Le navi del lago di Nemi, ovvero le navi di Caligola

by / venerdì, 18 Marzo 2016 / Published in Archeologia1, Il blog

La Storia

Questo piccolo lago, dei cosiddetti “Castelli Romani”, di origine vulcanica, si trova sui colli Albani, a circa trenta chilometri da Roma e vicino a quello ben più vasto di Albano. La zona fu abitata fin dalla preistoria, i Romani reputarono che la località, circondante il lago di Nemi, era adatta per essere consacrarla a Diana Nemorensis quindi, in epoca antica, fu costruito un tempio, dedicato alla Dea, Caligola in età imperiale, fece costruire due enormi navi ricche di sovrastrutture, alcune persino in muratura, tutte impreziosite da bronzi finemente intarsiati, preziosissimi marmi sapientemente lavorati e da qualche pietra semipreziosa. Le due navi furono fatte costruire forse per gli “Otia” dell’imperatore o forse, più probabilmente, per le celebrazioni di riti Isiaci, a cui Caligola era molto legato, o più semplicemente per i riti e le feste in onore di Diana, o, ancora chissà, per entrambi i culti. I pareri degli storici sono discordi, alcuni sembrano convinti di aver trovato tracce, all’interno del tempio di Diana, di un tempietto dedicato a Iside questo unito al fatto che l’imperatore era molto affascinato da tutto ciò che riguardava l’Egitto e in particolar dal culto di Iside, ha fatto nascere l’idea di associare le navi di Caligola con la celebrazione del Navigium Isidis. Certo è, che le navi, che sono state ritrovate e poi perse per sempre, erano molto ricche e che Caligola aveva una delle sue ville nei pressi del lago. Le navi furono il risultato di un’ingegneria navale molto avanzata, rappresentano un esempio unico d’imbarcazioni cerimoniali da parata, più che delle navi erano veri e propri palazzi galleggianti. Le due imbarcazioni erano a chiglia piatta, furono ritrovate integre, una leggermente più grande dell’altra, misurava settantatré metri di lunghezza per ventiquattro metri di larghezza mentre la seconda aveva una lunghezza di settantuno metri per una larghezza di venti metri. Entrambe troppo grandi per avere un adeguato spazio di manovra in un lago così piccolo anche se alcune soluzioni tecniche trovate, molto avanzate per l’epoca, ne facilitavano gli spostamenti, che comunque rimanevano molto limitati. Le navi furono costruite con un fasciame in un robusto legno di pino e rivestite all’esterno, oltre che con catrame per l’impermeabilizzazione, con lastre di piombo che furono fissate al fasciame con chiodi di rame. Queste navi celebrative ebbero precedenti nell’età ellenistica e nelle navi marine e fluviali di tradizione egizia di solito erano riccamente adornate con pavimenti a mosaico e giardini pensili, certamente Caligola non poteva essere da meno… E’ ipotizzabile che l’imbarcazione più grande fosse adibita ad abitazione galleggiante, per l’imperatore, con lussuosi ornamenti, eleganti statue, raffinate decorazioni, pregiate stoffe, padiglioni e ambienti chiusi con funzioni termali e poi erme bifronti che costituivano una balaustra, colonne e suppellettili di fattura artistica; la seconda, probabilmente, aveva ruolo esclusivamente cerimoniale e quindi aveva a bordo, oltre alle ricchissime decorazioni, oggetti di culto, molti dei quali sono stati ritrovati e riconducibili a Iside e a Diana Nemorensis. Sembra che la prima nave poteva essere facilmente collegabile alla villa di Caligola, costruita sulla terraferma in prossimità del lago, creando in questo modo, un legame politico religioso e architettonico con l’imperatore, un modello che qualche storico ha affermato essere riconducibile a quelli faraonici. Tutto ciò non ebbe lunga vita, infatti, dopo la morte di Caligola avvenuta nel 41 d.C. il senato Romano, spesso osteggiato dall’imperatore, decretò la “Damnatio Memoriae” per il “Despota”, di conseguenza la distruzione di tutte le sue opere, tra cui le due navi di Nemi, che furono affondate nel lago stesso, col passare del tempo, come avvenne per altri avvenimenti, la storia divenne leggenda.

Il ritrovamento e il recupero

La leggenda aleggiò per tutto il Medioevo, ma poi non fu tanto leggenda, visto che ogni tanto i pescatori del lago riportavano in superficie degli “Strani” reperti e che non essendo il lago troppo profondo, si dovevano perlomeno intravedere le sagome delle navi affondate. Il cardinale Prospero Colonna fu il primo a rivolgere il proprio interesse al recupero delle navi e affidò tale compito a Leon Battista Alberti che, intorno al 1446, iniziò il suo tentativo di recupero. Non avendo a disposizione il supporto di mezzi tecnici, che in quel periodo non esistevano, si affidò a dei nuotatori genovesi molto abili, i cosiddetti “Marangoni”, i quali lavorando in apnea riuscirono a portare in superficie alcuni reperti usando, però, metodi molto distruttivi, infatti, s’immergevano, tuffandosi da una grande zattera, e agganciavano alcuni uncini ai relitti, erano pertanto strappati dei pezzi delle imbarcazioni sommerse, anche se l’intento era quello di arpionare e sollevare i relitti. Furono recuperati, in questo modo pezzi del fasciame di una delle due navi, rovinandone la struttura, e alcune fistole di piombo con il timbro del committente che, inizialmente in maniera del tutto erronea, forse per un errore di lettura, fu creduto essere Tiberio e poi, sbagliando di nuovo si pensò che fosse Traiano. Il tentativo fu presto abbandonato con miseri risultati, ma con delle certezze, le navi esistevano ed erano due. Passarono così circa novant’anni fino a quando, nel 1535, Francesco De Marchi, un architetto e ingegnere meccanico di Bologna intraprese un nuovo tentativo di recupero che si rilevò non solo un insuccesso, ma fu anche dannoso, le cronache dell’epoca riportano che in superfice fu portato tanto legname da caricarne due muli. Quest’architetto si servì di una campana di legno tenuta insieme da cerchi di ferro, la visuale era data da un oblò di vetro posto sul davanti e dei tubi assicuravano il ricambio dell’aria, ma come ciò avveniva rimane alquanto misterioso. Bisogna dire, però, che nonostante la brutale rimozione dallo scafo di fasciame, travi, chiodi, e nonostante le spoliazioni di strutture e ornamenti, egli col suo marchingegno riuscì a osservare in maniera minuziosa la struttura dello scafo e delle fiancate nonché i pavimenti in mosaici e smalti. I risultati dell’esplorazione furono riportati e descritti nella sua opera:Della Architettura Militare”. Passarono quasi trecento anni di oblio finché, nel 1827, il Cavalier Annesio Fusconi riprese le esplorazioni sul fondo del lago, la spedizione usò una campana di Halley, dotata di una pompa d’aria, e riportò in superficie pezzi di pavimento di marmo, smalti, mosaici, parti di colonne metalliche, laterizi, chiodi, travi e tavole di legno, tubi di terracotta. Parti dei reperti furono consegnati ai Musei Vaticani gli altri sono andati perduti o dispersi in qualche collezione privata, l’impresa fu abbandonata a causa del maltempo e dei furti dei reperti, Annesio Fusconi pubblicò i risultati della sua esplorazione in un volume dal titolo: “Memoria archeologico-idraulica sulla nave dell’imperator Tiberio”. Ovviamente ancora non si sapeva che le navi furono costruite per volere di Caligola. Passarono ulteriori sessantotto anni quando, nel 1895, i principi Orsini autorizzarono, con il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, l’antiquario Eliseo Borghi a nuovi tentativi di recupero, venne anche individuata la seconda nave, l’indicazione fu fornita dai pescatori che sapevano bene la posizione di entrambe. L’antiquario, per il suo tentativo, si servì dell’ausilio di palombari ma, a detta di molti storici, la sua fu più un’opera di saccheggio delle due navi anziché quella di recupero, Nonostante che, fortunatamente, gran parte dei reperti furono acquistati dal Governo per il Museo Nazionale Romano alcune delle opere più preziose delle navi, tra cui le tegole di rame dorato, frammenti di mosaico, lastre di marmo, tubature di piombo furono trafugate e disperse. Dalla prima nave emersero la ghiera di un timone, le famose “protomi ferine” dalla forma di teste di felino, che stringevano tra i denti un anello di bronzo. Furono, inoltre, recuperati paglioli, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, frammenti di mosaici decorati con pasta di vetro, lamine di rame e altri materiali, laterizi di varie forme e dimensioni. Nella seconda nave fu rinvenuta una mano, in bronzo, che decorava il sostegno di uno dei quattro timoni, furono recuperati bronzi meravigliosi riproducenti teste di leoni, di lupi e della Medusa, emersero grandi quantità di legname in ottimo stato di conservazione e altri reperti che testimoniano l’uso della nave e del lago per i riti sacri e per le simulazioni di battaglie navali. Il Ministro della Pubblica Istruzione e quello della Marina cominciarono a valutare la possibilità di un recupero, questa volta per salvaguardare gli scafi, già ampiamente saccheggiati. Per ordine di un certo Mussolini Benito nel 1927 cominciarono gli studi per il recupero definitivo delle navi. Il problema era complicato e quindi si decise di svuotare il lago per compiere il recupero, ma anche ciò non era facilmente attuabile, si pensarono due soluzioni, la prima prevedeva la costruzione di un cunicolo tra il lago di Nemi e quello di Albano. L’alternativa era di ripristinare l’antichissimo emissario del lago di Nemi costruito agli inizi del V secolo a.C., per livellare le acque e non farle giungere al tempio di Diana, esso portava l’acqua del lago, dopo un percorso di milleseicento metri, fino alla spianata di Vallericcia. All’inizio parve più fattibile la realizzazione de nuovo tunnel ma alla fine prevalse l’idea di ripristinare il vecchio emissario, ipotesi che divenne ufficiale all’inizio del 1928 e subito cominciarono i lavori veri e propri. L’impresa di recupero fu resa possibile dall’Ing. Guido Ucelli, la fase iniziale prevedeva il restauro dell’emissario e la messa in opera di grandi idrovore che facevano defluire l’acqua del lago attraverso l’antico canale sotterraneo. Nel 1929, il livello del lago era calato di circa undici metri e il primo scafo era totalmente emerso dalle acque, ovviamente all’impresa, considerando che si era in piena epoca fascista, fu conferito un notevole clamore sulla stampa nazionale e di conseguenza ebbe risonanza su quella estera. Visti i costi elevati, si pensò di abbandonare l’impresa del recupero della seconda nave, ma dopo un breve intervallo, nel 1932 fu trasportata all’asciutto anche la seconda. Insieme alle imbarcazioni emergono anche armi, monete, decorazioni, attrezzi, ami da pesca, chiavi, gli archeologi dell’epoca annotarono la posizione di ogni reperto e analizzarono tutti i particolari, a volte riproducendoli con dei disegni. Inizialmente le navi furono alloggiate in un hangar per dirigibili, sulla riva del lago e ricoperte con dei teloni, infine tra 1935 e il 1936 furono trasferite nel nuovo edificio che era in costruzione e che fu completato solo dopo che le navi fecero il loro ingresso nell’interno de museo, la parete anteriore inizialmente non fu costruita per permettere il trasporto delle imbarcazioni, nel 1940 fu inaugurato il Museo delle Navi di Nemi. Finalmente grazie ad alcune epigrafi fu possibile datare gli scafi all’epoca dell’imperatore Caligola, l’archeologia trovò un tesoro d’inestimabile valore, nelle navi furono scoperte e studiate innovative soluzioni tecniche; analizzate piattaforme girevoli, un impianto idraulico molto sofisticato, tubazioni e grossi rubinetti in bronzo. Grande meraviglia destarono le due maestose ancore che furono ritrovate, la prima in legno con ceppo in piombo della lunghezza di circa cinque metri, fu l’unico esemplare completo mai conosciuto di questo tipo, la seconda, in ferro a ceppo suscitò un incredibile stupore, poiché si riteneva ideata solo nella metà del XIX secolo. Le imbarcazioni, uniche sia per importanza sia per lo stato di conservazione e nonostante i passati saccheggi, avevano raggiunto la loro destinazione definitiva e potevano essere finalmente ammirate da tutti, Sfortunatamente, però così non fu. Purtroppo la storia delle navi si concluse tragicamente, poco tempo dopo la sistemazione delle imbarcazioni nell’edificio costruito appositamente, nella notte del 31 maggio 1944, scoppiò un incendio che distrusse i due scafi e una gran parte dei reperti che erano custoditi nel museo. Un incendio doloso le cui cause restano tuttora oggetto di controversie, mentre i Tedeschi si ritiravano nella zona ci furono violenti bombardamenti che, a detta di testimoni non incendiarono né le strutture né le imbarcazioni, fu appositamente costituita una commissione di cui facevano parte architetti, ingegneri, il comandante dei vigili del fuoco, un esperto in artiglieria, direttori di musei e il soprintendente Aurigemma. La commissione concluse che l’incendio fu di origine dolosa, anche perché i soldati Tedeschi danneggiarono, volontariamente, il patrimonio artistico del museo e soprattutto non fu utilizzato nessun sistema antincendio che era in dotazione nella struttura museale. Che la diatriba non si sia del tutto esaurita poco importa, fatto sta che furono distrutte irrimediabilmente testimonianze archeologiche uniche al mondo, tra l’altro gli scafi erano l’unica documentazione della perfezione, non immaginabile, della tecnica navale raggiunta dai Romani. Oggi rimangono pochi reperti, fortunatamente quelli più preziosi, le fotografie e le pubblicazioni che ricordano questa impresa, un progetto che ci rammenta, però di quanto l’uomo può essere intelligente e costruttivo, ma contemporaneamente insensato, ottuso e devastatore. Guido Ucelli scrisse interessanti testi sul recupero delle navi di Nemi e sui lavori svolti nell’emissario del lago, scritti che sono reperibili anche su internet, l’ingegnere descrive l’impresa in maniera molto dettagliata, anche se non dobbiamo dimenticarci di quale epoca era e che ogni progetto compiuto dal regime fu enfatizzato, a propria propaganda, fino all’inverosimile, esistono poi dei filmati dell’Istituto Luce, sul recupero delle navi, davvero unici ed eccezionali.

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