Lucus Feroniae, l’area sacra e la Villa dei Volusii Saturnini.

by / sabato, 04 agosto 2018 / Published in Archeologia1, Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

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Si tratta di un interessante, ma poco conosciuto, sito archeologico posto nel comune di Capena, sulla via Tiberina nei pressi di un altro comune, Fiano Romano, stramaledettamente, passatemi il termine, vicino al casello autostradale e a un’area di servizio dell’A1. In questo luogo confluivano tre differenti gruppi etnici: i Latini, i Sabini e gli Etruschi, per poi divenire colonia romana al tempo di Gaio Giulio Cesare. Un luogo più antico di Roma, un’intera località sacra alla dea Feronia, Lucus sta per bosco e come tutti i luoghi dedicati alle divinità, spesso, erano formati da un bosco sacro, una fonte anch’essa consacrata, un tempio e una via sacra. Nel nostro caso, prima dell’arrivo dei romani, non abbiamo un tempio dedicato alla Dea, bensì un’intera località in cui si svolgevano riti e processioni, con la partecipazione di sacerdoti o sacerdotesse adibiti a questo culto specifico della Dea Feronia. Lucus Feroniae, in onore alla Dea sabina Feronia, che poi entrò nel culto romano, questa era di origine italica, era la protettrice di tutto ciò che da sottoterra esce alla luce del sole e anche dei boschi, delle acque sorgive, delle messi, dei malati e degli schiavi o schiave che riuscivano ad affrancarsi dal loro stato di schiavitù, era una “Grande madre”, la divinità del parto e della prolificità, della vita e della morte. La cittadina, che era posta lungo la via Tiberina, sembra che fosse abitata sin dal III secolo a.C., la tradizione la descrive fondata, insieme a Capena che è poco distante, da alcuni abitanti, per lo più giovani, della città di Veio. Sorgeva su una piattaforma di travertino posta tra i centosettanta cinque metri e i centottanta nove metri sul livello del mare e al luogo di culto era annesso un mercato molto importante e un piccolo insediamento. Questo luogo sacro era collegato con Capena attraverso la via Capenate, ed era molto ricco, poiché i fedeli che si recavano qui ci venivano per chiedere delle grazie e se, in qualche modo, si sentivano soddisfatti di ciò che avevano o credevano di aver ottenuto, ringraziavano la Dea lasciando gioielli, monete o ex voto al tempio. Ovviamente nessuno toccava queste ricchezze, era troppo alta la paura di ricevere una punizione divina, solo Annibale, durante la sua campagna italica, non solo, nel 211 a.C. osò profanare il tempio, portandosi via tutte le ricchezze, ma lo distrusse dandolo alle fiamme. La cittadina divenne colonia romana sotto Gaio Giulio Cesare, col nome di Iulia Felix Lucus Feroniae. Giulio Cesare, però non vide mai la realizzazione del suo progetto, che fu portato avanti da Ottaviano Augusto, fu, infatti, durante questo periodo che la cittadina fu notevolmente sviluppata, l’impianto urbano, tuttora visibile, risale, per la maggior parte, proprio al periodo Augusteo. Il tempio fu riedificato e la città fu decorata con monumenti, tutto ciò fu portato avanti anche dai successori di Augusto, almeno per tutto il II secolo d.C., una data certa in cui il tempio era ancora frequentato è quella 266 d.C., un’epigrafe testimonia ciò. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il santuario fu completamente abbandonato nel V secolo d.C., pur avendo notizie di questo luogo di culto, alcune provenienti da storici dell’epoca come Dionigi d’Alicarnasso, Strabone e Livio, l’esatta ubicazione fu individuata solo nel 1953, quando dagli scavi archeologici riemersero i resti della città. La cosa che subito risalta agli occhi è l’incrocio tra l’antica via Tiberina e la via Capenate, la strada che giungeva fino alla città di Capena, guardando bene in questo punto si possono notare, anche se flebili, tracce dell’antica porta ossia i fori per i cardini e il catenaccio. Questo incrocio era considerato un nodo stradale di una certa importanza, non a caso sono stati ritrovati cippi miliari databili al III secolo d.C., essi ci testimoniano la data degli ultimi lavori effettuati sulle due strade. Su questo bivio si affaccia un piccolo locale, forse, a detta di qualche studioso, si tratta di una latrina pubblica. Camminando sull’antica via Tiberina si vedono, sulla destra, alcuni ambienti probabilmente destinati agli incontri e al ristoro, le tabernae, le quali avevano una caratteristica chiusura, simile alle moderne saracinesche, non e difficile immaginare che in questi locali si potessero trovare piccole statuine della Dea. Le tabernae erano soprattutto di tipo “Termopolia“, ossia luoghi di ristoro e punti di mescita di bevande più o meno alcoliche. Alcune di queste tabernae presentano ancora i banchi originali in marmo, con grossi doli, una sorta di grandi anfore per cibi e bevande; un piccolo tavolo di muratura e marmo permetteva, agli avventori, di consumare le bevande, inoltre sono presenti ambienti interni i quali si aprono su un cortile posteriore che, generalmente, aveva un pozzo al centro, come tutte le botteghe romane, avevano le abitazioni nel retro e sul piano superiore. È interessante notare che alcune presentano pavimenti con opere musive, mentre altre, all’ingresso, vi è una sorta d’ideogramma, oggi lo definiremo pubblicitario, che faceva capire l’attività che si svolgeva all’interno. Altre tabernae, si trovavano all’angolo con la strada che conduceva all’Anfiteatro, uno di questi locali in seguito fu trasformato in un edificio pubblico, forse nella sede dei Duoviri che era una sorta di edificio comunale, oppure una schola, non vi è certezza di ciò. Il termine “Schola” era comunemente usato agli inizi del IV secolo d.C. per indicare i corpi del seguito dell’imperatore, sia civili sia militari, il nome deriva dal fatto che occupavano alcune stanze all’interno del palazzo imperiale. Ogni schola aveva un’unità di cavalleria, era comandata da un tribuno, anche se dal V secolo aveva al suo vertice un comes scholarorum, che aveva sotto il suo diretto commando un certo numero di ufficiali anziani protectores, quelle civili furono poste sotto la direzione di un Magister officiorum. Come in tutte le città d’impianto romano, al centro dell’abitato era posta la piazza del foro, nella quale sembra ci fossero due statue equestri e un grande porta lucerne, probabilmente usato per le cerimonie pubbliche. Questa piazza, di forma rettangolare, era interamente ricoperta da lastre di travertino, era circondata da portici e su di essa si affacciavano una basilica e due templi, uno dei quali di epoca repubblicana. Vi erano poi gli edifici amministrativi e la grande fontana pubblica dell’acqua Augusta e le tabernae, di cui abbiamo parlato poco sopra, esse conservano, oltre dei bei mosaici, l’impianto di riscaldamento, il calore era diffuso tramite il passaggio di aria calda sotto i pavimenti e lungo le pareti delle stesse. Tre colonne, che facevano parte del portico, che era posto all’entrata della basilica segnalano la presenza, appunto, dei resti della basilica. Lungo il porticato scorreva il canale di scolo delle acque, si deve ricordare che anche nel Foro si tenevano cerimonie in onore della Dea, mentre sotto il portico si possono vedere le basi di statue onorarie di personaggi illustri, questi finanziavano le manifestazioni pubbliche o edificavano edifici a proprie spese. Il lato opposto era chiuso un muro che in pratica divideva il Foro dall’area sacra arcaica, di cui rimane solo un grande basamento, in opera quadrata, fatto da blocchi di tufo, sicuramente relativo a uno degli edifici di culto. Quest’opera muraria era in opus reticolatum e sosteneva l’acquedotto della città, una grande vasca per la raccolta delle acque era appoggiata all’acquedotto, questa aveva anche funzione di fontana. Torniamo, però, all’area della basilica, abbiamo detto che dietro di questa vi erano due templi, databili al I secolo d.C., gli studiosi hanno ipotizzato che uno di questi fosse dedicato alla famiglia di Augusto, questo per divinizzare l’imperatore stesso cui era dovuto un culto. Si tratta di un tempio rettangolare con una scalinata e un altare circolare di cui si può vedere la base e un’aula absidata, ornata di marmi, con un pregiato pavimento in opus sectile e una bellissima cornice in opera musiva, le statue trovate in questa zona si possono vedere nel piccolo ma, interessante Antiquarium annesso all’area archeologica. L’altro, di forma rettangolare, è un tempietto con davanti una scalinata e un altare circolare usato per le funzioni religiose, di cui rimane la base. Nella cittadina vi erano due zone termali, una nuova fu costruita, probabilmente, quando la città si allargò e le vecchie terme non erano più sufficienti, questa nuova costruzione prese il posto di due tabernae, ancora si possono vedere il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Sono ancora visibili dei pregevoli pavimenti di mosaico bianco e nero, con classici motivi geometrici. All’interno di queste terme è possibile ammirare tutto l’impianto di riscaldamento, gli ambienti erano scaldati tramite il passaggio di aria calda sotto i pavimenti e lungo le pareti. Le terme più antiche sono lungo la strada Capenate, qui fu ritrovata un’interessante iscrizione, essa elenca tutti i “Castella Aquarum” presenti nella cittadina. Parallelamente al Foro, lungo la strada che portava a Roma, vi è l’area sacra, dove cioè sorgeva il grande santuario dedicato alla Dea Feronia, si tratta di un’area delimitata da un alto basamento in blocchi di calcare, ai piedi del quale si trova un ambiente, in parte scavato nella roccia e in parte edificato. Questo locale era chiuso da una saracinesca e nel suo interno trovava posto l’aerarium, in altre parole il ricco tesoro della città, vicino alla porta si può vedere un grosso avancorpo in opera cementizia, che era ricoperto con lastre di marmo grigio. Quasi sicuramente si tratta del podio dove si svolgevano le cerimonie civili in onore della Dea. Ai lati di quest’avancorpo e a ridosso del basamento, si possono leggere due epigrafi con gli attributi della dea Feronia: di Salus e Frugifera, inoltre davanti vi era una base marmorea circolare che presentava decorazioni con festoni e bucrani. Sopra questa base trovava posto un tripode, l’insieme era l’Ara sacrificale per la Dea. Sempre sopra il basamento di calcare si possono vedere i resti di un ambiente basilicale, probabilmente edificato durante i primi anni dalla proclamazione della colonia romana. Si può ancora vedere un pavimento di travertino a lastre squadrate. Questa basilica era a navata centrale delimitata da colonne, di cui rimangono le basi, e da ambulacri laterali. Curiosamente l’entrata alla basilica era e delimitata da un portico, di cui rimangono tre colonne. Il tempio in se per se era di grandi dimensioni, essendo alto ben quattordici metri, inoltre è possibile vedere ciò che rimane della piazza del mercato, ben poco in realtà, poi, ancora ii resti degli altari, quelli del teatro per gli spettacoli sacri e alcuni decori del tempio. Tutto il lato meridionale è quello meno conservato di tutta la struttura è d’uopo, però, precisare che in tempi molto recenti sono tornate alla luce strutture molto interessanti, riconducibili all’epoca repubblicana, anche se non è stata ancora decifrata la loro funzione. Tornado sulla strada e oltrepassando le vecchie terme si può vedere un anfiteatro dalle caratteristiche un po’ anomale, infatti, la sua forma è quasi circolare, si son ben conservate, le strutture portanti, le porte con i vomitoria e gli ambienti di servizio posti sotto le gratinate. Va posta attenzione, anche, ai resti delle gradinate in muratura che si snodano sfruttando la natura del terreno, probabilmente quest’anfiteatro aveva parti mobili di legno, inoltre non presenta né sotterranei né gabbie, se ne deduce che in questo edificio non si praticavano le venationes ma soltanto combattimenti tra gladiatori. Vi è un’iscrizione che ci ricorda che il via ai lavori fu dato dal liberto Silius Aepaphroditus, uno schiavo affrancato che si arricchì e che finanziò, in epoca Giulio Claudia, l’edificazione dell’anfiteatro. È questo un sito archeologico di sicuro interesse ma poco pubblicizzato, cosi come poco valorizzate sono la confinate Villa dei Volusii Saturnini e tante altre zone archeologiche sparse su tutto il territorio nazionale. Dopo la caduta dell’impero romano e le successive invasioni barbariche moltissime famiglie abbandonarono il centro abitato e diedero origine a nuovi insediamenti, precisamente quello di Fiano Romano, di Civitella San Paolo e di Nazzano.

La Villa dei Volusii Saturnini

La Villa dei Volusii Saturnini si trova a circa cinquecento metri dall’area archeologica di Lucus Feroniae, stramaledettamente, passatemi ancora una volta il termine, vicina al casello dell’autostrada A1 di Fiano Romano, in pratica all’interno dell’area di servizio “Feronia”. Gli scavi risalgono al 1961, quando la villa ritornò alla luce durante i lavori per la costruzione dell’autostrada, ciò comportò irreparabile perdita di alcune parti della villa, inoltre il complesso fu tagliato in due dalla rampa di accesso all’autostrada e per anni era irraggiungibile dal sito di Lucus Feroniae, oggi sono stati fatti la vori di costruzione di un cavalcavia pedonale che dal sito archeologico permette di raggiungere la villa. Questo perlomeno teoricamente, poiché l’apertura, e di conseguenza la visita alla villa, attualmente, è possibile solo qualche sabato grazie al lavoro di volontari, comunque gli scavi hanno permesso il ritorno alla luce del sole d’imponenti strutture architettoniche, meravigliosi affreschi e mosaici, nonché importanti sculture, ceramiche, iscrizioni e monete. La villa sorgeva su di un pianoro che guarda verso la valle del Tevere, appartenne ai Volusii Saturnini, una potente famiglia senatoria. Si tratta, quindi, di un complesso residenziale con una cisterna a quattro navate, una villa rurale nei pressi dell’antica via Tiberina con una grande particolarità, sono presenti e ben visibili degli “Ergastula”, ossia delle piccole celle nelle quali vivevano gli schiavi, esempio quasi unico in questi luoghi.

Come si è detto i Volusii furono una potente famiglia, il primo esponente di spicco fu il pretore Quinto Volusio, il quale diede il via, nel 50 a.C., alla costruzione della villa. Il complesso fu ampiamente rimaneggiato e ampliato dal figlio Lucio Volusio Saturnino tra il 10 a.C. e il 20 d.C., a lui si devono molte decorazioni a mosaico e la costruzione di un grande peristilio al cui interno fu edificato un Lararium con le statue degli antenati. Gli ultimi esponenti di questa famiglia furono due fratelli i quali decaddero, e con loro tutta la stirpe, probabilmente con le persecuzioni, contro i senatori, messe un atto da Domiziano, anche se alcuni indicano come ultimo esponente della casata tale Lucius Volusius Torquatus. Principalmente le fasi costruttive della villa sono due: alla prima parte, quella voluta da Quinto Volusio, appartiene il nucleo centrale, la parte residenziale e signorile, di questa fase, pur essendo una villa rurale, si vedono pochi impianti agricoli, è probabile che in questo periodo le attività produttive si limitassero alla coltivazione e lavorazione della vite e dell’olivo. Nella seconda fase la villa fu trasformata da Lucio Volusio Saturnino in una vera e propria azienda agricola, con tanto di schiavi, per la produzione di cereali e per l’allevamento intensivo di animali, in poche parole il complesso divenne un imponente centro agricolo. Intorno al nucleo residenziale, preesistente, fu costruito un grande peristilio con attorno gli ambienti di servizio. La parte centrale della residenza padronale era formata da un peristilio che presentava un impluvium, sei colonne di travertino, nella parte lunga e quattro in quella corta, l’ambulacro presentava una pavimentazione di marmi colorati inseriti su un fondo nero ed era coperto da una volta a botte. Molti sono gli ambienti, di diversa grandezza e destinazione, che si affacciano sul peristilio, vi è un grande tablinio, ossia una sala da pranzo, con un ingresso triplo, una sala a nord e un locale di passaggio a sud, contenente due grossi banconi addossati alle pareti. Il pavimento, di epoca imperiale, era un mosaico costituito da un complesso di motivi geometrici in bianco e nero che formano rombi nonché quadrati di diverse dimensioni contenenti scacchiere ed ellissi intrecciate. Il locale di passaggio aveva un bellissimo pavimento in opera musiva raffigurante cubi policromi visti in prospettiva, questa pavimentazione risale alla fase repubblicana. C’era poi un oecus, ossia un soggiorno, con un elegantissimo pavimento in opus sectile con un disegno a rombi inscritti in quadrati circondati da triangoli bianchi e scuri, è presente anche un’esedra divisa in due parti. Sul peristilio si aprono anche i cubicoli, le stanze da letto, e altri locali riservati al proprietario. In uno di questi cubicoli c’era un meraviglioso pavimento di epoca repubblicana policromo, il quale presenta una fascia con decorazione contenente uccelli, elmi, motivi vegetali e geometrici e un riquadro incompleto con rombi visti in prospettiva. Alcuni di questi ambienti presentano dei magnifici mosaici policromi raffiguranti uccelli, fiori e simboli vari, legati all’epoca repubblicana, mentre altri hanno motivi geometrici in bianco e nero caratteristici dell’età successiva. Dagli studi effettuati gli archeologi hanno dedotto che la villa era su più piani, ai margini occidentali del complesso si trovava, un’imponente cisterna per l’acqua a quattro navate, collegata a un sistema di approvvigionamento idrico. Dietro i locali che danno sul lato nord est del peristilio vi sono alcuni ambienti che gli archeologi hanno stabilito essere pertinenti a un frantoio, infine un passaggio univa la zona residenziale a quella del peristilio dei servizi e degli Ergastula. Questo complesso servile era molto grande e vi si accedeva anche da una strada in basolato, che si dirigeva direttamente nei terreni coltivati, questo peristilio era colonnato per tre lati e per metà del quarto. Le stanze che si aprivano sul peristilio erano una ventina, non avevano pavimento, o meglio i piedi di chi vi entrava poggiavano direttamente sulla roccia, gli studiosi sono abbastanza certi che questi locali fossero adibiti a celle per gli schiavi. All’estremità est del complesso è presente una latrina che aveva un pavimento in opus spicatum ossia con i tipici mattoni di terracotta posti a spina di pesce. Quasi tutti gli ambienti del lato sud del nucleo signorile sono del periodo repubblicano, di conseguenza i mosaici pavimentali sono per la maggior parte policromi, caratteristica questa legata proprio al periodo repubblicano, gli alzati sono in opus incertum. La seconda fase, quella imperiale, è caratterizzata da muri in opus reticolatum e da opere musive in bianco e nero. Al centro del lato più lungo del peristilio, ovviamente sempre nella zona residenziale, in asse con l’ingresso principale fu costruito il Lararium. Si tratta di una grande sala con un’opera musiva pavimentale di rara bellezza, essa presenta un motivo di forma circolare in bianco e nero con al centro il simbolo della vita, questa volta policromo, vi è, poi, un intreccio di volute vegetali che vanno a unirsi con quattro crateri decorati con motivi diversi. Al centro della sala vi era l’altare interamente di marmo e recante il simbolo delle credenze della famiglia e precisamente l’albero sacro degli Arvali e il lituo dell’Augure. In fondo alla sala vi era un bancone su cui trovavano posto le statue degli avi e le iscrizioni in loro onore, infine, su di un lato vi era una tavola rotonda e una sedia con i piedi di leone, di stile neo attico, oggi questi arredi sono conservati nell’Antiquarium di Lucus Feroniae. Ad alcune decine di metri dalla zona signorile vi era un giardino con criptoportico, oggi stramaledettamente tagliato dall’autostrada, qui, in età augustea fu edificata una vasta esedra con tre nicchie in cui vi erano le statue di Eracle, Menandro ed Euripide. Ci sono tangibili prove che dimostrano che il complesso ebbe vita, perlomeno fino al IV secolo d.C. e quindi era frequentato fino agli inizi del Medioevo, in seguito e probabile che in quegli spazi fu costruito un edificio legato alla religiosità e alla chiesa. In seguito furono aggiunte delle torri, trasformando il complesso in un centro di difesa, infine prima di essere riscoperta la villa era divenuta un casale rustico, dai resti di questo complesso gli studiosi hanno dedotto la villa occupò una superficie di circa 205 x 120 metri.

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Se poi, vuoi vedere qualcosa di insolito, da un’occhiata aMacro a Lucus Feroniae

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