L’Altare della pace augustea, l’Ara Pacis Augustae o semplicemente Ara Pacis.

by / sabato, 08 giugno 2019 / Published in Archeologia1, Il blog

Cum ex Hispania Galliaque, rebus in iis provincis prospere gestis, Romam redi, Ti. Nerone P. Quintilio consulibus, aram Pacis Augustae senatus pro reditu meo consacrandam censuit ad campum Martium, in qua magistratus et sacerdotes virginesque Vestales anniversarium sacrificium facere iussit”. (Res Gestae Divi Augusti).

Quando, sotto consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia, compiute felicemente le imprese in quelle provincie, il Senato decretò che per il mio ritorno si dovesse consacrare l’ara della Pace Augusta presso il Campo Marzio e dispose che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero un sacrificio annuale”.

Così scriveva lo stesso Augusto tornando da una spedizione pacificatrice, di tre anni, delle provincie di Spagna e della Gallia meridionale, la guerra era terminata in maniera definitiva e il Senato, pensando alla pace, decretò la costruzione nel 13 a.C., di un altare. Un altare che quattro anni, dopo, nel 9 a.C. Augusto dedicherà alla Pace, la P maiuscola non è casuale, infatti, la parola è intesa nella sua eccezione di divinità. In altre parole la Pace fu trasformata in un’entità divina, secondo lo storico Cassio Dione, inizialmente il Senato voleva far edificare l’altare nella Curia, ma in realtà fu edificato nel Campo Marzio. L’Ara Pacis quindi fu costruita in una zona particolare, quella dedicata alle celebrazioni delle vittorie militari. Un luogo particolare, poiché era posto a un miglio, mille e quattrocento settantadue metri, da quel recinto sacro cittadino: il Pomerium, qui un console, al ritorno di una campagna militare, lasciava i poteri concernenti l’imperium militiae, per tornare in possesso di quelli civili che gli spettavano, l’imperium domi. Pertanto questo monumento simboleggiò la pace, lo sviluppo e il benessere, che furono il risultato di ciò che passò alla storia come “La Pax Romana”. Oltretutto, si tratta di uno dei monumenti più belli che l’arte romana espresse nel periodo Augusteo. La consacrazione, quindi, avvenne quattro anni dopo la costruzione e si realizzò con cerimonie solenni, il 30 gennaio del 9 a.C., data che coincise, non casualmente, con il compleanno di Livia moglie di Augusto. Solenni cerimonie a cui parteciparono tutti i membri della famiglia imperiale e le più importanti autorità governative e sacerdotali romane. Il monumento, cui fu dato il nome di Ara Pacis Augustae, aveva due entrate una che dava sull’antica via Flaminia e l’altra verso il Campo Marzio. La scelta della sistemazione non appare per nulla casuale, considerando che l’area del Campo Marzio, Campo di Marte, era tradizionalmente legata al dio della guerra, Marte per l’appunto, e, in generale, ai riti propiziatori per tutte le campagne militari. Posizione importante dal punto di vista politico, non altrettanto da quello del territorio, infatti, l’Ara essendo edificata nei pressi del Tevere, a poche centinai di metri, ben presto subì danni causati sia dall’acqua, durante le esondazioni del fiume, sia per l’umidità. Fin dal II secolo d.C. alcune sue parti si separarono dal corpo della costruzione o si ruppero, inoltre il terreno s’innalzò, per tutto il materiale che il fiume depositava durante le esondazioni, per cui fu costruito un muro di protezione poiché, come riportano alcune fonti, una buona parte del monumento era ormai coperta dal terreno, sembra fino ai fregi figurati. Una cosa importante, oggi l’Ara è posta in un luogo diverso e precisamente sul lungotevere nei pressi del Mausoleo di Augusto, ma questa parte della storia la vedremo tra qualche riga. L’Ara Pacis non sfuggì al destino che accomunò molti monumenti romani, nel Medioevo anch’essa fu trasformata in una cava di marmi e alcune sue parti furono utilizzate in nuove costruzioni. I resti caddero comunque in oblio, completamente ricoperti dalla stratificazione dei terreni che si susseguì nei secoli, fino al XVI secolo, quando, in modo del tutto casuale e, per così dire, fortunato, furono ritrovate alcune parti del fregio esterno nei sotterranei di un palazzo nei pressi di San Lorenzo in Lucina. Le fonti parlano di ritrovamenti avvenuti nel 1538, altre nel 1536, fatto sta che tornarono alla luce alcuni frammenti ma la qual cosa non fu del tutto positiva, anzi… Alcuni reperti finirono in collezioni private, come quella Medicea e quella del Granduca di Toscana, un frammento è ora al Museo del Louvre, un altro ai Musei Vaticani, mentre la Saturnia Tellus finì agli Uffizi, prima di tornare a Roma negli anni trenta del secolo scorso. Passano i secoli ed ecco giungere il 1859 anno in cui si eseguirono altri scavi e recuperati altri reperti, i quali furono riconosciti di pertinenza dell’altare solo venti anni dopo il ritrovamento, una testa è al Museo Barracco a Roma, e un’altra a Vienna in una collezione privata. I primi scavi sistematici e regolari cominciarono nel 1903, ma furono interrotti dopo poco a causa di problemi finanziari e per le difficoltà tecnico logistiche sopraggiunte, i terreni molto intrisi di acqua e gli scavi rischiavano di far crollare le strutture che ormai sorgevano sui resti, però si ricostruì la struttura del monumento. Nel 1937 s’intraprese l’opera di scavo e di ricostruzione, iniziò così il lavoro di assemblaggio dei vari reperti, impresa molto difficoltosa per la scarsità dei frammenti e delle informazioni disponibili. La forma originaria del monumento si poteva vedere solo su alcune monete di epoca neroniana e domizianea. All’apertura ufficiale del Bimillenario Augusteo, Mussolini comunicò la sua decisione di far collocare l’altare nello spazio che fu liberato, nel 1932 tra il fiume e il Mausoleo di Augusto, dagli edifici che avevano sede intorno al Mausoleo stesso. Il 23 settembre 1938, ultimo giorno del Bimillenario Augusteo ci fu l’inaugurazione dell’Ara Pacis, per il recupero dei reperti sparsi per tutta l’Italia, il re Vittorio Emanuele III proclamò un decreto con il quale il Ministro Segretario di Stato per l’Educazione Nazionale aveva la facoltà di concentrare a Roma i frammenti dell’Ara esistenti in altre città del Regno e di trattare il recupero di quelli dispersi in stati esteri. Tutte le parti ritrovate negli scavi e quelle rientrate a Roma furono assemblate in circa nove mesi, mentre per quelle che non fu possibile recuperare furono usati dei calchi. In definitiva l’altare fu ricostruito interamente all’interno nel Museo delle Terme di Roma e posto, in una teca costruita appositamente, dove è attualmente. Le vicissitudini del monumento non terminano qui, chiuso al pubblico e protetto da sacchi di sabbia durante la seconda guerra mondiale, fu di nuovo fruibile dopo non poche polemiche. Polemiche che ancor oggi continuano a investire la nuova teca di protezione, che ha preso il posto della precedente, la quale fu terminata nel 2006 e progettata da un dell’architetto americano: Richard Meier, che fu accusato di aver usato uno stile troppo moderno rispetto agli edifici circostanti. C’è da precisare che sotto il complesso è stata ricavata una grande area espositiva. Lasciamo le polemiche e cerchiamo di descrivere questo imponente, meraviglioso e unico monumento. Come accennato la ricostruzione del monumento fu molto complessa, si trattava di rimettere insieme un gigantesco puzzle con l’ausilio, unicamente, di qualche rara fonte, di alcune monete romane e degli studi effettuati sul campo durante gli scavi. L’altare vero e proprio è circondato da un recinto marmoreo quasi quadrato, i suoi lati misurano: undici metri e sessantacinque centimetri per dieci metri e sessantadue centimetri, l’altezza è di tre metri e sessantotto centimetri. Il recinto presenta due porte, sui lati più lunghi, larghe tre metri e sessanta centimetri e poggia su di un basso podio. L’Ara, che ha una forma rettangolare molto semplice, è posta all’interno del recinto e poggia, elevandosi su tre gradini, su una base, mentre altri cinque gradini davano l’accesso, al sacerdote, al piano dell’altare sul quale si celebravano i sacrifici. I due ingressi consentivano di entrare, girare attorno all’altare e uscire dal lato opposto. La struttura fu progettata senza copertura. Su tutta la superfice del recinto, sia esterna sia interna vi era una decorazione a rilievo molto raffinata e di pregio, che in alcune parti dava il senso di profondità giocando su spessori diversi delle figurazioni. La parte esterna del recinto è suddivisa in due sezioni, una inferiore decorata con motivi vegetali, una superiore con figurazioni, le due parti sono separate da una fascia con motivo a svastica. Quattro pilastri di stile corinzio sono posti agli angoli esterni e altri quatto li vediamo ai fianchi delle due porte, essi sono decorati, all’esterno, con motivi vegetali a imitazione del fiore dell’agave, mentre all’interno sono lisci, vanno a sostenere un architrave completamente ricostruito poiché quello originale è andato perduto.

Decorazioni Esterne.

Abbiamo accennato prima che le decorazioni esterne sono divise in due parti, in alto è visibile un fregio figurato che è diviso in pannelli, sui lati dove vi sono le porte, mentre è continuo negli altri due. Abbiamo quindi quattro pannelli sui lati con le porte, due per ciascuno, mentre il fregio continuo sulle altre due pareti va interpretato come una scena unica. Nella parte bassa, quella sotto la fascia con motivi a svastica, vi sono dei pannelli con girali d’acanto e tra essi, piccoli animali come lucertole e serpenti.

  • Decorazioni dei pannelli sul lato anteriore.

Su i due pannelli del lato anteriore sono raffigurati il Lupercale e il Sacrificio di Enea ai Penati. Purtroppo della scena del Lupercale, posta a sinistra della porta, resta molto poco, ma con un po’ di fantasia si riesce a vedere la mitica storia dei due gemelli, si riesce a scorgere Marte, padre di Romolo e Remo, nonché Dio della guerra e protettore della città. Nella raffigurazione Marte e il pastore Faustolo guardano la lupa che allatta i due gemelli, nei pressi del Ficus Ruminali, ossia il fico sacro, del santuario del Lupercale, lo sfondo è caratterizzato da piante palustri. Ovviamente il pannello rappresenta la mitica fondazione di Roma.

Nel pannello a destra della porta è raffigurato il Sacrificio di Enea ai Penati, qui si vede Enea col figlio Ascanio, per alcuni studiosi si tratta di Augusto, poiché creduto discendente di Venere, del resto Enea era figlio della Dea dell’amore. I due personaggi sono raffigurati presso un altare nell’atto di sacrificare la scrofa bianca di Laurento, insieme a loro ci sono due Camilli, cioè i giovani preposti ad assistere il sacerdote durante un sacrificio. L’altare è di tipo rustico ed è coperto da festoni, il sacrificio era per rendere omaggio ai Penati protettori di Lavinio, città fondata da Enea dopo la fuga da Troia, queste divinità sono raffigurate, mentre assistono alla cerimonia affacciandosi da un piccolo tempio sulla roccia, posto sullo sfondo della scena. Enea è raffigurato con il capo velato, con un mantello che lascia scoperto parte del busto e in mano uno scettro. Il figlio, Ascanio, nella scena è posto dietro al padre, purtroppo di questo rilievo non è rimasto molto, è visibile solo un frammento della mano destra che si poggia a una lancia e una piccola parte delle vesti, proprio per questo alcuni pensano che il personaggio sia Acate, fedele compagno di Enea, o Augusto stesso.

  • Decorazioni dei pannelli sul lato posteriore.

Sull’ingresso posteriore si trovano altri due pannelli, la personificazione di Roma, la Dea Roma, di cui purtroppo rimangono solo pochissimi frammenti, e della Saturnia tellus. Del primo pannello, come detto rimane molto poco, da ciò che resta, gli studiosi hanno riconosciuto unicamente la Dea Roma in vesti di amazzone seduta sopra una catasta di armi posta a simboleggiare la vittoria e la realizzazione, anche se con le armi, di questo periodo di pace.

Il secondo pannello, al contrario del primo, è quello più conservato, si può dire che ci è pervenuto, in sostanza integro, si tratta di una scena allegorica piuttosto complessa. La Dea Saturnia è raffigurata come una Mater Matuta, seduta, in grembo ha due putti e alcune primizie, i lati del personaggio principale ci sono due Ninfe seminude, una è raffigurata seduta su un cigno in volo, in questo modo si è voluto simboleggiare l’aria. L’altra Ninfa è raffigurata seduta su un drago marino, questa ovviamente simboleggia il mare, due animali, il cigno e il drago che dovrebbero rappresentare pace e serenità. La scena ha elementi allegorici anche sullo sfondo, sulla sinistra si può vedere un paesaggio fluviale con canne, un vaso da cui esce l’acqua, mentre il centro e roccioso con fiori e animali, sono ben distinguibili una pecora che pascola e una giovane mucca accasciata a terra. Sulla parte destra lo sfondo diviene un paesaggio marino, l’interpretazione della scena lascia comunque spazio a delle possibilità diverse, c’è chi vede nella figura centrale la Dea Venere Genitrice, chi una personificazione dell’Italia o quella della Pax. L’ipotesi che prende più piede è quella che vede queste interpretazioni fuse insieme, unione da cui scaturirebbe la Pax Romana dell’epoca di Augusto. C’è poi da aggiungere che i culti di Venere e la Dea Roma saranno in seguito accoppiati.

  • Il fregio raffigurante la processione.

Su gli alti due lati del monumento e raffigurata la processione per la consacrazione dell’Ara, il fregio che la rappresenta è suddiviso in due parti una, che si può definire ufficiale, sarebbe quella in cui compaiono i sacerdoti e l’atra un po’ meno ufficiale in cui si leggono figure appartenenti alla famiglia di Augusto. Anche se divisa in due parti, la lettura del fregio va intesa comunque unitaria. La cerimonia viene è avviata dai Littori, i quali facevano parte di una simbolica guardia del corpo, in mano hanno il fascio di verghe legato insieme, queste figure precedono sia gli officianti sia i pontefici, con indosso la toga. Insieme a loro c’è la figura di Augusto con il capo velato e con i panni di Pontefice Massimo. Subito dopo ci sono i Flamini, questi erano i sacerdoti a cui era affidato il culto delle singole divinità, subito dopo appaino i membri della famiglia di Augusto, nel corteo procedono in ordine di successione al trono. Per primo troviamo Marco Vipsanio Agrippa, genero e braccio destro dell’imperatore, un valente generale e un valido architetto, è suo il progetto del Pantheon, vicino a lui è raffigurato suo nipote, un fanciullo di nome Caio Cesare, che poi era il figlio adottivo di Augusto, destinato a essere il successore dell’imperatore non salì mai al trono poiché morì precocemente. La processione prosegue con Tiberio e Livia, poi ancore più indietro vi è Druso, fratello di Tiberio, con la moglie Antonia Minore, a sua volta figlia della sorella di Ottaviano Augusto. Quest’ultima tiene per mano suo figlio Germanico. Seguono Antonia Maggiore, i suoi figli Gneo Domizio Enobarbo, che sarà il padre di Nerone, e Domizia, seguita da suo marito Lucio Domizio Enobarbo, infine vi è un personaggio, non ben identificato, che fa cenno ai bambini di fare silenzio. Sul lato opposto la processione prosegue, ma qui l’interpretazione diviene più difficile, poiché questo lato è poco conservato, oltretutto molte teste dei personaggi, quasi tutte per la verità, furono rifatte nel XVI secolo. La processione, comunque, prosegue con gli Auguri, l‘Augure, in latino Augur, era un sacerdote che aveva il compito di interpretare la volontà degli Dei osservando il volo degli uccelli. È probabile che fossero raffigurati con dipinti o con le con insegne del loro potere, poi venivano i quindecemviri sacris faciundis, questi formavano il collegio sacerdotale al quale erano attribuito la custodia, l’interpretazione dei libri sibillini e la competenza sui culti di origine straniera. È possibile riconoscerli dal Camillo con l’acerra dai simboli di Apollo. La processione continua nuovamente con i personaggi della famiglia imperiale con Lucio Cesare e sua madre Giulia Maggiore, figlia di Augusto a seguire appare un giovane con abbigliamento da Camillo, qualcuno ha identificato questo personaggio con il figlio di Iullo Antonio. Subito dietro appare Claudia Marcella Maggiore con il console Iullo Antonio e la piccola Giulia Minore, dietro ci sono Claudia Marcella Minore, il marito Sesto Apuleio e il figlio. In definitiva la processione, che come detto va interpretata come un unicum, è suddivisa sui due lati, in quattro parti, su ciascuno di questi sono ripartite metà sezione ufficiale e metà di quella pertinente alla famiglia imperiale.

Decorazioni Interne.

La decorazione interna del monumento si può considerare, come quell’esterna divisa in due fasce, una superiore e un’inferiore. Quella inferiore è molto semplice, presenta delle scanalature verticali che simulano uno steccato di legno con delle sezioni verticali. In quella superiore troviamo dei festoni vegetali con fiori e frutta, i quali sono sorretti da bucrani con ghirlande, sopra di quest’ultime, al centro, sono visibili dei phialai, ossia dei recipienti concavi e bassi usati nei rituali. Le due fasce sono divise da un decoro a palmette e fiori di loto, infine, le due sezioni erano completate, in basso, da una cornice di base e in alto, da una di coronamento.

Decorazioni dell’Ara.

All’interno del recinto esterno è posto l’altare vero e proprio, l’Ara, che e formata da un podio con tre gradini su ogni lato, sul quale poggia un basamento con cinque gradini, questa volta, però, sono presenti unicamente sul fronte, qui passava in sacerdote che officiava il sacrificio sulla mensa. Quest’ultima occupa quasi tutto lo spazio interno del recinto da cui e separata unicamente da uno stretto corridoio, il quale presenta una pavimentazione leggermente inclinata verso l’esterno. Ovviamente la mensa era utilizzata per le offerte di animali o quant’altro ed è posta tra due avancorpi laterali. Queste due, per così dire, sponde culminano con un pulvino di coronamento, si tratta di un elemento architettonico strutturale a forma di tronco di piramide rovesciata. Sempre questi elementi presentano, tra gli archi, girali vegetali e leoni alati, mentre l’altare presenta, sullo zoccolo, un decoro con personaggi femminili, in cui qualcuno ha visto un’allegoria alle provincie romane sparse per tutto l’impero. Sul fregio superiore, il quale gira tutto intorno alla mensa, sia all’interno sia all’esterno, vi è la raffigurazione di un rito che era celebrato ogni anno nella ricorrenza della consacrazione dell’altare. Nel fregio, di cui è ben conservata solo la parte sinistra, vi era la rappresentazione delle Vestali e quella del Pontefice Massimo cui seguivano i Camilli, i Sacerdoti Vittimarii, i quali avevano l’incarico di preparare la vittima e di sacrificarla sull’altare, infine vi era la raffigurazione degli animali destinati ai suovetaurilia, un rito di purificazione. Si poteva vedere il sacrificio del maiale, della pecora e del toro, va evidenziato che i rilievi delle figure poste sull’altare hanno uno spessore molto pronunciato, assai diverso di quelle del recinto esterno.

L’Ara Pacis è un monumento in cui s’incontrano stili decorativi e architettonici di origine diversa, nei fregi delle processioni lo stile deriva chiaramente dall’arte greca classica, mentre la creatività ellenistica compare nel fregio e nei pannelli, infine il decoro dell’altare ha uno stile prettamente di arte romana. La presenza di Enea tende a evidenziare la nobile discendenza della Gens Iulia, di cui il mitico eroe raffigurato né sarebbe il capostipite, e dello stesso Augusto. Si può dire che quest’opera evidenzia anche il legame tra Ottaviano Augusto e la Pax, periodo fiorente per l’impero Romano, quindi l’esaltazione e la celebrazione dell’imperatore stesso.

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