La Villa dei Sette Bassi.

by / lunedì, 10 aprile 2017 / Published in Archeologia1, Il blog

La Villa dei Sette bassi è situata su una piccola altura al VI miglio della via Latina, attualmente tra la via Tuscolana e via delle Capannelle, corrispondente alla località di Osteria del Curato e all’interno del parco regionale dell’Appia Antica. Dopo la Villa dei Quintili è il complesso più grande del suburbio romano, con la quale, proprio per la sua estensione, condivise in passato il toponimo di “Roma Vecchia”. La denominazione “Sette Bassi” deriva, forse, dal nome di uno dei proprietari, un certo Settimio Basso, che fu prefetto negli anni dal 317 d.C. al 319. Il complesso comunque fu costruito all’epoca di Antonino Pio tra il 138 d.C. e 161 d.C., fu frequentato almeno fino all’inizio del IV secolo, ma, restaurato almeno fino al VI secolo, per poi essere abbandonato e adibito a pascolo degli animali della campagna romana. L’imperatore Costantino donò la Villa e tutto il fondo, vi è un documento in cui è citato come Fundum Bassi, alla basilica di San Giovanni in Laterano. Come spesso accadeva, la Villa fu edificata su una precedente costruzione, una fattoria repubblicana di tardo periodo e un piccolo borgo agricolo che alcuni studiosi hanno identificato come “Pagus Lemonius”, tale insediamento divenne il quartiere rustico del nuovo complesso. La parte centrale della Villa, cioè il palazzo residenziale, fu costruito in tre distinte fasi, ma, in rapida successione, quindi tre edifici separati uniti per gli angoli, lungo una linea diagonale. Il primo edificio era a pianta quadrata, databile intorno al 135 d.C., di cinquanta metri per lato, costruito totalmente il laterizio, non presentava finestre verso l’esterno. Le numerose stanze, di cui era composto l’edificio, si aprivano su un peristilio interno, un giardino colonnato. Il secondo edificio era a pianta rettangolare, databile intorno al 140 d.C., costruito in opera mista, di quarantacinque metri di lunghezza e venticinque di larghezza, era posto a sudovest del peristilio della costruzione precedente. Da notare che era un edificio privo di utilità, si trattava di una struttura legata solo all’ostentazione delle proprie possibilità economiche. La costruzione presentava un ampio emiciclo, parzialmente scoperto e sporgente, con vista panoramica sul giardino, le sale erano ampie e destinate unicamente alla rappresentanza, probabilmente dovevano essere ben decorate. Il terzo edificio era sicuramente il più sfarzoso, databile tra il 140 d.C. e il 150 d.C., anch’esso costruito in opera mista, presenta grandi sale e impianti termali. Oltre che più sfarzosa questa costruzione era anche la più grande e fu costruita su due livelli, questo anche perché il terreno, dove poggiava, era più basso di quello su cui si reggevano gli altri due edifici. Presentava quindi sale a due piani, un impianto termale, due criptoportici e alcuni ambienti di servizio. L’edificio era occupato per circa metà dalle terme, a cui si affiancavano un’ampia sala e altre aule minori, con un doppio ordine di finestre. Quest’impianto centrale era all’estremità di un esteso e ampio giardino occupato, per la maggior parte, da un ippodromo privato, restano visibili i cancelli da cui partivano i cavalli, i carceres, costruiti in opus vittatum. Piccola parentesi: l’opera listata o opus vittatum è una tecnica edilizia romana nella quale il nucleo di della muratura è costituito da strati in laterizio alternati ad altri di diverso materiale, come e specialmente, da blocchetti di tufo poco più grandi dei mattoni. E’ stato calcolato che l’ippodromo avesse grandi dimensioni, circa trecentoventi metri per novantacinque metri, vi era un criptoportico chiuso esternamente da un muro, alle cui estremità vi erano tre edifici circolari con un diametro di circa tredici metri. E’ probabile che corresse, intorno all’area dell’ippodromo, anche una pista per gli esercizi ginnici e per eventuali gare. Oltre al nucleo centrale vi erano altre costruzioni sparse per tutto il perimetro: abitazioni, magazzini, templi, e cisterne, in gran parte legate alle attività quotidiane, domestiche e agricole della popolazione rurale della Villa. Si deve precisare che non tutto il terreno è stato sottoposto a scavi archeologici, ma si possono ben distinguere: un piccolo tempio, risalente al II secolo d.C., costruito in laterizio, coperto con volta a botte e sul prospetto presentava una doppia fila di finestre, al suo interno vi era un’abside rettangolare, dove era posta la statua della divinità venerata; una cisterna che presenta, all’esterno una serie di nicchie, mentre l’interno era diviso in due parti, è qui che confluiva un ramo dell’acquedotto dell’Acqua Claudia, anche se, ultimamente è stata elaborata l’ipotesi che il ramo prendeva l’acqua dall’Anio Novus,  il quale correva sopra all’acquedotto Claudio; è stata anche individuata una costruzione, staccata dalla principale, per accogliere gli ospiti; infine vi erano edifici, probabilmente amministrativi e di servizio per l’amministrazione del fondo. Questa Villa è soltanto parzialmente scavata, non del tutto indagata, e i resti, se pur maestosi, non sono in ottimo stato di conservazione, ma, nonostante ciò, rappresenta una parte ricca, importante e storica del patrimonio archeologico romano, del resto nulla può deluderci se parliamo di ciò che è possibile vedere o trovare sulla “Regina Viarum”, cioè la Via Appia Antica.

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