, come dice il nome, era la sede di un’associazione militare, qui i giovani erano preparati per i combattimenti e per le lotte gladiatorie. Sembra che assolvesse anche al compito di deposito di armi, ciò fu dedotto dall’alto numero di armature ritrovate nel suo interno, insieme a vari trofei, in origine conservati in scaffalature di legno. L’edificio aveva molte decorazioni di stampo militare come rami di palma, vittorie alate e candelabri con aquile, sembra che nel suo interno si programmavano le attività militari e i giochi che si sarebbero svolti nell’Anfiteatro o nella Palestra Grande.

La Palestra Sannitica.

La Palestra Sannitica fu costruita nel II secolo a.C., come ci racconta un’epigrafe in lingua osca, appartiene quindi al periodo sannitico, da cui il nome, la sua funzione era ben precisa, ospitava gare ginniche e riunioni di tipo militare o politico. Fu molto danneggiata dal terremoto del 62 e di conseguenza subì una profonda ristrutturazione, anche perché un’ala fu abbattuta per fare posto all’ampliamento del Tempio di Iside. Come se non bastasse, il monumento, ormai scavato e alla luce del sole fu danneggiato in maniera sensibile da un bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale. Come detto la palestra era adiacente al Tempio di Iside e nei pressi del Teatro Grande, era a pianta rettangolare e aveva due ingressi. Questo edificio presentava un peristilio, che correva su tre lati, formato da colonne di tufo di ordine dorico. La disposizione delle colonne era di otto su ciascuno dei due lati lunghi e cinque su quella corto, su un lato vi erano il podio per la premiazione degli atleti e una statua raggiungibile salendo tre gradini. La statua era la copia romana del Doriforo di Policleto, opera greca molto ammirata, in un altro lato vi erano tre ambienti utilizzati dagli atleti come spogliatoi.

La Palestra Grande.

Cominciamo a dire che il nome deriva dal fatto che era il più grande impianto, del genere, presente a Pompei, fu costruita nei pressi dell’Anfiteatro alla fine del I secolo a.C., l’edificazione di un nuovo impianto divenne necessaria, poiché la palestra delle Terme Stabiane era ormai insufficiente e quella Sannitica era ormai riservata a una corporazione di stampo militare e composta di aristocratici. Le associazioni giovanili, i Collegia Iuvenum, volute da Augusto avevano bisogno di un loro spazio. La palestra fu costruita nei pressi dell’Anfiteatro, aveva una pianta rettangolare di grandi dimensioni, misurava cento quarantuno metri di lunghezza e centosette metri di larghezza ed era delimitata da un muro di cinta in opus incertum con la presenza, sia esternamente sia internamente, di semicolonne che non avevano funzione strutturale, ma solo decorativa. La palestra presenta ben dieci ingressi con porte che avevano tutte la stessa struttura con lesene o semicolonne laterali, sormontate da un architrave e un frontone. All’interno del muro perimetrale, su tre lati, vi era un porticato colonnato, precisamente con trentacinque colonne per ciascun lato corto e quarantotto sul terzo lato, uno dei due lunghi. Le colonne furono realizzate in laterizio e poi ricoperte di stucco di colore bianco, poggiano su una base di tipo “Attica” e presentano capitelli di tufo di stile ionico decorati con foglie d’acanto. Nel cortile della palestra si svolgevano tutte le attività ginniche, nel centro del quale trovava posto una piscina di grandi dimensioni, le sue misure erano di trentaquattro metri di lunghezza e ventidue metri di larghezza e come per quelle moderne, il suo fondo era inclinato con una profondità che andava da due metri fino a scendere a un metro. All’interno della struttura vi erano due ambienti, una latrina e una sala con esedra dedicata al culto di Augusto, questa all’esterno presentava due semicolonne di marmo addossate alla parete, mentre all’interno vi era un piedistallo dove poggiava una statua. La palestra era decorata con affreschi, anche se oggi né rimangono solo tracce, sono però, stati ritrovati molti graffiti, alcuni di tipo politico, altri erotici o più semplicemente messaggi poetici o d’amore. Inoltre nell’interno della Palestra Grande sono stati ritrovati: diversi scheletri; monili d’oro, d’argento e di bronzo; due bicchieri in argento su cui sono incise figure concernenti il culto di Iside; persino una cassetta con rudimentali strumenti chirurgici. Attualmente nel suo interno sono visibili gli affreschi ritrovati nella Casa dei Triclini a poche centinaia di metri dalle mura della città.

I Lupanari.

La stragrande maggioranza di essi erano locali angusti, con lo spazio sfruttato al massimo, all’interno c’era un letto in muratura rialzato, sul quale era poggiato una sorta di materasso corto, ma molto resistente, l’igiene di tutto l’ambiente lasciava molto a desiderare, oltre allo sporco le pareti erano annerite dal fumo delle lanterne. A volte si trattava semplicemente di una camera posta sul retro di una locanda, le “Cellae”, però erano adornate da pitture murali erotiche, o meglio oggi si direbbe che si trattava di dipinti pubblicitari, poiché, spesso, raffiguravano le “Specialità” della donna che “Lavorava” in quella stanza. Alcuni storici sono convinti che a Pompei si praticasse la prostituzione anche nelle terme, questa convinzione, di alcuni, deriverebbe proprio dai sedici pannelli ritrovati nelle Terme Suburbane. In definitiva a Pompei c’erano circa trenta postriboli che si trovavano ai piani superiori di osterie o delle terme, oppure in stanze singole lungo le strade e in abitazioni private. Il numero elevato era determinato da una presenza massiccia di commercianti e di mercanti, però almeno uno, il Lupanare della regio VII, fu costruito appositamente per ospitare le prostitute e i loro clienti. Questo edificio era su due livelli con cinque stanze per piano, con una particolarità, quelle superiori erano più grandi. Le cinque stanze del piano inferiore, per persone modeste, presentavano sullo stipite della porta d’ingresso, che era di legno, affreschi erotici che rappresentavano la prestazione sessuale svolta in quella stanza o le posizioni che in quell’epoca erano assunte. All’interno vi era un semplice materasso poggiato su di un letto in muratura. Le stanze del piano superiore, sembra, fossero frequentate da persone più signorili, probabilmente con possibilità economiche maggiori, i letti con tutta probabilità erano di legno e i materassi più confortevoli, ovviamente non mancavano gli affreschi a sfondo erotico. Questo livello si raggiungeva direttamente da un ingresso indipendente e attraverso una scala di legno. Si conosce anche com’era amministrato questo lupanare, era gestito da un lenone il quale acquistava le donne come schiave di conseguenza l’incasso andava tutto a lui. Sembra che il costo delle prestazioni andava dai due assi ai sedici assi, tanto per rendere l’idea dell’ordine di grandezza, basta dire che un bicchiere di vino costava un asse. La cosa interessante e che sono stati rinvenuti tantissimi graffiti, forse oltre duecento, la maggior parte recanti il nome delle prostitute e dei clienti, alcuni però, riportano commenti sulle prestazioni sia da parte dei clienti sia da quella delle lupe. Erano persino indicate le malattie veneree più diffuse, infine, fin dall’epoca si usavano mezzi anticoncezionali, se pur rudimentali, come oli da spalmare abbinati a lana imbevuta di succo di limone.

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