L’oratorio dei Sette Dormienti.

by / venerdì, 10 febbraio 2017 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

L’oratorio dei Sette Dormienti è una piccola chiesa, ormai sconsacrata, che si trova a via di Porta San Sebastiano al civico sette. L’ambiente fu ricavato, tra l’XI e il XII secolo, all’interno dei resti di una casa romana della seconda metà del II secolo d.C., si tratta di ruderi, su due piani, di epoca classica che si trovano all’interno della proprietà privata del Casale della vigna Pallavicini, che fu anche proprietà dei principi Rospigliosi. L’oratorio fu abbandonato più volte, la prima nel XIV secolo, poi, fu eseguito un restauro, per volere di papa Clemente XI, nel 1710, ma, fu di nuovo abbandonato, sconsacrato e trasformato in un magazzino per il casale, che nel frattempo vi era stato costruito sopra. L’oratorio era dedicato all’Arcangelo Gabriele ma, è noto come quello dei Sette Dormienti, da una leggenda sui martiri di Efeso. La leggenda narra di sette giovani Cristiani che, durante la persecuzione di Decio del III secolo d.C., furono murati in una grotta durante il sonno. Circa duecento anni dopo, durante il regno di Teodosio II, fu abbattuto il muro che ostruiva l’ingresso e i giovani furono ritrovati ancora vivi, si svegliarono credendo di aver dormito una sola notte. Dell’oratorio si persero le tracce finché l’archeologo Mariano Armellini riconobbe, nel 1875, in quei locali l’antica “Ecclesia”. L’Armellini, nella sua opera “Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX”, a pagina 597 scrive: “Fra le chiese della seconda partita, presso quella di s. Caesario in Turrim, il codice di Torino nota un’ecclesia sancti Archangeli quae non habet servitorem. Di questa chiesuola nessuno aveva fatto menzione e si credeva distrutta, ma ho avuto la fortuna, già da parecchi anni, di ritrovarla in una vigna dei signori principi Rospigliosi presso la porta s. Sebastiano, non lungi dalla chiesa di s. Cesario, a sinistra della via Appia. È un oratorio che fu dedicato all’Arcangelo s. Gabriele, del quale rimane nella nicchia di fondo l’imagine in figura d’orante colle braccia aperte, e sotto alla imagine v’è il suo nome: Gabriel. È veramente deplorevole che un monumento così insigne per la storia del culto e per le pitture che ne adornano tuttora le pareti, giaccia abbandonato e ridotto ad uso di cellaio campestre e deposito d’immondizie. Le pitture, delle quali nella mia pubblicazione ho riprodotto il idis, rappresentano nella lunetta superiore della parete di fondo il busto del Salvatore fra i cori degli angeli che l’adorano. Agli angoli della lunetta rimangono i ritratti di due personaggi che offrirono quella pittura e che oggi sono cogniti per i dipinti della basilica sotterranea di s. Clemente. È la coppia dei coniugi Beno de Rapiza e Maria, che vissero tra i secoli XII e XIII, alla cui età appartengono le pitture; infatti sotto le loro imagini si veggono i nomi Beno e Maria. Molte figure d’angeli, e di santi monaci greci, e di sante cinte il capo di nimbo adornano le pareti laterali di quest’oratorio, che io ho scoperto undici anni or sono, e del quale ho presentato anche la pianta. Una tradizione locale vuole che in questo fossero anche venerati i sette martiri di Efeso, detti dalla leggenda i sette dormienti: ed infatti anche oggi quella vigna è così appellata. Quest’oratorio era stato veduto dal D’Agincourt sul principio di questo secolo e ne avea ricavato alcuni disegni destinati ai suoi lavori sulla storia dell’arte, ma non aveva lasciato indicazione del sito dove esisteva. In alcuni appunti manoscritti dell’archivio vaticano era stato pure indicato colle seguenti parole: “Nella vigna di certi che stanno fuori di Roma ed il loro esattore è il signor Antonio Ferramosca vi sono diverse stanze antiche con volte a tutto sesto di tufi con cortina di mattone, in una delle quali nel muro di faccia vi è dipinto il santissimo Salvatore e sotto detto, in una nicchietta bistonda la santissima Vergine e dalli lati del Salvatore alcuni angeli e sotto da una parte quattro figurine e dall’altra tre, e dicono essere quivi stati addormentati li sette dormienti.” Non si può compiangere abbastanza, lo ripeto, che questo prezioso monumento storico artistico testé tornato a luce, l’unico in Roma dedicato alla memoria dell’Arcangelo Gabriele, giaccia non solo dimenticato, ma totalmente abbandonato in guisa, che fra pochi anni di quei preziosi dipinti non rimarrà certo traccia veruna.” Gli studi e le indagini archeologiche che in seguito furono compiuti hanno permesso di scoprire che l’oratorio fu ricavato al pian terreno di una preesistente domus romana, è stata inoltre scoperta una tomba monumentale del I secolo a.C. e dei resti di un pavimento musivo. Ovviamente la costruzione del Casale moderno ha modificato, sia l’aspetto dell’esterno, sia la natura della costruzione preesistente, ma alcuni lavori e restauri, del 1962, voluti dalla principessa Pallavicini, hanno restituito quattro ambienti del complesso, la cappella stessa e altri tre locali, probabilmente utilizzati sempre per il culto. I tre locali che, ovviamente, facevano parte della casa romana preesistente, databile tra il II e il III secolo d.C., hanno le pareti rivestite di laterizio e coperture a botte. L’oratorio, che fu realizzato modificando una stanza di sei metri per quattro metri, presenta una porta con architrave e stipiti di marmo con croci incise. Appena si passa l’uscio si possono vedere, su entrambi i lati della parete due nicchie di forma quadrata, quasi sicuramente utilizzate per le lampade, mentre le pareti laterali presentano un sedile in muratura, che partendo da circa metà parete termina su quella di fondo. Nel suo interno si possono vedere quello che resta di alcuni affreschi databili tra XI e il XII secolo, quelli che si sono conservati in maniera discreta sono quelli dell’abside dove vi sono raffigurati: un Cristo Pantocrator, all’interno della lunetta superiore, nell’atto di benedire; alla sua sinistra e alla sua destra vi sono due schiere di Angeli con le ali distese e in atto di ossequio; al lato degli angeli vi sono due figure, a sinistra un uomo con barba e un nome scritto, quello di Beno, a destra una figura femminile, quasi sicuramente i committenti dell’opera. Più in basso, sulla sinistra compaiono le figure di tre Santi mentre sulla destra s’intravedono quelle di tre Sante. L’arcangelo Gabriele è invece rappresentato al centro di una nicchia semisferica, con le braccia aperte in posizione orante. Infine sulla parete di destra, rispetto all’ingresso s’intravedono varie figure tra cui: un monaco, due Angeli e vari Santi non ben distinguibili. E’ probabile che tutto l’oratorio fosse ben affrescato ma, il degrado subito negli anni ha fatto sparire vari dipinti, tra gli altri quelli che rappresentavano i Sette Dormienti, ipotizzando che fossero raffigurati. Dice ancora l’Armellini: “E’ veramente deplorevole che un monumento così insigne… giaccia abbandonato e ridotto ad uso di cellaio campestre e deposito di immondizie”. Dall’oratorio, attraverso una porta posta sulla parete sinistra, si può accedere a un altro locale di dimensioni minori in cui si può ancora vedere un pozzo di epoca romana, alle spalle, sempre dell’oratorio, vi è una stanza in cui e stato ricomposto il mosaico che fu ritrovato al piano superiore. Questa pregevole opera musiva è di notevole interesse, vi sono raffigurati, con tessere bianche e nere, atleti che lottano tra di loro, contraddistinti da nomi ancora in parte leggibili. E’ ben distinguibile, nella parte alta, un personaggio nell’atto di consegnare il premio al vincitore. Durante i lavori di studio, sondaggio e restauro è stata aperta una porta, che da quest’ultima stanza, da l’accesso a un corridoio che conduce in un piccolo colombario e a una grande tomba a camera. Il piccolo colombario fu costruito accanto ad una grande tomba a camera, della quale, oggi, è possibile vedere un’unica parete edificata con blocchi di tufo. Sul pavimento è presente un mosaico con tessere bianche e nere che rappresenta motivi a meandri e rosette, si può capire, dalle decorazioni e da alcune iscrizioni sepolcrali che sono giunte fino a noi, che la tomba è databile alla prima metà del I secolo a.C. ed era di proprietà di una famiglia di liberti, si pensa in qualche modo legata con la famiglia Giulio Claudia. Le pareti del colombario furono decorate con stucchi che rappresentano dei paesaggi inquadrati all’interno di motivi decorativi a forma di candelabri. Come si accennava prima, l’oratorio fu abbandonato per periodi più o meno lunghi, fu menzionato 1320, dopo di che non esistono tracce della chiesetta fino a che nel 1710 papa Clemente XI ne decise il restauro. Questo papa non volle far perdere la memoria dell’oratorio, poiché venerava molto la cultura orientale e in particolare i Sette Dormienti, tanto da assegnare un fondo per una lampada che ardesse in maniera perpetua in onore di questi Santi. La sorte della costruzione fu però diversa, sull’oratorio cadde inesorabile lo spettro dell’abbandono e fu trasformato in magazzino e forse anche in deposito di formaggi, fino a quel 1875 quando Mariano Armellini capì che quelle stanze, in quel periodo usate come fienile, nascondevano l’antico oratorio. Anche se ho avuto la fortuna di poterlo visitare, o meglio, “I due Sarchiaponi” hanno avuto l’occasione di vedere l’oratorio e gli altri ambienti, che pur sotto tutela della Soprintendenza Archeologica di Roma, sono ancora di proprietà della famiglia Pallavicini e difficilmente visitabili dal pubblico.

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