Le Muse.

by / mercoledì, 25 ottobre 2017 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Cantami, o Diva (Musa), del Pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei…”, “Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia…” Così iniziano, rispettivamente, l’Iliade e l’Odissea del poeta greco Omero. Le Muse, in greco Μοuσαι, in latino: Musae, erano divinità dell’antica Grecia. Le Muse erano le nove tutte figlie di Zeus, il padre degli Dei e di Mnemosine la Dea della memoria, la leggenda narra che Zeus si unì per nove notti con Mnemosine che era la figlia di Urano e di Gea, alla fine della gestazione la Dea mise alla luce, nella Pieria, zona ai piedi del monte Olimpo, nove gemelle. Un altro mito narra che esse erano le figlie di Urano, Dio dei cieli e di Gea Dea della terra. Le Muse Erano chiamate in altri vari nomi: Eliconie dal luogo in cui vivevano, il monte Elicona che si trova in Beozia; Aonie, regione abitata dagli Aoni; Aganippidi, dal nome della fonte Aganippe, situata in prossimità del monte Elicona; Pimplee, da una fonte a esse dedicata sul monte Pimpla, situato in Tessaglia; Pieridi, poiché il mito collocava la loro nascita nella Pieria, in Macedonia. Gli studiosi non sono riusciti a concordare sull’etimologia delle Muse, la maggior parte non si pronuncia nemmeno, l’origine lessicale più diffusa è, “Ninfe dei Monti” oppure “Coloro che meditano, che creano con la fantasia”. La loro guida era il Dio Apollo e furono di notevole e nota importanza nella religione Greca. Le Muse erano molto rispettate e adorate poiché rappresentavano l’arte al livello più elevato, Arte, con la “A” maiuscola, interpretata come la verità oggettiva, del “Tutto”. In altre parole è “L’eterno splendore del divino”. Originariamente si parlava genericamente di Muse, poiché il loro numero non era fissato, la tradizione letteraria più antica fissò a nove il numero delle “Divine sorelle” e Apollo come loro protettore, il quale guidava le loro danze e i loro cori con il suono della sua lira. Come si diceva, la leggenda tramanda che le Muse vivevano in luogo fisso, ma a loro furono dedicate diverse vette e fonti, considerate sacre: il Parnaso, nella Focide; le pendici dell’Olimpo, nella Pieria; la fonte Castalia, a Delfi; le sorgenti Ippocrene e Aganippe, sul Monte Elicona. Era uso che cantori, studiosi e poeti si recassero in questi luoghi, per ricevere da queste divinità un’ispirazione per le loro opere, esse erano pronte a “Illuminare” tutti, ma anche a punire, persino in maniera molto dura, chi osava sfidarle, assai spiacevole fu la sorte che toccò a Tamiri il tracio, che vuole gareggiare con loro, lo resero stonato e lo privarono della vista. Le nove Muse sono considerate quindi protettrici delle arti e delle scienze, c’è da precisare che nell’antica Grecia, con musica era indicata tutta la cultura artistica, compresa la raffinatezza estetica. Un cambiamento però avvenne in età classica quando a ciascuna Musa fu attribuita una funzione specifica. Si passò da un iniziale tratto tipico di divinità del canto e delle danze gioconde, a una specializzazione di ciascuna Musa nei vari campi, in modo che potessero essere invocate separatamente per una richiesta d’ispirazione o protezione. Omero le descrive come antiche, ma sempre giovani, Dee della musica che col loro melodioso canto rallegravano i banchetti degli Dei dell’Olimpo. Nella sua opera, la Teogonia, il poema sulla nascita degli dei, Esiodo rende queste figure più precise e distinte, ne fissa il numero a nove e riporta i loro rispettivi nomi, che sono:

  1. Clio, la sorella maggiore delle nove, è la prima fra le muse, dalla madre, Mnemosine, ereditò la capacità di trasmettere il ricordo di fatti storici e dei personaggi. Clio, colei che celebra il canto epico, che rende celebre la storia, è raffigurata mentre nella mano sinistra regge una pergamena, comunemente aperta, e uno stilo, cioè quell’asticella di osso o di metallo con un’estremità appuntita, che era usata per scrivere e incidere una tavoletta ricoperta di cera, nella mano destra, a volte, stringe una tromba. Di solito era invocata dai poeti che volevano scrivere testi che contenevano fatti storici, Stazio, per esempio, nel suo poema, Tebaide, la invoca come ispiratrice. Il mito ci racconta fatti contrastanti tra di loro, una leggenda afferma che le Muse fossero eternamente vergini, mentre altre attribuiscono loro varie maternità di semidei. Nella fattispecie a Clio, in una versione del mito, ebbe un figlio, che fu chiamato Reso, da re Strimone prima che questi diventasse un Dio fluviale. Un’altra versione vede la Musa madre Orfeo nato dall’unione con Apollo. Poi, ancora una leggenda racconta che Clio ebbe a ridire dell’amore sbocciato tra Afrodite e Adone, la Dea per punirla la fece innamorare di Pierio, re della Macedonia e dalla loro unione nacquero, Giacinto, Imene e Ialemo.

  2. Euterpe, ovvero colei che rallegra, inizialmente protettrice della musica, degli strumenti a fiato e in seguito anche dei poeti lirici, è spesso rappresentata con un “Aulos”, l’antico Aulos greco, era uno strumento musicale a fiato, spesso inesattamente tradotto come “flauto”, in realtà era uno strumento costruito con una canna a due ance, molto simile all’oboe. Il mito vuole che fosse proprio Euterpe a inventarlo. Questo strumento accompagnava molte attività della vita dei Greci, era sempre presente durante i riti dei sacrifici; alle rappresentazioni dei drammi teatrali; a varie attività atletiche come gli incontri di lotta, il salto in lungo, il lancio del disco; alla danza dei marinai sui triremi. In Platone lo troviamo associato all’estasi del culto di Dionisio e dei Coribanti, questi ultimi erano i sacerdoti della dea Cibele. Anche in questo caso non mancano attribuzioni a maternità, secondo varie leggende fu lei la madre di Reso e non Clio, ma il padre, alcuni lo fanno risalire a un non definito re di Tracia, per Omero era Eioneo mentre per il giovane Euripide sarebbe stato Strimone, divenuto in seguito un Dio fluviale, per completezza altri vedono Reso come figlio del fiume e di una donna mortale, non ben accertata.

  3. Thalia, Musa della commedia e della maschera comica, protettrice della poesia bucolica e della commedia sulla mitologia greca, ma anche della satira, è spesso raffigurata festosa, che poi è il significato del suo nome, con una ghirlanda d’edera sul capo, un bastone o una maschera in mano e degli stivaletti ai piedi. Il mito la vede madre dei Coribanti, figli avuti da Apollo, i quali erano i sacri sacerdoti della Dea Cibele. La leggenda narra che furono i Coribanti a inventare il tamburo a cornice, per definizione si tratta di un tamburo la cui profondità e minore del diametro dello strumento stesso. Questo strumento, sempre secondo il mito, fu usato per curare la malinconia di Zeus, fu anche usato per curare l’epilessia. Foscolo, per rendere omaggio a Parini, nei sepolcri scrive che il poeta era solito appendere, alla statua della musa Thalia, corone di alloro da lui stesso coltivate. Con questi riferimenti Foscolo voleva celebrare la poesia satirica del Parini, Thalia ne era la protettrice, e la sua vita interamente consacrata alla Poesia.

  4. Melpomene, la Musa del canto, dell’armonia musicale e della tragedia, era spesso raffigurata con uno sguardo severo, con un lungo chitone teatrale, che era una sorta di tunica di stoffa leggera chiusa da una cucitura, con un mantello allacciato sulle spalle e con il capo ornato da una corona di cipresso. Ai piedi indossava i coturni, che erano tipici sandali tragici, e tra le mani mantiene una maschera, una spada o un pugnale insanguinato e il bastone di Eracle. Anche in questo caso le versioni del mito sono varie, la vedono madre delle Sirene concepite con Acheloo, Dio fluviale, figlio di Oceano e Teti. Anche sulla natura delle Sirene le leggende mostrano diverse alternative, alcune le descrivono come metà donne e metà pesce, altre con testa di donna e corpo di uccello. Tutte sembrano d’accordo nell’affermare che il loro canto attirava i marinai portandoli, poi, verso una morte certa. Infine alcuni considerano, Melpomene, genitrice del musico Tamiri.

  5. Tersicore, la Musa della danza, protettrice della lirica corale e della danza, di solito è rappresentata come una giovane di bell’aspetto, con sopra la testa una corona d’alloro, la pianta sacra ad Apollo, vestita con un abito lungo fino ai piedi e tra le mani ha di solito una lira. Spesso la raffigurazione la mostra intenta a comporre accordi sulla sua lira, con dita affusolate, accompagnando con la sua musica, delle danzatrici. Il mito assegna delle maternità anche a lei, compaiono di nuovo le Sirene, di cui sarebbe madre, concepite con Acheloo, la leggenda la vuole anche madre di Lino, il mitico musico e cantore, fautore del progresso umano verso uno stadio più elevato di civiltà e maestro di Eracle. Lino era talmente bravo che osò rivaleggiare con Apollo stesso, ma quest’ultimo, infuriato, lo uccise. Da Tersicore deriva la parola moderna “Tersicoreo”, che ha il significato di “Legato alla danza” e il termine “Arte tersicorea”, cioè ”Arte della danza”.

  6. Erato, la Musa del canto corale e della poesia amorosa, colei che provoca desiderio. Ispirava chi rifiutava i valori eroici della poesia in cambio di temi giocosi, come l’amore, l’amicizia, la natura, il divertimento e la socialità, in ambito favorevole alla pace. Erato è quindi collegata all’amore e molti poeti antichi la invocano per essere ispirati nelle loro opere amorose. In seguito fu considerata anche protettrice della mimica e della geometria. È spesso raffigurata come una giovane con un abito lungo e svolazzante, sulla testa ha una corona di rose e mirti, in una mano la lira e nell’altra un plettro, di solito ha vicino a se un amorino con tanto di arco e faretra. Ancora una volta, nelle varie versioni del mito, vi è confusione sulle maternità, alcune delle quali sono le stesse che sono assegnate alle altre Muse, comunque da lei nacquero, Tamiri, cantore, poeta e suonatore di lira; Cleomene che poi si unì in matrimonio con Flegias; Azano, nato dalla sua unione con Arcade. È citata nelle opere di Apollonio Rodio, di Esiodo, di Strabone e di Platone.

  7. Polimnia, la Musa della pantomima, delle danze associate al canto sacro ed eroico, protettrice della mimica priva di oggetti e dell’orchestica, gli antichi greci, con questo termine, indicavano un’azione scenica complessa che comprendeva musica, poesia e danza. In seguito fu anche associata alla retorica, alla memoria, alla geometria e alla storia. È spesso raffigurata come una giovane con aspetto devoto, sul capo ha una corona di perle ed è avvolta da un velo e un mantello, a lei è attribuita l’invenzione della lira e dell’agricoltura. Platone ricorda una leggenda che la vede madre di Eros, un altro mito, a dire il vero poco diffuso, considera figlio di Polimnia Orfeo, avuto dall’unione con Eagro.

  8. Urania, la Musa dell’astronomia, della geometria e dell’epica didascalica, colei che è celeste, è spesso raffigurata con un vestito azzurro, sulla testa ha una corona di stelle, con le mani sostiene un globo che sembra misurare, e una verga, ai suoi in piedi vari strumenti matematici. In alcuni casi il globo è posto su un treppiede accanto alla sua figura, mentre Urania punta un indice verso il cielo. Il mito, ancora una volta assegna maternità che s’intreccia con quella delle altre Muse, Pausania narra la leggenda che la vede madre del cantore Lino nato dall’unione con il Dio Apollo o con Anfimaro, mentre Catullo la considera madre del Dio delle nozze, Imene, avuto da Dioniso. Infine Esiodo ci narra che dall’incontro con Apollo nacquero Lino e Orfeo, sempre loro, i due cantori mitici.

  9. Calliope, la Musa dalla bella voce, protettrice della poesia epica e dell’elegia, componimento letterario improntato a motivi di confessione autobiografica o di sfogo sentimentale. È spesso raffigurata con una corona d’oro sul capo, in mano regge una tavoletta, ricoperta di cera, su cui scrivere e uno stilo, a volte sostiene un rotolo di carta oppure un libro. Era la più saggia delle muse, fece da giudice nella disputa, per Adone, tra Afrodite e Persefone, decidendo che ogn’una delle due Dee trascorresse lo stesso tempo con il bello conteso. Le maternità che le sono attribuite si fanno sempre più intrigate, con suo padre Zeus generò i Coribanti, mentre da Apollo ebbe due figli Orfeo e Lino, secondo un’altra leggenda il padre, di questi ultimi due, era invece, il re della Tracia Eagro. Ispiratrice della poesia epica, quella che in versi racconta delle imprese leggendarie di un popolo, dei suoi eroi e dei suoi miti, è considerata la Musa che guidò Omero nello scrivere l’Iliade e l’Odissea. Persino il Sommo Poeta, nella Divina Commedia la invoca, Dante la cita nel II canto dell’Inferno e nel I canto del Purgatorio.

Come si è detto i miti e le leggende sulle Muse erano molto discordi, anche sul numero e sui nomi, a Sikyon e Delfi ne erano venerate tre con i nomi di Mese, Nete e Ipate; Cicerone ne enumera quattro, Telsinoe, Melete, Aede, Arche; sette erano quelle adorate a Lesbo; Cratete di Mallo ne elenca otto. Nove è però in numero che alla fine è fissato, prevalendo su gli altri, anche perché questo è il numero menzionato da Omero ed Esiodo. Esiodo le descrive nella sua opera, la Teogonia pur non menzionando di quali arti siano protettrici, scrive: “Le nove figlie dal grande Zeus generate, Clio e Euterpe e Thalia e Melpomene e Tersicore e Erato e Polimnia e Urania e Calliope, che è la più illustre di tutte.” (Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79). Il loro protettore era Apollo di conseguenza le Muse erano spesso invitate alle feste degli eroi e degli Dei per rallegrare gli invitati con i loro canti e le loro danze, di solito rendevano omaggio a loro padre Zeus, magnificandone le imprese. Le Muse erano anche venerate poiché depositarie della memoria del passato che, con il loro canto ripetuto delle gesta degli eroi e degli Dei, contribuivano a tenerla sempre in vita. Le Muse erano superiori a qualsiasi uomo essendo a conoscenza completa del passato, del presente e del futuro, i loro canti, in altre parole i loro racconti storici musicati, erano, sempre e comunque, posti sopra di quelli di chiunque altro. Cantarono la vittoria degli Dei contro la rivolta dei Titani, rallegrarono la festa per le nozze di Cadmo e Armonia e quella per il matrimonio di Teti e Peleo, per la morte di Achille la loro voce si fece accorata e sofferente per diciassette giorni e diciassette notti. Esse insegnarono il famoso indovinello alla Sfinge, il mostro generato da Echidna e da Tifone, enigma che era imposto ai Tebani che passavano per il monte Fichio. Chiunque avesse l’audacia sfidarle era punito in maniera dura e inflessibile, di sfide c’è ne furono varie, le Sirene furono private delle ali che furono usate dalle muse per farne delle corone. Le Pieridi, le nove figlie di Pierio di Pellae e di Evippa, abilissime nel canto, decisero di recarsi sul monte Elicona per sfidare le Muse in una gara di canto, i loro nomi erano, Colimba, Iunce, Cencride, Cissa, Cloride, Schema Acalantide, Nessa, Pipo, Dracontide. Ebbero l’ardire di chiedere il possesso delle fonti sacre in caso di vittoria, terminata la prova delle Pieridi, Calliope iniziò un lungo e armonioso canto, sconfisse le pur brave, avversarie che per punizione furono tramutate in uccelli. Una particolarità, Il greco Pausania affermò, nelle sue opere, che le Pieridi avevano gli stessi nomi delle Muse, da ciò sarebbe nato il caos sui nomi e sui figli attribuiti alle Muse, spesso considerate vergini. Come si è accennato prima anche il musico e cantore Tamiri osò sfidarle e in caso di vittoria sarebbe giaciuto con tutte e nove, ma per lui le cose finirono male, non vinse e fu privato della vista e della sua abilità del canto. Le sfide non si esauriscono qui, in molte altre le Muse furono coinvolte sia direttamente sia come giudici, per esempio nella sfida tra Apollo e Marsia decretarono la vittoria del Dio. Sembra che le Muse, impegnate in una delle tante gare di canto, riuscirono con le loro melodie armoniose e serene, ad arrestare il corso delle sorgenti e dei fiumi o a far salire un monte verso il cielo. Il culto delle Muse fu assai diffuso fra i Pitagorici, ancor prima che a ognuna di loro fosse affidato uno specifico campo d’azione, la venerazione ebbe origine in Tracia e nella Pieria giungendo, in seguito, nella Beozia, a Sicione e a Lesbo. Il loro culto pian piano si diffuse in tutto il mondo greco, giungendo anche a Roma anche se i Romani non arrivarono mai a una vera e propria devozione, erano considerate come protettrici delle arti, in egual modo delle Camene. I luoghi sacri alle Muse erano molti, la sorgente di Aganippe e la fonte di Ippocrene, creata per loro dal cavallo Pegaso battendo gli zoccoli a terra, entrambe nel bosco sacro dell’Elicona; il monte Parnaso, la fonte Castalia a Delfi e lo stesso Olimpo. Sorsero altari, come quello di Isso, templi e santuari come quello realizzato da Ardalo, figlio di Efesto, a Trezene. Si costruirono monumenti in onore di singole o gruppi di Muse, tali opere si diffusero in tutto il mondo greco e romano prendendo il nome di “Musei”. A loro erano tributati dei sacrifici che prevedevano l’uso di latte, miele e acqua. Nell’arte le Muse divennero un soggetto molto frequente, si vedono raffigurate in affreschi, in mosaici, sulle statue, in bassorilievi, in altorilievi e in particolare sui sarcofagi del mondo romano. Come si è più volte detto inizialmente le Muse erano legate alla musica, considerata la prima di ogni arte, in seguito, però, divennero protettrici di ogni forma di pensiero che gli uomini dell’epoca riuscivano a esprimere in tutte le sue forme, eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica, astronomia, o più in generale canto, arte e scienza.

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