La Scarzuola… e non solo

by / sabato, 25 Giugno 2016 / Published in Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Cronaca di una giornata un po’ strana ma, molto particolare… quasi folle, molto surreale. Un giorno un uccellino disse, ai due Sarchiaponi che esisteva una piccola località in Umbria molto particolare: “La Scarzuola”, la città ideale di Tommaso Buzzi. Essendo nota la curiosità dei due Sarchiaponi, decisero di andare a vedere con i propri occhi, non potevano certo essere soddisfatti dalle fotografie trovate su internet, scoprirono che bastava prenotare per una visita guidata e quindi… detto fatto, prenotata. Poiché l’appuntamento era pomeridiano i due Sarchiaponi che ti fanno? Decidono di passate la mattinata a Orvieto, cittadina che si rivede sempre volentieri e ogni volta che si passa si scopre qualcosa in più. In particolar modo decidono di passare qualche ora nella necropoli Etrusca… La Necropoli del crocefisso del tufo è situata alla base della rupe di Orvieto e vide il suo massimo splendore tra il VI e il VII secolo a.C., si tratta di un agglomerato di piccole tombe a edicola di forma quadrangolare, prima particolarità, sono tutte quasi della stessa dimensione. Sono realizzate in blocchi di tufo e sono circa settanta, sono di tipo a camera e sono disposte, per lo più, lungo linee ortogonali. All’interno delle tombe sono stati ritrovati vari oggetti, quelli che gli etruschi credevano potessero servire al defunto dopo il trapasso, quali fibule, specchi, lance per gli uomini, monili per le donne, vasi e oggetti di bronzo, terracotta e buccheri in stile etrusco o ellenistico. Quasi tutte le tombe presentano due scalini e all’interno si possono vedere delle panchine addossate alle pareti laterali, qui erano posti i defunti e i relativi corredi funebri questi ultimi, essendo a volte numerosi, erano collocati anche in terra. Altra caratteristica, tutte le tombe hanno un soffitto che all’esterno si presenta a forma quadrangolare mentre all’interno appare come un sistema a doppio spiovente. La chiusura avveniva attraverso lastre di marmo e terra pressata, ennesima caratteristica, sull’architrave della porta era inciso, da destra a sinistra, il nome del defunto e la famiglia di appartenenza, alcuni le definirono tombe parlanti proprio perché le iscrizioni cominciano con “Io sono la tomba di…”. Un’ultima caratteristica, davanti alla porta o sopra la copertura, erano posti dei cippi con la funzione di segnalare il sesso del sepolto, infatti, per gli uomini erano forma di pigna e per le donne a forma di cilindro. Usciti dalla necropoli, i due Sarchiaponi costatarono che c’era ancora un po’ di tempo da spendere, prima di riprendere l’autostrada e raggiungere La Scarzuola, ma, andava impiegato bene, allora, si sono chiesti, che c’era di meglio se non passare un’oretta all’interno del Duomo? Niente, si sono risposti e i due Sarchiaponi sono entrati nella cattedrale. Il Duomo… La cattedrale di Santa Maria Assunta fu edificata a partire dal 1290 per volere di papa Niccolò IV per dare una sistemazione dignitosa e ragguardevole al Corporale del miracolo di Bolsena, i lavori durarono tantissimo, con un susseguirsi di architetti e maestranze, solo nella seconda metà del XVI secolo si poterono dire conclusi. La facciata fu iniziata alla fine del XIII secolo e ci lavorarono venti artisti più o meno noti ma i lavori, della stessa, terminarono solo alla fine XVI secolo. Notevole è l’equilibrio delle linee verticali che si armonizzano splendidamente con quelle orizzontali della cornice, che limita i rilievi e della loggia con archetti trilobati, e del basamento. I Tre triangoli delle ghimberghe che si ripetono nelle tre cuspidi, delimitano una doppia cornice che racchiude il rosone. I bassorilievi, la loggia, il rosone, le edicole, le statue, i fasci dei pilastri e le guglie formano una melodia che si armonizza meravigliosamente con la superficie piana e brillante dei mosaici. I bassorilievi che decorano i quattro piloni della parte inferiore della facciata, un esempio di splendida scultura Gotica, rappresentano: storie del Vecchio testamento, con particolare riferimento alla Genesi; storie del Vecchio testamento, con particolare riferimento agli Eventi Messianici; storie del Nuovo Testamento; il Giudizio Finale. I mosaici, negli spicchi del rosone, raffigurano Sant’Agostino, San Gregorio Magno, San Girolamo e Sant’Ambrogio, i quattro dottori della chiesa; dodici edicole sono poste, sei per lato, intorno al rosone a contenere le dodici statue dei profeti. I mosaici della facciata furono realizzati da vari autori, tra XIV e il XVI secolo ma, restaurati e a volte rifatti durante i secoli successivi hanno perso le forme e gli stili originali, opere musive che rappresentano il Battesimo di Cristo; l’Assunzione di Maria in gloria; la Natività di Maria; l’Annunciazione; gli Apostoli in estasi per l’assunzione della Madonna; Gioacchino e Anna; lo sposalizio della Vergine; l’incoronazione della Madonna; la presentazione di Maria al tempio. Sulla cornice dei piloni ci sono quattro statue che rappresentano simbolicamente i quattro evangelisti: l’angelo, per San Matteo; il leone, per San Marco; l’aquila, per San Giovanni; il Toro, per San Luca. Sulla lunetta del portale centrale furono collocati angeli bronzei nell’atto di aprire le tende per mostrare la statua marmorea della Vergine col Bambino, sulla cima fa bella mostra di se l’Agnus. L’interno, che fu edificato e decorato tra il XIII e il XIV secolo è, a dir poco, meraviglioso, presenta una pianta di tipo basilicale a tre navate e un soffitto a capriate lignee, dieci grandi colonne e archi a tutto sesto suddividono lo spazio in sei campate. Il transetto, alle cui estremità si aprono, rispettivamente, le importanti e sublimi cappelle di San Brizio e del Corporale, è formato da tre campate con volta a crociera, il presbiterio a pianta quadrata è posto al di là della campata centrale del transetto. Una curiosità le vetrate, ne rimane solo una originale cioè quella absidale, sono moderne in stile neogotico e nella parte bassa presentano una sottile lamina di alabastro che permettono un velato passaggio della luce. Il tempo passa, è quasi ora di andare ma non si può uscire senza soffermarsi nella Cappella di San Brizio, protettore di Orvieto, sicuramente un esempio magnifico di pittura rinascimentale, quasi interamente affrescata Luca Signorelli, vede come iniziatore un certo… Beato Angelico che con l’aiuto di Benozzo Gozzoli diedero vita alle decorazioni di due delle otto vele delle due volte a crociera, raffiguranti il Cristo giudice tra angeli e Il coro dei profeti. Le altre sei vele furono dipinte dal Signorelli con il coro degli Apostoli, i simboli della passione, l’annuncio del giudizio tra angeli, il coro dei dottori della chiesa, il coro dei martiri, il coro delle vergini e il coro dei patriarchi. Sempre dello stesso pittore sono le scene apocalittiche dedicate alla venuta dell’Anticristo, alla fine del mondo, alla resurrezione della carne e al giudizio universale. La parte bassa delle pareti è dedicata ai poeti dell’antichità a cui è stato aggiunto Dante, a ognuno è dedicato un ritratto, al centro della cappella vi è un altare in stile barocco su di esso si può vedere la Madonna di San Brizio. Viaggiando sulle ali di una piccola leggenda locale, sembra che fu San Brizio stesso a lasciare questo dipinto agli abitanti di Orvieto che erano stati evangelizzati dal santo. Traversando la chiesa, un occhio, anzi due, cadono sul presbiterio ovvero la Cappella Maggiore su cui Ugolino di Prete Ilario e tanti aiutanti affrescarono storie della vita della Madonna, un ciclo trecentesco dei più grandi che ci sono rimasti, sul fondo della cappella si apre una grande finestra quadrifora la cui vetrata, decorata e istoriata, è dedicata, alle storie, guarda caso, della Vergine Maria. Nessuna meraviglia l’intero duomo è dedicato alla Madonna. Uno sguardo all’orologio… E’ veramente tardi ma, lo sguardo va in direzione trasversale rispetto ai piedi e un’occhiata, anche se da lontano, è in corso una cerimonia, va, indipendentemente dalla volontà, vero la magnifica Cappella del Corporale. Realizzata per conservare la preziosa reliquia, anch’essa fu affrescata da Ugolino di Prete Ilario, il ciclo pittorico rappresenta sia il miracolo di Bolsena sia altri prodigi che andrebbero a dimostrare il mistero della “Transustanziazione”, un parolone che vuol significare, semplicemente, che nell’ostia consacrata vi è la presenza del corpo di Cristo. Vi sono anche decorazioni rappresentanti la passione di Cristo e l’ultima cena, quello che risalta sopra di tutto è il bellissimo e preziosissimo reliquiario del Corporale, un’opera dell’orafo senese Ugolino di Vieri, che riproduce la sagoma della facciata del duomo, la vita di Cristo e il miracolo di Bolsena. L’opera raffinatissima è realizzata in oro, argento e smalti translucidi, notevole è anche l’affresco che raffigura due angeli che tengono lo stemma dell’Opera del Duomo e il Fonte Battesimale sormontato da una statua di San Giovanni Battista. Fermiamo per un po’ il tempo, i due Sarchiaponi non possono uscire senza raccontare a voi che leggete curiosi, sempre se ci sarà qualcuno a farlo… comunque lo facciamo, quale sia la leggenda o il miracolo di Bolsena. Sembra che durante una messa, a Bolsena, che stava celebrando Pietro da Praga, nel 1263, al momento della celebrazione dell’eucarestia, dall’Ostia consacrata zampillò del sangue che insanguinò il corporale di lino, quello che è conservato nella cappella. Ma ora basta si esce, si deve uscire… Anche se va ricordato, un Crocefisso ligneo di Lorenzo Maitani che è collocato al centro della cappella maggiore, un affresco di Gentile da Fabriano raffigurante la Madonna con Bambino, un’acquasantiera di marmo di Antonio Federighi, una Pietà di Ippolito Scalza, un affresco della Madonna col Bambino e angeli di Gentile da Fabriano e un organo monumentale veramente magnifico e unico… Basta si deve andare… Eccoci verso l’avventura, be’ quasi, verso quel posto speciale, e particolare su cui dovrebbe essere centrata la nostra giornata e soprattutto la curiosità dei due Sarchiaponi… Viaggiando verso il centro dell’Umbria, in mezzo alla campagna di Montegiove, frazione del comune di Montegabbione si giunge in una località amena in mezzo ai boschi, si tratta di un posto che non è arduo raggiungere, è ben segnalato, anche se c’è da percorrere circa due chilometri di strada non asfaltata, ma difficilmente ci si può trovare lì per caso. Perfettamente puntuali, i due Sarchiaponi giungono alla Scarzuola e già nell’aria si sente qualcosa di diverso dal solito qualcosa di nuovo… Leggenda vuole che questa località prenda il nome da una pianta palustre, la Scarza con la quale San Francesco, nel 1218, costruì una capanna nel punto in cui sgorgò miracolosamente una fonte d’acqua, dopo che il santo ebbe piantato una rosa e un alloro, così raccontano le cronache medioevali. L’avvenimento fu ricordato dai conti di Marsciano che, in quel punto, fecero edificare una chiesa e in seguito un convento, affidando il complesso ai Frati Minori che rimasero il quel luogo fino alla fine del XVIII secolo. Dopo che i Frati Minori lasciarono il convento, la proprietà passò ai marchesi Misciatelli di Orvieto, nel 1957 la svolta che farà cambiare totalmente l’architettura del luogo, la proprietà fu acquisita da un architetto che nacque a Sondrio e che lavorò molto a Milano, Tommaso Buzzi che pensò di costruire in quel luogo ameno, immerso nel verde del bosco e abbastanza distante dalla civiltà, la sua “Città Ideale”. Quelle costruzioni dovevano essere al di fuori di tutti gli schemi e lo dovevano rappresentare, in parole non troppo immediate né facili “Una vera e propria allegoria escatologica dell’esistenza, adottando il linguaggio ermetico caratteristico dell’aristocrazia massonica del Settecento”. Così ci racconta, Marco Solari, colui che accoglie i visitatori e attuale proprietario, nonché acculturato e intellettuale nipote di quel Tommaso Buzzi, comincia così un pomeriggio che prende una piega un po’ surrealista un po’ metafisica un po’… Il suo racconto ha un percorso traboccante di profonde conoscenze storiche e filosofiche, di metafore di vita e un po’ di sana e voluta follia, usando, a volte, qualche termine non molto aristocratico. Non sarà facile ma, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, Scrive in nostro architetto di giardini, restauratore, progettista e arredatore d’importanti palazzi nobiliari, nonché uno dei principali designer del novecento italiano: “Alla Scarzuola, quando qualcuno mi osserva che la parte nuova, creata da me, non è francescana, io rispondo, naturalmente, perché rappresenta il mondo in generale e in particolare il mio Mondo, quello in cui ho avuto la sorte di vivere e lavorare, dell’Arte, della Cultura, della Mondanità, dell’Eleganza, dei Piaceri, anche dei Vizi, della Ricchezza e dei Poteri ecc., in cui però ho fatto posto per le oasi di raccoglimento, di studio, di lavoro, di musica e di silenzio, di grandezze e miseria, di vita sociale e di vita eremitica, di contemplazione in solitudine, regno della fantasia, delle favole, dei miti, echi e riflessi fuori dal tempo e dallo spazio perché ognuno ci può trovare echi di molto passato e note dell’avvenire…”. Il percorso di Tommaso Buzzi inizia da un libro, un romanzo allegorico pubblicato nel 1499 “Hypnerotomachia Poliphili”, attribuito al frate domenicano Francesco Colonna ed è considerato, per il suo apparato iconografico, “Il libro più bello del mondo”. Cosi come Polifilo al termine del suo viaggio onirico, alla ricerca dell’amata Polia, il visitatore della Scarzuola ne esce arricchito dopo aver percorso un tracciato onirico, ma da svegli, tra sbalorditive architetture, al di fuori del tempo intrise di surrealismo e di fantasiosa classicità. La “Città ideale” è concepita, da Buzzi, come una “Macchina Teatrale” comprendente sette teatri raggruppati in sette scene teatrali, secondo l’intenzione dell’architetto posti a metafora della vita di ciascuno. La città Buzziniana fu costruita interamente in tufo e tutti gli edifici sono collegati tra di loro dalle scenografie, ed ecco il teatrino delle Api, il grande teatro all’Aperto, il teatro dell’Acqua, il teatro di Apollo, il teatrino di Diana, il teatro del Corpo umano, il teatro della Torre della solitudine, per poi giungere l’apoteosi nei sette edifici dell’Acropoli, il Partenone, il Colosseo, il Pantheon, la Piramide, la Torre dei Venti, il Tempio di Vesta, la torre dell’orologio di Mantova; tanti edifici costituiti da modelli vuoti all’interno ma dotati di tanti scomparti e finte rovine. Tommaso Buzzi lasciò volontariamente tutta questa scenografia incompiuta definendola “Un’antologia in pietra”, il suo erede, l’eccentrico e singolare nipote, continuò la costruzione utilizzando i progetti e i disegni dello zio. Il convento, la città sacra; le fabbriche del teatro e l’acropoli, la città profana; vivono vicino ogn’una carica di segreti di simboli, di riferimenti e citazioni. In definitiva un percorso, come spiega bene il nipote, che inizialmente dovrebbe far capire a noi visitatori, che in realtà non siamo noi stessi, non siamo liberi, ma siamo e facciamo quello che qualcuno vuole, quindi dobbiamo distruggere quello che siamo per uscire cambiati, liberi di essere come vogliamo, capire chi siamo attraverso un percorso quasi iniziatico che porta alla conoscenza della propria anima. Quasi una seduta di psicoterapia, cosa che del resto è annunciata fin dall’inizio dal proprietario il quale, oltretutto, chiede a tutti di non dire che siamo stati alla Scarzuola e di non consigliare gli amici di visitarla… Ma i due Sarchiaponi sottolineano che per quante parole si possono usare quello che si prova in quel luogo è talmente personale che niente può essere descritto ma tutto va visto sia con i propri occhi sia attraverso le parole di Marco Solari. Sicuramente qualcuno lo troverà matto, folle, volgare e quasi isterico nelle sue risate, altri lo vedranno come un personaggio particolare ma colto, ironico, volutamente provocatorio; forse qualcuno uscirà inorridito e altri più consapevoli del proprio io, un genio folle o un folle geniale? Se non lo si ascolta, non ci si può mai fare un’idea. A questo punto si potrebbe cominciare l’elenco delle opere descrivendole una per una, ma… non sarà così, non servirebbe a capire… quindi se vi va guardate le belle fotografie che troverete nei link legati all’articolo ancora di più tra il sacro e il profano… E se troverete, perlomeno, particolari quelle della Scarzuola… Prenotatevi e andate a vederla, sul sito ufficiale della Scarzuola troverete tutti i dettagli. I due Sarchiaponi vi assicuriamo che l’emozioni che scaturiscono possono essere, sicuramente, svariate dalle più positive a quelle più negative, basta guardarsi intorno e vedere i volti dei visitatori alla fine del percorso, dopo circa un’ora e trenta di cammino e spiegazioni, ma, sicuramente nessuno potrà dire di non aver provato nulla… Oppure accontentatevi di guardare le foto scattate da quei curiosi dei due Sarchiaponi, che continueranno a scrivere, se qualcuno avrà voglia di leggere altrimenti… scribacchieranno ancora e sempre, di Archeologia, di Poeti, di Scrittori, di Storia, di Momenti di vita quotidiana, di Viaggi, di Teatro, di Robotica… E di tutto ciò che stuzzica e incuriosisce le loro menti.

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 Necropoli del Crocifisso del Tufo

(Prima parte)

Foto della

 Necropoli del Crocifisso del Tufo

(Seconda parte)

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Foto del

 Duomo di Orvieto

(Prima parte)

Foto del

 Duomo di Orvieto

(Seconda parte)

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Foto della

Scarzuola

(Prima parte)

Foto della

Scarzuola

(Seconda parte)

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Foto della

Scarzuola

(Terza Parte)

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