La Necropoli di Villa Doria Pamphilj.

by / martedì, 02 gennaio 2018 / Published in Archeologia1, Il blog, Roma Nascosta, Viaggiando .....

Via Aurelia, la più lunga strada consolare Romana, come le altre vie, era costeggiata da un elevato numero di sepolcri, parte della necropoli della via Aurelia è riemersa nei pressi del Casino del Bel Respiro di Villa Doria Pamphilj, ovvero la palazzina seicentesca dell’Algardi, oggi di pertinenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La necropoli di Villa Pamphilj, è una tra le più belle presenti a Roma, il complesso, non ancora del tutto scavato e studiato, è molto particolare e si sviluppa in due settori intorno al Casino. Nel primo è presente una tomba in peperino di età tarda repubblicana e il Grande Colombario con le pareti totalmente affrescate, si decise, sembra per ragioni conservative, che tali pitture fossero asportate e trasportate Palazzo Massimo, il Museo Nazionale Romano, dove sono ancor oggi conservate. Sono inoltre visibili interessanti resti di un muro di recinzione, di un monumento in opera quadrata di tufo e peperino con rappresentazione di una finta porta, il Piccolo Colombario tutti databili dalla fine dell’età repubblicana alla metà del II secolo d.C., la necropoli tornò alla luce durante gli scavi eseguiti tra gli anni 1820 e 1830 dalla stessa famiglia Doria Pamphilj. A poca distanza da questo settore fu rinvenuto, nel 1984, durante i lavori per la sistemazione della centrale termica della Palazzina, in quel periodo appena acquisita dalla Presidenza del Consiglio per intrattenere le delegazioni estere, un Colombario completamente affrescato con pitture raffinate e di grande qualità, riferibili all’età augustea. Il Colombario ha un bel pavimento di mosaico donato da Gaio Scribonio Menofilo e presenta ancora le iscrizioni pertinenti ai defunti sia incise sulla chiusura delle nicchie per le olle cinerarie, sia scalfite intorno alle deposizioni. Andiamo però con ordine, i resti degli edifici funebri di età romana che si possono vedere nella zona a ridosso del Casino furono scoperti sicuramente durante la costruzione della Palazzina stessa, da parte dell’Algardi, e la sistemazione del parco circostante. Tale evento avvenne in conseguenza alla nomina al soglio pontificio, nel 1644, del Cardinale Giovan Battista Pamphilj, durante questi lavori sembra impossibile che non abbiano trovato i resti della necropoli, quindi sicuramente scoperti nella metà del XVII secolo ma non studiati né tantomeno indagati. Solo nel 1820 la stessa famiglia, che nel frattempo si era imparentata con i Doria, comincio degli studi sistematici della zona. Riemerse dall’oblio una parete di un sepolcro in opera reticolata, probabilmente la facciata della tomba stessa, edificata in blocchi di tufo e peperino su cui è rappresentata una finta porta completa di architrave, decorazioni, due gorgoni nella parte superiore e due teste di leone curiosamente munite di battenti ad anello, una decorazione precisa e simile, nei minimi particolari, a una vera porta. Interessante l’iscrizione al lato della porta, la quale riporta le misure del sepolcro: “In fronte pedes XXIVS in agro pedes XXIVS” ossia un quadrato di ventiquattro piedi romani di lato, corrispondenti a circa sette metri e venti centimetri. Interessantissimo è un piccolo edificio completamente apogeo costruito in laterizio e con due ingressi identici, presumibilmente di età Adrianea. Gli ingressi presentano architravi in travertino e una cornice in laterizio atta a ospitare l’iscrizione funeraria del proprietario del sepolcro, il titulus per i romani. La parte più interessante è certamente l’interno, giacché rappresenta una testimonianza del passaggio dal rito dell’incinerazione a quello dell’inumazione, infatti, nella struttura interna dell’edificio, sono presenti sia le nicchie che ospitavano le olle cinerarie, sia gli arcosoli in cui erano alloggiati i sarcofagi. Altrettanto interessante è il cosiddetto “Grande Colombario”, costruito in opera reticolata di tufo, il suo interno presenta un’unica sala ipogea destinata all’accoglienza delle urne, ne ospitava oltre cinquecento. Sopra di questa sala, a livello del terreno, vi era un altro locale in cui erano svolti i riti funebri e le cerimonie. Le pareti di questo Colombario erano completamente affrescate con scene di vita campestre, paesaggi con uccelli, architetture utopistiche e immaginarie, nature morte, ambientazioni briose in cui erano raffigurati pigmei che scappano da un coccodrillo o che combattono con delle gru, infine, raffigurazioni di miti e leggende. Intorno al 1950 tutti gli affreschi furono staccati, adducendo ragioni di conservazione, e furono trasportati nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, alcuni messi in mostra, altri racchiusi in chissà quale magazzino. Molte iscrizioni latine sono conservate in questa zona, numerose quelle inerenti a liberti, probabilmente lavoratori della vicina Trastevere. Molto interessante è un cippo funerario dedicato a Phoebus, un coscritto di origine tedesca, l’iscrizione recita: “… Corporis custos… militavit annos VIII… vixit annos XXV…”, era una guardia del corpo dell’imperatore Nerone, fu soldato per otto anni e morì all’età di venticinque anni. Fortunatamente diversa sorte, rispetto a quella del Grande Colombario, è toccata alla recente scoperta di un’altra sepoltura comunitaria, forse proprio perché si parla del 1984, quando, cioè, già da qualche tempo era cambiata la “Politica” sui ritrovamenti archeologi, l’approccio ora è quello di cercare di non decontestualizzare, per quanto possibile, i reperti. Durante i lavori del 1984, per la costruzione della centrale termica inerente alla palazzina utilizzata, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, come sede di rappresentanza, fu ritrovato un altro Colombario in grado di ospitare oltre cinquecento nicchie per le olle cinerarie. Il complesso risale all’età augustea ma, il colombario continuò a essere utilizzato almeno fino alla metà del II secolo d.C., il rinvenimento riguarda ambienti ipogei, anche se, probabilmente vi era un locale, all’antico livello stradale, dove erano celebrati i riti funerari. L’ipotesi dell’esistenza di questo locale è avvalorata dal ritrovamento, in fase di sterro, di listelli di argilla, gli stessi che erano usati per costruire pavimenti in opus spicatum. La costruzione è in opera reticolata, con gli angoli in tufo tagliato a forma di mattoni, la sua pianta è alquanto irregolare, un ambiante romboidale a cui si aggiungono altri due piccoli locali. L’importanza del ritrovamento è notevole poiché il Colombario di Scribonio Menofilo non solo conserva quasi tutto l’alzato delle pareti, sia della camera principale sia dei due ambienti, più piccoli, questi ultimi presentano una volta a botte, ma anche degli affascinati affreschi, questa volta fortunatamente lasciati in loco. Più che di una scala d’accesso si deve parlare di un vano scala, quest’ultima di tredici gradini, l’ultimo è ruotato di quasi novanta gradi, rispetto agli altri, e permette l’accesso, dopo l’attraversamento di un piccolo locale, alla sala centrale, quella più grande. Si tratta, sicuramente, di una scala di epoca romana ma, come molti studiosi hanno ipotizzato, non si reputa che sia quella originale, forse costruita in legno. La quasi totalità delle pareti dei tre ambienti e del vano della scala sono rivestite da un intonaco bianco molto fine e di elevato spessore. Sulle pareti sono presenti delle linee rosse che le dividono in fasce orizzontali, occupate alternativamente dalle nicchie e su di esse fanno bella mostra varie figurazioni, tutte rigorosamente ben affrescate, dipinte negli spazi presenti fra le file delle nicchie. Questa stanza centrale misura quattro metri e ottantacinque centimetri per tre metri, le nicchie per le deposizioni sono disposte su otto file coprendo quasi interamente tutte le pareti e come accennato, tutta la superficie muraria presenta un vastissimo panorama iconografico che è distribuito su tutti gli spazi liberi dalle nicchie. Gli studiosi hanno ipotizzato che questi dipinti erano destinati ad abbellire l’ambiente poiché non riportano nessun dato o meriti riferibili ai defunti, mentre lo spazio tra la prima e seconda fila di nicchie è interamente occupato dalle “Tabellae” dipinte che ricordano gli onomastici dei defunti, come quelle presenti, sotto ciascuna nicchia, nelle file superiori. Cerchiamo di descrivere questi fregi e decori affrescati, le fotografie allegate ne danno un’idea molto più precisa. A partire dal basso, tra la seconda e terza fila si possono vedere affreschi raffiguranti: ghirlande festoni e piccoli oggetti appesi al centro dei festoni stessi. Passando agli spazi tra la terza e quarta fila possiamo ammirare figure inanimate quali: pigne, fontane, cesti di fiori e di frutta, vasi, maschere teatrali, colpisce molto la presenza di un dipinto di uno specchio con relativa custodia per strumenti di bellezza; in questo spazio ci sono anche figure animate, quali uccelli nell’atto di beccare. Salendo, tra gli spazi compresi tra la quarta e quinta fila, restiamo abbagliati da paesaggi silvestri e Horti con architetture di giardini e statue di divinità. Gli affreschi tra la quinta e sesta fila comincino a mancare di alcune parti, nonostante ciò gli archeologi hanno valutato che le pitture rappresentano una serie di scene, con figure, in collegamento l’una con l’altra e scene di giudizio che fanno riferimento alla mancanza di rispetto, da parte degli uomini, delle norme comportamentali, quello che i romani chiamavano “Hybris”, secondo i modelli in uso in età Augustea. In questo spazio si possono chiaramente distinguere figure umane, personaggi con i segni del comando e un prigioniero con le mani legate. Gli affreschi dei due livelli superiori sono molto rovinati e mancati, dai frammenti rimasti si possono identificare decorazioni floreali e piccoli animali, tra cui una lepre, un grillo e un merlo. La distruzione della parte alta probabilmente avvenne nelle fasi di trasformazione delle aree agricole in giardini da parte della famiglia Pamphilj. Non va trascurato il pavimento realizzato in opus scutulatum, ossia su una base omogenea di tessere nere sono inserite, altri tasselli bianchi e colorati, di dimensioni maggiori, il tutto arricchito da frammenti marmorei, appositamente tagliati in piccole lastrine regolari, non si tratta di scarti di altre lavorazioni. Questi marmi rappresentano l’intero campionario di quelli commerciati nella città di Roma quali: il giallo antico, il rosso antico, l’africano, il cipollino, il pavonazzetto, il portasanta, il bardiglio, la lumachella orientale e vari tipi di alabastro. Su un lato del pavimento un’iscrizione veramente interessante: “C. Scriboni(u)s C. I. Men(ophi)lus”, è probabile che Scribonio Menofilo, da cui il nome dato al Colombario, finanziò la messa in opera del pavimento, tale indicazione, era forse contenuta nella seconda scritta, purtroppo perduta per sempre, posta sotto la prima. Di questa seconda iscrizione ne restano solo alcune tracce che indicano, però la sua presenza, Scribonio lo ritroviamo come proprietario di alcune nicchie del Colombario. Il secondo locale del complesso, è più piccolo del precedente, misura poco più di due metri per un metro e ha un’altezza di quattro metri, vi si accede dalla camera principale attraverso una soglia che è caratterizzata da un magnifico mosaico policromo con un motivo intrecciato e incorniciato da tessere nere. L’ambiente, totalmente affrescato, conserva le pitture fino alla volta a botte che raffigurano motivi floreali mentre lo spazio tra una fila di nicchie e l’altra è decorato da figure e scene brillanti con protagonisti dei pigmei in lotta con le gru. Il mosaico del pavimento è molto ben conservato eseguito con tessere bianche, per quanto riguarda la parte più esterna, mentre quella interna è delineata da tasselli neri, policromi, piccoli frammenti di marmo giallo e rari pezzetti in pasta vitrea. Al centro del pavimento si può vedere, invece, una bella decorazione in pasta vitrea con colori che sfumano tra il blu il celeste e il giallo. Il terzo ambiente di dimensioni paragonabili al precedente è quello che fu interessato dalla costruzione della scala in muratura, di conseguenza è divenuto una sorta di anticamera del sepolcro. Anche questo locale conserva la volta a botte, anche se solo parzialmente, e un intonaco decorato con motivi floreali. Il pavimento è simile a quello della camera principale, anche se rimaneggiato per la costruzione della scala, presenta delle tessere nere separate da frammenti marmorei di lumachella orientale, di africano, di ardesia, di portasanta, di palombino e di giallo antico. Infine alcune nicchie contenenti delle olle cinerarie, sono ricavate nella parete di fondo e su quella sinistra del vano scala, anch’esse intonacate e affrescate, ma questa volta la qualità dei dipinti non è eccelsa. Questo complesso sepolcrale fu forse realizzato da persone che finanziarono quest’attività edilizia con lo scopo di vendere uno o più spazi, per le olle funerarie, a tutti coloro, di solito liberti, che volevano una degna sepoltura, oppure alla costruzione contribuirono diverse famiglie riunite in una sorta di consorzio, le stesse che poi si suddivisero le nicchie. Comunque sia, il Colombario fu decorato in maniera egregia e perlomeno quasi tutto, per mano di due o tre artisti di elevata bravura, oltre a qualche altro meno incisivo, alcuni storici e archeologi hanno studiato e raggruppato le pitture in categorie e i numeri che ne sono risultati sono notevoli, anche se sicuramente non del tutto logici e precisi. È così che si contano: sei o otto scene mitologiche; sei con pigmei; undici paesaggi che ricordano l’Egitto; una trentina di paesaggi campestri o sacrali; una dozzina di nature morte, alcune con la presenza di pesci; ventisette con animali; ventuno con animali e frutti; quattro di danza e mimica. Inoltre sono raffigurati: un banchetto; una scena di tragedia; una raffigurazione di giudizio; una descrizione della raccolta dei datteri; un paesaggio con bovini; un personaggio con cesta di vimini; un domatore; una conversazione; l’immagine di un mercato; il meraviglioso ritratto di due sposi. C’è veramente da perdere la testa, la magia è che il tutto non è decontestualizzato, lo si può ammirare, anche se con qualche difficoltà, non dimentichiamo che la palazzina è usata come sede di Rappresentanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove il sepolcro fu concepito, costruito e decorato e inoltre ha un altissimo livello di conservazione. Nelle usanze pagane romane esistevano due differenti riti per la sepoltura dei defunti, l’inumazione e l’incinerazione, il Colombario di Scribonio Menofilo è un esempio fondamentale per lo studio delle tradizioni romane per quanto riguarda il rituale di cremazione.

 

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Necropoli di Villa Doria Pamphilj

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Colombaio di Gaio Scribonio Menofilo

 

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