Le guerre Puniche

by / venerdì, 26 febbraio 2016 / Published in Il blog, Storie e Personaggi Romani

Le tre guerre Puniche, combattute fra i Romani e i Cartaginesi, tra il III e il II secolo a.C. portarono la totale l’egemonia di Roma sul Mediterraneo, le guerre furono dette puniche poiché i Romani chiamavano Punici i Cartaginesi. Inizialmente i rapporti tra le due popolazioni erano amichevoli, come dimostrano i trattati del 509 a.C., del 348 a.C., del 306 a.C. e del 279 a.C., questi determinavano le rispettive sfere d’influenza economica e politica, nell’ultimo vi era, puree, una sorta di alleanza, anche se non proprio diretta, contro Pirro, re dell’Epiro, il quale venne in Italia invocato prima dai Tarantini contro i Romani e poi in Sicilia chiamato dai Siracusani contro i Cartaginesi. (Vai all’articolo sui trattati) Dopo aver sconfitto Pirro, Roma divenne la più importante potenza nella penisola italiana e la sua flotta, anche se con poca esperienza, entrava, di fatto, in competizione con quella di Cartagine, ogn’una delle due potenze cominciò a sentire l’esigenza di essere unica egemone su tutto il mediterraneo. Pirro sconfitto a Maleventum, oggi Benevento, uscì di scena dalla Sicilia che si trovò divisa in più settori, a ovest i Punici e a est Siracusa. I Siracusani, per estendere il loro dominio, verso nord, decisero di conquistare Messina, fu in questa circostanza che i Mamertini inviarono ambasciatori per chiedere aiuto prima a Cartagine e poi a Roma, vennero così a cadere gli interessi comuni tra le due potenze e da lì a poco cominciò una guerra che, tra le varie fasi, durò circa centodiciotto anni, con vittorie e vicende alterne, finché Cartagine non fu distrutta.

Prima Guerra Punica

La prima guerra Punica si svolse tra 264 a.C. e il 241 a.C., come si accennava prima, tutto cominciò dai fatti che si svolsero sull’isola siciliana. Quando i Mamertini chiesero aiuto, Roma era impegnata su due fronti, da una parte iniziava la sua espansione verso nord, nella pianura Padana e dall’altra stava cercando la pacificazione del territorio Sannita, di conseguenza non aveva l’intenzione di aprire un terzo fronte. D’altra parte, i Cartaginesi, per espandersi verso est e per porre fine alla rivalità ormai secolare con Siracusa, in quel periodo era una città stato indipendente con a capo il tiranno Gerone II, raccolse subito la richiesta di aiuto mandando una squadra navale. A questo punto i Romani si trovarono quasi a contatto con i Cartaginesi, erano divisi solo dallo stretto di Messina, il senato Romano probabilmente decise che ciò non era tollerabile e mandò aiuti ai Mamertini, rompendo ogni indugio e tutti i trattati. Inevitabilmente Cartagine dichiarò guerra e pensando che era in pericolo si alleò con i sui nemici di sempre i Siracusani, per sconfiggere i Mamertini e i Romani. La guerra si aprì su due fronti uno terrestre, le legioni Romane erano vittoriose da secoli nelle battaglie su qualsiasi tipo di terreno, e l’altro sul mare, uno spazio molto noto ai Cartaginesi e poco ai Romani. La flotta della città eterna fu allestita basandola sui triremi e quinqueremi nemiche, che i Romani erano riusciti a catturare, ma questi, ebbero una grossa intuizione, che poi si rilevò vincente, equipaggiarono le navi con un nuovo congegno il “Corvo” che permetteva di agganciare la nave nemica, di abbordarla e di far combattere le legioni quasi come se fossero sulla terra ferma. Le battaglie terrestri non furono fondamentali per l’esito della guerra che si decise sulle acque del mare, nonostante ciò, si combatterono almeno due importati battaglie sia sul suolo siciliano sia in Africa: quella di Agrigento nel 262 a.C., quella sul suolo Africano tra il 256 a.C. e il 255 a.C.. I Romani arrivarono in Sicilia nel 264 a.C. e subito avanzarono verso Siracusa sconfiggendo l’esercito congiunto Siracusano e Cartaginese, conquistarono Adranon e Centuripae, mentre Catania si arrese, giunti alle porte della città di Siracusa la assediarono costringendo Gerone II a chiedere la pace e ad allearsi con Roma. Nel 262 a.C. Roma assedia Agrigento impegnando ben quattro legioni per circa sette mesi, ma, a supportare la guarnigione Cartaginese, arrivò l’esercito guidato da Annone e improvvisamente i Romani, da assedianti si ritrovarono a essere assediati, perdendo, per di più, il supporto Siracusano. I Romani, però, essendo grandi strateghi, costruirono un vallo a difesa dalle truppe nemiche che giungevano, e ingaggiarono una cruenta battaglia che li vide prevalere, la città fu saccheggiata per una notte intera portando ai vincitori un ingente bottino, mentre i Cartaginesi superstiti, col favore delle tenebre, riuscirono a fuggire giungendo sino al mare e si ricongiunsero alla flotta. Da abili strateghi, quali erano, i Romani tentarono di portare la guerra sul suolo Africano, Marco Attilio Regolo tra il 256 a.C. e il 255 a.C. invase alcune colonie Cartaginesi, egli partì con una grande flotta che doveva servire sia per il trasporto delle truppe sia per i rifornimenti. I Cartaginesi tentarono di fermare questa manovra strategica ma, furono sconfitti a Capo Ecnomo e quindi Attilio Regolo giunse in Africa avanzando senza incontrare grosse difficoltà saccheggiando e sconfiggendo l’esercito nemico ad Adys. Cartagine era costretta a chiedere la pace, ma le condizioni imposte furono inaccettabili e quindi i Cartaginesi si rivolsero a Santippo, un mercenario Spartano il quale riuscì a sconfiggere le legioni Romane nella battaglia che si tenne nei pressi dell’attuale Tunisi e fece prigioniero Attilio Regolo. L’invasione Romana in Africa finì con la vittoria dei Cartaginesi che ovviamente non si accontentarono e mandarono in Sicilia Amilcare Barca, il quale riuscì a riconquistare gran parte dei territori interni dell’isola. Come si diceva, le battaglie decisive si combatterono in mare, Roma perse la prima battaglia navale nei pressi delle isole Lipari, ma nello scontro di Milazzo i Romani provarono l’efficacia del “Corvo”, la fanteria romana riuscì a scontrarsi col nemico come se fosse sulla terra ferma e in questo luogo Roma vinse la sua prima battaglia navale. I Romani continuarono a usare la stessa tattica negli anni successivi uscendo vincitori da varie battaglie navali, compresa quella molto dura di Capo Ecnomo. L’esperienza Romana cresceva anche in mare ma, nonostante le vittorie ottenute, notevoli furono quelle ottenute in Sardegna e in Corsica, per una serie di disastri naturali la flotta romana fu quasi distrutta, grandi furono le perdite sia in uomini sia in imbarcazioni, si deve aggiungere a questo che il comando della flotta spesso era affidato a un console, che non sempre aveva conoscenze dell’arte marinara, in quanto, quella di console, era solo una carica politica. Nonostante le avversità e la mancanza di soldi, fondamentali furono le donazioni dei cittadini facoltosi, Roma riuscì a ricostruire la flotta e nel 241 a.C. al comando del console Gaio Lutazio Catulo affrontò quella Cartaginese nelle acque delle isole Egadi in quello che fu lo scontro decisivo per le sorti della guerra. La flotta Romana ne uscì vittoriosa, Amicare, ormai rimasto isolato dalla madrepatria e assediato dai Siciliani fu costretto ad arrendersi, anche se il suo esercito non fu mai sconfitto, Roma dopo ventitré anni aveva vinto la prima guerra Punica e raggiunse la supremazia nel mediterraneo occidentale, divenne la maggior potenza sul mare sostituendosi a Cartagine.

Tra le due Guerre

Roma pose condizioni, per la pace, molto gravose e Cartagine non poté far altro che accettarle, ormai non aveva più la forza e la capacità di trattare, i Cartaginesi dovettero lasciare la Sicilia; restituire i prigionieri senza riscatto, mentre dovette pagare per aver indietro i propri soldati catturati dai Romani; perdere, di fatto, il controllo del Mediterraneo; pagare una forte somma, anche se a rate, come indennità di guerra. Inoltre entrambe le parti s’impegnavano a non attaccare i rispettivi alleati e non potevano assoldare mercenari nei territori della parte avversa, ciò pesò molto ai Cartaginesi, poiché soliti far uso di mercenari, non potettero accedere a quelli Libici, non potevano più usarne le conoscenze, questi ultimi essendo inquadrati nelle legioni romane ne conoscevano sia la tecnologia sia la strategia. Cartagine subì anche la rivolta delle truppe mercenarie, si ribellarono perché i Punici non potevano più pagarle, i Cartaginesi dovettero combattere ben tre anni prima di sconfiggerle e poter quindi cominciare a riconquistare il potere economico che avevano in precedenza. Amilcare sbarcò nella penisola Iberica con un piccolo esercito formato sia da mercenari sia da cittadini Cartaginesi riuscendo comunque a sottomettere varie popolazioni iberiche. Alla sua morte il comando dell’esercito passò a suo genero Asdrubale che consolidò le conquiste effettuate, fondò la città di Chartago Nova, oggi Cartagena, e riuscì pure a stipulare un patto con Roma che poneva i limiti dell’espansione Punica fin sotto il fiume Ebro. Alla sua morte l’esercito Punico scelse come nuovo capo Annibale Barca, figlio di Amicare, l’investitura fu approvata anche dal governo di Cartagine e questo comandante ventisettenne, due anni dopo la nomina, decise di portare la lotta in Italia iniziando così la seconda guerra Punica.

Seconda Guerra Punica

La seconda Guerra Punica si svolse tra 218 a.C. e il 202 a.C., nel periodo tra le due guerre Roma fu impegnata a consolidare la propria supremazia nei territori conquistati e a espandere la propria influenza sui territori confinanti, quindi i Romani, impegnati a sottomettere altre popolazioni, specialmente i Galli, trovarono più redditizio accordarsi con Asdrubale e nel 226 a.C. e stipularono un trattato con il comandante cartaginese. Anche la città alleata dei Romani, Massalia spingeva alle trattative poiché vedeva avvicinarsi il pericolo Punico, il trattato poneva il fiume Ebro come limite massimo dell’espansione Cartaginese, in questo modo Roma riconosceva il diritto a Cartagine di occupare quei territori. Nacquero però dei grandi problemi, poiché alcune città, anche se, di fatto, nel territorio controllato dai cartaginesi erano alleate di Roma, come Emporion, Rhode e la più importante di tutte, Sagunto, il suo controllo, la città era posta in cima a un’altura, sarebbe stato molto importante per Annibale, che nel frattempo aveva assunto il comando dell’esercito. Proprio il controllo di Sagunto, di questo sono convinti molti storici, fu la causa scaturente la seconda guerra Punica. Annibale attaccò e assediò la città forte del fatto che Sagunto era posizionata a sud dell’Ebro e quindi secondo la sua logica era nei propri territori e non in quelli Romani. Ovviamente Sagunto chiese aiuto a Roma che, in quel momento non voleva impegnarsi militarmente, si limitò a inviare degli ambasciatori presso Annibale il quale non solo non si degnò neppure di riceverli, ma assediò per otto mesi la città che alla fine si arrese e fu rasa al suolo. Per tutta la durata dell’assedio Roma non intervenne, nonostante le continue richieste dei rappresentanti della città, tristemente famosa rimane la frase riportata dagli storici: ”Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”, “Mentre a Roma si discute, Sagunto cade”. La guerra fu inevitabile, una guerra che si combatté, al contrario della prima, prevalentemente sulla terra ferma. Annibale partì dalla penisola Iberica con un esercito di circa cinquantamila uomini, seimila cavalieri e trentasette elefanti, la tattica che aveva in mente era del tutto originale, mirava alla dissoluzione dello stato Romano, cercando di allearsi con i popoli italici e inizialmente riuscì a disorientare i romani, passando per i Pirenei, la Gallia e le Alpi giunse nella pianura Padana. Dimostrando un alto livello tattico sconfisse i romani, comandati da Publio Cornelio Scipione, sul Ticino e in seguito li debellò sulla Trebbia, qui le legioni romane erano guidate anche da Tiberio Sempronio. L’avanzata del comandante cartaginese sembrava inarrestabile, l’anno dopo era giunto in Italia centrale e sul Trasimeno vinse un’importantissima battaglia, distruggendo le legioni di Gaio Flaminio, per la prima volta i Romani erano stati battuti per la superiorità tattica del nemico, con un abile manovra il comandante punico ottenne una posizione sul terreno che non permise nessuna difesa ai romani, i quali pur di non arrendersi si fecero sterminare. Annibale non era intenzionato ad attaccare direttamente Roma finché non avesse portato dalla sua parte tutte le popolazioni dell’Italia meridionale, quindi agirò la città e scese verso la Puglia, dove nel 216 a.C. a Canne, con un capolavoro strategico inferse a Roma una sconfitta che si rilevò essere la più disastrosa dell’intero conflitto. Ancora una volta Annibale si astené dall’attaccare Roma, dove nel frattempo prevalse la tattica di Fabio Massimo detto il “Cunctator” il “Temporeggiatore”, e si limitò a conquistare le città del sud dell’Italia, ma i Romani, con questa tattica attendista, lentamente si risollevarono e si ripresero le suddette città restringendo, in questo modo, il campo d’azione del generale Cartaginese. Le strategie dei comandanti Romani non si fecero attendere, prima portando la guerra nella penisola Iberica dove Publio e Gneo Cornelio Scipione, e poi dopo la loro morte Publio Cornelio Scipione, colui che poi assunse l’appellativo di “Scipione l’Africano”, sconfissero i fratelli di Annibale, Asdrubale e Magone, riconquistando tutti i territori iberici. Asdrubale morì in una battaglia sul fiume Metauro nel tentativo di portare rinforzi ad Annibale, Magone fu richiamato a Cartagine, dove non arrivò vivo per le ferite subite durante il tentativo di sollevare contro Roma le popolazioni galliche della pianura Padana. A questo punto Publio Cornelio Scipione l’Africano, contro il volere del senato, che voleva ancora temporeggiare e continuare con la guerra di logoramento, non andò ad attaccare Annibale, che era rimasto isolato sui monti calabresi, ma partì per l’Africa per assalire direttamente Cartagine che fu costretta a richiamare in patria Annibale. Scipione sbarcò in Africa nel 204 a.C., riuscì ad allearsi con Massinissa, re dei Numidi, e riportò un’importante vittoria ai Campi Magni. Con quest’alleanza, oltre la vittoria, il condottiero Romano acquisì la supremazia cavalleresca, la cavalleria era stata, fino a quel momento, la carta vincente di Annibale. Scipione propose a Cartagine delle ben studiate proposte di pace e ottenne il richiamo di Annibale in patria, ovviamente il suo rientro non poteva che significare l’inevitabile ripresa delle ostilità. Nel 202 a.C. nei pressi di Zama ci fu la battaglia decisiva Scipione l’Africano sconfisse Annibale con la stessa tattica di cui il generale Punico fu maestro. Dopo sedici anni la seconda guerra Punica era finita con la vittoria di Roma.

Tra le due Guerre

Cartagine fu costretta a chiedere la pace che fu stipulata nel 201 a.C., le condizioni imposero ai Punici la rinuncia alla penisola Iberica, a ogni possesso nel Mediterraneo, ai territori d’Africa, dati all’alleato Massinissa, a tutta la flotta; fu fatto divieto ai Cartaginesi di scendere in guerra, anche in territorio africano, senza il preventivo consenso di Roma; Cartagine doveva riconoscere il regno di Massinissa, di fatto era obbligata a divenire alleata di Roma, nella condizione di stato semi dipendente senza poter esercitare una propria politica estera; infine dovevano essere riconosciute ai vincitori gravose indennità di guerra in denaro. Le condizioni erano molto onerose ma lasciavano a Cartagine l’autonomia nel suo territorio, anche se ormai la sua supremazia cessò di esistere, Roma aveva raggiunto il dominio nel bacino del Mediterraneo occidentale. Cartagine mentre scontava le “colpe” delle imprese di Annibale, dovette addirittura prestare aiuto a Roma durante le guerre contro Perseo, Antioco III e Filippo V, riprendeva piano piano il commercio, e dava impulso all’agricoltura, in special modo con la coltivazione della vite e dell’olivo, stava dunque risalendo dal baratro in cui era caduta per colpa della guerra. I Romani d’altra parte non dimenticavano l’enorme sforzo bellico sia in termini umani sia in quelli economici, quindi si può ben capire l’attenzione che Roma stava usando per controllare Cartagine, affinché i Punici non potessero di nuovo tornare a essere una potenza economica e militare. La situazione oggi si definirebbe di equilibrio precario ma, ecco che Massinissa, approfittando del trattato di pace che vietavano a Cartagine anche l’autodifesa senza il permesso della città eterna, cominciò a invadere alcuni territori sottraendoli ai Cartaginesi, occupò Emporia, Tisca e Oroscopa. Nel 150 a.C. i Cartaginesi, ormai esasperati dagli atteggiamenti del re Numida, approntarono un esercito, rompendo il trattato, e cercarono di riprendersi Oroscopa ma persero la battaglia, tutti questi avvenimenti però aumentarono i rischi per Roma, poiché se Cartagine, ormai indebolita, fosse stata occupata da Massinissa, si sarebbe venuto a formare un territorio che si sarebbe esteso dall’oceano Atlantico all’Egitto, uno stato militarmente forte e imprevedibile, economicamente molto ricco. Il pretesto c’era il patto era stato rotto e Roma dichiarò guerra a Cartagine e questa volta era intenzionata a distruggerla e a impossessarsi di tutti i suoi territori, era il 149 a.C. e iniziò la terza guerra Punica.

Terza Guerra Punica

Il pensiero del senato Romano era chiaro, Cartagine poteva ancora creare dei problemi e andava distrutta in maniera definitiva, Marco Porcio Catone, che l’aveva visitata, rimanendo stupito della prosperità della città Punica, nonostante le due guerre perse e gravose condizioni di pace che gli furono imposte, divenne un assiduo sostenitore della necessità di una totale distruzione della città, famosa rimase la sua frase “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam”, cioè “Del resto io penso che Cartagine debba essere distrutta”. Il pretesto era innegabile, Cartagine non aveva rispettato il trattato di pace e allora l’esercito romano, forte di ottantamila uomini, quattromila cavalieri, con a capo i consoli Lucio Marcio Censorino e Manio Manilio Nepote, sbarcò nei pressi di Utica. Cartagine si arrese immediatamente prima ancora di combattere, e cercò di compiacere i consoli inviando trecento giovani nobili come ostaggi, e accettò, ancora una volte, le pesanti condizioni che le furono poste, i Punici dovettero consegnare tutte le armi, le macchine da guerra, tutte le armature e quant’altro materiale che poteva essere usato a scopo bellico. I Cartaginesi erano inerti, ma lo scopo dei Romani era ormai irrinunciabile e Censorino comunicò agli ambasciatori Cartaginesi che la città doveva essere distrutta insieme al suo porto, avrebbe però lasciato in vita gli abitanti che potevano ricostruire la città verso l’interno, a una distanza di almeno dieci chilometri dal mare. Era scontato che il popolo Punico si sarebbe ribellato a tale pretesa, prima uccisero tutti gli Italici presenti nella città e liberano gli schiavi, erano persone in più che potevano aiutarli nella difesa della città, poi richiamarono tutti gli esuli, tutti quelli che erano stati banditi dalla città per compiacere Roma, compreso Asdrubale, un comandante Punico che non va confuso né con lo zio né col fratello di Annibale, molti guerrieri Cartaginesi portavano questo nome. Astutamente i Cartaginesi chiesero una piccola tregua per inviare una delegazione a Roma, avendo in questo modo il tempo di riarmarsi anche, se in maniera frenetica e forse un po’ approssimativa, fatto sta che riuscirono a ricostruire spade, scudi e catapulte. Quando i Romani arrivarono sotto le mura di Cartagine trovarono una città ben difesa e dei cittadini pronti a sacrificare la vita per la sopravvivenza della loro patria, l’intero popolo era schierato a difesa della città e Asdrubale era riuscito a ricostruire un esercito. Cartagine fu messa sotto assedio ma l’incapacità dei consoli Romani era evidente e furono sostituiti nel 148 a.C. ma gli insuccessi continuarono finché nel 147 a.C. non fu nominato console Publio Cornelio Scipione Emiliano che sconfisse Asdrubale, che si era schierato a difesa del porto, e lo costrinse a rifugiarsi a Birsa, e distrusse tutte le navi che potevano portare i rifornimenti alla città assediata. Nel frattempo i Romani attaccarono e conquistarono Nefari che, come conseguenza, portò la resa altre città Puniche, i territori Cartaginesi erano, di fatto, in mano ai Romani e Scipione s’impegnò su Cartagine. La città era ormai allo stremo delle forze, senza viveri e forse fu pure colpita da una pestilenza, nonostante ciò Scipione ritardò l’attacco fino al 146 a.C. entrati a Cartagine, i soldati Romani dovettero combattere per almeno quindici giorni tra le strade cittadine, nessun Cartaginese si arrendeva, anche se l’esito della guerra era ormai scontato. Gli storici riportano che gli ultimi superstiti si asserragliarono nel tempio di Eshmun e vi rimasero per almeno un’intera settimana, ma ormai niente poteva fermare i Romani, la città fu saccheggiata, rasa al suolo, incendiata, il porto fu completamente distrutto e cancellato, le mura cittadine abbattute. Alcuni scrittori riportano che fu anche gettato del sale sui campi per impedire coltivazioni future e rendere il terreno arido, quest’ultimo avvenimento forse è vero o forse no, ma certo è che Cartagine, la grandiosa città stato, l’incontrastata regina del Mediterraneo, che aveva messo paura a Roma, era stata annientata e scomparve in un’unica colossale rovina, erano passati circa settecento anni dalla sua nascita. Tutto il territorio divenne la provincia romana di Africa che fu governata da un pretore con sede a Utica, tutte queste nuove conquiste portarono Roma sia alla creazione di nuove provincie sia a governare l’intero bacino del Mediterraneo.

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