Monastero delle Oblate di Santa Francesca Romana o Monastero di Tor de’ Specchi.

by / sabato, 16 marzo 2019 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

Ogni 9 marzo è aperto al pubblico un tesoro artistico che rimane nascosto per tutto il resto dell’anno, si tratta del Monastero fondato da Santa Francesca Romana, per i romani “Ceccolella”, che è patrona di Roma insieme a San Pietro, San Paolo e San Filippo Neri. Un Monastero che al suo interno raccoglie degli affreschi meravigliosi, questo luogo cela tesori d’arte e secoli di storia, ma andiamo con ordine, per cui, prima di tutto, alcuni cenni storici sulla vita della Santa e sulla fondazione del Monastero.

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Santa Francesca Romana.

Santa Francesca Romana, di nascita Francesca Bussa de’ Buxis de’ Leoni, venne alla luce a Roma nel 1384, come s’intuisce dal nome la sua era un’antica e nobile famiglia, proprio per questo, a quei tempi, le cose funzionavano in questo modo, il padre, alla fanciulla, quando aveva appena dodici anni, le combinò un matrimonio con un altro nobile Lorenzo de’ Ponziani. In lei vi era la vocazione di pronunciare i voti, per cui inizialmente rifiutò completamente l’idea di quel matrimonio cui fu obbligata, dopo un periodo di preghiera accettò la sua nuova vita ed ebbe il suo primo figlio all’età di sedici anni. Di figli né ebbe tre, ma solo l’ultimo in età adulta, nel XIV secolo Francesca fu sicuramente uno dei personaggi più noti e amati di Roma, conosciuta da tutti per grande la generosità, la carità e il coraggio, che accompagnarono ogni istante della sua vita, insieme alla cognata Vannozza si prese cura dei poveri e degli ammalati. Affrontò con coraggio, prendendosene cura, la morte del marito e quella di due suoi figli, nonché il ferimento e la prigionia del terzo. Dopo aver ottenuto il consenso dal marito Francesca vendette tutti i suoi gioielli e ogni suo vestito da nobile, insieme a sua cognata Vannozza si dedicò ai malati e ai poveri. A Trastevere, il palazzo del marito era in questo quartiere, non c’era nessuno che non la conoscesse, con i suoi umili abiti cominciò, insieme a un piccolo gruppo di donne, a coltivare un terreno vicino alla Basilica di San Paolo, tutti i frutti di quel campo andavano a sfamare tutti coloro che non avevano da mangiare. Arrivò persino a chiedere l’elemosina davanti alle chiese per i sui malati e i suoi poveri, lo faceva ignorando le critiche e le derisioni che subiva dalla nobiltà locale. Nell’estate del 1425, nella chiesa di Santa Maria Nova, oggi Santa Francesca Romana, sì proprio quella vicina al Colosseo ricercatissima per i matrimoni, Francesca e le sue amiche si costituirono in associazione con il nome di “Oblate Olivetane di Maria” e pronunciarono la formula di consacrazione che, di fatto, le associò all’Ordine Benedettino. Francesca e le sue compagne, forse nove in tutto, nel marzo del 1433, presero in affitto un’abitazione vicino la Torre de’ Specchi, nel rione Campitelli, in quei locali si dedicarono alla preghiera al lavoro manuale, vivevano da eremite ma non pronunciarono i voti, né erano in clausura. L’estate dello stesso anno, papa Eugenio IV decise di trasformare la comunità in Congregazione, e gli diede il titolo di “Oblate della Santissima Vergine”, divenute poi le “Oblate di Santa Francesca Romana”, cominciò così la storia del monastero. Francesca morì il 9 marzo 1440, è proprio in questa ricorrenza che il Monastero è aperto al pubblico, il decesso avvenne nel palazzo Ponziani, in Trastevere, dove si era trasferita per assistere il figlio. Dopo l’esposizione delle sue spoglie al pubblico, che durò tre giorni, Francesca fu sepolta chiesa di Santa Maria Nova, sotto l’altare maggiore. Per la cronaca, Francesca fu proclamata Santa il 29 maggio 1608 da papa Paolo V e solo dopo grandi richieste popolari, le oblate si dichiararono esenti dalla clausura che fu imposta nel 1566 a tutti i monasteri femminili, questo perché non appartenevano a nessun ordine, situazione questa che avvantaggiò la comunità anche dopo l’annessione di Roma all’Italia del 1870, che non fu colpita dalle leggi che furono proclamate dallo stato italiano riguardanti le proprietà dello Stato Pontificio. Infine, c’è da dire che nel 1917 furono riconosciti ufficialmente, dalla chiesa, gli istituti religiosi di voti semplici, mentre, nel 1947 le oblate di Tor de’ Specchi si costituirono in congregazione di suore e furono approvate da papa Giovanni XXIII nel 1958, oggi quello delle Oblate di Santa Francesca Romana è un Monastero di clausura che conta poche religiose. Una piccola considerazione, che va oltre il fatto di essere credenti o meno, l’opera di Francesca e delle sue seguaci, portò benefici e aiuto a moltissimi poveri e malati, tanto che, a Roma tutti la conoscevano, ogni romano andò a rendere omaggio le sue spoglie durante quei tre giorni di esposizione, per decreto del Senato del 1494, il 9 marzo fu considerato giorno festivo, ci furono vere e proprie manifestazioni popolari che richiesero la santificazione.

Il Monastero e i suoi tesori, l’ala quattrocentesca.

Ai piedi del Campidoglio, nel rione Campitelli, difronte al teatro di Marcello, la Santa portò la sede della sua congregazione, lei e le sue compagne, come detto si trasferirono il 25 marzo 1433, giorno della festa dell’Annunziata, in quella che all’epoca era una piccola abitazione presa in affitto dalla famiglia Clarelli. Oggi il complesso è molto grande, l’aspetto esterno è molto sobrio ed è formato da un insieme di varie forme architettoniche quattrocentesche, derivanti dagli ampliamenti che man mano a subito nel tempo, ma, se si osserva con attenzione, si può distinguere il nucleo originale da cui si sviluppò tutto il complesso. Oggi il Monastero presenta una lunga facciata su via del teatro di Marcello, dove vi è anche il portone d’ingresso, di laterizi con delle evidenti tracce di portici medioevali murati. Si accede alla parte più antica del complesso attraverso un portone che presenta un arco a tutto sesto, sopra il quale si può ammirare un affresco del XVIII secolo che raffigura Santa Francesca Romana insieme a un angelo e a San Benedetto che fiancheggiano Maria con in braccio il Bambino. Nell’atrio, che in origine era una stalla, è ancora conservata una sorta di mangiatoia che fu ricavata all’interno di un coperchio di un sarcofago romano e che era utilizzata da Francesca per distribuire vestiti e alimenti ai bisognosi. L’atrio conserva l’antico pavimento in basalto, da questo piccolissimo atrio si accede a delle stanzette, di epoca medioevale, si tratta del primo ampliamento dell’originale casetta, con muratura a vista e prive di qualsiasi decorazione, caratteristico è il forno del quattrocento addossato alle mura della torre. Una stretta scala, realizzata con marmi presi nel Foro Romano, porta alla parte più vecchia del Monastero, una scala che in origine era all’esterno della costruzione, fu inglobata nel complesso quando fu edificato l’oratorio. Le pareti di questa scala, sono completamente affrescate con decorazioni risalenti al XVII secolo e con due scene dipinte, nella prima è raffigurata Maria con il Bambino tra Santa Francesca e San Benedetto, nell’altra Cristo uscente dal Sepolcro, entrambi del XV secolo e attribuiti ad Antoniazzo Romano.

Al termine della scala, definita “Scala santa”, vi è un ampio locale, molto probabilmente fu usato, nel XV secolo, come refettorio, che in sostanza unisce la torre degli specchi all’oratorio. Questa sala presenta una parete, quella sulla destra entrando, completamente affrescata con Terrette monocromatiche con dominante verde, in tutto sono dieci riquadri posti su due file. La tecnica delle Terrette simula, su un piano, la tridimensionalità scultorea, dando l’impressione che si tratta di marmo. Nei riquadri sono raffigurate le tentazioni della Santa, la realizzazione di questi affreschi e della stanza stessa è da datare negli anni successivi alla morte di Francesca. Sopra un portale di pietra compare la data: 1485, anno che è ripetuto al centro della parete affrescata, probabilmente corrisponde alla data di realizzazione degli affreschi. O forse si tratta di una data posteriore, anche se di poco, poiché il vano, che fu aperto, va a tagliare parte delle scene. Questi affreschi risultano essere molto interessanti, anche se s’ignora chi sia stato l’autore, oltre per i dipinti stessi, perché sotto la raffigurazione degli episodi vi è la narrazione in lingua volgare della storia. Dicevamo che non si sa bene chi realizzò questi affreschi, probabilmente gli autori sono più di uno, vi sono evidenti differenze stilistiche tra le scene dipinte. Alcuni tratti sono molto semplici, mentre altri risultano essere più complessi e raffinati, gli storici hanno fatto diversi nomi tra cui Benozzo Gozzoli e di Antoniazzo Romano, forse però, si tratta di artisti delle loro rispettive scuole. La Santa è raffigurata mentre sfugge i demoni, in ogni riquadro vi è la presenza di un angelo che assiste e aiuta Francesca a sottrarsi dai demoni stessi, raffigurati spaventosi e di forme varie. Sulla parete sinistra di questa stanza vi è una porta da cu si accede a una piccola cella, che è interna alla Torre degli Specchi, è in questo locale che la Santa si fermava a pregare e a meditare. In questa cella, piccola, angusta e poco illuminata, sono conservati, in una teca, resti di abiti usati dalla Santa, inoltre si può leggere un’iscrizione che ci ricorda che questa era il: CUBICULUM IN QUO QUATOR ANNIS/B. FRANCISCA ROMANA VITAM DUXIT.” Ossia la: “Camera in cui visse Francesca Romana per quattro anni”.

Uscendo dal refettorio e scendendo pochi gradini subito sulla destra vi è l’ingresso dell’oratorio, esso rappresenta il nucleo della casa, è chiamato dalle appartenenti alla comunità “Chiesa vecchia“. Si tratta di una stanza, più piccola della precedente, che prende luce da tre finestre due delle quali presentano un arco a ogiva, tutte le pareti dell’oratorio sono ricoperte da magnifici affreschi. Le scene raffigurano, in venticinque pannelli, la vita e le opera della Santa, gli affreschi datati al 1468, tale anno è riportato dall’autore nell’ultimo riquadro, ma chi fu il pittore che così abilmente descrisse per immagini la vita di Francesca Romana? Si deve subito dire che anche in questo caso gli autori sono più di uno, si crede che i dipinti siano attribuibili ad Antoniazzo Romano, a Benozzo Gozzoli e a un seguace di Piero della Francesca, ma non si ha la certezza di ciò. C’è chi crede che l’autore sia uno solo e che a dipingere queste opere sia stato, forse, un allievo della scuola di Antoniazzo, comunque sia, gli affreschi sono di bellissimi e di notevole importanza. Ogni riquadro, in basso, riporta la descrizione della scena con testi in volgare quattrocentesco romano, che costituisce un’importante documentazione della lingua romana, quindi tutta l’opera assume rilevanza sia artistica sia storica. Nel riquadro centrale, appena sopra un piccolissimo altare, vi è la raffigurazione di Santa Francesca Romana, con l’immancabile Angelo e San Benedetto ai lati di Maria. Al termine della parete, in cui vi è la porta d’ingresso, sulla sinistra, vi è una nicchia, all’interno della quale è dipinta una particolarissima rappresentazione dell’inferno, molto probabilmente si tratta di una pittura più tarda rispetto alle altre e di autore ignoto. Tutte le scene riportano sullo sfondo l’ambiente romano in cui si svolgono e in questo modo vanno a testimoniare la vita e le forme della Roma quattrocentesca. Si ha così in idea di come fossero nel quattrocento le zone di Santa Maria Nova, del Tevere e del rione Campitelli. Tra le scene, oltre a quelle già descritte, risaltano: l’Oblazione della Santa e delle sue compagne; i miracoli del vino e del grano; la Santa che risana un giovane annegato; l’apparizione del figlio Evangelista; il funerale della Santa, che si tenne in Santa Maria Nova. Il soffitto della stanza e completamente ligneo e decorato con motivi floreali dai vivaci colori, mentre sui bordi, che poi si uniscono alle pareti, compaiono immagini del volto di Francesca. Fin qui ciò che ho potuto vedere con i miei occhi, ora cerchiamo di descrivere qualcosa delle altre parti del monastero che in realtà nel susseguirsi dei secoli è divenuto molto grande.

Il Monastero e i suoi tesori, l’ampliamento seicentesco.

Torniamo su via del teatro di Marcello prima dell’ingresso che porta nella parte più antica del complesso, quello appena descritto, vi è un altro portone che dà la possibilità di accedere, direttamente dalla strada, alla parte, per così dire più moderna del Monastero, ossia all’ampliamento seicentesco del complesso. Sopra questo portone, racchiuso da una cornice ovale, vi è un altorilievo di marmo che raffigura Santa Francesca Romana in piedi con gli occhi rivolti a cielo, mentre un immancabile Angelo inginocchiato regge il libro della regola, si tratta di un’opera, del 1756, di Andrea Bargondi. Passando la soglia del portone, si giunge a un grande chiostro, il quale è porticato su tre lati, ma uno dei quali non fu mai terminato. Due torrette per la risalita dell’acqua furono poste davanti al lato non terminato e spostato dal centro del chiostro vi è un pozzo ottagonale. Sulle pareti sono murate alcune lapidi sepolcrali, fra cui quella del padre della Santa, frammenti della chiesa di Santa Maria Liberatrice, che era nel Foro Romano e che fu smantellata, nel 1902, per riportare alla luce i resti di Santa Maria Antiqua (Vedi), insieme ad altri reperti archeologici. Una trabeazione di stucchi, posta sopra le arcate del porticato, è ornata, nel fregio, dallo stemma di Monte Oliveto e dal Nome di Gesù, inoltre vi sono bugne a rilievo nel primo ordine altre lisce sono nel secondo. La costruzione del chiostro risale ai primi anni del XVII secolo, gli studiosi sembrano convinti che nella realizzazione del chiostro abbiano partecipato artisti famosi, compreso Carlo Maderno. Sotto il portico di un lato del chiostro è stata messa una copia di gesso della statua Santa Francesca con l’Angelo, realizzata dal Galli, l’originale è attualmente conservato in San Pietro. Gli edifici che circondano il chiostro furono costruiti per ospitare le celle per le nuove consorelle, che nel XVII secolo aumentarono sensibilmente. Sempre sul cortile del chiostro si affaccia il seicentesco Oratorio di Santa Maria del Sole, mentre una scala conduce alle due ali del monastero, lati che convergono verso il cosiddetto coro della Santissima Annunziata. Un corridoio dà l’accesso alle celle, che contrariamente al solito sono spaziose, anche qui vi sono affreschi che raffigurano la Santa e l’Angelo che l’accompagna. Dalla cosiddetta sala dell’udienza si può accedere alle due chiese che hanno una particolare caratteristica, sono soprapposte.

La chiesa inferiore e dedicata a Santa Maria de Curte, ma e denominata anche “Cappella di sotto”, quella superiore è intitolata alla Santissima Annunziata. La chiesa di Santa Maria de Curte entrò a far parte del complesso monastico nel 1594, ma fu subito demolita, In occasione del Giubileo del 1600, e ricostruita, dandole un assetto completamente diverso, soprattutto fu obliterato l’ingresso che dava sulla strada, trasformandola, di fatto, in una cappella privata a esclusivo beneficio della comunità. La chiesa a forme barocche ed è quasi totalmente priva di decorazioni, tranne che per la parte absidale, qui, infatti, ci sono alcuni altorilievi di stucco bianco e dorato, che qualcuno ha attribuito a Carlo Rainaldi, solo perché fu accertata la sua presenza nel monastero. Gli splendidi bassorilievi raffigurano la Presentazione di Gesù e della Vergine al Tempio, inoltre un’elegante cornice di stucco dorato circonda una Madonna con bambino, posta al centro della composizione e sorretta da angeli, opera risalente al XVII secolo. La chiesa è a tre navate, le quali sono separate da pilastri a base esagonale e decorati in finto marmo, sopra a questi ci sono capitelli di travertino. Molto caratteristiche sono le decorazioni delle volte che coprono le navate, sulle quali ci sono dipinte una miriade di stelle dorate in campo azzurro. Un’ultima annotazione, nella parete, dove c’è l’entrata, è conservato il catino che la Santa usava per preparare il suo unguento miracoloso. Catino che ancor oggi, durante la festa della Santa, è usato per preparare l’unguento miracoloso, secondo la ricetta ideata da Francesca Romana. Infine durante la settimana Santa la chiesa era coperta da originali, singolari e preziosi parati fatti di paglia intrecciata, databili alla metà del XVIII secolo.

La chiesa superiore è denominata Santissima Annunziata per ricordare il giorno in cui il Monastero fu inaugurato e divenne una realtà, anche questa chiesa ha linee barocche, ma al contrario della prima è molto decorata. La chiesa, anche detta “Coro della Santissima Annunziata”, ha le stesse dimensioni della cappella di sotto e presenta una pavimentazione con lastre di marmo policrome e disegni geometrici. Dal pavimento passiamo al soffitto che è a cassettoni lignei ed è bellissimo, opera, sembra, di Ambrogio Bonadini, che l’avrebbe eseguita nel 1601. Questo soffitto presenta colori vivaci, dorature e intagli, al centro vi è un altorilievo ligneo che raffigura la Santa, accompagnata dall’immancabile Angelo, che sembra dominare dall’alto tutta la chiesa. La parte alta delle pareti è decorata con un affresco, opera del 1749 di Bastiano Ceccarini, che raffigura otto angeli che si alternano alle finestre. L’abside è decorata con affreschi, del 1749, di Lorenzo Gramiccia, sui quali sono raffigurate due file di angeli oranti e musicanti al centro, dei quali, vi è San Michele Arcangelo. Nella parte bassa delle pareti vi sono gli scranni del coro, che sono di legno e sopra ripotano una copertura di velluto damascato, dorato e rosso. Interessantissimo l’altare, sul quale vi è un magnifico tabernacolo barocco, del 1610, impreziosito da marmi policromi, pietre preziose e semipreziose. Sopra al tabernacolo fu posta una tela raffigurante l’Annunciazione di Alessandro Allori, dei primi anni del XVII secolo, mentre ai lati dell’altare ci sono due riquadri che contengono due dipinti del XVII secolo: l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei Pastori. L’ingresso alla chiesa avviene attraverso un atrio che è finemente decorato con affreschi del XVIII secolo, mentre la lastra di pietra, della tomba della Santa, è murata su una parete. Giovanni Antonio de’ Rossi, nel 1657, progettò una nuova sacrestia, due sale una sopra l’altra in modo che potesse servire entrambe le chiese. Si deve aggiungere che sul chiostro si aprono anche le finestre dell’ampio refettorio barocco, il quale oltre a conservare ancora arredi del XVII secolo, presenta sulle pareti vari riquadri in ognuno dei quali sono raffigurati paesaggi, spesso di fantasia, della campagna romana, mentre sulla parete di fondo vi è un dipinto della Madonna con Bambino tra San Giovanni e Santa Caterina della Rota. Sulla parete d’ingresso vi è un altro affresco che raffigura sempre una Madonna con Bambino, ma questa volta tra Santa Caterina della Rota e Santa Cecilia.

Il chiostro non è l’unico spazio aperto del Monastero, infatti, vi è anche un ampio giardino in cui sono piantati vari tipi di agrumi e che, al centro, presenta una fontana di pietra. S’ipotizza che questo spazio inizialmente era utilizzato come orto della comunità monastica. Un’ultima cosa, nel monastero è conservato lo stendardo della canonizzazione di Santa Francesca, una bella opera, del 1602, di Annibale Corradini. Credetemi quando vi dico di segnarvi sul calendario la data del 9 marzo, vale veramente la pena di mettersi in fila per vedere questo tesoro nascosto di Roma, sono tutti questi patrimoni artistici, più o meno nascosti, più o meno visibili, a dire il vero alcuni molto difficili da visitare, mentre in altri è impossibile entrare, ma per fortuna si può fruire di un certo numero di questi luoghi. Ovviamene questi tesori artistici e archeologici sono sparsi in tutti il tessuto urbano, ma tutti, contribuiscono, insieme alla storia, a fare di questa città la “Città Eterna”.

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