Per i Romani Herculaneum, poi Resina, infine Ercolano.

by / sabato, 22 febbraio 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, Viaggiando .....

Ercolano… la città fondata da Ercole. La leggenda narrata da Dionigi di Alicarnasso ci tramanda che Ercole di ritorno dall’Iberia, con la mandria di buoi presi, portando a termine la decima delle sue dodici fatiche, a Gerione, nel 1243 a.C., fondò la città. Ovviamente. dal punto di vista storico, le cose non andarono proprio in questo modo. Notizie certe non si hanno, lo storico Strabone affermò che la città fu fondata dagli Osci nel XII secolo a.C., ipotesi questa che potrebbe trovare conferma dal ritrovamento di alcune traduzioni dalla lingua osca, ma queste trascrizioni potrebbero non essere legate direttamente alla fondazione della città. anche se questa è l’ipotesi più accreditata, ne esiste un’altra, alcuni studiosi pensano che la città sarebbe stata fondata dagli Etruschi tra il X secolo a.C. e l’VIII secolo a.C., periodo in cui tutto il territorio entrò sotto l’influenza di questo popolo italico. La storia ci dice che la città fu conquistata, nel 479 a.C., dai Greci, durante questo periodo ellenico l’impianto urbano della città divenne molto simile a quello della vicina Neapolis, alcuni sostengono che fosse un suburbio di quest’ultima. Teofrasto la menziona, in un suo scritto nel 314 a.C., con il nome greco di Hράκλεια, di questo periodo rimangono ben poche testimonianze a parte i pochi metri delle mura di cinta più antiche, e l’assetto urbano della città, con i decumani disposti secondo linee ortogonali regolari. Nel V secolo a.C., la città passò sotto il dominio dei Sanniti, durante questo periodo il centro urbano fu ampliato, di quest’epoca rimangono alcune interessanti iscrizioni in lingua osca sannitica. Non e certo, ma sembra che tra il II secolo a.C. e il I secolo a.C., Ercolano combatté contro l’egemonia romana nella cosiddetta “Guerra sociale”. Una lotta forse dura, ma sicuramente vana, infatti, nell’89 a.C. fu espugnata da Tito Didio, un legato di Silla e come altri centri sottomessi, divenne in seguito municipium di Roma. Documentazioni e citazioni rilevano che dopo la conquista romana Ercolano subì uno sviluppo sia politico sia demografico sia urbano, la città divenne un luogo residenziale per l’aristocrazia romana, grazie alla posizione sul mare della città, alla salubrità della sua aria e al suo clima mite. Lucio Anneo Seneca, nel suo De ira, racconta che Gaio Giulio Cesare, per vendicarsi, distrusse una villa vicino alla costa di Ercolano nella quale era stata segregata la madre. La città visse il suo massimo splendore durante l’età imperiale, grazie al tribuno Marco Nonio Balbo, eletto nel 32 a.C., e in seguito dichiarato patrono della città. Questo tribuno fece edificare nuovi edifici pubblici, la Basilica e patrocinò il restauro delle vecchie mura, il teatro, l’acquedotto e due complessi termali sono dello stesso periodo. Accadde poi che la terra tremasse, era il 62 d.C., ma ancora non potevano sapere cosa sarebbe accaduto da lì a qualche anno. Dopo questo terremoto la città ebbe bisogno di lavori di ristrutturazione e di restauro. È stata ritrovata un‘epigrafe che documenta il restauro della Basilica e di un tempio, lavori eseguiti per volontà di Vespasiano che li finanziò personalmente. Era una città viva, splendente e popolosa, anche se ancora non erano del tutto terminati i lavori di restauro, quando in quel 79 d.C., il Vesuvio si destò in quel catastrofico modo. Pur trovandosi più vicino al Vesuvio rispetto a Pompei, Ercolano, a causa della direzione del vento, non fu ricoperta di ceneri e lapilli, ma ciò non la salvò. Infatti, durante la notte il grande pennacchio di materiali eruttivi che si era formato sopra il vulcano iniziò a collassare e spinto dal vento il flusso piroclastico, investì Ercolano alla velocità di oltre cento chilometri l’ora. Le colate piroclastiche erano formate da vapore acqueo, fango, rocce e pomici liquefatte ad altissima temperatura, queste vaporizzarono gli abitanti e ricoprirono la città con uno strato di materiali con spessore variabile tra i dieci e i quindici metri. Tale strato raggiunse i venticinque metri a seguito delle altre eruzioni, in special modo dopo quella del 1631. Questo strato vulcanico, col passare dei secoli, si è solidificato formando un piano di roccia, chiamato “Pappamonte”, più tenero del tufo, che ha conservato i materiali organici, come legno, papiri e alimenti, che si erano carbonizzati al momento delle colate piroclastiche. Ercolano era obliterata e così restò, fino agli scavi borbonici del XVIII secolo, protetta dallo stesso strato che l’aveva distrutta. La città, durante l’epoca romana non fu più riedificata, nel 121 Adriano fece ricostruire la strada che univa Napoli a Nocera, ma del centro abitato rimaneva solo qualche casa isolata. Ercolano cadde nell’oblio nonostante che nella zona si tornò a costruire, il suo ritrovamento, come spesso accade, fu del tutto casuale. Nel 1709 si ebbe la necessità di scavare un pozzo, il committente era Emanuele Maurizio di Lorena principe D’Elboeuf, fu così che l’oblio terminò e vennero alla luce marmi e statue che decoravano la scena del teatro della città romana. Tra il 1709 al 1716 il principe fece opera di depredazione di marmi e statue che decoravano il teatro e un numero elevato di queste finirono in varî musei. Per esempio le cosiddette grande e piccola Ercolanese andarono nel museo di Dresda. Gli scavi archeologici però iniziarono vari anni dopo e precisamente nel 1738, per volontà di Carlo III di Borbone. Da questa data si può dire che Ercolano conobbe quattro fasi di scavi archeologici, dal 1738 al 1765 si ebbe la prima fase. Durante questo periodo lo scavo avvenne per cunicoli sotterranei, il metodo diviene chiaro se si visita il teatro, poiché si è mantenuto lo scavo originale, oggi si può vedere come i lavori furono eseguiti in quel lontano periodo. Tra varie difficoltà fu completata l’esplorazione del teatro arrivando a toccare il foro, o meglio la cosiddetta Basilica, si deve considerare che sopra questa zona vi erano le nuove costruzioni di Resina. Fu esplorata la Villa dei Papiri, da cui furono asportate le statue e il contenuto della biblioteca ritrovata. Nel 1755 fu inaugurata l’Accademia Ercolanese per lo studio del sito, mentre nel 1751 tutti i reperti rinvenuti furono trasferiti nella Reggia di Portici, trasformata in un vero e proprio museo, che, però, era a disposizione solo del re e dei suoi ospiti. Nel frattempo si era scoperta Pompei, che era più facilmente scavabile, poiché, per la maggior parte, si dovevano solo togliere cenere e lapilli, e dava una maggiore quantità di reperti. L’interesse per Ercolano scemò e gli scavi si fermarono. Un’interruzione che durò sessantatré anni, infatti, la seconda fase di scavo iniziò nel 1828 questa volta l’intento era di farli a cielo aperto, ma non ebbero un grande successo, tornarono alla luce due isolati compreso il peristilio della cosiddetta Casa di Argo. I lavori cessarono di nuovo nel 1855. La terza fase degli scavi iniziò nel 1875, ma anche questi con scarsi successi, tornarono alla luce altre due insule e la parte frontale delle terme. I lavori si fermarono di nuovo sia per la presenza delle case di Resina sia per la dura opposizione dei proprietari dei terreni coinvolti. Fu fatta una proposta, nel 1904, di una cordata internazionale per eseguire nuovi scavi ma fu rifiutata. La fase più importante degli scavi iniziò nel 1927, questa volta a cura dello stato italiano, è grazie a questa iniziativa che tornarono alla luce una buona parte dell’abitato, circa quattro ettari, e le ricche ville delle zone suburbane. Uno scavo sistematico che riportò alla luce la storia e i tesori della città gran parte dei quali si possono vedere nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli e importanti affreschi che si possono vedere in loco. Dal termine della guerra e fino al 1958, si mise in sicurezza e si restaurò tutto il patrimonio architettonico e artistico che era stato scavato. In seguito ci furono altre campagne, ma quella del 1980 portò grandi novità, infatti, ci furono dei ritrovamenti che cambiarono la storia della città. fino a quel momento si pensava che la popolazione risparmiata dall’eruzione si fosse messa in salvo via mare. Durante questa campagna d’indagini e precisamente nel 1981, fu trovato un gruppo di scheletri, ammassati sotto alcune arcate che sostenevano le terrazze delle Terme Suburbane e dell’Area Sacra, questi locali erano utilizzati per la manutenzione e il ricovero delle imbarcazioni, inoltre fu ritrovata una barca. Negli anni successivi furono ritrovati altri scheletri, in tutto circa trecento, ciò ha fatto presumere che parte della popolazione che cercò scampo via mare, non lo trovò affatto e che fu raggiunta dalle colate piroclastiche. Nel 1997 gli scavi di Ercolano, insieme con quelli di Pompei e Oplontis, entrarono a far parte della lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Oggi si mira alla conservazione di tale patrimonio e alla realizzazione di nuove campagne di studio e di scavi.

Urbanistica della città.

Premesso che sono stati riportati alla luce quattro ettari dei venti dell’area che occupava Ercolano, il resto è sotto strade ed edifici, cominciamo a dire che l’impianto della città seguiva il modello proposto da Ippodamo da Mileto. La città fu costruita nella zona centrale del golfo di Napoli, su un altopiano vulcanico a strapiombo sul mare, ai piedi del Vesuvio, protetto all’estremità nord e sud da due valloni nei quali scorrevano due torrenti. Era cinta da mura con uno spessore variabile tra i due metri e i tre metri, dopo la conquista romana, le mura persero di validità e alcuni tratti furono inglobati all’interno di edifici costruiti nei loro pressi. Come già accennato l’impianto urbano, era classico nell’antica Grecia, era semplicemente di tipo ortogonale con decumani paralleli alla costa, cardi perpendicolari a essi e incroci ad angolo retto. I cardi, nei pressi delle mura lungo la spiaggia, presentavano delle rampe inclinate che davano accesso diretto al mare. Le strade erano pavimentate e fiancheggiate da marciapiedi, talvolta coperti da portici, in età augustea furono lastricate con pietra vulcanica o calcarea, tagliate con forme poligonali. L’unica fognatura di Ercolano correva lungo il cardo che passava adiacente al foro, di cui raccoglieva le acque insieme a quelle degli impluvi, delle latrine e delle cucine delle case che si affacciavano lungo questa via. E le altre? Gli altri scarichi avvenivano direttamente in strada, ma le latrine erano fornite di pozzi neri. Ercolano traeva l’approvvigionamento idrico dall’acquedotto del Serino che fu costruito in età augustea. L’acqua, attraverso il conduttore di piombo sotterranee, regolate da valvole, giungeva direttamente nelle abitazioni. Ovviamente, prima che fosse costruito l’acquedotto, gli abitanti prendevano l’acqua da vari pozzi che avevano una profondità variabile tra gli otto e i dieci metri. La città disponeva, in totale, di tre decumani, di cui due scavati e cinque cardi, tre riportati alla luce. La parte visibile è stata divisa in insule di cui solo quattro sono state completamente esplorate, mentre sono ancora completamente sepolti il Foro, i templi, le necropoli e numerose abitazioni. Infine un cenno sull’economia della città, essa era principalmente basta sulla pesca, con la sua zona portuale e le foci dei due fiumi, ma non era trascurata l’agricoltura con la coltivazione di ulivi, grano e fichi, inoltre nella zona era molto favorevole la coltivazione delle viti per cui veniva prodotto del vino molto rinomato all’epoca. La città era dotata di locali commerciali, di templi, di terme, di edifici pubblici, di teatro, le case non erano molto grandi ma, a volte moto decorate con l’uso di affreschi, mosaici e marmi. Vi erano case di lusso sia all’interno della città, poste a picco sul mare, sia appena fuori il centro urbano. Analizziamo le più importanti.

Il Teatro.

Il teatro di Ercolano è di epoca romana, fu costruito nei pressi del Foro in età augustea. Fu edificato per volere  di Annius Mammianus Rufus, duumviro di Ercolano e come risulta, da alcuni documenti, su progetto dell’architetto P. Numisius. Come detto sopra, la sua scoperta fu del tutto casuale, inizialmente fu scambiato per il Tempio di Giove. Gli scavi avvennero attraverso gallerie e fin dall’inizio, furono asportati e trafugati, marmi, otto statue femminili e una maschile, oggi alcune conservate al museo di Dresda, altre furono portate nella Reggia di Portici, una di queste, quella denominata la Flora, è finita su una fontana nell’orto botanico. Inoltre furono asportate colonne di marmo africano, cipollino e giallo antico, un architrave inneggiante al console Claudius Pulcher e dolia di terracotta. In seguito ad altre campagne, in epoca borbonica, furono ritrovate due statue di bronzo e alcuni pezzi di marmo, in base a questi reperti si capì che quello trovato era un teatro e non un tempio. Si eseguirono le prime mappature dell’edificio e si fecero le prime pubblicazioni, non dimentichiamoci che l’evento era straordinario, il teatro di Ercolano fu il primo monumento, ritrovato nell’area vesuviana, seppellita, nel 79 d.C., dall’eruzione del Vesuvio. Nel 1865 fu restaurato l’ingresso per la discesa ai tunnel scavati nel teatro, gli stessi, furono usati, durante la seconda guerra mondiale, come rifugio antiaereo, di quest’epoca rimangono alcuni caratteristi isolanti per i fili elettrici. Altre sistemazioni e messe in sicurezza furono eseguite tra 1933 e il 1998. Il teatro è ancora sepolto sotto il materiale vulcanico, ma è visitabile attraverso i cunicoli scavati nel XVIII secolo, una visita sicuramente suggestiva, che non mostra il teatro in tutta la sua forma, ma che fa capre come in quel secolo lavorarono.

Grazie a tutti gli studi fatti, si può, però descriverlo e disegnarlo con molta precisione. Prima di entrare nel teatro si passa per una sala realizzata nel 1750, per poi essere risistemata 1849, qui vi sono esposte alcune mappe e fotografie d’epoca, vi è anche un plastico del teatro realizzato nel 1808. Attraverso una scala si accede in un’altra sala, dove sono conservati alcuni pezzi di marmo lasciati dagli scavi borbonici. Si deve percorrere ancora un corridoio fino a giungere su un balcone, da qui, oltre il pozzo, si possono vedere le prime strutture del teatro, proseguendo nel percorso si possono vedere vari parti della struttura anche se delimitate dai cunicoli. Ma com’era questo teatro? Fu realizzato completamente in opera reticolata e cementizia, tranne la scena e la facciata esterna che furono costruite con laterizi. La cavea aveva un diametro che variava tra i cinquantaquattro metri e i quarantuno metri, conteneva circa duemila cinquecento spettatori. Era pavimentato con lastre di pietra vulcanica e cocciopesto. La sua facciata esterna presentava due ordini di archi, a tutto sesto, questi erano uguali e posti lungo tutto l’emiciclo per un totale di diciassette archi per piano. Poggiavano su piedritti in laterizio, la penultima arcata era molto decorata, infatti, presentava lesene, capitelli corinzi e cassettone decorato a stucco, inoltre vi erano tre statue. La facciata era decorata da uno zoccolo di colore rosso, mentre la parte alta era bianca, la summa cavea era composta da tre file di sedili protetta da un parapetto in tufo, inoltre vi erano tre edicole a nicchia rivestite di marmo, nel loro interno furono poste statue equestri in bronzo dorato. Una curiosità sembra che di queste statue furono trovati solo dei frammenti che furono utilizzati per coniare, dopo che furono fusi, delle monete. Inoltre, le nicchie presentavano stucchi e pittura rossa, sempre nella summa cavea vi erano due porte che davano l’accesso ai Tribunalia, cioè ai due palchi che si trovavano a destra e a sinistra del palcoscenico.

Un’altra caratteristica, nei pressi di uno dei due vi era una statua e un bisellio di bronzo, quest’ultimo era un largo sedile in cui trovavano posto due persone. La media cavea, ovviamente la più grande, aveva sedici file di gradini di tufo completamente rivestiti di marmo, era divisa in sei settori da sette scale, i muri perimetrali erano colorati e affrescati. Al termine della media cavea vi era un bordo di marmo bianco, abbiamo detto sette scale, di conseguenza erano sette le porte che davano l’accesso alla galleria. La galleria era di circa due metri sia in altezza sia in larghezza e presentava una volta a botte, era intonacata di bianco e presenta l’accesso ad alcuni piccoli locali trapezoidali, i quali, probabilmente erano decorati con pitture. L’ima cavea era separata dalla media con delle lastre di marmo, era costituita da quattro fila di gradini ricoperti di marmo. Passiamo all’orchestra, essa era semicircolare e presentava una pavimentazione di marmo giallo antico e bianco e inoltre vi erano almeno due seggi di bronzo. Il palcoscenico, elevato rispetto al piano dell’orchestra, era in mattoni ricoperti di marmo. La scena, costruita con mattoni, era divisa in due livelli, al centro vi era una grande esedra, che presentava la porta regia ai lati della quale vi erano altre due porte, una per parte. La porta regia era rivestita di marmo e vi erano colonne di marmo rosso, africano e giallo antico, di cipollino, di alabastro. La scena era abbellita da statue femminili.

Sul fronte della scena vi erano dieci colonne nelle quali si aprivano tre porte e quattro nicchie di forma rettangolare, queste contenevano quattro busti maschili. Dalle porte si entrava in un grande ambiente, probabilmente era utilizzato dagli attori per cambiarsi d’abito, sempre sulla scena vi erano affreschi del quarto stile pompeiano. Dietro la scena vi era un corridoio di circa sette metri con colonne in laterizio ricoperte di stucco bianco, il pavimento era in terra battuta, questo locale era utilizzato, durante l’intervallo dal pubblico. Infine, un altro corridoio, presentava colonne e semicolonne di laterizio, da qui si entrava nelle parodoi, cioè nei due corridoi laterali posti tra la scena e i sedili per il pubblico, attraverso i quali gli attori e il coro entravano nell’orchestra dall’esterno del teatro. In definitiva un edificio di grande rilevanza architettonica del diametro di cinquantatré metri.

Gli Edifici Pubblici

Premesso che la zona del foro è, di fatto, quasi completamente da scavare, era un’area divisa in due da un arco affrescato e rivestito di marmo con statue. da una parte si svolgevano le attività civiche, dall’altra quelle economiche. La città era dotata di terme pubbliche, nei pressi di quelle suburbane si apre una grande piazza dedicata a Marco Nonio Balbo e che contiene il suo monumento funerario. Quest’altare funerario era rivolto verso il mare e vi era una sua statua posta su una base di marmo. Balbo era una figura molto nota in città, era un benefattore che fece costruire e restaurare vari edifici pubblici, non a caso nella città esistevano una decina di statue che lo raffiguravano.

La Basilica Noniana.

Questa basilica, edificata in periodo augusteo, fu fatta restaurare da Marco Nonio Balbo dopo il terremoto del 62 d.C., è oggi quasi completamente interrata e quindi da studiare. L’unica parte visibile è un tratto del muro perimetrale, la basilica aveva una base rettangolare con un’esedra sul fondo e un doppio ordine di semicolonne lungo il perimetro. Il suo interno era affrescato con raffigurazioni di Eracle e Telefo; Teseo vincitore sul Minotauro; Achille e Chirone, oggi esposti al museo archeologico nazionale di Napoli. Al suo interno furono ritrovate anche varie statue tra cui due equestri di marmo e una di bronzo, sempre custodite nel museo archeologico nazionale di Napoli. L’ingresso e il portico avevano un pavimento in opus sectile, l’arco che permetteva di entrare nella basilica era decorato con stucchi e statue poste su basi di marmo.

Le Terme Suburbane.

Furono costruite fuori dalle mura della città, nei pressi dell’area funeraria dedicata a Marco Nonio Balbo e della porta che fu chiamata Marina. Erano terme non distinte tra uomini e donne, tutti condividevano le stesse sale, erano ambienti molto illuminati, sia da grandi finestre laterali sia da lucernai posti sul tetto. Appena dopo l’ingresso vi erano due stanze di servizio, nell’atrio vi era un’erma marmorea di Apollo, lo spogliatoio o sala di attesa presentava stucchi raffiguranti guerrieri nudi. La piscina del tepidarium era grande quasi quanto tutta la sala, il pavimento del laconicum era decorato con un mosaico raffigurante un cratere con tralci di edera. Nel calidarium è visibile il battente della porta di legno, una curiosità all’interno delle stanze di servizio sono stati ritrovati numerosi graffiti e non mancavano quelli erotici.

Le Terme del Foro.

Com’è facile intuire il nome deriva dalla loro posizione relativamente vicina al foro, non si conosce la data precisa della loro realizzazione, l’ipotesi maggiormente espressa dagli studiosi fa risalire quest’opera al periodo Giulio Claudio, epoca in cui furono edificati molti edifici. Al contrario delle terme suburbane queste presentavano una netta divisione tra i locali destinati agli uomini da quelli per le donne. I muri perimetrali furono realizzati in opus incertum tranne quello della facciata che fu costruita in opus reticulatum. Tutti gli ambienti presentano una volta a botte strigliate di tufo giallo, come detto internamente avevano due sezioni distinte, una maschile e una femminile. Le terme dapprima furono alimentate dall’acqua prelevata da un pozzo, in seguito furono rifornite dall’Acquedotto del Serino.

Sezione femminile:

Due ingressi completamente separati, quello per la sezione femminile era su cardo IV. La sala d’attesa, di questa sezione, poteva contenere una cinquantina di persone, le pareti presentavano una zoccolatura in rosso, mentre il resto era bianco e nero, il pavimento era di cocciopesto, mentre la copertura era su travi di legno. In questo locale era presente, oltre ad alcune vasche, una scala con alcuni gradini di legno e altri in muratura che portavano a un piano superiore, probabilmente locali di servizio. Subito dopo c’era il vestibolo le cui pareti presentavano stucchi Bianchi, mentre, il pavimento era in opera musiva con disegni geometrici. Dal vestibolo si passava nello spogliatoio, l’apodyterium, questo locale aveva una zoccolatura rossa e la parte alta delle pareti bianche, la volta del soffitto era delimitata da una cornice di stucco. Il pavimento presentava un bel mosaico che raffigurava: un tritone che regge tra le mani un timone; una seppia; un polpo; un amorino con in mano un flagello; dei delfini. Ovviamente non mancavano delle mensole per riporre i vestiti. Ed ecco il Tepidarium con un podio in muratura, vasca e un pavimento a mosaico su cui, all’interno di elementi geometrici erano rappresentati: un’anfora; uno skyphos, cioè una profonda coppa per bere con due piccole anse; una situla, ossia un vaso usato soprattutto in ambito cerimoniale; un oinochoe, una sorta di brocca utilizzata per versare il vino o l’acqua; un simpulum, un mestolo di solito di bronzo. Infine c’era il Calidarium con tre pareti rivestite di marmo, mentre quella di fondo era in tassellato bianco. Vi erano una vasca e un podio rifinito con stucchi su cui era posto il labrum, una piccola vasca circolare, con piede, per contenere acqua. Il pavimento era in opera musiva realizzato con tessere bianche e altre nere che andavano a formare una striscia. Come sempre sotto al pavimento vi era un’intercapedine, dove passava il vapore per scaldare l’intero ambiante. All’interno di questa stanza vi era anche un sedile di marmo decorato, dove compare un altorilievo di un satiro che porta sulla testa due corni e grappoli d’uva.

Sezione Maschile:

L’ingresso di questa sezione era sul cardo III, dall’entrata partiva un corridoio molto stretto che portava a una palestra. In questo ambiente vi erano colonne di mattoni e pilastri in opera mista, ricoperti, colonne e pilastri, di stucco bianco e nero, mentre le uniche due pareti, erano affrescate in quarto stile pompeiano. Da qui, tramite una porta, vi era l’accesso a una latrina questo era un ambiente con pavimento in opus spicatum, il canale di scolo era alimentato dalle acque che provenivano dal Frigidarium. La latrina confinava con una piccola stanza, che prendeva luce da una finestra. Sempre dalla palestra, attraverso una seconda porta, si passava nell’apodyterium, questa era una stanza rettangolare lunga dodici metri e larga sei metri, il pavimento era in lithostroton, una sorta di opus sectile, con piccoli pezzi di ardesia, di marmo bianco e cipollino. Le pareti presentavano una zoccolatura rossa e una parte alta bianca, nella parete di fondo vi è un’abside, dove erano presenti un labrum di marmo cipollino e una vasca rivestita di marmo. Dallo spogliatoio si passava al frigidarium preceduto da un piccolo ambiente con intonaco bianco e pavimento in cocciopesto. Il frigidarium, vero e proprio, aveva una forma rettangolare, le pareti erano decorate di rosso su cui erano raffigurati candelabri e vasi agonistici, l’ambiente prendeva luce da un lucernaio posto nella volta a cupola. La volta, decorata di grigio e di celeste, presentava affreschi raffiguranti animali marini. L’accesso alla vasca, profonda circa un metro e con un diametro di quattro metri, avveniva attraverso alcuni gradini, inoltre era decorata con pittura verde e azzurra. Si torna nello spogliatoio da qui, attraverso un’altra porta si accedeva al tepidarium, un ambiente lungo dodici metri, largo sei metri e che prendeva luce da una finestra. Al suo interno vi erano sedili e stalli per appoggiare gli indumenti, l’ambiente era tutto decorato, la volta presentava stucchi rossi ed era delimitata da una fascia con palme e foglie, mentre nel pavimento, sempre in opera musiva, era raffigurato Tritone contornato da quattro delfini, era posto di profilo e aveva tra le mani un timone oltre a un cesto di frutta. Da questa sala si accedeva direttamente al calidarium, questo aveva una soglia decorata con un mosaico e prendeva luce da una grande finestra. Anche quest’ambiente presentava un’abside decorata con stucchi e un podio su cui era posto un labrum, la vasca, con gradini per l’accesso, aveva il fondo ricoperto di marmo. La stanza era caratterizzata da una zoccolatura di marmo, mentre la parte alta delle pareti era gialla, il pavimento era a mosaico con tessere bianche e una cornice nera. Inoltre dallo spogliatoio si poteva entrare in un corridoio che portava ad alcuni ambienti di servizio tra cui la fornace e tre grandi caldaie per scaldare l’acqua e per produrre il vapore. Qui vi era anche il pozzo che inizialmente serviva ad alimentare l’intero impianto termale e dopo la costruzione dell’acquedotto usato solo in casi di emergenza.

Una cosa particolare, sopra le volte degli ambienti termali era presente una sorta di solaio piano, sembrerebbe che in quello spazio ci fossero le abitazioni per i dipendenti dell’impianto termale.

Le Terme di Nord Ovest.

Queste terme non sono del tutto scavate e sono caratterizzate da dimensioni molto grandi, tanto che gli studiosi hanno ipotizzato che esse ospitassero anche persone provenienti dai paesi circostanti. L’edificio è in ottimo stato di conservazione, ha ancora il tetto originale, prendeva luce da diverse finestre e nicchie, all’interno di un’abside del calidarium, caratterizzato da una piscina centrale, fu ricavato un ninfeo. Ai lati di quest’ultimo c’erano due porte, una per lato, che conducono a una stanza, di uso non ben identificato. Come detto questo complesso è per gran parte ancora da scavare e da studiare, ma sembra che da un colonnato partisse una scalinata che scendeva al mare, questa era decorata, o per meglio dire, intorno ad essa, con fontane, piscine e giardini.

Il Collegio degli Augustali.

Questo complesso fu edificato quando Augusto era ancora in vita, tra il 27 a.C. e il 14 a.C., fu voluto e finanziato dai due fratelli Lucius Proculus e Lucius Iulianus, i quali, come risulta da un’epigrafe, il giorno dell’inaugurazione offrirono, un banchetto sia agli Augustali sia ai decurioni. Tale epigrafe oggi la si può vedere su una parete laterale dell’edificio, essa recita: “AVGVSTO SACRVM A.A.LVCII A. FILII . MEN PROCVLVS ET IVLIANVS P. S. DEDICATIONE DECVRIONIBVS ET AVGUSTALIBVS CENAM DEDERVNT”. Da questa epigrafe, la cui traduzione è talmente evidente che la lascio a chi legge, gli studiosi hanno dedotto che è molto probabile che nell’edificio si riunisse il collegio sacerdotale dei Sodales Augustales. Come quasi tutti gli edifici, anche questo rimase danneggiato dal terremoto del 62 d.C., quindi fu restaurato e fu aggiunto il sacello, furono decorate le colonne e costruito un ambiente di servizio. Posto nei pressi dell’incrocio del decumano massimo con il terzo cardo, l’edificio era a pianta quadrata, la parte esterna era rivestita di gesso e intonacata di bianco. Aveva due ingressi, uno principale, dava sul decumano massimo ed era preceduto da un corridoio, l’altro, il secondario, si trova sul terzo cardo ed è caratterizzato da una soglia di peperino. L’interno è formato da un’unica sala divisa in tre navate da quattro colonne centrali in stile tuscanico, queste servivano anche a sostenere il lucernaio. Si trattava di un lucernaio molto particolare, infatti, era circondato da un basso muretto dal quale partivano quattro piccole colonne che andavano a sostenere un tetto, si avevano così quattro grandi aperture, intono al perimetro, che permettevano l’illuminazione dell’ambiente.

Le quattro colonne centrali, poggianti su un plinto di peperino, erano scanalate e alla loro sommità vi era un capitello, sempre di peperino, decorato con ovali e foglie affrescate in azzurro e rosso, inoltre era presente una cornice modanata in stucco bianco. Molto interessanti le decorazioni delle pareti, che presentano lesene che si chiudevano su archi ciechi fatti di mattoni. Nella navata centrale, vi era il sacello delineato da due muri in opus reticolatum, i quali andavano a collegare la parete di fondo con le due colonne posteriori. Al sacello, che fu realizzato quando fu restaurato l’edificio, si accedeva tramite due gradini di marmo. L’interno del sacello era interamente affrescato nel IV stile pompeiano e presenta un pavimento in opus sectile, con disposizione a forme geometriche, con diversi tipi di marmo: il rosso antico, l’africano, il cipollino, il portasanta e il pavonazzetto, disposto a forme geometriche. Molto interessanti e magnifici sono gli affreschi, quello sulla parete centrale è posto tra due colonne che sorreggono un architrave e un timpano arcuato, decorato con dipinti di drappi dorati, di ghirlande di frutti e di disegni geometrici. Le pareti laterali presentano una zoccolatura nella quale sono dipinte maschere tragiche e quadretti miniaturistici, mentre nella parte alta vi sono riproduzioni di finestre, all’interno delle quali si osservano bighe guidate da Vittorie Alate e nella zona centrale del pannello, contornati da elementi architettonici, ci sono due quadretti. Il quadretto sul lato destro raffigura Ercole che lotta contro Acheloo, mentre quello sul lato sinistro è l’apoteosi di Ercole, con Minerva e Giunone e sullo sfondo vi è un arcobaleno, che alcuni studiosi hanno interpretato come rappresentazione di Giove. All’interno dell’edificio furono poste varie statue come quella di Augusto, quella di Claudio nei panni di Giove con un fulmine tra le mani, quella di Tito, quelle di alcuni rappresentanti della famiglia di Marco Nonio Balbo, quali la madre, il padre e la moglie e chissà quante altre di cui non si ha traccia. Inoltre, furono ritrovati: un tavolino rotondo in legno, con i piedi raffiguranti dei cani levrieri; un boccale; una conchiglia; un fritillus, cioè una specie di bossolo in cui si mettevano i dadi da gioco, questo era agitato e poi si rovesciava sul tavolo e si alzava per vedere il risultato del tiro.

Il resto dell’edificio presenta, sulle pareti, una zoccolatura intonacata e di colore rosso, mentre la parte superiore era bianca, la pavimentazione era in cocciopesto rifatta durante la ristrutturazione che è andata a ricoprire quella originale sempre in cocciopesto. Sempre durante il restauro, del dopo terremoto del 62 d.C., nella navata destra fu costruito un muro in opus craticium, tal edificazione permise di ricavare una stanza di servizio nella quale, a quanto pare, dormiva il custode, chiaramente dedotto dallo scheletro ritrovato sul letto. Il solaio dell’edificio era in opus spicatum, con mattoni e travi di legno, esternamente presenta una pavimentazione in cocciopesto che, probabilmente, si raggiungeva con una scala. All’esterno dell’edificio sul lato destro dell’ingresso principale, c’era una struttura delimitata lungi il perimetro da due pilastri in blocchi di tufo giallo, al suo interno vi era un muretto in opus incertum, che formava tre lati di un rettangolo, ricoperto da lastra di marmo sulla quale poggiavano quattro piccole colonne. Che cos’era quest’ambiente, simile a un sacello? Gli esperti sono molto incerti e le loro ipotesi sono state le più varie eccone alcune: era un triclinio, no! Una latrina, ma forse si trattava di un’area sacra… La realtà è che non si sa.

Le Case e le ville di Ercolano.

Pur essendo non molto grandi le case di Ercolano erano, a volte, decorate in maniera ricca e raffinata, del reto era una città, in special modo nel suo ultimo periodo, luogo di villeggiatura. Quasi tutte le case erano dotate di un proprio pozzo o erano collegate alla rete idrica, non sempre presentavano l’impluvium. Vediamone, se pur brevemente, qualcuna in particolare, i nomi sono quelli dati dagli studiosi dopo il ritrovamento:

La Casa Sannitica.

Questo edificio è del II secolo a.C. ed è uno dei più antichi della città, in origine occupava gran parte dell’insula su cui sorgeva, tutto il lato ovest. Di quest’abitazione si sa molto, durante la metà del I secolo d.C., il giardino fu dato al proprietario della vicina Casa del Gran Portale. Dopo il terremoto del 62 d.C., quando si resero necessari anche lavori di ristrutturazione, il piano superiore fu dato in affitto e reso indipendente dal resto dell’abitazione, un graffito, trovato nel vestibolo, indicherebbe l’appartenenza dell’edificio alla famiglia degli Spunes Lopi. La costruzione presenta un atrio imponente di tipo ellenistico, con due colonne che terminavano con capitelli, di tufo di ordine corinzio, sui quali era poggiato un architrave di legno. Il piccolo corridoio subito dopo la porta d’ingresso era caratterizzato da pareti affrescate in primo stile pompeiano a imitazione di marmi policromi, il soffitto era a cassettoni decorato in secondo stile, mentre il pavimento era ad opera musiva, realizzato con motivi geometrici. Nell’atrio troviamo l’impluvium rivestito di marmo, mentre le pareti erano affrescate nel quarto stile, nella parte superiore di quest’ambiente era costituita da un finto loggiato, a simulare un piano superiore, che su tre lati presenta delle colonnine di ordine ionico, il quarto lato e aperto. Il pavimento era in cocciopesto in cui furo inserite tessere di colore bianco, dall’atrio si accede a tutti gli altri ambienti dell’edificio. Il cubiculo, sul lato destro rispetto all’ingresso, presenta un affresco raffigurante il ratto di Europa, su fondo verde, sul pavimento un mosaico formato da tessere bianche e rosse. Quasi difronte vi è l’oecus, la stanza di soggiorno, aveva le pareti decorate di rosso e un bel pavimento ad opera musiva con tessere bianche e nere. In un altro cubiculo, che era totalmente decorato vi era un muro incassato dove trovava posto il letto. Proseguendo si trova un’atra stanza di soggiorno che presenta una zoccolatura di colore blu e nero con un fregio in rosso, mentre sulla parte alta ci sono affreschi, con temi architettonici, su fondo bianco. Infine troviamo il tablinio le cui pareti erano affrescate in quarto stile, il mosaico pavimentale di quest’ambiente è molto particolare, esso, infatti, presenta al centro una piastrella di rame dalla quale si diramano rombi che formano un rosone, per poi terminare, agli angoli, con raffigurazioni di palme e delfini. Inoltre, sempre nell’atrio vi è una piccola stanza con delle scale che portavano al piano superiore, probabilmente realizzata prima di quella esterna, con ballatoio di legno, che rendeva tutto il livello superiore indipendente e affittabile. Questi ambienti erano poco decorati, ma nel loro interno furono ritrovati vari oggetti interessanti tra cui: alcuni piccoli cani scolpiti, i quali, forse, formavano i piedi di un tavolo di lego; una statua di venere.

La Casa del Tramezzo di Legno.

Il suo nome deriva dal ritrovamento di un tramezzo, o meglio di una sorta di porta pieghevole in legno, con battenti sagomati e sostegni di bronzo per reggere le lucerne, la sua funzione era quella di dividere l’atrio dal tablino. Questa casa è molto antica fu costruita sicuramente prima dell’occupazione Romana, ma fu restaurata e ampliata in età Giulio Claudia. Si tratta di un edificio nobile, con una facciata che terminava con una cornice a ovali, mentre alla sua base si trovano dei sedili in muratura che erano utilizzati dalle persone in attesa di essere ricevute dal proprietario dell’abitazione. L’ingresso presentava stucchi e affreschi da qui si entrava in un grade atrio di tipo tuscanico, con stanze su tre lati e pavimento di cocciopesto in cui furono inserite tessere bianche. Le stanze sul quarto lato furono murate e aperte sulla strada per adibirle a botteghe. Sulle pareti dell’atrio vi erano affreschi del terzo stile con pannelli in bianco, rosso, giallo e disegni con motivi geometrici. Al centro vi era l’impluvium di marmo con una fontana centrale una base a mosaico e un tavolinetto, cartibulum, di marmo decorato con teste di leoni. Dall’atrio si aveva l’accesso a tre cubiculi, uno presentava una zoccolatura in rosso e la parte alta delle pareti affreschi in blu e verde fu fondo bianco. Il pavimento era a mosaico composto di tessere bianche e nere, mentre il soffitto era parzialmente a volta. Il secondo cubiculo era decorato con affreschi in terzo stile con pannelli rossi su un fondo nero, del terzo non rimane molto. Su un lato dell’atrio si trovava il tablinio, come detto era separato da questo con un tramezzo di legno alto, pressappoco, quanto una persona. Le pareti del tablinio erano decorate con pitture del terzo stile, presentava una zoccolatura rossa, sopra la quale vi erano pannelli dipinti incorniciati di nero. Il pavimento presentava una soglia decorata, un mosaico con tessere bianche e bordo nero. Nei pressi del tablinio c’era l’oecus, le pareti erano completamente affrescate e divise in tre fasce, in quella superiore vi erano raffigurati motivi architettonici su fondo rosso, quella centrale era caratterizzata da disegni in nero su fondo rosso, quella inferiore era dipinta in nero. Il pavimento era a mosaico grigio in cui erano inserite tessere bianche. Il peristilio aveva un colonnato presente su tre lati e al centro vi era un giardino, le pareti del porticato erano affrescate con motivi vari in una di esse vi era un dipinto che raffigurava: una vasca con fontana circondata da anatre, un airone con serpente e una testa di bue. Lungo il porticato si aprivano alcune stanze riservate alla famiglia. All’esterno una scala permetteva l’accesso al piano superiore, come detto, sul lato che dava sulla strada, furono ricavate alcune botteghe, in una vi era una scala che portava a una piccola abitazione ricavata dagli spazi superiori del vestibolo e di un cubiculo della casa stessa. In questa bottega fu ritrovato un torchio per la tessitura.

La Casa del Rilievo di Telefo.

Il suo nome deriva dall’altorilievo ritrovato al suo interno e che raffigurava, appunto, il mito di Telefo. Inizialmente questo edificio era unito alla casa della Gemma e il proprietario, molto probabilmente, era Marco Nonio Balbo, le due abitazioni furono divise in età Augustea. Questo edificio misura ben milleottocento metri quadrati, rendendolo il secondo per grandezza di Ercolano, dopo la casa dell’Albergo. La casa fu costruita nei pressi delle Terme Suburbane a cui era collegata tramite un accesso privato, il suo impianto è irregolare a causa delle varie modifiche e ampliamenti a cui fu sottoposta per l’avvicinamento del mare. L’edificio è su tre livelli, appena dopo il vestibolo troviamo l’atrio, questo è di tipo ellenistico e presenta un impluvium centrale di marmo. Nell’atrio ci sono due colonnati laterali, la loro funzione era quella di reggere il piano soprastante, le colonne erano di laterizio, ricoperte di stucco colorato di rosso. Le pareti erano affrescate in terzo stile con decorazioni raffiguranti elementi architettonici su fondo giallo. Una curiosità, si è detto su fondo giallo, ma oggi lo vediamo rosso, sembra che ciò sia dovuto all’effetto dei gas eruttivi. Tra le colonne furono rinvenuti otto dischi di marmo scolpiti con scene dionisiache. Dall’atrio si passa a una diaeta, è in questo locale che fu rinvenuto l’altorilievo che diede il nome alla casa. Sempre dall’atrio si ha l’accesso a un oecus le cui pareti erano rivestite di marmo, alla stalla che, per ovvie ragioni, aveva anche un’entrata dalla strada. Lasciate queste stanze si può entrare nel tablinio che aveva le pareti con stucco di colore giallo e un pavimento ad opera musiva con tessere bianche e un doppio bordo nero. Un corridoio, o meglio una rampa conduceva al piano sottostante, dove era il peristilio porticato, su tutti i lati, con trentadue colonne in opera listata. Il porticato circondava un giardino con al centro una piscina intonacata e colorata di blu, intorno al peristilio si aprono tre stanze. Questi tre ambienti avevano mosaici sui pavimenti sotto i quali si trovano altre stanze di cui non si conosce nulla, poiché sono ancora da scavare e da studiare, l’unico elemento che si vede e il bordo decorato con stucco. Passando in un altro corridoio si giunge a una sorta di torre composta di più livelli, la cosa che hanno notato gli studiosi è che i piani più bassi erano giù in disuso prima dell’eruzione a causa dell’azione del mare. Questa torre è decorata esternamente con semicolonne su cui poggiano degli archi, l’interno di ogni piano è diviso in tre o quattro camere. L’ultimo piano presentava un pavimento di marmi policromi mentre le pareti erano rivestite di cipollino e africano. Il piano sottostante a questo, presenta un pavimento in opus sectile e alle pareti stucchi di colore rosso e bianco. Molti sono stati gli oggetti ritrovati nella casa, tra cui una grande quantità di statue di scuola neoattica e un sigillo di bronzo. Il tetto dell’abitazione era colorato di azzurro e di rosso.

La Casa della Gemma.

Proprio addossata alle Terme Suburbane, vi era la Casa della Gemma nella quale aveva una residenziale e una servile, quest’ultima fu ricavato su un piano inferiore rispetto al resto della casa, vicino al tetto delle terme. Questi ambienti, realizzati quando questo edificio fu reso indipendente dalla Casa del Rilievo di Telefo, pur avendo soffitti a volta e pavimenti a mosaico, fu riservato alla servitù a causa dei vapori provenienti dalle terme. Durante gli scavi archeologici furono rinvenuti: una culla di legno con i poveri resti di un bambino, due lastre di marmo con il dipinto di Eracle che si batte con l‘Idra.

La Casa dei Cervi.

Il nome deriva alla statua trovata nel giardino, si tratta di una scultura che raffigura due cervi che sono assaliti dai cani. Questo edificio è di epoca Claudia, era proprietà di un liberto, Quintus Granius Verus, il quale fu affrancato poco prima dell’eruzione, così come testimoniato dalla lista degli augustali. L’appartenenza dell’abitazione fu dimostrata dal bollo sul pane, ritrovato carbonizzato, all’interno della stessa. Si tratta di abitazione grande e lussuosa, occupa una superficie di circa mille centonovanta metri quadrati, subito dopo l’ingresso vi era un corto corridoio che portava all’atrio. Un atrio che, in questo caso, era semplicemente una sorta di corridoio su cui si aprivano le altre stanze, questo perché non vi era impluvium. L’edificio era su due livelli, il piano terra era riservato alla famiglia del proprietario, quello superiore era per la servitù. L’atrio presenta una zoccolatura di colore nero, al di sopra della quale vi era una zona blu e nera con un fregio in bianco a sua volta decorata con disegni di elementi architettonici, tutto in quarto stile. Dall’atrio si accedeva al piano superiore attraverso una scala che terminava con un ballatoio. Il triclinio, che si apre sull’atrio, presenta affreschi con pannelli neri con cornice rossa e fregi, il pavimento è di marmi policromi disposti a formare figure geometriche. Sempre sull’atrio si aprono una serie di ambienti tutti decorati, alcuni affrescati con pannelli rossi, altri rossi e arancioni, infine alcuni rossi incorniciati di nero. All’interno dei pannelli vi erano decorazioni classiche di finte colonne ed elementi architettonici. Di notevole interesse è il criptoportico, il quale riceve luce da finestroni posti in alto che danno sul giardino, le pareti erano decorate con sessanta pannelli in cui erano raffigurate scene di nature morte, amorini ed elementi architettonici. Oggi alcuni di questi pannelli sono rimasti in loco, altri sono visibili al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il pavimento è in opera musiva con tessere bianche e nere. Nel giardino, oltre alla statua dei due cervi, sono state ritrovate quelle di un Satiro e un Ercole in stato di ebrezza, inoltre sono stati ritrovati alcuni tavolini rotondi. Le pareti del criptoportico che danno sul giardino erano affrescate di bianco e di rosso, vi era inoltre, su un lato, un grande portale che presentava un bel frontone decorato con un mosaico formato da tessere in pasta vitrea il quale raffigurava Oceano, contornato da numerosi amorini su animali marini. Questo portale permetteva l’ingresso al tablinio anch’esso decorato con affreschi, affianco a esso vi erano due diaetae, una delle quali aveva un bel pavimento in opus sectile. Questi tre ambienti si affacciavano su una terrazza, costruita oltre le antiche mura cittadine, che dava una vista sul mare, su questa vi era anche una piccola costruzione, paragonabile a un moderno gazebo, con pilasti in tufo ricoperti con stucchi bianchi e rossi.

La Casa dell’Atrio a Mosaico.

Il nome deriva, dalla pavimentazione dell’atrio che presenta, ovviamente, una pavimentazione a mosaico. Questo edificio ha una dimensione di circa milleduecento metri quadrati, appena dopo l’ingresso troviamo in classico corridoio che conduce all’atrio, il quale presenta affreschi del quarto stile sulle pareti e una pavimentazione a mosaico con disegni geometrici e fiori stilizzati. Entrambe le pareti, del corridoio, presentano un’apertura che permettono l’accesso a locali di servizio, in uno vi era la scala che portava al piano superiore. L’atrio, come detto, presenta una pavimentazione a mosaico che va formare una scacchiera composta di tessere bianche e nere. Al centro vi è un impluvium rivestito di marmo, il pavimento lungo il suo perimetro lascia i motivi a scacchiera e va a formare una doppia cornice in nero con vari disegni. Sul fondo dell’atrio vi è una stanza particolare, un oecus egizio, esempio unico in tutta l’area vesuviana, una sorta di sala da pranzo, perlomeno così è descritto da Vitruvio. Un ambiente che somiglia a una basilica è, infatti, diviso in tre navate da due file di pilastri di laterizio rivestiti di stucco, probabilmente aveva funzione di accogliere gli ospiti. I pilastri sostengono il secondo livello che presentava alcune finestre e un lucernaio. Dall’atrio si ha l’accesso al peristilio che ha un giardino centrale con una fontana rivestita di marmo, questa era alimentata da un castellum aequae che si trovava vicino a un ingresso secondario dell’abitazione. Il peristilio presentava, su tre lati, un colonnato composto di colonne in opera listata, edificate con mattoni alternati a blocchi di tufo, in alcuni punti presentava delle tamponature tra colonne con grandi finestre, una sorta di veranda. Un lato del peristilio termina con un’esedra decorata, in quarto stile, con una zoccolatura in rosso, con sopra una zona dipinta di blu con disegni architettonici di natura fantastica. Al centro affreschi con vari personaggi e scene mitologiche tra cui il supplizio di Dirce, Diana e Atteone, interessante anche il pavimento che è in opus sectile contornato da una fascia di piastrelle bianche. Accanto a questa esedra si aprono quattro cubiculi tutti decorati con affreschi del quarto stile. Una scala conduceva al piano superiore, dove vi era il triclinio con pareti decorate, alcune aperture portavano ad altri cubiculi, vi era infine un portale che conduceva a una terrazza, che sfruttava lo spazio delle antiche mura cittadine. Questa presentava un pavimento in opus sectile.

La Casa dell’Erma di Bronzo.

Questo edificio fu così chiamato per il ritrovamento, al suo interno, di un’erma di bronzo che raffigura un uomo. Quest’abitazione è di età sannita, è molto piccola, rispetto alle altre, misura circa centocinquanta metri quadrati. L’atrio è di stile tuscanico e ha al centro un impluvium, le pareti presentono una decorazione di terzo stile con pannelli affrescati di rosso e di nero incorniciati da un bordo di colore rosso chiaro. Il pavimento è in cocciopesto è in quest’ambiente che fu ritrovata l’erma di bronzo che probabilmente riproduceva il volto del proprietario. Dall’atrio si aprivano alcuni ambienti, due piccoli cubiculi e il tablinio, quest’ultimo aveva decorazioni in terzo stile, mentre il pavimento era in opus sectile. Sempre dall’atrio si accedeva a un finto giardino, cioè un ambiente da cui la casa prendeva luce e che aveva decorazioni che riproducevano un giardino. Il triclinio, raggiungibile sempre dall’atrio, presentava decorazioni, sempre in terzo stile, con quadri che raffiguravano scene di paesaggi marini.

La Casa del Bel Cortile.

Quest’abitazione, quando fu ritrovata, aveva un cortile che si era conservato praticamente intatto, da cui il nome. Il periodo di edificazione di questo edificio va cercato nel I secolo d.C., in età Claudia, sfruttando parti della costruzione precedente. Anche questa non era di grandi dimensioni, misura circa centonovanta metri quadrati ed è interessante notare che il suo impianto non segue lo schema classico delle abitazioni Romane. Passato l’uscio della casa, troviamo un locale che ha la funzione sia di vestibolo sia di atrio, il soffitto di questo locale è basso e le pareti sono decorate in quarto stile. Esse presentano con zona centrale affrescata con colore rosso che contiene un fregio bianco insieme a disegni geometrici. Da una porta di questo locale si può accedere a una cucina mentre su lato opposto vi sono le entrate ad alcuni cubiculi o meglio uno si apre direttamente dall’atrio mentre gli altri sono raggiungibili attraverso uno stretto e corto corridoio. Tutti questi ambienti sono decorati con affreschi del quarto stile. Dall’atrio si può entrare nel cortile le cui pareti, che lo delimitano sono decorate, sempre nel quarto stile, prevalentemente di rosso, qui è presente una scala con parapetto che conduceva al piano superiore. Anche gli ambienti del secondo livello erano decorati in quarto stile, questi si affacciavano su una balconata, che percorreva l’intero perimetro del cortile, collegata alla scala. Lungo il ballatoio vi era un affresco mai completato, sicuramente in fase di lavorazione quando l’eruzione seppellì il tutto. Ciò è reso evidente dal fatto che un’aquila e un quadretto sono privi dei colori, in pratica si vede solo il disegno. Sul cortile si apre l’oecus decorato da dipinti di figure su fondo bianco ed elementi architettonici, il tutto all’interno di pannelli di colore rosso. Sempre dal cortile si può entrare nel triclinio, le cui pareti sono decorate con affreschi di pannelli di colore rosso e giallo, mentre il pavimento è mosaicato con tessere bianche, con il bordo contornato da disegni eseguiti con tessere bianche e nere. In quest’ambiente è stata posta una teca contenente dei resti umani.

La Casa del Genio.

Il nome deriva da una statuetta del Genio tutelare che faceva parte di un candelabro di marmo, rinvenuta nell’interno dell’abitazione. La casa è solo parzialmente scavata, il peristilio aveva una particolare pavimentazione, infatti, era in parte a mosaico in parte in cocciopesto, al centro una bella fontana rivestita di marmo, faceva mostra di se. Gli ambienti scavati, intorno al peristilio sono stati ritrovati privi di decorazioni.

La Villa dei Papiri.

Questo edificio è l’unica Villa d’Otium, rinvenuta a Ercolano, posta fuori dalle mura cittadine, fu scavata per la prima per la prima volta nel 1750 ed esplorata, inizialmente, tramite cunicoli. Il nome deriva dal ritrovamento, al suo interno, di una biblioteca con circa milleottocento papiri scritti sia in latino sia in greco. I papiri furono ritrovati chiusi in casse, gli studiosi hanno calcolato che probabilmente c’è ne sono altri da recuperare. La data di costruzione è tra il 60 a.C. e il 50 a.C., con buona probabilità apparteneva a Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Gaio Giulio Cesare, nonché protettore del filosofo Filodemo di Gadara, anche se ci sono studiosi che credono sia appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone Pontefice, figlio di Cesonino o ad Appio Claudio Pulcro. La villa in ristrutturazione per i danni subiti dal terremoto del 62 d.C., non era ancora ultimata al momento dell’eruzione. Essa, ancora parzialmente interrata, fu costruita a strapiombo sul mare, su quella che era la linea di costa prima dell’eruzione. È di notevoli dimensioni, di forma quadrata, aveva un fronte di circa duecentocinquanta metri ed era su tre livelli. Nel suoi interno fu ritrovato un vero e proprio tesoro archeologico, composto di circa milleottocento papiri, cinquantotto statue di bronzo e ventuno sculture di marmo. La villa aveva una struttura quadrata a sua volta divisa in quattro quadrati e corrispondenti ad alloggi, latrine e servizi vari, biblioteca, zona residenziale e ludica. L’edificio aveva decorazioni parietali con affreschi in secondo stile, il peristilio, lungo cento metri e largo trentasette metri, presentava affreschi in quarto stile, aveva un giardino contornato da un portico con sessantaquattro colonne con al centro una piscina. Vi era un lungo viale che portava a un belvedere con pavimento in marmi policromi, nella villa c’era anche un impianto idrico che alimentava numerose vasche, fontane e bagni. Oltre ai reperti citati prima all’interno della villa, furono ritrovati anche cumuli di grano, lucerne, una meridiana di bronzo con intarsi in argento e alcune armi.

Le altre Case.

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Ovviamente le abitazioni degne di menzione sono molte di più rispetto a quelle descritte sopra, ma questo non vuole essere un trattato per cui di altre daremo solo degli accenni, in modo che se, a qualcuno interessa può cercarle su dei testi o su web.

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La Casa d’Argo. Solo parzialmente scavata, il suo nome deriva da un affresco ivi ritrovato, ormai perduto e che raffigurava Argo che sorveglia Io. La casa era su due livelli e presentava due peristili colonnati con colonne rivestite di stucco. In questo edificio furono ritrovati vasi con legumi, mandorle, olive, farro, frutta e inoltre, farina e pane.

La Casa di Aristide. Era molto vicina alla spiaggia, il suo nome deriva da una statua ritrovata nel suo interno che in primo momento fu scambiata per Aristide, ma che in realtà raffigura Eschine.

La Casa dell’Albergo. Questa è l’abitazione più grande di Ercolano la sua dimensione è di oltre duemila metri quadrati. Fu costruita in posizione panoramica sul mare, il nome deriva da un errore, gli archeologi che la scoprirono, credettero fosse un albergo. È l’unico edificio ad avere una zona termale privata con decorazioni a mosaico e affreschi in secondo stile nel calidarium. Anche il peristilio e gli ambienti circostanti presentano una pavimentazione a mosaico. Alcuni locali furono ricavati sotto le sostruzioni che sorreggono la casa, essi presentano pavimentazioni sia di cocciopesto sia di marmi policromi.

La Casa dello Scheletro. Il suo nome deriva, come sembra ovvio, da uno scheletro che fu ritrovato nel suo interno, è formata da tre abitazioni riunite e la sua caratteristica è che all’interno vi è un ninfeo il quale riproduce una grotta. Tale ninfeo era rivestito di finto opus quadratum, con tessere rosse e azzurre, e con affreschi nei fregi. Nel cortile vi era un larario rivestito da mosaici. Anche gli altri ambienti erano affrescati, in terzo stile, e alcuni pavimenti erano in opus sectile.

La Casa dell’Ara Laterizia. Il suo nome deriva dal ritrovamento di un’ara di mattoni, l’edificio era su due livelli, anch’essa decorata co affreschi, di cui rimane ben poco.

La Casa a Graticcio. Questa era un tipo di abitazione particolare, era, infatti, plurifamiliare, esternamente presentava un balcone sorretto da tre colonne in laterizio. L’interno era decorato con affreschi del quarto stile, qui furono ritrovati, carbonizzati, letti armadi e parti di altro mobilio, insieme a vasi di vetro, statuette di Lari, lucerne e una collana.

La Casa dell’Alcova. Così chiamata per il ritrovamento di un ambiente riservato, con abside e finestra, chiamato alcova. La casa era formata dall’unione di due abitazioni, al suo interno fu ritrovato un affresco raffigurante Arianna abbandonata da Teseo, un pavimento sia in opus sectile sia a mosaico e alcune decorazioni parietali in quarto stile.

La Casa della Fullonica. La sua particolarità è che aveva due atri, uno di tipo tuscanico con impluvium, l’altro senza. Quest’ultimo fu adibito a fullonica, da qui il nome, e furono costruite due vasche per il lavaggio dei panni.

Casa del Papiro Dipinto. Il nome deriva da un affresco dipinto sulla porta d’ingresso del cortile, raffigurante un rotolo di papiro, con su scritto il nome in greco di un poeta insieme a due teche.

La Casa della Stoffa. Il suo nome deriva dal fatto che nel suo interno furono ritrovate varie stoffe, la casa era su due livelli e di dimensioni alquanto ridotte.

La Casa di Galba. Prende il nome da un busto d’argento, raffigurante Servio Sulpicio Galba, ritrovato vicino all’ingresso. L’edificio è scavato solo parzialmente e risale al periodo sannitico, è su due livelli, il peristilio presenta colonne doriche di tufo.

La Casa del Rilievo di Dioniso. Prende il nome da vari ritrovamenti pertinenti a Dioniso. È di recente scoperta e in fase di studio, sembra che al suo interno si trovano ambienti ben conservati con decorazioni del quarto stile con sfondo rosso. Nel suo interno sono stati rinvenuti: un kantharos; un bassorilievo di marmo, raffigurante due satiri e una ragazza nuda; un affresco raffigurante una Menade danzante insieme con un uomo barbuto, quasi sicuramente Dioniso.

La Casa con Giardino. Una piccola abitazione con un grande giardino, da cui il nome, interessante e un oecus decorato con affreschi del secondo stile con paesaggi nilotici. Addossata all’abitazione vi era una bottega in cui vi era un larario.

La Casa dei Due Atri. Da dove deriva il nome è abbastanza evidente, in questa casa sono presenti due atri, uno con impluvium, l’altro tetrastilo. L’abitazione era su due livelli, la cucina presenta un bancone con il forno, ancora visibile, le pareti di alcuni locali erano decorate con affreschi raffiguranti nature morte. La facciata è decorata con maschere in terracotta.

La Casa del Colonnato Tuscanico. Anche in questo caso è abbastanza ovvio da dove deriva il nome, il peristilio presenta un colonnato tuscanico. Alcuni pavimenti sono di cocciopesto, altri di marmo, notevoli gli affreschi parietali, l’oecus era decorato con quadretti di Menade e Panisco e una conversazione tra due donne. L’abitazione era su due livelli e nel piano superiore furono ritrovate alcune monete d’oro e un sigillo.

La Casa di Nettuno e Anfitrite. Quest’abitazione presenta un tablinio riccamente decorato, alla parete vi è un mosaico in pasta vitrea raffigurante Nettuno e Anfitrite. All’interno della casa furono ritrovate due lastre di marmo dipinte firmate da un certo Alessandro di Atene, mentre nella caupona, una sorta di osteria, furono ritrovati doli con fave e ceci, oltre a suppellettili.

La Casa del Mobilio Carbonizzato. Così chiamata per il ritrovamento di un letto carbonizzato, presenta decorazioni del terzo stile, in gran parte affreschi di nature morte, l’abitazione era su due livelli.

La Casa del Telaio. Quest’abitazione è caratterizzata da due ingressi, uno che permette l’accesso alla casa l’altro in un’officina. Nel portico dell’abitazione furono ritrovati i resti di un telaio per la tessitura e una targa di marmo.

La Casa di Apollo Citaristica. Fu ricavata prendendo una parte della casa del Bicentenario e parte di quella del Bel Cortile, presenta delle belle decorazioni, con affreschi del quarto stile. Il tablinio presenta affreschi di Apollo citaredo, Selene ed Endimione. Alcuni pavimenti erano in opus sectile mentre nella bottega collegata all’abitazione, furono rivenuti doli seminterrati contenenti cereali e legumi.

La Casa del Gran Portale. Il suo nome deriva da un grande portale posto all’ingresso dell’abitazione realizzato con semicolonne con capitelli in tufo, decorati con Vittorie Alate e cornicione a mensola in laterizio. Il triclinio è decorato con affreschi che raffigurano: un Satiro che osserva Arianna e Dioniso nudo. In un’esedra vi sono affreschi, con fondo di colore giallo, di uccelli e amorini; infine in una diaeta, è decorata con affreschi, su fondo azzurro, di trofei, maschere e armi. Il peristilio presenta colonne in tufo scanalate.

La Casa del Sacello di Legno. Si tratta di un’abitazione costruita prima della conquista romana, la sua caratteristica è il ritrovamento al suo interno di un armadio di legno, lavorato esternamente con un motivo a colonne corinzie. Tale armadio forse aveva anche la funzione di larario, ciò è stato dedotto dal ritrovamento al suo interno una piccola statua di Ercole.

La Casa dell’Atrio Corinzio. L’atrio di quest’abitazione presenta sei colonne di tufo e l’impluvium in cui vi è una fontana di marmo decorata a mosaico. Negli ambienti della casa sono decorati con affreschi in quarto stile e il vestibolo presenta colonne in laterizio.

La Casa del Bicentenario. Fu chiamata così chiamata poiché finita di scavare nel 1938 a due secoli dall’inizio delle indagini archeologiche a Ercolano. È di epoca Giulio Claudia, presenta un tablino con pitture in quarto stile, interessante è il quadretto raffigurante Pasifae e Dedalo. Il pavimento di quest’ambiente era in opus sectile, sempre nel tablinio c’era un cancello scorrevole in legno, utilizzato per proteggere le immagini degli antenati. La casa è su due livelli e all’interno del piano superiore furono trovate delle tavolette cerate, sulle quali erano narrati gli atti di un’azione legale, infine furono rinvenuti, all’interno della casa, un larario affrescato, scope in fibra vegetale e un sigillo.

Gli Edifici religiosi.

Nei pressi della costa, sopra una terrazza sorretta da sostruzioni a volta, vi era un’area sacra che accoglieva il Tempio di Venere e quello dedicato ai quattro Dei, Minerva, Mercurio, Nettuno e Vulcano. Il Tempio di Venere a seguito dei danni subiti dal terremoto del 62, fu restaurato per volere di Sibidia Saturnina e del figlio Furio Saturnino. Le colonne del pronao sono di tufo, scanalate e ricoperte di stucco, mentre la cella aveva degli affreschi raffiguranti giardini e un timone, simbolo di Venere che guida i marinai. Adiacente al tempio vi era un’ara di marmo, nella zona furono rinvenuti due affreschi con soggetti mitologici, due statue acefale di donne con tunica e varie terrecotte. All’interno del tempio dedicato ai quattro Dei vi erano rilievi che raffiguravano, appunto Minerva, Mercurio, Nettuno e Vulcano, considerati protettori della produttività e del commercio. Questo tempio aveva il pronao costituito da colonne corinzie e un pavimento di marmo cipollino. La cella aveva una pavimentazione in opus sectile. Vicino alla palestra, parzialmente scavata, vi era il tempio di Iside non ancora scavato. La palestra, che lungo un lato presentava numerose botteghe, aveva un ingresso con colonne e una volta affrescata con cielo stellato. All’interno, aveva un triportico corinzio con al centro una vasta area alberata, nella quale vi era una piscina, decorata con una fontana di bronzo a forma di Idra, inoltre vi era una vasca, rettangolare, per l’allevamento dei pesci. Le sale laterali presentavano affreschi del terzo stile, la curiosità è che nella zona della palestra furono rinvenute molte statue di divinità egizie, molto probabilmente trascinate lì dal vicino tempio di Iside. Si sa che, sempre dopo il terremoto, Vespasiano fece restaurare, esiste documentazione di ciò, Il Tempio della Mater Deum. Ovviamente ci sono altri tempi da scavare e da studiare.

Le Attività Commerciali.

Le attività commerciali erano molteplici, vi erano taberne, come quella detta di Priapo, per l’affresco sul bancone; la grande taberna che presenta un bancone rivestito di marmo, dietro il quale vi era un tramezzo con l’affresco di una nave e diversi graffiti. Sono stati ritrovati due panifici, ma sicuramente c’è ne erano altri. Famoso era quello di Sex Patulcius Felix, che presentava, presso l’ingresso due falli contro il malocchio e dove furono ritrovate venticinque teglie di bronzo per cuocere le focacce. È stata ritrovata la bottega di un vasaio nella quale vi era un alto numero di anfore, tra cui alcune in nero con caratteri greci e alcune terrecotte. Poi ancora una bottega di un lanarius, all’interno della quale è stata ritrovata una pressa a vite che era utilizzata per stirare i panni. Infine fu rinvenuta la bottega di un fabbro, con resti di tubazioni, un candelabro e diversi lingotti di bronzo. Naturalmente vi erano altre botteghe sparse per tutta la città e dedite a diverse attività commerciali e artigianali. Infine dedichiamo alcune parole ai fornici, che erano i magazzini del porto, ma che erano utilizzati anche come ricoveri per le barche dentro i quali, come accennato all’inizio furono ritrovati circa trecento scheletri e vari oggetti tra cui monili e monete, di vari materiali compreso l’oro. Fu ritrovata anche una barca, evidentemente non riuscì ad allontanarsi, con sopra lo scheletro di un rematore e quello di un soldato con tanto di cinturone, inoltre vi erano spade, scalpelli e una borsa di monete.

Voglio concludere con una domanda, vale o no la pena di andare a vedere tutto questo con i propri occhi? Non accontentatevi delle foto, se per belle ed esaustive, che troverete cliccando i link qui sotto… Andate sul posto.

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