La villa di Livia a Prima Porta.

by / sabato, 25 novembre 2017 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta, Viaggiando .....

Livia Drusilla Claudia era la moglie dell’imperatore Cesare Ottaviano Augusto, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone, in prime nozze sposò Tiberio Claudio Nerone, un politico e nobile romano, da quest’unione nacque Tiberio, il futuro imperatore. Durante la gestazione di un secondo figlio, Druso, si separò dal marito e sposò Augusto nel 38 a.C., che si era follemente innamorato di lei. Augusto abbandonò la precedente moglie Scribonia, ma non fu unicamente amore, questo matrimonio, infatti, rendeva permanente l’alleanza tra le due più potenti famiglie dell’epoca, la Giulia di Augusto e la Claudia di Livia, un’alleanza che fu alquanto strategica. Augusto circondò Livia di attenzioni e di onori, per testamento la assunse nella famiglia Giulia con il nome di Augusta. Livia ebbe per Ottaviano un’affettuosa devozione, ma fu anche sua consigliera e svolse una parte importante, per la successione, riuscendo a sostenere il figlio Tiberio. I due coniugi ebbero un lungo matrimonio, che durò cinquantuno anni, non ebbero figli, ma, fecero da modello per le famiglie romane e furono una coppia molto affiatata che viveva, in maniera non troppo lussuosa, nella casa sul Palatino. Alcune fonti riportano che Livia non indossava gioielli costosi né vestiti appariscenti, sembra che si prendesse cura personalmente della casa oltre che del marito.

La villa di Livia, nelle fonti antiche è chiamata “Ad Gallinas Albas”, per ricordare un evento leggendario di cui fu protagonista Livia mentre si recava nei suoi possedimenti. Scrive Plinio: “Namque Liviae Drusillae,quae postea Augusta matrimonii nomen accepit,cum pacta esset illa caesari, gallinam conspicui candoris sedenti aquila ex alto abiecit in gremium inlaesam,intrpideque miranti accessit miraculum. Quoniam teneret in rostro laureum ramum onustum suis bacis, conservari alitem et subolem iussere haruspices ramumqueeum seri ac rite custodiri: quod factum est in villa Caesarum fluvio Tiberi inposita iuxta nonum lapidem Flaminiae viae, quae ob id vocatur “ad Gallinas”, mireque silva provenit. Ex ea triumphans postea caesar laurum in manu tenuit coronamque capite gessit, ac deinde imperatores Caesares cuncti.” Che in italiano dovrebbe essere: ”Ci sono episodi che hanno come protagonista il lauro, avvenuti al tempo di Augusto. Infatti un’aquila lasciò cadere dall’alto, illesa, una gallina bianca in grembo a Livia Drusilla, che in seguito assunse il nome di Augusta derivato dal matrimonio, quando quella era ancora promessa a cesare e mentre lei guardava senza paura si aggiunse un altro prodigio, poiché teneva sul becco un ramo di alloro carico delle sue bacche gli indovini comandarono che si conservasse la gallina e la sua prole e che quel ramo o fosse piantato o fosse devotamente custodito. Questo fu fatto nella villa dei Cesari costruita sul fiume Tevere presso il nono miglio sulla via Flaminia che per questo è chiamata “Alle galline” e vi crebbe miracolosamente un bosco. Cesare poi trionfando tenne in mano un ramo e portò in testa una corona e successivamente tutti i Cesari imperatori.” Leggenda a parte la villa fu edificata sulla collinetta che domina il Tevere là dove la via Flaminia s’incrocia con la via Tiberina, nel quartiere di Prima Porta, il toponimo risale al 1225, fu nel Medioevo che il piccolo borgo, sorto al 13° km della via Flaminia, sui resti di antiche costruzioni romane, assunse questo nome. Come accennato prima i Romani indicavano quel luogo con il toponimo di “Ad Gallinas Albas”, cioè “alle Galline Bianche”, per la presenza della villa imperiale di Livia, oppure di “Rubrae” in riferimento ai “Saxa Rubra”, ovvero “Rocce Rosse”, che sono identificabili con il costone tufaceo visibile dalla Via Flaminia. Infine Marziale parla di “Mutatio ad Rubras”, in altre parole “Cambia a Rosso”, poiché i viaggiatori, che percorrevano la Via Flaminia si fermavano lì per i cambi dei cavalli e per ristorarsi.

Il complesso residenziale, che in epoca moderna ha vissuto vicissitudini spesso disastrose, si articolava in tre zone distinte con funzionalità diverse, vi era un settore privato, a uso esclusivo dei proprietari; uno di rappresentanza, con grandi locali disposti intorno ad un peristilio; un settore dedicato agli ospiti incentrato su una grande aula, costruita sopra il triclinio estivo, dove si poteva ammirare il magnifico, spettacolare e incantevole affresco a giardino. Si tratta, quindi di una villa extraurbana edificata tra il 39 a.C. e il 38 a.C. su delle strutture di epoca repubblicana ed era ovviamente destinata all’otium. Dalla Via Flaminia partiva un diverticolo, lastricato con un basolato di trachite leucitica e di calcare bianco, munito di paracarri, il quale conduceva all’ingresso della villa. L’impianto residenziale si sviluppava su di un terrapieno artificiale posto sull’altorilievo di tufo, in tal modo lo sguardo dell’osservatore poteva spaziare sulla valle circostante e sul Tevere. Vicino all’ingresso e rasente alla strada vi era una grande cisterna di forma rettangolare in opera cementizia, mentre la parte terminale del diverticolo era delimitato da due muri. Si raggiungeva così l’ingresso che presentava una soglia in travertino su cui vi erano i cardini e i fori per i paletti atti a ospitare una porta a due battenti. La soglia e i fori sono ancora oggi visibili. Prima di oltrepassare la soglia una piccola premessa, la villa in passato era molto nota, infatti, fin dalla caduta dell’impero Romano fu depredata, come spesso accadeva, dei suoi tesori, delle decorazioni, dei marmi e del materiale riciclabile, ma, poi fu dimenticata. Durante la seconda guerra mondiale il comando tedesco usò la villa di Livia come postazione strategica, poiché era a picco sulla valle del Tevere, di conseguenza gli alleati la bombardarono. Passando la soglia si entrava in un vestibolo e subito dopo in un atrio, che subì un restauro nel II secolo d.C., in esso vi è un impluvium, con una vasca che presenta una decorazione a mosaico. Molto interessante il lato meridionale dell’atrio, il quale ci fa scoprire una sala con ben tre strati diversi e sovrapposti di pavimentazione, uno in opus signinum, una sorta di cocciopesto, e due in mosaico. Questo locale era affiancato da un corridoio, mentre i locali visibili al lato dell’ingresso sono di epoca severiana tra cui si può riconoscere una latrina. Quasi tutta questa zona fu raggiunta, purtroppo dai bombardamenti alleati. La zona privata può essere suddivisa in due nuclei, uno formato da ambienti rettangolari posti verso il giardino e da un passaggio, tra il giardino e il vestibolo adiacente alle cubicula, ovvero le stanze da letto. L’altro, più importante, è quello che si può definire il vero e proprio appartamento privato. Quest’appartamento si sviluppava attorno a un giardino, probabilmente coltivato con piante officinali, che presentava un portico sul quale si aprivano: due cubicula; un’exedra, che era una sorta di soggiorno; due ambienti che servivano per mettere in comunicazione questo spazio con il peristilio della parte residenziale. Il portico era a tre ali e presentava un bel pavimento musivo bianco e nero. Attraverso un corridoio, anche qui era possibile camminare su un pavimento decorato a mosaico con disegni geometrici ed eseguiti con tessere bianche e nere, si giungeva alle terme e ai locali di servizio a esse competenti. Il complesso termale, realizzato probabilmente in due fasi, in età Flavia e in quella Severiana, ha subito molti crolli nonostante ciò è ben definita la pavimentazione, dei locali delle terme, che era in mosaico con tessere bianche e nere, mentre quella degli ambienti di servizio era in opus spicatum. Sotto i pavimenti vi era un’intercapedine, dove circolava l’aria che riscaldava gli ambienti termali, le vasche, e passaggi di servizio. Va evidenziato che alcuni locali, costruiti in età Flavia cambiarono destinazione d’uso dopo i restauri e i rifacimenti avvenuti in età Severiana, nella fattispecie il tepidarium fu trasformato in frigidarium, si trattava di una sala pavimentata con lastre di forma rettangolare e contenente due vasche, una delle quali aveva sul fronte un parapetto e la parete di fondo curvilinea. Il calidarium fu trasformato in spogliatoio, l’apodyterium, anche questo locale conteneva due vasche, una rettangolare e l’altra semicircolare. Un grande giardino era parte integrante della zona privata, era di forma quadrangolare incorniciato, su tre lati, da un portico diviso da pilastri e coperto, le pareti furono dipinte prima di rosso e in seguito di giallo con alcuni particolari blu e bianchi. Il giardino in realtà non era altro che una vasta terrazza che sul lato meridionale, quello privo di portico, permetteva di osservare la vallata del Tevere dall’alto. Nel giardino non mancavano vasche e fontane né alberi da frutta, nella parte centrale, per mantenere fede alla leggenda, furono messe a dimora sessantaquattro piante di alloro, conosciute anche come lauro, esse erano contenute in grandi vasi di argilla, le ollae, e formavano il cosiddetto Lauretum, un boschetto di lauro, dall’aria sacra, “…Ex ea triumphans postea caesar laurum in manu tenuit coronamque capite gessit, ac deinde imperatores Caesares cuncti”. Per drenare dall’acqua e fertilizzare il terreno furono utilizzati dei molluschi, ovviamente non mancavano aiuole, mentre alcuni arbusti, anch’essi piantati in ollae, ricoprivano il ruolo di recinzione, per lato privo di portico. La zona di rappresentanza e caratterizzata da un grande peristilio intorno al quale si sviluppano gli ambienti. Questi locali voluti da Augusto furono restaurati e riadattati nei secoli successivi, quello che si vede oggi sono i resti di questi rimaneggiamenti, il peristilio inizialmente era composto da un giardino, il vividarium, che era delimitato da un portico e il suo pavimento era in arte musiva. In età Flavia nel giardino fu ricavata una natatio, una vasca, il suo bordo, però, fu decorato solo in età Severiana, fu eseguito un bel mosaico raffigurante un Thiasos marino. Per Thiasos marino s’intende quel complesso di esseri acquatici che accompagnano Poseidone e la sua sposa Anfitrite nel loro viaggio sul mare, si tratta di tritoni, sirene, ippocampi, nereidi, delfini e cetacei vari, in questo caso appaiono ippocampi e mostri che si dirigono verso la maschera di Oceano. Girando intorno al peristilio, partendo da nord est si possono vedere: un triclinio, l’ambiente adibito a sala da pranzo e alle libagioni e tre sale di uso non ben definito. Passando sul lato nord s’incontrano: un corridoio; due locali confinati con le terme, entrambi affrescati e con mosaici pavimentali formati da tessere bianche e nere, uno era una sala di rappresentanza e l’altro il tablinio, cioè l’ambiente più importante. Proseguendo si arriva sul lato sud ovest si giunge all’hibernaculum, in altre parole l’appartamento invernale che era racchiuso dal porticato della facciata scenografica della villa. Quello che più interessa è la sala semi ipogea che si trova su questo lato, in essa, infatti, aveva le pareti magnificamente affrescate con il famoso motivo “A Giardino Romano”, dipinti che furono danneggiati durante la seconda guerra mondiale, ora si possono ammirare in una sala, appositamente realizzata, nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, dove, nel 1951 si decise di portarli. Questa sala semi sotterranea era caratterizzata da una volta a botte, da stucchi policromi e dipinti con vittorie alate e scene con personaggi, queste decorazioni oggi le possiamo solo immaginare poiché non ne è rimasto nulla o, quasi, dei riquadri di stucco policromo sono conservati a Palazzo Massimo. Nella parte alta delle pareti vi erano delle finte stalattiti che davano all’insieme un’apparenza di grotta, come si è detto, le pareti questa sala erano affrescate “A Giardino Romano”, sembra che sia l’esempio più antico mai trovato di questa tecnica decorativa, i dipinti di questo locale, che misura quasi sei metri per oltre undici metri e cinquanta centimetri, correvano, senza interruzioni, su tutte le pareti e raffiguravano un vero e proprio archivio botanico e avicolo. Le decorazioni raffigurano sessantanove specie di uccelli e oltre novanta varietà vegetali, caratterizzate da diverse gradazioni di colore, inoltre sono riprodotte staccionate e balaustre. Si tratta di pitture di una bellezza straordinaria, da uno sfondo sfuggente e verde, si stacca un bel cielo turchese, in una simmetria che mostra sia l’illusione del movimento degli uccelli in volo sia le cime dei rami che si piegano al vento. Continuando a osservare con cura i dipinti si riesce a percepire la loro profondità, data dai particolari ben delineati delle piante in primo piano e da quelli più sfumati di quelle più lontane. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che questa sala fosse un triclinio estivo, forse un angolo dove stare al fresco nei giorni più caldi della stagione. Prima di passare alla zona per gli ospiti, è opportuno menzionare che sul lato sud del peristilio si affacciano tre grandi aule le quali avevano una pavimentazione in opus sectile, oggi se ne possono vedere soltanto pochi resti. La zona per gli ospiti corrispondeva alla parte più esterna di quella di rappresentanza, le stanze di questa zona erano largamente affrescate e sono quelle che si sono conservate meglio, anche se dell’alzata dei muri rimane solo una piccola parte. Selle pareti di uno degli ambienti vi era uno zoccolo rosso con motivi floreali sopra di questo vi erano dei pannelli in cui furono raffigurati: componenti architettonici, elementi vegetali stilizzati e figure di animali. Il pavimento è in mosaico con fondo bianco. Un corridoio aveva uno zoccolo rosso scuro, sopra il quale vi erano pannelli orizzontali in cui furono raffigurati, tra girali e testine, un centauro marino e un delfino, alternati a un centauro marino e a un granchio, a loro volta intervallati a riquadri con candelabri. In un altro ambiente è da notare che, su un pavimento semplice fu in seguito sovrapposto un mosaico in cui sono raffigurati i Geni insieme a dei tralci, al centro vi è poi un trono con, seduto sopra, un personaggio che alcuni studiosi hanno identificato con Saturno o Plutone. Sono ben distinguibili anche una latrina e alcuni altri ambienti, quasi tutti con pavimenti a mosaici bianchi e neri, una sala, però, presenta una pavimentazione in opus sectile. Infine ci sono degli ambienti sotterranei di servizio a cui si poteva accedere tramite una scala, una prima rampa terminava su di un pianerottolo su cui vi erano due forni in laterizio. Scendendo la seconda e ultima rampa di scale si giunge in un ambiente da cui si diramavano cunicoli sicuramente attinenti al servizio di riscaldamento per le terme, le quali erano collegate, alla zona per gli ospiti, tramite un corridoio che aveva un mosaico a disegni geometrici, eseguito con tessere bianche e nere. Ovviamente la villa era dotata di un impianto fognario e d’impluvium per la raccolta dell’acqua piovana dai tetti, la quale veniva, poi, incanalata in una capiente cisterna.

Con la caduta dell’impero il sito cadde in abbandono e divenne, come tanti altri una cava di materiali e di opere d’arte. I primi scavi sistematici risalgono al 1863 o 1864, fin da subito si capì l’importanza del ritrovamento, infatti, ben presto venne alla luce la statua di Augusto, portata ai Musei Vaticani, poiché questi terreni, all’epoca, appartenevano alla chiesa, e si scoprirono alcuni ambienti sotterranei, come la sala semi ipogea affrescata “A Giardino”. Nel 1870 l’area fu venduta a dei privati e fu usata per le coltivazioni, quindi i resti degli edifici, subirono un successivo scempio dovuto all’esigenza di arare il terreno, segni devastatori che si vedono molto bene sul pavimento di un ambiente intorno al peristilio. E tanto per non fermarsi negli scempi, la ricostruzione della volta della sala affrescata “A Giardino”, comportò la distruzione quasi totale di un ambiente di rappresentanza della villa, che aveva il pavimento e pareti ricoperte in marmo. Purtroppo durante il bombardamento del 1944 un ordigno danneggiò quest’ambiente già probabilmente deturpato dalla presenza di un bivacco militare tedesco, le bombe ovviamente causarono anche grandi crolli e deturpazioni delle decorazioni della villa. Nel 1951 fu presa la decisione di staccare i dipinti e di ricomporli in una sala costruita appositamente a Palazzo Massimo, ma solo nel 1973 la villa divenne proprietà pubblica e fu istituito un parco aperto a tutti e finalmente nel 1982 si è iniziato il restauro delle strutture, che mai come in questo caso, si possono definire sopravvissute.

Come detto, i reperti più importanti non furono lasciati in loco ma trasferiti, principalmente, in due musei, per esempio un cratere marmoreo, tre busti imperiali, un vaso di marmo e la statua di Augusto loricato, ovvero con la corazza da combattimento, furono portati e sono tuttora visibili nei Musei Vaticani, mentre gli affreschi della sala semi ipogea sono visibili al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massino. Va però ricordato che all’interno dell’area è stato realizzato un Antiquarium, dove sono conservati piccoli reperti, ma alcuni molto interessanti, per esempio vi sono una serie di bolli, notevoli dal punto di vista storico, interessanti parti di decorazioni in opus sectile e porzioni di affreschi. Se è vero che una capitale come Roma offre un centro storico affascinate e unico al mondo, è anche vero, però, che una città come questa presenta, anche nelle periferie, gioielli storici e artistici interessanti e preziosi, anche se a volte nascosti.

 Clicca e vedrai le foto della Villa di Livia Drusilla Claudia.
 Clicca e Vedrai i più importanti reperti della villa di Livia trasferiti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo e ai Musei Vaticani.  

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