L’Excubitorium era la sede della VII Coorte dei Vigili.

by / venerdì, 18 gennaio 2019 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

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Siamo a Roma, nel quartiere di Trastevere, in via della VII Coorte, qui vi sono degli ambienti un po’ particolari, locali appartenenti a un Excubitorium. Nell’antica Roma erano frequenti gli incendi e i Romani pensarono bene di istituire una vigilanza continua cioè idearono i “Vigili del fuoco”. Il termine “Excubitorium” viene dal latino “ex cubare”, cioè “dormire fuori”, in altre parole “vegliare” o “fare la guardia”. L’Excubitorium della VII coorte, cioè la casa dei vigli del fuoco, in questo caso si trattava di una sezione distaccata della VII coorte dei Vigili. In questo rione fu istituita, nel 6 d.C., da Augusto, per vigilare la zona di Trastevere, la Militia Vigilum Regime, una sorta di polizia notturna che poi divenne Cohortes Vigilum, da alcuni documenti si è saputo che alla fondazione il numero dei vigiles era di seicento, ma poi raggiusero la bellezza di settemila unità. Ora, però, prendiamo in considerazione questo edificio, veramente particolare e interessante, partiamo dalla sua scoperta. Tra il 1865 e il 1866 s’intrapresero degli scavi atti al recupero delle opere d’arte, seguendo un muro romano, posto nel giardino di una casa privata sulla piazza Monte di Fiore, di fronte alla piazza di San Crisogono, oggi entrambe scomparse, sacrificate per il nuovo assetto urbanistico del quartiere e per la realizzazione di viale Trastevere, fu scoperto l’edificio del posto di guardia della VII coorte. A otto metri di profondità dall’attuale livello stradale, vi era un edificio in ottimo stato di conservazione e con graffiti di enorme importanza. Grazie a questi graffiti, gli archeologi ebbero subito ben chiara la destinazione d’uso di questi ambienti. Infatti, i graffiti sulle pareti citavano frequentemente la VII Coorte dei Vigili, la quale in base alla riforma voluta da Augusto, era preposta alla sorveglianza della IX e XIV regione. Un corpo di guardia, o Excubitorium, della VII Coorte, distaccato in quel di Trastevere, la sede centrale, probabilmente, era nel Campo Marzio, infatti, la regiones XIV era la Trans Tiberim e IX il Circus Flaminius. Ambienti che furono ricavati, verso la fine del II secolo d.C., all’interno di una casa privata, acquistata o comunque gestita dall’amministrazione pubblica. L’entusiasmo della scoperta, però, durò ben poco, l’edificio fu abbandonato, anche se in modo progressivo, ciò comportò dei grossi danni sia alle strutture, muri compresi, sia alle decorazioni, soprattutto quest’ultime hanno subito gravi decadimenti e molte ormai non sono più visibili. Gli intonaci dipinti andarono progressivamente in rovina e un magnifico mosaico pavimentale sparì durante la seconda guerra mondiale. Cento anni dopo la scoperta, era ormai il 1966, il monumento fu ripreso in considerazione e all’edificio fu dotato di una degna e adeguata copertura, ma solo nel 1986 si eseguirono, finalmente, lavori di restauro delle decorazioni sia architettoniche sia pittoriche, purtroppo, alcune parti delle sue bellezze erano ormai perdute per sempre. Una prima curiosità, il motto dei vigili, la loro attività prevedeva vigilanza notturna per le strade, sia per combattere eventuali focolai sia per la sicurezza pubblica, era Ubi dolor ibi vigiles” che in Italiano si traduce con “Dove c’è il dolore lì ci sono i vigili”.

Torniamo però all’edificio, alla sinistra della porta d’ingresso, la quale è sormontata dallo stemma di Pio IX, il papa regnante quando l’edificio fu rinvenuto, vi è un’iscrizione che lo segnala, essa contiene solo poche notizie, sempre sopra il portone vi è un fregio su cui si possono vedere gli utensili dei “vigiles”, l’ingresso e le scale non sono quelle originali. Si deve aggiungere che il prospetto architettonico non è neppure quello del XIX secolo, infatti, la modifica avvenne quando ci furono gli sventramenti per la realizzazione di viale Trastevere. Prima di scendere la moderna scala che porta all’interno dell’edificio, mi sembra opportuno sottolineare che i graffiti, furono lasciati dai vigiles tra il 215 d.C., e il 245 d.C., probabilmente durante i momenti di pausa o di riposo, e mostrano i bisogni quotidiani di questi lavoratori, infatti, fra le altre incisioni, ci sono richieste di cambi di turno o semplicemente scritte scaturite da momenti di sfogo. Un graffito, molto particolare recita: “Lassum sum successorem date”, ossia “Sono stanco, datemi il cambio”. Questa precisazione è per far capire l’importanza di questi ritrovamenti, che, anche se non hanno forniscono statue d’oro, ci mostrano atteggiamenti e bisogni quotidiani dei Romani. Importanza che spesso è capita da studiosi, archeologi e appassionati, ma non dai politici che poi devono gestire la cosa.

Ora, però, scendiamo le scale… Troviamo una grande aula, che come accennato sopra, in origine presentava un magnifico mosaico in bianco e nero in cui erano raffigurati mostri marini, un cavallo, un caprone e un serpente e due tritoni. Uno dei due tritoni teneva nella mano destra un tridente mentre nella sinistra vi era una face, ossia una fiaccola, spenta, chiaramente il simbolo del fuoco domato, mentre l’altro, nella mano, ne aveva una accesa mentre indicava il mare, ossia l’acqua indispensabile per spegnere il fuoco. Mosaico che a causa del periodo di abbandono è visibile, ormai, unicamente in vecchie stampe. Al centro della sala vi è un pozzo esagonale con i lati concavi, di laterizio e cocciopesto che forse serviva, oltre che da cisterna, anche ad attingere acqua per i bisogni del corpo di guardia. Difronte a questo pozzo vi è un elegante ingresso ad arco, il quale, in origine, era incorniciato da due paraste con basi e capitelli corinzi e sormontati da un timpano. La parasta è un elemento architettonico strutturale verticale, un pilastro, inglobato in una parete, dalla quale sporge solo leggermente. Dove conduceva un ingresso così importante? Semplicemente nel Larario, cioè, in generale il luogo, della casa romana, riservato al culto dei Lari che rappresentavano gli spiriti protettori degli antenati defunti, i quali, secondo i miti romani, vigilavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà e delle attività in genere. Nel nostro caso sin trattava di una sorta di tempietto in cui si adorava il genio tutelare dei vigili, ossia il Genio Excubitori, così come ricordavano alcuni graffiti, ormai perduti. Ben poco è rimasto delle decorazioni pittoriche, si sono salvate solo le pitture sull’estremità delle pareti corte dell’edicola, qui ci sono pannelli incorniciati da fasce rosse, i quali hanno, al centro, un motivo architettonico di colonne che reggono architravi, vi è poi la raffigurazione di ghirlande, l’insieme incornicia delle piccole figure su un fondo bianco. Altri ornamenti si possono vedere nel sottarco, mentre delle decorazioni della porta rimane solo quella del timpano che presenta alcune cornici diversificate dai diversi colori dei mattoni. Intorno alla sala si aprivano altri ambienti alcuni dei quali erano, probabilmente, le stanze per i vigili, uno presenta un pavimento in cocciopesto che è interrotto, al centro, dalla presenza di un chiusino, questo vano fu identificato come un bagno. Alla fine di angusto ambulacro vi è un altro ambiente delimitato da una soglia di marmo, con pavimento in opus spicatum, che fu sovrapposto a uno precedente, in mosaico a piccole tessere bianche, posto a una quota inferiore di venticinque centimetri. In questo vano vi è la presenza di un dolio interrato, si tratta, cioè, di un grade vaso che era utilizzato per conservare grano, legumi, olio e altri generi alimentari, per questa presenza, tale locale, fu identificato come magazzino. Per completezza va segnalata la presenza di un corridoio che partiva dalla sala del Larario e che portava alla cisterna. Torniamo ai graffiti, un numero elevato, almeno un centinaio, di essi furono scoperti sulle pareti della grande sala, ossia dell’atrio e nel Larario, nessuno dei quali si è conservato fino ai nostri giorni, ne conosciamo i testi perché furono trascritti alla scoperta degli stessi. Eseguiti, come detto tra il 215 d.C. e il 245 d.C., dagli stessi vigiles, ci hanno fatto conoscere la vita che si svolgeva nella caserma e quale fosse l’organizzazione del corpo. A parte i molti saluti agli imperatori e i ringraziamenti agli Dei, nei graffiti furono indicati i nomi e i gradi dei vigili, un’indicazione è ricorrente, quella di “Sebaciaria” e di “Milites sebaciarii“, facendo riferimento al grasso solido, il sego, che serviva, ai vigili, per rifornire le torce durante le ronde notturne. Dagli stessi graffiti emerge la pericolosità di questo mestiere, i compiti dei vigiles erano tutti pericolosi, spegnere incendi non è certo una passeggiata non lo è ora come non lo era in quel periodo, ma quello più pericoloso era il compito dei sebaciarii, correvano molti rischi per pattugliare i quartieri, con in mano le loro torce, in special modo quando giravano nei rioni più malfamati. Per porre l’accento sulla pericolosità di questo mestiere basta ricordare che dopo la riforma augustea occorrevano ventisei anni di servizio militare per ottenere la cittadinanza Romana mentre ne bastavano tre per chi faceva servizio nei vigili. Inoltre il grande poeta Quinto Orazio Flacco, affermò che solo un pazzo poteva girare di notte a Roma senza aver fatto testamento… non facile la vita dei vigiles. Durante le operazioni di scavo del sito tornarono alla luce diversi voti fittili, cioè in generale, ex voto che riproducevano parti anatomiche, in questo caso tutti uguali e raffiguranti il busto di una donna con capo velato. Fu ritrovato anche un busto di Alessandro Severo e una grande fiaccola di bronzo, con il contenitore per l’olio a forma di fiamma e con l’estremità inferiore a punta acuminata. Un monumento questo di Trastevere molto importante ma, sconosciuto ai più anche perché non è per nulla semplice poterlo visitare, ma che, non mi stancherò mai di ripetere, ci mostra uno spaccato della vita dell’antica Roma basta leggerlo su quelle pareti con in mano un testo che mostri gli antichi graffiti. Infine credo che sia opportuno accennare ai mezzi che avevano a disposizione i vigili per contrastare i frequenti incendi, non dobbiamo dimenticare che una città come Roma dipendeva fortemente dal fuoco per la cottura dei cibi, per l’illuminazione e per il riscaldamento. Se poi a questo si aggiunge che a Roma, in questo quartiere in particolare, le case per il popolo erano costruite con un largo impiego di legno, che i vicoli erano molto stretti e spesso occupati dai banchi delle botteghe, si capisce con quanta facilità scoppiavano gli incendi nella città. I vigili avevano a disposizione: le funes, ossia le corde; scale e pertiche; i centones, che erano delle grosse coperte, le quali bagnate servivano a soffocare e isolare le fiamme; i siphones, una sorta di pompe manuali a sifone, che servivano a prelevare l’acqua attraverso delle tubature; gli hamae e i vasa spartea che erano recipienti che una volta riempiti erano passati di mano in mano per gettare acqua sulle fiamme. Mezzi semplici ma che hanno permesso ai vigiles di spegnere tanti incendi e salvare tante vite, niente di diverso da quello che oggi fanno i moderni vigili del fuoco, a volte, però, gli incendi erano talmente vasti che si esaurivano solo quando non vi era più materiale da bruciare.

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