Moire, Parche, Norne: Il filo della vita, le signore dei destini umani.

by / sabato, 14 luglio 2018 / Published in Il blog, Miti e Leggende

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Gli antichi, credevano fortemente nell’esistenza del fato, nessuno poteva opporsi a esso neppure gli immortali Dei, nella religione greca, romana e norrena i fili della vita erano tenuti da tre donne, le quali ne esercitavano il controllo, sia nel bene sia nel male erano arbitri della vita e della morte degli esseri umani.

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Le Moire Greche.

In origine, nella Grecia antica le Moire personificavano il destino di ogni individuo, in altre parole ognuno aveva, nel proprio percorso di vita, momenti di felicità e di fortuna, ma anche quelli di dispiaceri e di sfortuna fino alla fine dell’esistenza che in qualche modo era decisa fin dalla nascita. Esisteva anche una Moira principale, colei che rappresentava il fato al quale nessuno poteva opporsi, Dei dell’Olimpo compresi, poiché nessuno poteva cambiare l’ordine delle cose. Nella tradizione popolare, però, le Moire divennero tre divinità che decidevano del destino di ogni uomo, così come vengono descritte da Esiodo nella Teogonia. Nasce, però immediatamente una grossa incertezza o contraddizione, infatti, nella Teogonia le Moire compaiono due volte, scrive Esiodo:

Notte poi partorì l’odioso Moros e Ker nera

e Thanatos, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;

non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;

e le Esperidi che, al di là dell’inclito Oceano, dei pomi

aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;

e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:

Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali

quando son nati danno da avere il bene e il male,

che di uomini e dei i delitti perseguono;

né mai le dee cessano dalla terribile ira

prima d’aver inflitto terribile pena, a chiunque abbia peccato.”

(Teogonia di Esiodo, vv. 211-222)

Quindi le tre Moire sarebbero figlie della Notte ed Erebo, ma Esiodo scrive anche:

Per seconda sposò la splendida Thémis,

che generò le Ore (Eunomie, Dike ed Eirene fiorente)

che vegliano sulle opere dei mortali;

e le Moire, cui grande onore diede Zeús prudente:

Cloto, Lachesi e Atropo, che concedono

agli uomini il bene e il male.”

(Teogonia di Esiodo, vv. 900-906)

In questo caso sarebbero figlie di Zeus e Temi, la Dea della giustizia, quindi sorelle delle Ore, comunque i loro nomi erano: Cloto, che in greco antico significa “Io filo”, era colei che, appunto, filava il filo della vita; Lachesi, ossia “Destino”, era colei che lo avvolgeva sul fuso e stabiliva quanto del filo spettasse a ogni uomo; Atropo, ovvero “Inflessibile”, era colei che con delle cesoie splendenti, recideva il filo inesorabilmente. Ovviamente i fili prodotti avevano lunghezze diverse, di conseguenza quelli cortissimi davano luogo a una vita molto breve e viceversa. La tradizione greca le rappresenta come donne vecchie, scontrose e vestite di bianco, poiché tale colore rappresentava il lutto e la morte. Vivevano nell’Ade, il regno dei morti, secondo gli Antichi Greci, qui svolgevano il loro compito con un atteggiamento di completa indifferenza nei confronti degli uomini e delle donne. Atropo, considerata la sorella più vecchia e bassa di statura, era la più crudele e inesorabile, è spesso raffigurata con splendenti cesoie tra le mani, una bilancia e raramente con un abito nero. La leggenda racconta che insieme alle Moire nacquero: Vecchia, Morte, Sonno, Discordia, Miseria, ma anche Gioia, Amicizia, Nemesi, Pietà e le Ninfe Esperidi, coloro, cioè, che furono le custodi della pianta del Pomo d’Oro, dono di nozze di Gea a Era. La Moire erano, quindi, le Signore del Fato e quando non filavano o spezzavano i fili della vita, avevano il compito di assegnare a tutti, mortali e immortali, i singoli destini e i propri compiti. Pindaro, in epoca tarda, le propone, invece, come le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus. Alcuni scrittori hanno narrato che le Moire avessero un solo occhio in tre, che con esso potevano vedere il futuro e che se lo scambiavano secondo le esigenze. La leggenda associa questa caratteristica alle Graie, come si può leggere nel mito di Perseo (Vedi), dove queste creature sono descritte con un solo occhio e un unico dente e li usavano a turno, ciò permetterà a Perseo di scoprire il nascondiglio delle Gorgoni. I Greci eressero altari in onore di queste inesorabili divinità, si tratta, però di are poste in luoghi particolari, infatti, erano esposte alle intemperie e spesso all’interno di querceti, durante i riti alle Moire erano offerte: acqua, miele e fiori e coloro che prendevano parte alle cerimonie indossavano copricapi di ghirlande composte di fiori e foglie. Le tradizioni e le leggende però presentano varie versioni una delle quali narra che le Moire erano delle fanciulle dall’aspetto inflessibile, erano vestite con pepli che riportavano come decori delle stelle e abitavano sull’Olimpo, in un palazzo interamente di bronzo, sulle pareti di questa costruzione le giovani incidevano gli inevitabili destini delle donne e degli uomini. Anche il sommo poeta dedica qualche verso alle Moire, nella Divina Commedia scrive:

Ma perché lei che dì e notte fila,

non gli avea tratta ancora la conocchia,

che Cloto impone a ciascuno e compila…”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27)

Le Moire furono citate anche da Platone, Aristofane e da Omero nell’Odissea, infine una chicca, a esse è intitolata “La Moira Tessera”, la quale è una formazione geologica della superficie di Venere.

Le Parche Romane.

Le Parche, in latino Parcae, come quasi tutte le divinità Romane, traggono origine e caratteristiche da quelle Greche. Nella fattispecie il corrispettivo delle Parche Sono ovviamente le Moire, anche se mantengono origini e sfumature diverse. Inizialmente il mito parla di una sola divinità, Parca la Dea tutelare della nascita, in seguito le furono affiancate Nona e Decima che, guarda caso, presiedevano agli ultimi mesi di gravidanza e fu cambiato il nome da Parca a Morta, termine un po’ più inquietante. Le tre Parche stabilivano il destino degli uomini ed erano raffigurate o come vecchie tessitrici scorbutiche o come tenebrose fanciulle, col passare del tempo assunsero le caratteristiche delle Moire e come loro ogn’una controllava una fase della vita divenendo le divinità che governavano il destino dell’uomo e della donna. La prima filava il filo della vita; la seconda assegnava il destino a ogni individuo e ne stabiliva la durata, la terza implacabilmente tagliava il filo dando la morte al momento stabilito. Ovviamente, com’era per le Moire, le loro decisioni non potevano essere cambiate neppure dagli Dei. Le parche erano anche chiamate Fatae, ossia coloro che controllano il Fato, il latino Fatum, che poi altro non è che il “Destino”. Nel foro romano vi era una statua molto rilevante che rappresentava i cosiddetti “Tre destini”, ossia “Tria Fata”. Come si è detto, a un certo punto le tre Parche divengono assimilabili alle Moire, ma mantenendo delle piccole caratteristiche intrinseche, infatti, le tre divinità romane non si limitavano al controllo del destino dell’uomo, ma seguivano anche le evoluzioni della sua vita, dalla nascita, al matrimonio e alla morte. In definitiva le Parche sorvegliavano le fasi della crescita di ogni singolo individuo, accompagnando i giovani nel passaggio dall’infanzia all’età adulta e di conseguenza portandoli alla scoperta di tutto ciò che riguardava la sfera sessuale. Anche Virgilio nell’Eneide cita la Parche: “Sic volvere Parcas”, che in italiano diviene, “Così filano le Parche”. Non dimentichiamo poi Giacomo Leopardi che nell’ultimo canto di Saffo scrive:

“In che peccai bambina, allor che ignara

di misfatto è la vita, onde poi scemo

di giovanezza, e disfiorato, al fuso

dell’indomita Parca si volvesse

il ferrigno mio stame?”.

(Giacomo Leopardi, ultimo canto di Saffo, vv. 40-44)

Le Norne Norrene.

Anche nella religione Norrena troviamo il concetto d’inevitabilità del Fato, esso è l’unico elemento eterno poiché ogni cosa, compreso il mondo degli Dei, finirà nel giorno del Ragnarok. Le divinità che personificato il Fato erano le Norme, termine che deriva dall’antico Norreno “Norn” che significa “Bisbiglia” o meglio “Colei che bisbiglia un segreto”, avevano origini diverse, appartenevano alla stipe degli Asi, ma anche a quella dei Vani e alcune erano parte della razza degli elfi, altre tradizioni le fanno risalire al ceppo dei giganti di ghiaccio provenienti da Jotunheim. Queste divinità femminili erano varie, alcune dedite al bene, per esempio quelle che si recavano presso la culla di un eroe per predisporgli un avvenire felice, altre erano protese verso il male, erano portatrici di sventure o di morte. Le Norne avevano inciso sulle unghie le rune magiche, che erano indice del loro inevitabile potere su tutti i destini, sia fossero umani o divini, ma, come nei miti precedenti, quelle principali erano tre, Urdhr, Verdhandi e Skuld, a cui L’Edda poetica dedica alcuni versi:

Da quel luogo vengono fanciulle

di molta saggezza,

tre, da quelle acque

che sotto l’albero si stendono.

Ha nome Urdr la prima,

Verdandi l’altra

(sopra una tavola incidono rune),

Skuld quella ch’è terza.

Queste decidono la legge,

queste scelgono la vita

per i viventi nati,

le sorti degli uomini.”

(Edda poetica, Voluspá, Profezia della Veggente XX)

Le tre Norne Urdhr “Destino”, Verdhandi “Ciò che diviene” e Skuld “Debito, colpa” dimoravano presso una delle radici di Yggdrasil, l’albero cosmico, precisamente vicino a Urdabrunnr, la fonte del destino, esse avevano il compito di annaffiare quella radice, ogni giorno, con acqua e argilla per evitare che l’albero si seccasse o marcisse. Altre fonti le collocano sotto l’arco custodito da Bifrost, ossia il ponte arcobaleno, comunque, a prescindere dal luogo, esse tessevano l’arazzo del destino, ogni filo del loro telaio rappresentava la vita di ogni essere vivente, mentre la sua lunghezza corrispondeva alla sua durata. Quindi le Norne non solo determinavano del destino degli uomini, ma decidevano, anche, lo sviluppo della vita di tutte le creature dell’universo, nessuna esclusa, dalle piante agli Dei. Di conseguenza le similitudini tra Moire, Parche e Norne sono evidenti anche se quest’ultime, come del resto le altre, mantengono qualche aspetto esclusivo, Urdhr era la più vecchia e sbrogliava la matassa dei fili della vita. Verdhandi aveva l’aspetto di una donna, governava la lunghezza del filo e di conseguenza il destino a esso legato, in lei era intrinseca una peculiarità, se il filo scorreva agevolmente tra le sue mani, l’esistenza sarebbe stata tranquilla, mentre se presentava nodi e garbugli, la vita sarebbe avanzata con difficoltà. Skuld era la più giovane delle tre, aveva l’aspetto di una giovane e aveva la mansione di assegnare agli uomini, alle donne e agli dei il percorso della vita e i loro compiti, inoltre era lei che dava la morte recidendo il filo. La mitologia Norrena vuole che l’aspetto delle Norne simboleggi tre fasi diverse nella vita della donna, vecchiaia, maturità e giovinezza, mentre le loro azioni e i loro nomi le legano al passato, al presente e al futuro. Gli animali a loro sacri erano il Cigno, il Ragno e il Serpente, vi era poi un legame tra le Norne, le Valchirie e le Disir, ne parla anche un passo del “Dialogo di Fafnir“. La chicca finale è che anche le Norne, come le Moire, sono menzionate, al di fuori del nostro mondo, per indicare il nome di una formazione geologica, infatti, a loro sono intitolate le “Norna Tesserae” su Venere.

Anche in altre culture si trovano miti legati a queste tradizioni, ad esempio Na’ashie’ii Asdzàà, termine Navajo molto complicato che indicava la “Donna Ragno” che regalò a questo popolo l’arte della tessitura e che allo stesso tempo tesseva il futuro degli esseri viventi, e Neith che nella religione egizia era la tessitrice del mondo, inoltre si pensava che questa Dea avvolgesse i corpi dei morti con le bende nell’imbalsamazione. Moire, Parche, Norne e quant’altro, miti di paesi fra loro vicini e altri lontani che esprimono una certa componente fatalista intrinseca nell’uomo, perlomeno in quello antico, leggende che vedono l’essere umano legato a un destino che sfugge al suo controllo e a cui è costretto a sottoporsi. Oppure non è così e quindi non esiste niente d’immutabile e tutto può essere evitato o modificato a propria scelta?

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