Le torri di Bologna.

by / mercoledì, 06 settembre 2017 / Published in Archeologia1, Archeologia2, Il blog, Popoli e Civiltà, Viaggiando .....

Le torri di Bologna sono sicuramente tipiche della città, esse sono di origine medioevale e avevano una doppia funzione, una sicuramente militare e una gentilizia. Le torri, quindi erano costruite sia come mezzo di difesa o offesa, sia come simbolo di potere delle famiglie più ricche e potenti. A Bologna ne furono innalzate tantissime, se ne stimano più di cento, oggi, di quelle antiche ne rimangono ventidue, ovviamente quali possono essere le più famose se non quelle della Garisenda e degli Asinelli? Furono anche edificate le cosiddette “Torresotti” che erano fortificazioni, oggi ne rimangono solo quattro, poste a difesa delle porte della seconda cinta muraria, oramai quasi completamente scomparsa. Alcune torri ebbero una destinazione d’uso abitativa ma, difensiva allo stesso tempo, si parla, in questo caso di case torri, di solito di altezza minore delle altre, con muri meno spessi, con una pianta di solito rettangolare e fornite di più ingressi. (Cliccare qui per l’elenco delle torri rimaste e quelle scomparse). Tre domande nascono spontanee: perché tra il 1100 e il 1200 sono state erette così tante torri? Quante ne furono costruite? E come furono innalzate? Le prime due domande non hanno una risposta del tutto chiara, come si accennava sopra, è probabile che furono innalzate dalle famiglie più ricche, proprio nel periodo in cui le lotte per ottenere le investiture filoimperiali e filopapali, divennero più aspre, quindi sembra logico pensarle come degli strumenti di offesa e contemporaneamente di difesa. Inoltre più erano ricche e alte e più simboleggiavano il potere e l’importanza delle famiglie che le avevano fatte costruire. C’è, però, da aggiungere che durante il 1200 molte torri furono demolite o abbassate, alcune, mal costruite, rovinarono al suolo. Nel corso dei secoli le torri cambiarono destinazione d’uso più volte, divennero quindi carceri, torri civiche, negozi, abitazioni e altro ancora. Le ultime demolizioni sono degli inizi del 1900 quando dopo l’approvazione di un discutibile piano regolatore, furo abbattute la torre Artenisi e quella Riccadonna, che sorgevano non distanti dalle due più famose degli Asinelli e della Garisenda. Nello stesso periodo fu quasi completamente cancellata la cinta muraria del 1300 e fu demolita la torre Conforti. Nello scorrere dei secoli anche i terremoti hanno avuto la loro parte nelle distruzioni di questi edifici, così come di altri di genere diverso. Non facile è la risposta alla seconda domanda, abbiamo detto che erano sicuramente un centinaio ma quante di più? Gli studiosi hanno a lungo ricercato e discusso per trovare una risposta univoca ma… nel 1800 Gozzardini, senatore del regno d’Italia e di origini bolognesi, studiò approfonditamente la storia cittadina, consultò archivi, studiò i passaggi di proprietà e giunse ad affermare che il numero delle torri era di centottanta, studi però contraddetti da altri più moderni che fissano il numero, appunto a un centinaio. La risposta alla terza domanda può essere più precisa poiché gli studiosi hanno potuto studiare le torri sopravvissute. La costruzione era molto onerosa, ecco perché solo le famiglie più ricche potevano farle edificare, e questo nonostante fossero utilizzati moltissimi servi della gleba. La costruzione prevedeva una pianta quadrata, con fondazioni molto profonde che potevano andare dai cinque ai dieci metri, tali fondamenta erano rinforzate da lunghi pali conficcati nel terreno, ricoperti, poi, di pietre e calce. La base era costruita con grossi blocchi di selenite, che è una particolare varietà di gesso cristallino molto diffuso nei pressi Bologna, la realizzazione proseguiva con un particolare metodo costruttivo in muratura definito a “Sacco”. Erano eretti, un muro esterno e uno interno, più spesso dell’altro e l’intercapedine, che si veniva a formare, era riempita con malta e pietre. Man mano che la costruzione saliva in altezza, i muri divenivano sempre più sottili e di conseguenza più leggeri, i tempi di costruzione potevano, in genere, variare dai tre anni a oltre i dieci.

  • La Torre degli Azzoguidi, detta anche Torre Altabella. E’ una delle torri gentilizie, fu costruita nella metà del 1100, le sue dimensioni sono di tutto rispetto, infatti, il muro di base ha uno spessore di oltre due metri, è alta, attualmente, sessantuno metri quindi è la seconda, per altezza, torre di Bologna. Si presume che in passato fosse più alta, lo si può evincere sia dallo spessore del muro di base, sia dall’ultima finestra in alto che è tagliata dall’attuale tetto. Gli Azzoguidi, da cui il nome della torre, appartennero a una famiglia guelfa, ma riuscirono a non essere troppo coinvolti nelle lotte fra fazioni, che imperversarono a Bologna durante il medioevo. Alcuni esponenti di questa famiglia furono ambasciatori, condottieri e uomini di scienza, il primo tipografo di Bologna, ruolo importantissimo e prestigioso, era un esponente degli Azzoguidi, i quali possedevano anche un’altra torre, oggi non più esistente. La torre è detta anche Altabella per la sua eleganza, la sua altezza e per la sua totale perpendicolarità, il lato è ridotto da una risega posta a circa ventotto metri di altezza, dando in questo modo un’immagine snella dell’insieme. Interessante è la porta d’ingresso che presenta un arco ogivale formato da conci di selenite, con due piccoli cordoli decorativi. Durante il 1800 alla base della torre fu ricavata, con lavori approssimativi e privi di buon senso, una bottega. Per fare ciò fu ridotto lo spessore del muro e allargata la porta, compromettendo in questo modo la stabilità di tutta la costruzione, fortunatamente l’edificio rimase in piedi fino ai lavori di consolidamento che furono eseguiti intorno al 1950, per la cronaca, c’è ancora un piccolo negozio.

  • La Torre dei Catalani. Si tratta sempre di una torre gentilizia come la precedente e le tre che seguono, ma diversamente dalla prima descritta questa, in realtà, era una casa torre e quindi effettivamente abitata. Fu edificata nei primi anni del 1200, è in stile romanico, ha una pianta rettangolare che misura, poco più di otto metri e cinquanta centimetri per, poco oltre, i sette metri. Lo spessore delle mura, alla base varia tra i settanta e gli ottanta centimetri, la sua altezza è di sedici metri. Gli studi effettuati hanno permesso di capire che, la larghezza delle mura ne è una dimostrazione, anche in passato l’altezza non poteva essere superiore a quella di oggi, se non di pochissimo. I Catalani erano una nobile famiglia guelfa, molto in vista nell’aristocrazia bolognese, sembra che, nel momento di massimo splendore avessero una settantina di schiavi al loro servizio, comunque possedevano altre due torri oggi perdute, una delle quali raggiungeva un’altezza paragonabile a quella degli Asinelli, fu abbattuta per paura di crolli nel 1400. Nel tempo, però, la notorietà e l’importanza dei Catalani scemarono, la famiglia si estinse nel 1600, la torre passò nelle mani dei frati Celestini e in seguito, dopo la soppressione degli ordini religiosi imposta da Napoleone, in quelle dello stato. Alcune note di colore, Catalano Catalani, e Loderingo degli Andalò fondarono l’ordine dei Frati Gaudenti e furono chiamati a Firenze per governare la città, ma, furono cacciati solo dopo pochi mesi perché non imparziali nei loro comportamenti, Dante li mise nell’inferno tra gli ipocriti. La torre, con lo scemare del potere dei Catalani, fu denominata “Torre delle Cornacchie” e fu colpita più volte da dei fulmini. Infine aleggia una leggenda sulla costruzione della torre, il mito vuole che fu fatta erigere da Delfino Catalani per permettere al nipote Alberto Carbonesi di poter guardare e ammirare Virginia Galluzzi, la cui torre era poco distante, da lui amata ma appartenente a una famiglia nemica. Torniamo però alla torre, essa presenta due porte, su lati contrapposti, ognuna delle quali ha una soglia, un architrave e modiglioni in selenite, si tratta di mensole scolpite che sostengono una parte superiore sporgente. Sopra ogni porta c’è una lunetta, sicuramente, in origine, decorata con affreschi, da esse si accede in ampio locale alto sei metri, le sue dimensioni fanno supporre che fosse adibito a magazzino o deposito di merci. Nei piani superiori vi erano le parti abitative vere e proprie, che erano dotate di ballatoi di legno esterni, oggi mancanti, in alto, lungo un lato, mattoni e mensole formano un disegno articolato a spina di pesce, si presume servisse per facilitare lo smaltimento delle acque piovane dal tetto. Alla base si possono vedere degli anelli di ferro che servivano per legare i cavalli, non sono più quelli originali, ma, la loro forma e posizione dovrebbe coincidere con quelle antiche.

  • La Torre degli Uguzzoni. La torre fu edificata tra la fine del 1100 e gli inizi del 1200, ha una pianta approssimativamente quadrata di circa dieci metri per lato, in realtà, per essere pignoli, la base è un rettandolo di dieci metri e sei centimetri per nove metri e sessantacinque centimetri. Raggiuge un’altezza di trentadue metri. Gli Uguzzoni erano una famiglia ghibellina, che nel 1272 entrarono a far parte degli Anziani del Comune, carica che tennero fino al 1363, è da evidenziare che Guido Uguzzoni fu console del comune di Bologna. La famiglia, col tempo perse l’importanza che aveva e già nel 1367 la torre e le case adiacenti divennero proprietà dei Lodovisi, poi dei Tubertini e di altri privati cittadini non ben noti, alla fine la torre e gli edifici, agli inizi del 1900, furono acquisiti dal Credito Romagnolo che ne è l’attuale proprietario. Questa torre, nel trascorrere del tempo, ha subito molte modifiche e ristrutturazioni, la base, le cui muri sono spessi un metro e sessanta centimetri, fu rivestita da blocchi di selenite, la cima della torre fu trasformata, tra il 1600 e il 700, in altana, per fare ciò furono eseguite delle imponenti aperture nelle mura. La stretta porta è ancora quella originale, essa è sormontata da un arco a sesto assai acuto, dovuto alla scarsa larghezza, così come sono rimaste originali le due finestre, ad arco tondo, poste più in alto. Si presume, anche in questo caso, che si tratta di una casa torre, cioè fu effettivamente abitata, nello spazio sotto la finestra più bassa si possono vedere dei fori, nei quali, sicuramente, erano inserite delle travi di legno che poi reggevano un ballatoio, il quale collegava la torre alle case vicine. Oggi la struttura presenta anche delle finestre aperte in tempi recenti, lavori che furono necessari per dare luce ai locali interni, che sono ancora adibiti a uffici del Credito Romagnolo.

  • La Torre dei Prendiparte, detta anche Torre Coronata. La sua costruzione avvenne nella seconda metà del 1100, è alta circa sessanta metri, la sua altezza giunge a sessantuno metri se si considera una sorta di pinnacolo posto sulla cima della torre stessa. I Prendiparte erano una famiglia guelfa, che è ricordata tra quelle più nobili e importanti di Bologna, due membri di questa casata furono consoli della città e molti altri andarono a ricoprire l’incarico di podestà in varie località italiane. La torre fu venduta dai Prendiparte nel 1293 per poi, rientrarne in possesso qualche anno dopo, la proprietà rimase della famiglia fino al 1400 quando passò ai Fabruzzi, nel 1500 fu presa in mano dalla chiesa che ne fece un carcere, negli anni tra il 1751 e il 1796, oggi la torre è un bed & breakfast. Una nota di colore, sulle pareti delle tre celle si possono vedere vari graffiti lasciati dai prigionieri, uno su tutti è molto particolare, riporta la seguente scritta di un non ben qualificato Angelo Rizzoli: “Calcerato per avere ingravidato due sorele“. La torre è, se pur di poco, pendente, la base, rivestita con blocchi di selenite, ha delle mura di sei metri e ottanta centimetri di spessore, ciò ha indotto, gli esperti, a supporre che la torre o era più alta ed è stata mozzata o, per qualche motivo, forse per l’instabilità del terreno, non fu mai completata. Sul lato meridionale, l’unico totalmente libero dalle case, si apre a circa venti metri di altezza, una finestra originaria e due finestre posteriori, vicino a una delle due finestre più recenti s’intravede uno stemma in arenaria, in realtà molto deteriorato dal tempo, tanto da essere illeggibile. La torre è anche detta “Coronata”, questo perché a circa cinquanta metri da terra è stata eseguita una risega, per diminuire lo spessore e il peso della costruzione, con una forma particolare, che ricorda una corona.

  • La Torre dei Conoscenti. La struttura di questa torre e simile a quella dei Catalani, la sua altezza è di circa venti metri, anche in questo caso moto probabilmente, ci troviamo davanti ad una casa torre, la sua edificazione dovrebbe risalire alla prima metà del 1200 e sorge nella corte interna di Palazzo Ghisilardi Fava, che oggi ospita il Museo Civico Medievale di Bologna. Il personaggio più illustre della famiglia dei Conoscenti fu Alberto, che divenne tesoriere del comune di Bologna dopo essere stato capitano delle milizie. Riuscì ad accumulare delle grandi ricchezze, fece però grosse donazioni per innalzare nuove mura a protezione della città, ma non ebbe eredi, per cui lasciò tutti i suoi beni, torre compresa, al Comune, il quale, nel 1390 fece dono della costruzione ad Astorre Manfredi, che era signore di Faenza e alleato dei bolognesi. La storia ci narra, però, del tradimento di questo alleato e il comune riprese, nel 1399, la proprietà dell’abitazione. Abitazione che fu data, un anno dopo, con diritto di godimento in maniera perpetua, alla famiglia Ghisilardi, la proprietà restava, però al Comune. Un fatto particolare avvenne nel 1505, un terremoto fece fortemente vibrare la torre e caddero dei calcinacci sul letto di Bartolomeo Ghisilardi, che nella torre aveva ricavato la sua camera. Bartolomeo morì alcuni giorni dopo non per le ferite ma per la paura. Passarono i secoli e la torre fu interamente inglobata, per tutta la sua altezza, nelle abitazioni confinanti, se ne perse così la memoria. Fu, per così dire, riscoperta durante alcuni lavori di restauro del palazzo, durante i quali furono abbattuti i due piani più alti del complesso, e la torre riapparve. La particolarità di questa costruzione è che non fu edificata con proprie fondamenta ma, fu eretta su un edificio preesistente e addossato alla prima cerchia di mura difensive della città, probabilmente una posteria del 1100, cioè una porta secondaria della cerchia muraria. Poi si costruì la seconda cerchia di mura, più ampia della precedente, e questa costruzione perse la sua funzione, fu allora che venne utilizzata come base per l’edificazione della torre dei Conoscenti.

  • La Torre della Garisenda. Una delle due torri più famose, considerata simbolo della città insieme alla più famosa torre degli Asinelli, è alta quarantotto metri con una pendenza decisamente considerevole, ben tre metri e ventidue centimetri di sporgenza dall’asse verticale, l’inclinazione fu causata da un cedimento strutturale delle fondamenta e non a terremoti o cedimenti del terreno. La costruzione della torre risale al XII secolo, inizialmente era alta sessanta metri, fu abbassata nel 1351, portandola agli attuali quarantotto metri, a causa di quel cedimento delle fondamenta, avvenuto in fase di costruzione. Gli esperti hanno potuto constatare, basandosi sullo studio della torre degli Asinelli, che le fondamenta, realizzate con ciottoli e calce, penetrano nel terreno per circa sei metri e mezzo e si allargano per circa un metro su ogni lato. Il terreno, su cui posano le fondamenta, è argilloso e fu rinforzato da pali di legno infissi nel suolo, ma, tali operazioni si rivelarono poi insufficienti. La base è a pianta quadrata ed è realizzata con blocchi di selenite, le mura furono elevate, anche in questo caso a “Sacco” per sessanta metri, ovviamente lo spessore diminuisce man mano che la costruzione s’innalza, la torre cominciò a mostrare i difetti delle fondamenta fin da subito, ma l’inclinazione che sembrava portarla al crollo si stabilizzò presto. Nel 1351 fu abbassata di circa dodici metri, ciò permise al baricentro della torre di cadere, con un ampio margine di sicurezza, all’interno della base, evitando ogni rischio di crollo. La Garisenda fu anche chiamata “Torre mozza”, una leggenda ci racconta che fu costruita, su committenza della famiglia omonima, come baluardo difensivo ma, i proprietari volevano superare in bellezza la già esistente torre degli Asinelli e per non competere in altezza, vollero che fosse costruita vicino a quella degli Asinelli come attorcigliandosi su di essa o addirittura avvolta a spirale attorno. A parte le leggende, la realtà è che esistono pochissime carte concernenti la costruzione, nei primi anni del 1400 la torre divenne proprietà dell'”Arte dei Drappieri”, che avevano la loro sede nel palazzo degli Strazzaroli, rimase nelle loro mani fino alla fine del 1800 quando divenne proprietà comunale. La Garisenda fu citata, più volte, da Dante Alighieri sia nella “Divina Commedia” sia ne “Le Rime”, questa torre e quella degli Asinelli sono state anche oggetto, come parte delle Odi barbare, un poema di Giosuè Carducci.

  • La Torre degli Asinelli. La è torre simbolo della città, insieme alla vicina Garisenda, il nome di Asinelli proviene dalla famiglia committente per la costruzione che avvenne tra il 1109 e il 1119 perlomeno così la tradizione ha tramandato ai posteri, la realtà, però, è fatta di documenti e sono proprio questi che scarseggiano, il nome degli Asinelli, associato alla torre, fu citato per la prima volta nel 1185 cioè quasi settanta anni dopo la presunta edificazione. Si è ipotizzato, poiché i muri alla sommità della torre sono ancora molto spessi, che gli Asinelli fosse più alta di venti o venticinque metri e che quello che oggi si può vedere forse e un rifacimento della fine del 1400, ma si entra nel campo delle ipotesi e dei “Poteva essere che…”, la realtà è che l’attuale altezza, di poco oltre i novantasette metri, ne fa la torre pendente più alta d’Italia. È duro salire tutti i suoi quattrocento novantotto scalini ma, dalla cima si può ammirare tutta la città, che chi giura di aver visto l’Adriatico dal terrazzo della torre. Si accennava prima che non si può avere la certezza su chi diede il mandato di costruirla, anche se la tradizione lega la sua costruzione a Gherardo Asinelli, rappresentante dell’omonima famiglia appartenente alla fazione dei ghibellini, è per altro anche plausibile l’ipotesi che la famiglia degli Asinelli abbia preso possesso della torre dopo che scemarono le rivalità politiche tra guelfi e ghibellini. Secondo la prima ipotesi, quella derivante dalla tradizione, la torre sarebbe stata eretta, per volontà da questo nobile cavaliere della famiglia degli Asinelli in dieci anni tra il 1109 e il 1119. L’altra ipotesi la famiglia Asinelli, facendo parte della nobiltà bolognese sorta mentre terminava il mondo feudale e si affermava il Comune, prese possesso della torre, preesistente, forse proprio in quel 1185, quando il nome compare, per la prima volta su dei documenti. Come le altre famiglie anche quella degli Asinelli decadde, la torre fu addirittura venduta in parti, solo sul finire del 1300 fu acquistata interamente, dal comune di Bologna. La destinazione d’uso della torre passò da luogo di osservazione fortificato a prigione e fortilizio. In quegli anni, forse per volontà di Giovanni Visconti, duca di Milano, fu costruita un’intelaiatura di legno atta a reggere una passarella, posta a circa trenta metri dal suolo, che la univa alla Garisenda. Opera forse realizzata per vedere e sedare velocemente eventuali rivolte, la costruzione andò distrutta, nel 1398, da un incendio. La torre fu usata anche per esperimenti scientifici sul moto dei gravi e sulla rotazione della terra, nella seconda guerra mondiale fu usata per un particolare tipo di avvistamento, quattro persone salivano sulla in cima alla torre, uno per lato, durante i bombardamenti, in questo modo potevano indirizzare rapidamente e con precisione i soccorsi verso i luoghi che erano colpiti dalle bombe. In epoca moderna la torre ha ospitato un ripetitore RAI. Si diceva che la torre è alta novantasette metri e venti centimetri con una sporgenza dall’asse verticale di due metri e trentadue centimetri, quindi con un’inclinazione di 1,3° rispetto all’asse verticale. Le fondamenta, realizzate con ciottoli e calce, penetrano nel terreno per circa sei metri e mezzo e si allargano per circa un metro su ogni lato. Il terreno, su cui posano le fondamenta, è argilloso e fu rinforzato da pali di legno infissi nel suolo, la base è a pianta quadrata ed è realizzata con blocchi di selenite, le mura compatte furono alzate, anche in questo caso a “Sacco”, per novantasette metri, ovviamente lo spessore diminuisce man mano che la costruzione s’innalza per renderla più leggera. Anche gli Asinelli cominciò a pendere durante la costruzione ma, di poco e quindi probabilmente furono sufficienti poche correzioni. La struttura della torre è tale che il baricentro e molto in basso e ciò le ha permesso, nonostante la sua altezza, di sopportare bene terremoti e raffiche di vento anche notevoli. Sembra paradossale ma i danni maggiori che la torre ha subito non sono dovuti né alle palle di cannone, né agli incendi e neppure ai terremoti ma, ai fulmini. La “Rocchetta” merlata, alla base dell’Asinelli, fu costruita nel 1400 per ospitare botteghe di artigiani. Alche la torre degli Asinelli non poteva sfuggire a miti e leggende, me ne hanno raccontate almeno due diverse anche se, in alcune parti, molto simili. A Bologna viveva un povero ragazzo che per mantenersi trasportava la sabbia dal Reno alla città con i suoi asini, per questo era soprannominato Asinelli. Un bel giorno questo giovane vide una ragazza passeggiare per la città e se né innamorò perdutamente, riuscì ad avvicinarla e a parlarle, i due decisero di sposarsi. La giovane era figlia di del Comandante della Piazza e quando il ragazzo andò a chiedere la mano dell’amata, fu deriso e gli fu fatta richiesta di costruire la torre più alta della città, solo così avrebbe ottenuto la ragazza in sposa. Il giovane, persa ogni speranza, riprese i suoi asini e tornò al fiume ma, a un certo punto gli animali cominciarono ad agitarsi mentre indicavano un luccichio proveniente dall’acqua. Il quel punto il ragazzo trovò uno scrigno pieno d’oro, felice, corse in città e fece iniziare i lavori di costruzione della torre. Il padre della giovane, benché incredulo, dovette rispettare il patto e acconsentì al matrimonio. Quindi il nome sarebbe derivato dal soprannome del ragazzo. In un’altra versione, un contadino con moglie e figlio, per mantenere la famiglia era costretto a lavorare nei suoi campi. Un giorno mentre scava in un campo, i suoi asini si misero a scalciare, il contadino andò a controllare e trovò un baule pieno oro, argento e pietre preziose. Incredulo il contadino chiamo quella fortuna, che aveva appena trovato, “Il tesoro degli Asinelli”, però non rivelò a nessuno ciò che gli era capitato grazie ai suoi asini, non lo disse neppure alla moglie ma pian piano aumentò il tenore di vita di tutta la famiglia. Il figlio cresce tra i migliori precettori divenendo un uomo di grande cultura e fascino, un giorno s’innamorò di una giovane che però apparteneva a una delle famiglie più importanti di Bologna e quando andò a chiedere la mano della giovane, per schernirlo, gli fu chiesto di costruire la torre più alta della città. Il giovane tornò a casa disperato e raccontò tutto al padre il quale gli consegnò tutto il tesoro… e due giovani vissero felici e contenti. Tornado alla realtà le due torri, degli asinelli e della Garisenda, da qualche anno sono illuminate da uno speciale sistema di luci, che permette la loro visione da ogni angolo della città.

Credo che il miglior modo per terminare l’articolo è citare le parole del Sommo Poeta:

“…Qual pare a riguardar la Garisenda

sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, che ella incontro penda;

tal parve Anteo a me che stava a bada

di vederlo chinare …”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXXI, 136-140)

“…Non mi poriano già mai fare ammenda

del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli

non s’accecasser, poi la Garisenda

torre miraro cò risguardi belli,

e non conobber quella (mal lor prenda)

ch’è la maggior de la qual si favelli…”

(Dante Alighieri, Rime, VIII)

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