Latrina di epoca Romana di via Garibaldi.

by / venerdì, 01 dicembre 2017 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta

I bisogni dei Romani non erano poi diversi da quelli attuali, solo che loro gli espletavano spesso in latrine pubbliche, già stiamo parlando proprio di quel tipo di “Bisogni”, a volte questi locali erano anche affrescati con suntuosi dipinti e spesso pieni di graffiti ironici e allusivi, a volta osceni. Si può dire che non vi è nulla di nuovo sotto il sole, l’uomo moderno non ha neppure inventato le scritte sulle pareti dei bagni pubblici, la vita è sempre uguale ieri come oggi, solo con un po’ più di pudore, infatti, le latrine pubbliche dei Romani erano formate da un solo ambiente con un numero di sedili, più o meno adeguato, posti lungo una fila. La latrina di via Garibaldi né è un valido esempio, ben decorata con pitture e con tanti graffiti tramandateci dagli occasionali “Clienti”, è una di quelle più conservate, ma difficilmente visitabile, purtroppo. Vari anni or sono, per l’esattezza era il 2008, abbiamo avuto la possibilità di vederla, con un permesso speciale ottenuto da un’associazione culturale, la strada per arrivarci era in pratica inesistente, si doveva percorrere un sentiero sconnesso per giungere davanti a una porta di ferro, attraverso la quale si aveva accesso al locale.

In un bel giorno dell’ottobre 1963 alle pendici del Gianicolo, sul pendio che dà su via Garibaldi, crollò una porzione di un muraglione di sostegno del piazzale antistante alla chiesa di San Pietro in Montorio. Da quel crollo vennero alla luce, a circa quattro metri di profondità, due muri perpendicolari in opera mista interrotti alle estremità, pertinenti a un ambiente probabilmente semi ipogeo, si trattava di una latrina pubblica Romana, chiamata “Forica” dai Romani, decorata con affreschi. Questa latrina, era orientata da nord ovest a sud est, le due pareti che si sono conservate sono quella ovest e quella nord, ovviamente fra loro perpendicolari, tutta la parte est dell’ambiente andò perduta, probabilmente nel 1605, forse asportata o inglobata durante la costruzione del muraglione di sostegno, contemporaneamente le murature restanti furono danneggiate. Sempre nel 1963 fu rinvenuto a circa tre metri e mezzo di distanza il proseguimento di una parete, pertanto, l’ambiente doveva appartenere a un complesso più ampio. L’ipotesi è avvalorata dalla probabile presenza di un secondo ambiente, non scavato, comunicante con la latrina stessa, poiché vi è la presenza di un passaggio, ora tamponato, nella parete nord, il quale è sormontato da una piattabanda. I muri rimasti hanno un’altezza di circa quattro metri e mezzo, come, sopra accennato, sono in opera mista e il lato rivolto verso il terrapieno della parete ovest, poiché privo di parametro esterno, fece pensare agli studiosi, che la costruzione fosse addossata alla collina del Gianicolo e di conseguenza parzialmente sotterranea. Una piccola nota: l’opera mista romana, opus mixtum, consiste nella mescolanza di opera reticolata con stipiti e angoli in opera laterizia, mentre per parametro di un muro in opera cementizia s’intende le parti del muro, separate da un’intercapedine, costituita da una mescolanza di malta e di caementa, ossia pietre grezze o frammenti di pietra spezzati o ghiaia. La malta a sua volta è costituita da calce mescolata con sabbia o pozzolana. Le tre parti formano così un muro di notevole resistenza. In definitiva la parete è costituita da una sorta di sandwich formato da due muri in opera reticolata, o laterizio, o mista che racchiudono malta e pietre formando un’unica aggregazione. Torniamo, però, alla latrina di via Garibaldi, lungo le pareti si può vedere un canale largo quaranta centimetri e profondo ottanta centimetri, il quale aveva le sponde rivestite di cocciopesto mentre il fondo era ricoperto di bipedali. I bipedali erano dei mattoni, ossia dei laterizi, quadrati di due piedi di lato, corrispondenti a circa cinquantanove centimetri, che potevano essere suddivisi in otto o sedici triangoli. Il canale era destinato allo scorrimento delle acque sporche, parte del canale andò distrutto nel 1963 quando fu necessario costruire due piloni per il sostegno del terrapieno della piazza sovrastante. Parallelamente a questo canale ce ne era un altro, questo però destinato allo scorrimento delle acque pulite, in esso solitamente erano poste le spugne immanicate da usare per l’igiene personale, perlomeno questo è ciò che ci hanno riportato Seneca e Marziale. Sopra al canale delle acque sporche erano posti i sedili, comunemente, in pietra o marmo detti sellae pertusae, come il nome stesso fa intuire, erano forati al centro per permetterne l’uso. Nel caso della nostra latrina però non ve n’è traccia, quindi gli studiosi hanno ipotizzato che i sedili fossero costituiti da una serie di tavole mobili forate, disposte su supporti collocati su sporgenze, due di queste sono visibili lungo il muro ovest. Altri esempi di questa soluzione sono stati ritrovati in altre latrine sia pubbliche sia private. In un lato del canale fu rintracciato l’imbocco del probabile canale di scarico, che portava le acque verso una fogna, che forse scorreva a valle della collina. Il pavimento era a mosaico bianco e nero, a disegno geometrico, tipico dei primi secoli dell’impero Romano, iniziava a ridosso del secondo canale e la decorazione mostrava un ottagono in cui era inscritta una stella a quattro punte, oggi visibile in piccola parte. Come si è accennato, la decorazione pittorica è ad affresco e lo o schema decorativo che è a registri sovrapposti, è articolato in riquadri rettangolari, separati tra loro da cornici verticali di colore rosso, giallo, verde e blu. I pannelli avevano al centro motivi decorativi, in uno è ancora possibile intravedere una ghirlanda floreale e uno stambecco, In conformità a dei confronti stilistici con altri edifici affrescati, queste pitture sono state attribuite in un arco di tempo compreso tra la seconda metà del II secolo d.C. e i primi due decenni del III secolo d.C., sono poi visibili alcune tracce di una fase pittorica antecedente, dei candelabri vegetali di cui uno sormontato da una piccola figura femminile alata. Quest’ultimo decoro pittorico si rifà a modelli della seconda metà del I secolo d.C., se a ciò si unisce il ritrovamento di tracce di scalpellature, praticate per far aderire il nuovo strato dell’intonaco, si potrebbe avvalorare l’ipotesi, fatta da alcuni, che quest’ambiente appartenesse, in origine, a un complesso abitativo di età Traianea o Adrianea e che in seguito fu destinato all’uso a latrina. Di sicuro interesse sono le numerose incisioni spontaneamente, eseguite dalle persone che usufruirono di quei servizi, in altre parole quelli che oggi chiamiamo graffiti, alcune tracciate con le dita sull’intonaco ancora fresco, raffiguranti quadrupedi, barche, falli, figure umane stilizzate, tre minuti solchi furono lasciati, con le sue piccole dita, da un ragazzo. Non bisogna poi tralasciare le iscrizioni, alcune in greco, tante in latino, talune dal contento molto osceno. Una di natura sia spiritosa sia salutista fu tracciata con uno stilo, da una mano incerta, e recita: ” Pos tantas epulas et suava / vina / ut cunnum lingas / quo cula quo venter” il senso dell’iscrizione tradotta, molto liberamente, è “Dopo aver goduto dei piaceri della tavola è bene fare un salto qui prima di dedicarsi poi, leggeri, ai piaceri dell’amore”. Che altro aggiungere, i romani amavano scrivere sui muri e a volte sapevano essere molto spiritosi, questa latrina rappresenta un altro angolo nascosto di Roma, questa volta molto occultato, ormai quasi impossibile da visitare.

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l’album fotografico. 

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