La Reggia di Caserta

by / sabato, 21 novembre 2015 / Published in Il blog, Viaggiando .....

Nell’ormai lontano 28 agosto 1750, iniziò la storia della Reggia di Caserta, quando Carlo di Borbone, re delle Due Sicilie, acquistò dagli eredi della famiglia Caetani Acquaviva il territorio, pianeggiante in prossimità dei monti Tifatini, all’epoca su quei terreni sorgeva un piccolo villaggio e una torre a forma di piramide. Il re voleva non solo realizzare una Reggia che potesse competete con le più belle e importanti d’Europa, in particolare doveva, se non superare, essere alla pari di quella di Versailles, ma compiere, anche, una sorta di riorganizzazione amministrativa e militare. Intraprese un’iniziativa che alla fine doveva dare al regno una nuova capitale che concepì lontana dal mare per evitare le intimidazioni della flotta inglese, nel 1742 gli Inglesi minacciarono di cannoneggiare Napoli, come, puntualmente, avvenne circa cinquant’anni dopo quando Nelson si presentò con la sua flotta costringendo alla resa i capi della Repubblica Partenopea e fece impiccare, sul pennone più alto della nave ammiraglia, Francesco Caracciolo. Un Palazzo Reale che doveva essere al centro di una città nuova e che doveva presentare un impianto urbanistico innovativo e moderno, a tale scopo fu incaricato del progetto Luigi Vanvitelli, architetto napoletano di origini olandesi, nel 1751 l’architetto espose ufficialmente il progetto al re il quale compiaciuto lo approvò senza esitazione, e così il 20 gennaio 1752 fu posta la prima pietra alla presenza di Carlo e di sua moglie Amalia di Sassonia. Sette anni dopo il sovrano si trasferì a Madrid, nel frattempo era diventato Re di Spagna, quando nel 1773 morì Luigi Vanvitelli, la Reggia non era ancora terminata, gli successe il figlio Carlo, sembra che fu chiamato in questo modo in onore del Re Borbone, anche lui valente architetto ma, forse meno estroso e per questo apportò alcune modifiche al progetto vanvitelliano. Solo nel 1845 fu terminata la stanza del trono e di conseguenza si potevano considerare conclusi i lavori, nel 1860 la Reggia di Caserta passò, dopo oltre un secolo, dalle mani dei Borboni a quelle dei Savoia. Nel 1919 divenne parte del demanio dello stato italiano, nel 1926 fino al 1943 fu sede dell’Accademia dell’Aeronautica Militare Italiana, fu occupata dalle forze alleate il 14 dicembre 1943, nelle sue stanze il 27 aprile 1945 fu firmata la resa delle forze armate tedesche in Italia. Oggi ospita la Soprintendenza ai Beni Ambientali Artistici Architettonici e Storici di Caserta, l’Ente Provinciale per il Turismo di Caserta, la Società di Storia Patria, la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, la Scuola Sottufficiali dell’Aeronautica Militare e alcuni alloggi di servizio.

Il Parco.

Prima della descrizione dell’imponente Parco è opportuna una premessa, esaminare cioè l’acquedotto Carolino, un’opera di grandiosa ingegneria idraulica. Fu progettato dal Vanvitelli per l’esigenza di approvvigionare di acqua la città che doveva sorgere intorno alla Reggia ma, anche per alimentare le fontane e i giochi d’acqua del Parco e del Palazzo Reale. Emula gli acquedotti Romani è lungo circa quarantuno chilometri ed è quasi tutto interrato, tranne che per alcuni tratti in cui passa su dei ponti, come quello imponente della valle di Maddaloni che con i suoi cinquecento ventinove metri di lunghezza fu, nel momento della costruzione, il più lungo d’Europa. Diviso in tre tronconi, l’acquedotto capta l’acqua alle falde del Taburno, a circa duecentocinquanta quatto metri di quota, in questo luogo furono identificate numerose sorgenti in un terreno appartenente al principe della Riccia, il quale lo donò a Carlo di Borbone. Il primo tronco va da Fizzo al monte Ciesco il secondo da qui al monte Garzano e infine il terzo fino alla Reggia, quest’ultimo tratto lungo circa trentotto chilometri è largo circa centoventi centimetri per un’altezza di centotrenta, presenta sessantasette torrini di forma quadrata con una copertura piramidale, essi sono adibiti sia a sfiatatoi, sia ad accessi per l’ispezione e la manutenzione dell’acquedotto. I lavori iniziarono nel 1753 e terminarono nel 1770.

Il parco della Reggia di Caserta ha una lunghezza di circa tre chilometri e una superficie di centoventi ettari, uscendo dal giardino all’italiana, in concomitanza della parte centrale della facciata posteriore del palazzo, partono due lunghi viali paralleli che arrivano fin sotto la cascata, fra i quali s’intercalano delle incantevoli fontane e che collegano il giardino all’italiana a quello all’inglese. Luigi Vanvitelli riuscì soltanto ad avviare i lavori, morì nel 1773, così fu il figlio Carlo a terminare la costruzione del parco, fondamentalmente rispettando il progetto del padre, apportando soltanto qualche piccola modifica. Luigi non vide la realizzazione di nessuna delle fontane progettate, fu Carlo a far eseguire, a un numero consistente di scultori, le statue che ancora oggi le adornano, le fontane monumentali sono sei inserite tra il verde dei prati e le relative vasche.

  • La fontana Margherita o del Canestro, è la prima che s’incontra, posta al limite del giardino all’italiana è forse la più modesta e, di fatto, apre il percorso verso quello all’inglese, è decorata unicamente con una scultura di un cesto.

  • La Fontana dei tre delfini, fu eseguita da Gaetano Salomone tra il 1776 e il 1779, è composta dalle statue di tre giganteschi delfini di esecuzione a forme grottesche, dalle cui bocche sgorga l’acqua che alimenta la fontana stessa, presenta una vasca lunga quattrocento settanta metri e larga ventisette metri, con una profondità di tre metri.

  • La Fontana di Eolo, fu eseguita da Gaetano Salomone, Angelo Brunelli, Violani, Paolo Persico e Tommaso Solari, doveva rappresentare il dio che, sollecitato da Giunone, innalza la furia dei venti contro Enea e i Troiani, è decorata con ventotto statue rappresentanti i venti, nel progetto originale ne erano previste ben cinquantaquattro. Pur essendo una delle opere incompiute del parco, è comunque imponente, presenta un emiciclo porticato che chiude la parte superiore della vasca, la quale è alimentata da una cascata che copre, come fosse un velo, alcuni fornici del portico stesso. Fra le altre mancano le statue di Giunone ed Eolo, la sua vasca è lunga quarantadue metri e larga trentacinque.

  • La Fontana di Cerere, fu eseguita da Gaetano Salomone in marmo di Carrara, forma sette cascatelle, è decorata con delfini e tritoni, Nereidi, statue dei fiumi siciliani Oreto e Simeto, da tutte le sculture fuoriescono alti zampilli d’acqua, completano la fontana una statua di Cerere, che mostra un medaglione con la Trinacria, contornata da ninfe e draghi.

  • La Fontana di Venere e Adone, fu eseguita da Gaetano Salomone tra il 1770 e il 1780 e formata da un grandioso gruppo marmoreo che mostra Venere intenta a dissuadere Adone dall’andare a caccia per evitare che possa essere ucciso da un cinghiale, contornano le statue principali, ninfe, amorini, fanciulli, cani e in basso è rappresentato il cinghiale, nel mito Marte mutatosi in animale, che poi ucciderà Adone.

  • La fontana di Diana e Atteone, In fondo al parco fa bella mostra di se la “Grande Cascata”, la cui acqua precipita, per l’appunto nella fontana, fu eseguita da Paolo Persico, Tommaso Solari e Angelo Brunelli. Da un lato il bacino e decorato con il magnifico gruppo scultoreo che rappresenta Diana, circondata da ninfe, nell’atto di immergersi nelle acque; dall’altro lato vi è l’altrettanto superbo gruppo di Atteone, che aveva osato, secondo il mito, guardare Diana nuda, che è già, in parte, trasformato in cervo e accanto a lui si muovono ringhiosi e minacciosi i cani che presto lo dilanieranno.

Il Giardino all’Italiana e la Peschiera.

Il giardino all’italiana della Reggia è un classico nella sua composizione unitaria, prospettica e geometrica, nella sua area trovano posto la Castelluccia e la Peschiera Grande.

  • La Peschiera Grande, fu realizzata da Francesco Collecini nel 1769, su volere di Ferdinando IV e su progetto di Vanvitelli. Era utilizzata per allietare le giornate del diciottenne Re con piccole battaglie navali, il lago è lungo duecentosettanta metri, largo centocinque metri, profondo trecento cinquanta centimetri e al centro è presente un isolotto. Come si è detto, in questo specchio d’acqua si svolgevano finte battaglie navali, con modelli di navi in scala ridotta e barche, nei pressi del lago vennero anche fatti alloggiare alcuni marinai, con le loro famiglie, che erano chiamati “Liparoti“, poiché originari dell’isola di Lipari, in questo modo potevano essere sempre pronti per organizzare i giochi nautici. Sull’isolotto, che era denominato la “Pagliara”, probabilmente vi era una sorta di fortino armato di frecce e cannoncini ma che, in seguito, fu trasformato in un luogo per l’intrattenimento degli ospiti. Nelle simulazioni delle battaglie navali erano usati, anche se di piccole dimensioni, veri e propri cannoncini e mortai.

  • La Castelluccia, fu costruita nel 1769, forse per l’istruzione militare oppure semplicemente per il divertimento dei principi reali, fatto sta che era al centro di finte battaglie terrestri. In quel periodo si pensava che un buon re dovesse essere soprattutto un valente soldato quindi tutto ciò che venia appreso in teoria, studiando sui libri tattiche militari e battaglie storiche, doveva essere poi verificato in pratica, anche se su un terreno privo di pericoli. Quindi la Castelluccia era sorta di fortezza in miniatura di forma ottagonale con tanto di fortificazioni, opere di difesa, ponte levatoio e fossato, in seguito subì delle modifiche e fu adibita a semplice abitazione per “Scampagnate”.

Il Giardino all’Inglese.

Il Giardino all’Inglese fu realizzato all’intero del parco e vicino alla Fontana di Diana, per volere della regina Maria Carolina d’Austria e moglie di Ferdinando IV, da John Andrea Graefer, al contrario di quello all’italiana si trattava di creare spazi il più possibile fedeli alla natura o perlomeno alla sua interpretazione, secondo i canoni dell’epoca. Graefer era molto noto nell’ambiente botanico inglese e internazionale per aver introdotto in Europa numerose piante esotiche, da varie località del mondo tra cui il Giappone, i lavori iniziarono nel 1786 e furono usate piante e sementi individuate in varie località, alcune importano anche dall’oriente, per volontà della regina il giardino si arricchiva, col passar del tempo, di piante di ogni genere. Questo spazio non è caratterizzato solo dall’apparente disordine “Naturale” di piante ma anche da corsi d’acqua, laghetti, “Rovine vere e finte”, dal “Bagno di Venere”, da, il Criptoportico, e dai ruderi del Tempio dorico. All’inizio del giardino, vicino ai ruderi del Tempio dorico, fa mostra di se il Teatro all’apertoAperia”, si tratta di una costruzione di forma classicheggiante. Seguendo il sentiero si può vedere un canale, la fontana del Pastore antico, lo spazio del Cedro del Libano, Il Bagno di Venere e il Criptoportico che è un finto rudere costruito abilmente, presenta pareti solo parzialmente ricoperte di finto marmo, come se le parti mancanti fossero venute a mancare per dei crolli, finte spaccature sia sulle pareti stesse sia sulla volta. Tutto questo è stato abilmente costruito ad arte per dare spazio all’immaginazione e alla visione dei “Muri”, sotto i finti marmi e del cielo attraverso i finti crolli della volta, una grande crepa sull’arcata da proprio l’impressione che il soffitto possa venire giù da un momento all’altro. Qui tutto è finto ma tutto sembra vero, attraversando un ponte, seguendo un canale si vede una cascata, l’acqua scende da una finta roccia, fino a formare un laghetto dove è posta la statua di Venere, realizzata da Tommaso Solari, ovviamente non possono mancare false isolette con altrettanti ruderi sempre rigorosamente finti. Nel giardino si possono poi vedere anche un tempietto circolare, le serre e i vivai, le vasche e i mulini, nonché il Casino Inglese, edificio in cui visse John Andrea Graefer. Nel 1880 in questo giardino fu piantata, per la prima volta in Europa, una Camelia importata dal Giappone.

Il Palazzo.

La Reggia, da molti architetti e storici, è stata definita l’ultima grande opera in stile Barocco costruita in Italia, fu abitata dal 1780, anche se i lavori terminarono solo nel 1845, il complesso è grandioso e di notevolissime dimensioni; la sua pianta è rettangolare, i sui lati misurano duecentoquaranta nove metri, quello più lungo e l’atro centonovanta metri, ha un’altezza di quasi trentotto metri, occupa un’area di circa quarantasette mila metri quadrati e la sua volumetria raggiunge quasi due milioni di metri cubi. Nel Palazzo trovano posto milleduecento stanze e millesettecento quarantadue finestre di cui duecento quarantacinque si aprono sulla facciata, il fronte principale presenta un avancorpo centrale che è sormontato da un frontone, ai lati del prospetto, dove il corpo di fabbrica longitudinale s’interseca con quello trasversale, s’inseriscono altri due avancorpi, la facciata che dà sul giardino è uguale alla prima, ma le sue finestre sono incorniciate da lesene scanalate. Come dicevamo, il perimetro del Palazzo e rettangolare e al suo interno presenta altri due corpi di fabbrica che s’intersecano perpendicolarmente, idealmente si possono immaginare come i diametri del rettangolo, formando così, quattro cortili interni di misure considerevoli, circa tremila ottocento metri quadrati ciascuno. I grandi numeri del Palazzo non finiscono qui, infatti, su i sui tetti spiccano ben mille ventisei fumaioli e nel suo interno vi sono trentaquattro scale, la Reggia, così come l’aveva immaginata Carlo di Borbone e come la progettò con grande maestria Luigi Vanvitelli, doveva essere un polo polifunzionale che comprendesse, oltre agli alloggi reali, anche gli uffici amministrati, gli alloggi per le truppe, la cappella e il teatro.

  • Lo Scalone Reale, da molti definito capolavoro di architettura barocca, si presenta con una grande rampa centrale che successivamente si divide in due elementi paralleli, è largo diciotto metri e mezzo, alto quattordici metri e mezzo, è composto di centodiciassette scalini, ognuno in un unico blocco in “Lumachella di Trapani”. Ai lati del primo pianerottolo sono poste le statue in marmo di due leoni, uno per lato, scolpite da Pietro Solari e Paolo Persico, il soffitto è a doppia volta fu affrescato da Girolamo Starace-Franchis con le opere raffiguranti “Le Quattro Stagioni” e “La Reggia di Apollo”; a metà del portico si possono vedere, tra pilastri e archi, tre statue che lo sovrastano, le sculture rappresentano: Carlo di Borbone, un’opera di Tommaso Solari, la Verità, realizzata da Andrea Violani e il Merito, lavoro compiuto da Gaetano Salomone. Al termine della doppia rampa di scale vi è un ampio e magnifico Vestibolo, termine usato dallo stesso Vanvitelli, che prende luce da quattro grandi finestre ed è a pianta ottagonale, posto al centro della costruzione è decorato con colonne e spazi geometrici, permette l’accesso alla Cappella Palatina e agli appartamenti storici.

  • La Cappella Palatina, era il luogo destinato a raccogliere la famiglia reale durante le celebrazioni dei riti sacri, è ispirata a quella della Reggia di Versailles ma, fu realizzata secondo gli schemi del Vanvitelli. E’ uno spazio contenente delle eleganti colonne che vanno a sostenere un’ampia volta a botte, al termine del colonnato vi è l’abside, purtroppo tutti gli arredi sacri e l’organo andarono perduti durante la seconda guerra mondiale. Dietro la cappella vi è un piccolo ma elegantissimo “Teatro di Corte”, inaugurato da Ferdinando IV nel 1769, esso presenta una pianta a ferro di cavallo, nel suo interno ci sono quarantuno palchi disposti in cinque ordini, l’ultimo dei quali è posto sotto la volta che è retta da dodici colonne in alabastro, questo soffitto fu affrescato da Crescenzo Gamba con allegorie, il teatro, inoltre è decorato con festoni, trofei, puttini e maschere a opera di Gaetano Magri.

  • Sala degli Alabardieri, fu realizzata da Carlo Vanvitelli, seguendo il progetto del padre, con stucchi e finti marmi, le decorazioni furono affidate a Domenico Mondo, Angelo Brunelli, Andrea Cali e Tommaso Bucciano. Il primo si occupò della volta su la quale realizzo l’affresco che raffigura, in un’allegoria le “Armi Borboniche sostenute dalla Virtù”; i secondi due realizzarono i trofei e le armi in stucco; infine l’ultimo scolpì otto busti femminili che furono disposti intorno alla sala. L’arredamento è apprezzabile, sono presenti mobili del 1700 e lampadari di bronzo dorato e vetro, su delle consolle sono in bella vista, i busti di Maria Carolina, Maria Isabella, Maria Cristina e Maria Sofia.

  • Sala delle Guardie, è arredata in stile impero, la volta presenta una preziosissima decorazione a stucchi, opera di Girolamo Starace tra cui si distingue la cosiddetta “Gloria del Principe e le dodici Province del Regno”. Lungo le pareti sono allineati dodici bassorilievi eseguiti da Gaetano Salomone, da Paolo Persico e da Tommaso Bucciano e che vogliono rappresentare vari episodi della seconda guerra Punica. Affiancato alla parete vi è gruppo marmoreo di Simone Moschino raffigurante l’incoronazione di Alessandro Farnese, di pregevole fattura sono il camino di marmo e i lampadari, sulle consolle si trovano i busti di Ferdinando I, di Francesco I, di Francesco Il e di Ferdinando Il.

  • La sala di Alessandro, si tratta di un locale che funge da disimpegno tra l’appartamento vecchio e quello nuovo, è posizionata al centro della facciata principale. La sala fu affrescata da Mariano Rossi, il quale volle rappresentare il matrimonio tra Alessandro Magno e Rossane. Sono presenti anche dei bassorilievi a opera di Tito Angelini e Gennaro Cali, un medaglione raffigurante il profilo di Alessandro realizzato da Carlo Beccalli, il quale scolpì anche le due sfingi in basalto poste al lato del medaglione stesso; l’arredamento, in stile Impero, è pregevole e perfettamente conservato.

  • L’Appartamento Vecchio, fu il primo a essere abitato da Ferdinando IV e da sua moglie Maria Carolina, presenta una serie di stanze con pareti rivestite in seta proveniente dalla fabbrica di San Leucio, le prime quattro stanze che s’incontrano sono quelle cosiddette di conversazione dove, come decorazione, furono affrescate simbolicamente le quattro stagioni ad opera di più artisti tra i quali Antonio Dominici e Fedele Fischetti. La stanza successiva fu lo studio di Ferdinando II, qui sono presenti dipinti di Filippo Hackert che rappresentano il giardino inglese della reggia stessa e le vedute di Capri, Persano, Ischia, Cava dei Tirreni e la Vacchieria di San Leucio, da qui si passa in un disimpegno e infine si giunge alla camera da letto di Ferdinando II. Non si ha conoscenza di quali mobili ci fossero, poiché il re morì per una malattia infettiva, l’arredamento fu dato alle fiamme e fu rifatto in stile Impero, si passa poi alla sala dei ricevimenti che è collegata, attraverso dei disimpegni, alla Biblioteca Palatina e quindi alla cosiddetta Sala Ellittica, dove vi è un magnifico e sfolgorante classico presepe napoletano.

  • Biblioteca Palatina è composta di cinque sale, fu voluta da Maria Carolina e fu allestita in circa tre anni tra il 1780 e il 1783. Due sale furono dedicate alla lettura e tre alla conservazione dei libri, furono raccolti decine di miglia di volumi e una vasta raccolta di libretti d’opera. La prima sala di lettura è arredata in stile impero e presenta una volta decorata con medaglioni, alle pareti sono esposti due quadri di Salvatore Fergola che raffigurano la cerimonia dell’inaugurazione della Ferrovia tra Napoli e Portici, e quella tra Napoli e Castellammare, vi sono poi due vedute di Antonio Veronese San Leucio e La Vacchieria di S. Silvestro; nella seconda sala la volta presenta otto medaglioni allegorici che furono decorati da Giacomo Funari, alle pareti ci sono dipinti di Luca Giordano, che raffigurano Apollo e Marte, il Ratto delle Sabine e quattro allegorie, Europa, Africa, America e Asia. La prima sala della biblioteca vera e propria ha una volta decorata con gli emisferi terrestri circondati dalle costellazioni, completano i decori alcune scene della Grecia antica dipinte sulle porte e sugli scaffali; la seconda sala sulla volta ha affreschi in uno stile che ricorda quello delle pitture di Ercolano, gli scaffali e i mobili sono in stile Luigi XVI, in questa stanza è conservato un cannocchiale, un barometro e due mappamondi; la terza sala è sicuramente la più ricca e pregiata, la volta è fu affrescata da Francesco Pascale su disegni di Carlo Vanvitelli e presenta dei medaglioni con Omero, Virgilio, Dante, e Torquato Tasso, le pareti furono affrescate da Heinrich Fugger con raffigurazioni della Scuola di Atene, il Parnaso con Apollo e le Tre Grazie, la Protezione delle Arti, l’Invidia e la Ricchezza, il Discacciamento dell’Ignoranza, anche in questa sala mobili e scaffali sono in stile Luigi XVI.

  • Il Presepe Napoletano, vista la profonda natura religiosa di Carlo, di sua moglie Maria Amalia e del figlio Ferdinando, la sala ellittica fu dedicata alla rappresentazione della Natività, furono chiamati a lavorare a tale scena artisti come Nicola Ingaldi, Matteo Bottiglieri, Francesco Celebrano, Lorenzo Mosca, Giuseppe Gori, Luigi Ardia, Giuseppe De Luca, Vallone, Martino. Le statuine sono preziosissime e di valore artistico molto elevato, rappresentano oltre la nascita di Gesù la vita quotidiana e popolare napoletana, gli animali sia nei cortili sia nei pascoli e tutti i mestieri e le arti.

  • L’Appartamento Nuovo, fu costruito tra il 1806 e il 1845, è posizionato sulla destra della sala di Alessandro il Grande e fu realizzato durante il regno di Gioacchino Murat, vi si accede attraverso la Sala di Marte.

  • Sala di Marte, fu voluta da Murat ed era destinata agli ufficiali, agli inviati esteri e ai nobili del regno, fu progettata dall’architetto Antonio De Simone, i lavori furono eseguiti da De Lillo e Patturelli. Sulla volta è raffigurato il carro di Achille che, protetto da Marte, travolge Ettore a opera di Antonio Galliano, sempre sulla volta sono raffigurate divinità greche ed eroi omerici insieme con allegorie di Vittorie Alate e di Virtù Guerriere, l’arredo è vario, sono presenti sgabelli, consolle, vasi in porcellana, candelabri e un orologio in stile impero. Il bellissimo pavimento è a motivi geometrici in alabastro, da notare che in questa stanza è conservata una tazza in alabastro di epoca romana.

  • Sala Astrea, era destinata agli ambasciatori, ai segretari di stato e ai gentiluomini di Camera, in altri termini era usata per la diplomazia, fu progettata da Antonio De Simone, sulla volta è raffigurata la Dea della giustizia Astrea, ad opera di Domenico Masucci. La dea è raffigurata anche in un altorilievo insieme alle province del Regno e ancora sul dipinto di Giacomo Berger. In un’altra parete è raffigurata Minerva posizionata tra la legge e la ragione, opera di Valerio Villareale, geni alati e festoni completano la decorazione dando alla stanza un’eleganza unica. Il pavimento è in marmo di Carrara e in Giallo di Siena, infine, l’arredo è molto ricco e fa bella mostra di se un camino di marmo decorato a stucchi dorati.

  • La Sala del Trono, è sicuramente la stanza più ricca, ampia e coinvolgente degli appartamenti, è lunga trentasei metri e larga tredici metri e mezzo, fu progettata dall’architetto Gaetano Genovese, è ricchissima di dorature e pitture, lungo tutte le pareti vi è una serie di medaglioni dorati, con all’interno i ritratti di tutti i Re e in altri sono raffigurati gli stemmi di tutte le province del Regno. Sulla volta Gennaro Maldarelli realizzò un affresco che rievoca la cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione della Reggia. In questa sala i sovrani ricevevano gli ambasciatori, le delegazioni ufficiali, vi si amministrava la giustizia del Re ed era anche l’ambiente in cui si tenevano i balli di corte, sul fondo della stanza si trova, messo su un piano rialzato e sotto un altorilievo dorato, il trono tutto in legno intagliato e pregiate stoffe, fu opera di artigiani napoletani e presenta dei braccioli a forma di leoni alati dietro ai quali si possono vedere figure di sirene.

  • Sala del Consiglio, fu voluta da Gioacchino Murat, presenta pregevoli decori a opera di Agostino Fondi e Giuseppe Cammarano, alle pareti vi sono quadri di Raffaele Postiglione, Felice Peretti, Tommaso De Vivo e Francesco Oliva. L’arredo è in vari stili, vi è un bel tavolo in foggia neobarocca e un camino con intagli dovuti a Santangiolo, non mancano poi busti, vasi, specchiere e candelabri di bronzo dorato.

  • Camera di Francesco, anche questa stanza è ricca di decorazioni, fu realizzata sotto il regno di Murat, presenta una volta affrescata con un effetto arazzo retto da lance a opera di Giuseppe Cammarano il quale, sul finto arazzo, dipinse Il riposo di Teseo dopo la lotta col Minotauro. I quadri alle pareti sono di Raffaele Postiglione e di altri autori ignoti, l’arredo è in stile impero, il letto a baldacchino presenta una testata doppia con sculture lignee, nella stanza sono presenti due comodini, due cassettoni, una credenza, un tavolo tondo, una scrivania intarsiata e poi ancora poltrone, consolle e specchiera.

  • La Camera di Murat, è simile alla precedente, presenta, alle pareti, degli interessanti quadri che raffigurano Gioacchino Murat a bordo della Fregata Ceres di un pittore ignoto, Il generale Massena, Giulia Clary e le figlie, di Wicor. L’arredamento, anch’esso in stile impero presenta un letto a baldacchino con ricche decorazioni in bronzo, nella stanza trovano posto due cassettoni, due comodini, una credenza, una scrivania, poltrone varie e sedili.

  • La Pinacoteca, all’interno della Reggia vi sono nove sale dedicate all’esposizione di pregevoli quadri, opere di Michele Scaroina, degli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, di Giuseppe De Nigris, dei discepoli della scuola di Salvator Rosa, di Salvatore Fergola, Francesco Podesti e tanti altri.

La Reggia di Caserta scaturita dalla genialità di Luigi Vanvitelli ebbe un costo enorme per l’epoca, come risulta da precisi e meticolosi documenti contabili, ben 6.133.500 ducati a cui si devono aggiungere i 489.340 pagati agli eredi degli Acquaviva, per l’acquisto del territorio, e i 622.420 spesi per la costruzione dell’acquedotto. La sua realizzazione impegnò un numero altissimo di maestranze, tra cui, almeno così qualcuno riporta, schiavi catturati dalle regie navi, furono usati tantissimi materiali, tutti di primissima qualità e provenienti da luoghi famosi quali Carrara, Bellona, Capua, Bacoli.

Quasi per miracolo ci accorgiamo di avere una giornata disponibile senza impegni ed allora …. mettere in moto la macchina e partire. Dove andiamo?? sono tanti anni che siamo stati alla Reggia di Caserta (da un controllo ci siamo accorti che erano quasi trenta gli anni passati). Si va.

Si parte e dopo un paio di ore di viaggio siamo arrivati. Parcheggio e caffè e dopo si và in biglietteria. Piccolo inconveniente nell’assalto dei venditori ambulanti prima di entrare, ci vogliono a tutti i costi convincere a prendere un mezzo per il parco perchè sono sette chilometri da camminare. Ma noi siamo venuti proprio a farci una bella, anzi bellissima passeggiata, e quindi iniziamo deviando verso la nostra sinistra nella parte del parco più selvaggia e purtroppo meno curata.

Scoviamo nel nostro peregrinare la peschiera grande che ci sembra di vedere per la prima volta, oppure la memoria ci ha tradito, e successivamente ritorniamo sul classico percorso di visita. Purtroppo la prima fontana ci riserva una bruttissima sorpresa. Dentro di essa stanno crescendo delle piante di fico ed è invasa dalle erbacce. Ci sembra proprio che sia stata abbandonata al proprio destino. Fortunatamente è l’unica in queste condizione ed ancora non siamo riusciti a spiegarci lo stato di degrado di quelle statue rispetto alle altre che sono trattate in un modo tutto sommato accettabile.

Arriviamo in fondo dobbiamo purtroppo accelerare la nostra visita poichè il giardino inglese chiude alle 14,30 e manca solo un’ora. Visita al giardino inglese e discesa abbastanza veloce per andare a vedere la reggia. Purtroppo ci imbattiamo nel secondo problema: alle ore 15,30 l’unico bar interno è già chiuso (hakuna matata: non si mangia e si prosegue imperterriti).

Usciamo dopo le 18,00 e si riparte per casa.

Consuntivo finale: una bellissima giornata in un posto delizioso che speriamo di replicare presto.

 

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I DUE SARCHIAPONI

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