La Villa dei Quintili e Santa Maria Nova.

by / lunedì, 20 Marzo 2017 / Published in Archeologia1, Il blog

La Villa dei Quintili è un sito archeologico romano che si sviluppa tra il V miglio della “Regina Viarum“, cioè l’Appia Antica, e il VII chilometro dell’Appia Nuova, si estende verso nord sull’altura che si formò in seguito alle eruzioni del vulcano laziale. In quel V miglio in cui la leggenda narra fosse avvenuto, ai tempi di re Tullio Ostilio, il duello tra Orazi e Curiazi e dove si trovano le loro tombe. Un’antica leggenda, a cui però i Romani erano molto legati, considerando che sentenziò la supremazia della “Città eterna” su Alba Longa, preesistente alla nascita di Roma. Questa Villa, del suburbio romano, era di dimensioni largamente estese, seconda solo a Villa Adriana, le rovine si estendono per un territorio così grande che gli archeologi dei secoli passati, ipotizzarono fosse addirittura piccola città, alla quale fu dato il nome di “Roma Vecchia”. Invece si tratta proprio di una villa che fu costruita per volontà di Sesto Quintiliano Condiano e Sesto Quintiliano Valeriano Massimo, due fratelli della nobiltà romana, molto ricchi e grandi proprietari terrieri, nonché consoli. La villa aveva un ingresso monumentale lungo l’Appia Antica, sorgeva, come si è già accennato, su quell’altura che in tempi molto antichi si formò per le eruzioni vulcaniche, e si estendeva verso nord fino a un corso d’acqua, oggi chiamato “Fosso dello Statuario”, di natura torrentizia, il quale si formò, per erosione, ai piedi del poggio. I due fratelli molto in auge durante il periodo di Antonino Pio e di quello di Marco Aurelio, non ebbero una felice sorte, come ci ha tramandato Cassio Dione, infatti, la loro fortuna terminò nel momento in cui l’imperatore Commodo divenne avido nei loro confronti e per impadronirsi delle loro ricchezze e possedimenti, li accusò di congiura contro la propria persona e nel 182 d.C. li fece giustiziare. Non si ha la certezza che gli avvenimenti andarono proprio in questo modo, fatto sta che durante il regno di Commodo la Villa divenne proprietà del demanio imperiale. L’imperatore amò soggiornarvi per lunghi periodi, fece eseguire vari lavori di ampliamento trasformando la Villa in una vera e propria residenza imperiale suburbana. La proprietà imperiale passò, alla morte di Commodo, ai Severi e poi ai Gordiani, questi ultimi nel III secolo d.C. fecero eseguire modifiche significative ad alcune strutture, come sembrano comprovare le analisi effettuate su alcuni bolli laterizi ritrovati. È certo che questo complesso mantenne il suo status di Villa Imperiale per tutto il III secolo d.C., ma, visti i ritrovamenti di alcuni bolli laterizi, relativi all’epoca di Teodorico, si può presumere che questa rimase in uso fino al VI secolo d.C., se pur parzialmente. A questo periodo, dell’Alto Medioevo, sono anche attribuibili alcuni resti di ceramiche e sepolture rinvenute in alcuni ambienti, dopo di che, la Villa, andò lentamente e inesorabilmente in rovina. La storia prosegue, come per quasi tutte le antiche proprietà imperiali, con l’acquisizione da parte di alcune istituzioni ecclesiastiche. Nel X secolo la zona entra nel patrimonio del monastero di Sant’Erasmo al Celio; nel XII secolo è annoverata nelle proprietà di Santa Maria Nova, che poi prenderà il nome di Santa Francesca Romana; nel XVIII secolo la tenuta divenne proprietà dell’Ospedale del Santissimo Salvatore ad Sancta Santorum, che poi prenderà il nome di Ospedale di San Giovanni; infine una data ben precisa, nel 1797 la tenuta fu acquistata da Giovanni Raimondo Torlonia. La villa divenne proprietà dello stato italiano nel 1985 ed è oggi fruibile al pubblico per circa ventiquattro ettari, che comunque, costituiscono solo una parte dell’estensione originaria, alcuni resti sono in proprietà private. Il complesso fu chiamato, fin dal XV secolo, anche “Statuario”, per la grande quantità di statue che tornavano alla luce durante gli scavi, l’attribuzione ai due fratelli Quintili avvenne solo nel 1828, quando furono ritrovare fistule di piombo che riportavano la scritta: “Quintilii Condianus et Maximus”. La Villa si articolava in vari nuclei ben distinti l’uno dall’altro, aveva quindi una struttura complessa ed era corredata di tutte le caratteristiche che erano proprie delle più ricche ville romane dell’epoca. Si possono distinguere almeno cinque nuclei diversi: il complesso termale, lo stadio, il nucleo residenziale, il giardino e l’ippodromo. Partiamo dall’ingresso, il quale presenta al centro due colonne con i loro basamenti e ai lati pilastri di laterizi, il pavimento era formato da un mosaico con tessere bianche e nere, oggi se ne può vedere solo qualche minima traccia. Appena dopo l’ingresso, una nicchia semicircolare coperta da una semicupola, oggi andata perduta, conteneva una fontana, vi era anche un piano superiore con cinque nicchie, probabilmente un ninfeo con fontane alimentate dall’acquedotto. Il tutto formava, verso l’Appia Antica, un ingresso, a dir poco, monumentale. Nella Villa troviamo un sistema di condotte, cisterne e un acquedotto, un ramo del Marcio, che permettevano l’approvvigionamento idrico. Una caratteristica è evidente, si possono distinguere facilmente due fasi costruttive la prima risalente ai quintili, la seconda si può riferire a quando Commodo trasformò la proprietà in residenza imperiale. In definitiva l’ingresso era costituito da tre sfarzosi e ricchi passaggi che terminavano con il ninfeo, il tutto presentava decori di generi e stili diversi, rivestimenti di marmo e statue. Subito dopo l’ingresso si entrava nel giardino che fu ampliato, rispetto al disegno originale, in una fase successiva. Confinante col giardino vi era una cisterna collegata al muro di confine attraverso una serie di arcate, quest’ultime furono chiuse nella fase successiva. Avanzando verso nord si giunge nella zona termale formata da grandi ambienti, una stanza rettangolare che misurava quasi quattordici metri per circa dodici metri, con caratteristiche finestre ad arco; intorno a questa sala vi erano altri ambienti minori. L’aula rettangolare era strutturata su due piani, al centro vi era la piscina rivestita di marmi pregiati, oggi non più visibili. Le terme erano articolate su due livelli, nel primo troviamo le vasche di acqua calda, si possono vedere le stanze in cui era riscaldata l’acqua e l’intercapedine in cui era fatta circolare l’aria calda. Nel secondo vi erano le vasche per l’acqua fredda, ancora oggi si può osservare sistema usato per immettere e scaricare l’acqua. Nel complesso vi era anche una stanza circolare di circa trentasei metri, il cosiddetto “Teatro Marittimo”, luogo tranquillo probabilmente usato per riposarsi e passeggiare dopo i bagni nelle terme. E’ superfluo dire che gli ambienti erano riccamente decorati, offrivano, alla vista, pavimenti di marmo policromi, rilievi e sculture, oggi sparsi in varie collezioni pubbliche, private e nella “Collezione Torlonia”. Della zona residenziale sono rimasti solo pochi resti e qualche sostruzione ma, in origine quest’area sorgevano grandi edifici intorno ad un cortile rettangolare. Un cortile pavimentato con lastre di marmo policromo; dipinti, affreschi, stucchi e marmi decoravano le pareti e i pavimenti degli ambienti, anche le volte dei piani superiori erano abbellite da stucchi e pitture. Tutte le stanze avevano una caratteristica comune, erano tutte riscaldate da un sistema di tubi di terracotta, inseriti nelle intercapedini delle pareti, i quali erano percorsi dall’aria riscaldata. Vi era una stanza, di forma ottagonale, adibita per i banchetti, qui il riscaldamento avveniva attraverso tubi che percorrevano il pavimento. In questa sala, dedicata al ricevimento degli ospiti, facevano bella mostra un monumentale ninfeo e un criptoportico. In una parte più appartata vi erano gli appartamenti privati con i cubicola, le stanze da letto, probabilmente uno studio e altri locali tra cui quelli per la servitù. Altri locali di servizio si trovano più a nord, ne restano solo minime tracce. Verso est vi era uno stadio, probabilmente voluto da Commodo, il quale amava gli spettacoli gladiatori e ai quali, come la leggenda racconta, a volte partecipava. Vi è poi un grande spazio, circa cento metri per quattrocento metri, che è stato identificato come il “Grande Ippodromo”, sicuramente fu aggregato alla villa in una fase molto più tarda. Forse era destinato a delle gare per allietare gli abitanti della Villa e i loro ospiti, ma, quasi tutti gli studiosi sono concordi nel supporre che non si trattasse di un vero e proprio ippodromo, in realtà, era più che altro, un giardino a forma d’ippodromo. Se così fosse, probabilmente aveva, sui lati, statue, viali alberati e fontane. Un vecchio e ampio locale, probabilmente in antichità una stalla, e stato adibito ad Antiquarium dove vi sono conservati i reperti ritrovati negli scavi dall’inizio del Novecento. Nella sala sicuramente spicca, per la sua imponenza una statua di Zeus seduto su una roccia, si possono poi vedere statue di Ercole, Niobe, ritratti, erme, rilievi, monete, frammenti di affreschi parietali, decorazioni architettoniche e un grande capitello costituito dal corpo di un animale fantastico. Tutti i ritrovamenti avvenuti prima del Novecento sono, come si è già accennato, nei Musei Vaticani e sparsi in varie collezioni pubbliche nonché private, come quella della famiglia Torlonia. La prima notizia di un ritrovamento in quest’area risale al 1485, si tratta di un sarcofago con il corpo ben conservato di una giovane, ma i primi scavi archeologici, sistematici, furono eseguiti tra il 1787 e il 1792 per volontà di Pio VI. I reperti ritrovati in questo periodo sono conservati, per la gran parte nei Musei Vaticani, ma anche, nella Gliptoteca di Monaco, nel Louvre e in collezioni private, le più note sculture, di questi ritrovamenti, sono la cosiddetta Afrodite Braschi, l’Apollo citaredo e due esecuzioni del Fanciullo con l’oca. Gli scavi proseguirono nel 1797 e tutto il materiale ritrovato andò ad arricchire la collezione Torlonia, i nuovi proprietari, così come quelli rinvenuto da Antonio Nibby tra il 1828 e 1829, fu durante questi scavi che furono ritrovate le fistule di piombo con il nome dei Quintili, ciò consentì di attribuire ai due fratelli la proprietà della Villa. Altri materiali, che continuarono ad arricchire la collezione Torlonia, vennero dagli scavi effettuati tra il 1834 e 1840. Una grossa campagna di scavi avvenne tra il 1850 e il 1856 su commissione do Alessandro Torlonia che affidò i lavori a Giovanni Battista Guidi. Giungiamo così all’unità d’Italia e a dei nuovi lavori, in questo periodo oltre agli scavi archeologici si restaurò il Ninfeo dell’ingresso. Tra il 1899 e il 1906 Thomas Ashby eseguì rilievi analitici del sito, ne fece la topografia e lo fotografò. Altre scoperte, come le grandi statue acefale di Apollo citaredo e di Artemide, furono compiute tra gli anni 1920 e il 1929, alcune di queste avvenute in modo del tutto casuale. Dal 1985, anno in cui la proprietà passò allo stato italiano, si sono succedute varie campagne di scavi e restauri sistematici, i quali hanno riportato alla luce vari ambienti e reso visitabile gran parte della Villa dei Quintili.

L’area di Santa Maria Nova. Poco dopo l’ingresso monumentale della Via Appia Antica, a ovest è collocata una cisterna circolare, con due piani, sulla quale, nel Medioevo fu costruito il cosiddetto “Casale di Santa Maria Nuova”, in quest’area si può vedere anche quello che resta di un sepolcro a forma di piramide, che qualcuno ha ipotizzato, per i frammenti di sculture e di decorazioni architettoniche ritrovate, fosse da attribuire proprio ai due fratelli Quintili. Questa grande cisterna probabilmente fu parte integrante, come sembrano attestare le numerose antiche strutture presenti in tutto il sito, della distribuzione idrica della Villa dei Quintili o forse di tutta la zona. Lo stato italiano ha acquisito il sito, circa quattro ettari adiacenti alla Villa dei Quintili, nel 2006 da Evan Ewan Kimble dopo un totale abbandono durato circa dieci anni e successivamente a un’occupazione abusiva da parte di alcuni clandestini. Il monumento romano ha subito varie trasformazioni nei secoli fino a prendere l’aspetto del casale che oggi si può vedere. Già in età tarda romana fu elevata una torre, in opera laterizia, a scopo difensivo, queste costruzioni furono usate anche in età alto medievale, vi sono tracce di edificazioni in questo periodo. Una nuova sopraelevazione della torre si può datare tra il XIII e il XIV secolo mentre, alla fine del XIII secolo, il luogo diviene noto come la tenuta del “Casale Statuarium” di proprietà della chiesa di Santa Maria Nova. Successive trasformazioni avvennero nel XVI secolo, nel 1876 fu costruita una stalla, usando come fondamenta i muri romani, che venne in seguito trasformata in abitazione. Dopo l’acquisizione, da parte dello stato italiano, fu dato il via a varie campagne di scavo che hanno riportato alla luce interessantissimi reperti. Vicino al casale si trovò un tratto di basolato romano, alcuni studiosi l’hanno identificato come un diverticolo che collegava la Via Appia con la Via Latina, passando nella proprietà dei Quintili e probabilmente diretto verso la Villa dei Sette Bassi. Vicino al muro di contenimento di questa strada romana è stata scoperta un’area funeraria, databile alla metà del II secolo d.C., in cui sono distinte tre tombe a fossa coperte da tegole, in una delle quali fu rinvenuto il corpo di una giovane, sepolta con un raro corredo in oro, costituito da orecchini con pendente a goccia. Importantissimi ed eccezionali sono i mosaici ritrovati durante gli scavi, questi sono riferibili a pavimenti di ambienti termali rivestiti di marmi, rappresentano una scena di giochi gladiatori e una scena con cavalli. Nella rara scena dei giochi gladiatori, si può vedere un personaggio armato di tridente e rete e una figura, purtroppo ormai andata perduta, ma, di cui rimane l’impugnatura di una spada e una porzione di scudo. La cosa importante, poiché molto rara, e che sulla figura del primo, tra la testa e il braccio destro, è indicato il nome: “MONTANUS”. È presente anche un secondo personaggio vestito con una tunica, egli ha in mano una lunga bacchetta, indossa calzari chiusi e anche di questo è indicato il nome: “ANTONIUS”, probabilmente un arbitro nell’atto di consegnare la vittoria. L’altro mosaico rappresenta una scena con quattro cavalli dei quali due si fronteggiano mentre gli altri due sembrano voler ripartire velocemente, alcuni studiosi li hanno attribuiti alle “Fationes”, in altre parole alle “Squadre” che si contendevano la vittoria nel circo durante le corse dei carri. In base ai marchi ritrovati è stato possibile datare questi mosaici al periodo di Commodo. La tenuta di Santa Maria Nova e la Villa dei Quintili costituiscono un patrimonio di notevole importanza storica e archeologica, finalmente fruibile da tutto il pubblico.

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