Pandora e l’apertura del vaso che conteneva tutti i mali della terra.

by / sabato, 23 marzo 2019 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Qualche tempo fa, su queste pagine, abbiamo raccontato il mito di Prometeo e il dono del fuoco (Vedi), quello di Pandora si può dire che è sequenziale a questo. Ricordate Prometeo rubò il fuoco agli Dei per donarlo agli uomini, ciò fece infuriare Zeus. Il padre degli Dei non si limitò a punire Prometeo ma volle anche vendicarsi di tutti gli uomini, procediamo, però, con ordine. Nella mitologia greca Pandora, il nome deriva dal greco “Pan”, cioè tutto e “Doron”, ossia dono, quindi il significato letterale è “Tutti i doni”, fu la prima donna mortale creata da Efeso su espresso ordine di Zeus. Il padre degli Dei, per vedetta sul genere umano, le affidò il famoso vaso o scrigno, detto di Pandora, il nefasto contenitore conservava nel suo interno tutti i mali del mondo. Ci si può chiedere perché per vendetta Zeus le affidò un così pericoloso vaso? Zeus era un abile manipolatore e un astuto stratega, infatti, le affidò il vaso ordinandole di non aprirlo mai, altrimenti tutti mali sarebbero stati liberi di colpire tutti gli angoli, anche i più remoti della terra. Mentre affidava il vaso a Pandora, Zeus già sapeva che la donna sarebbe stata vittima della curiosità, che Ermes, nel frattempo, le stava infondendo, quindi, se pur da vittima, la donna avrebbe presto aperto il vaso. In definitiva Zeus, per vendicarsi del Titano Prometeo e di tutta la razza umana, dono agli uomini la donna, cioè Pandora, che Efeso forgiò, che Afrodite rese bellissima, a cui Era insegnò tutte le arti manuali, mentre Apollo la educò alla musica, Ermes le donò la curiosità e Atena le diede l’ingegno. Secondo l’intenzione di Zeus era destinata a portare l’uomo alla perdizione, oltre che a spargere sulla terra tutti i mali. Il mito di Pandora fu raccontato da Esiodo, il più antico poeta greco che conosciamo, visse tra l’VIII e il VII secolo a.C., ne parla sia nella “Teogonia” sia nelle “Opere e i giorni”. In quest’ultima opera il poeta narra che il Titano Prometeo impastando terra e pioggia forgiò il primo uomo, donandogli astuzia, timidezza, forza, fierezza e ambizione, infine gli diede in dono il fuoco divino. Il fuoco divino, però, doveva essere unicamente un privilegio per gli Dei e l’uomo non doveva usufruirne, Zeus s’infuriò come solo un Dio può fare, incatenò Prometeo a una roccia, dove lì immobile avrebbe sofferto dolori atroci, poiché un’aquila, durante il giorno, col becco, gli strappava il fegato. Organo che di notte ricresceva al Titano in modo tale che il giorno dopo potesse perpetrarsi la sofferenza. Non contento inviò all’umanità un infido dono, Pandora la quale avrebbe portato sulla terra tantissime sofferenze. Dopo che gli Dei donarono alla donna bellezza, virtù, abilità, grazia, astuzia, ingegno e curiosità, su ordine di Zeus Pandora fu portata, da Ermes, a Epimeteo, il fratello di Prometeo il quale nel frattempo fu liberato da Eracle. Epimeteo non ascoltò il suggerimento del fratello, il quale lo avvertì di non accettare doni dagli Dei, quindi la sposò e dalla loro unione nacque Pirra destinata in seguito, insieme al suo sposo Deucalione a ripopolare la terra dopo il diluvio. Pandora spinta dalla curiosità aprì il famoso vaso, che Zeus, con astuzia, le aveva affidato, e che avrebbe dovuto contenere grano, appena il coperchio fu sollevato tutti i mali invasero il mondo, prima di ciò l’uomo era immortale come gli Dei e viveva privo di preoccupazioni, quindi gli spiriti maligni della vecchiaia, della morte, della gelosia, della malattia, del dolore, della pazzia, dell’odio, della menzogna, dell’avidità e del vizio devastarono tutta l’umanità. In fondo al contenitore era rimasta la speranza che non aveva fatto in tempo a uscire prima che il vaso fosse richiuso, la terra ormai era divenuta un luogo desolato, cupo e inospitale, a quel punto Pandora tornò ad aprire il vaso e anche la speranza poté uscire e dare sollievo alla razza umana, il mondo interò tornò a rivivere, ma sempre tra i mali e la speranza. Ora vi propongo un brano dell’opera di Esiodo, o meglio una traduzione che ho trovato su Internet, non conosco il Greco, né tantomeno quello antico e non so di chi è questa versione, quindi considerate che potrebbe non essere fedele al testo originario, comunque eccola:

Così disse ed essi obbedirono a Zeus signore, figlio di Crono. E subito l’inclito Ambidestro, per volere di Zeus, plasmò dalla terra una figura simile a una vergine casta; Atena occhio di mare, le diede un cinto e l’adornò; e le Grazie divine e Persuasione veneranda intorno al suo corpo condussero aurei monili; le Ore dalla splendida chioma, l’incoronarono con fiori di primavera; e Pallade Atena adattò alle membra ornamenti di ogni genere. Infine il messaggero Argifonte le pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta, per volere di Zeus cupitonante; e voce le infuse l’araldo divino, e chiamò questa donna Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo l’avevano portata in dono, sciagura agli uomini laboriosi. Poi, quando compì l’arduo inganno, senza rimedio, il Padre mandò a Epimeteo l’inclito Argifonte portatore del dono, veloce araldo degli dei; né Epimeteo pensò alle parole che Prometeo gli aveva rivolto: mai accettare un dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, perché non divenga un male per i mortali. Lo accolse e possedeva il male, prima di riconoscerlo. Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte, rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono. Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi. E altri mali, infiniti, vanno errando fra gli uomini.” (Esiodo, Le opere e i giorni).

Permettetemi una piccola riflessione sul simbolismo rappresentato dal “Vaso di Pandora”. Un vaso chiuso, quindi, in qualche modo, simboleggiante un qualcosa di occultato alla conoscenza, Pandora, rappresenta invece l’umana curiosità e la sete di sapere. Tutto ciò mostra la crescita dell’essere umano, la perdita della propria innocenza, la consapevolezza dell’esistenza dei mali, la speranza di sconfiggere le negatività. In definitiva se da una parte si perde l’innocenza dall’altra, prende vita la sfida per non lasciarsi sopraffare dai mali che della vita fanno parte. L’essere umano resta vittima dei lati oscuri o occulti delle cose, ma riesce anche a sopraffarli, un genere umano che a volte vince e altre perde, ma che va sempre avanti affrontando sempre le avversità, anche se, c’è sempre qualcuno che rinuncia ad avanzare, perdendo ogni speranza. Infine, non credo che sia blasfemo qualche piccolo paragone tra la cristiana Eva e la pagana Pandora. Eva fu creata e in qualche modo plasmata da Dio, così come Pandora lo fu dagli Dei, la prima mordendo il frutto proibito diede vita al male, così come fece la seconda aprendo il vaso. Eva non rispetta l’ordine divino perché istigata dal serpente, Pandora apre il vaso per la curiosità che Ermes, per volere di Zeus, insinuò nella donna. Ci sono, però anche grandi differenze, la somiglianza a Dio di Adamo e di conseguenza quella di Eva, è di livello spirituale, mentre Zeus, per i propri scopi, vuole Pandora simile alle Dee immortali per la bellezza, il fascino e le capacità manuali. Nella Bibbia l’attenzione è focalizzata sull’atto di trasgressione fatto da Eva e su come peccò, violando in questo modo il volere divino, nel mito di Pandora, invece, sono evidenziate le conseguenze negative, per tutta l’umanità, derivanti dal suo gesto. Un mito, quello di Pandora che fa riflettere molto più di quanto racconta, quasi come in un vortice filosofico molto intrigato.

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