La Domus Aurea

by / venerdì, 14 Agosto 2015 / Published in Archeologia1, Il blog

Nerone fece costruire, nei primi anni del suo regno, la cosiddetta Domus Transitoria, la quale doveva collegare i possedimenti imperiali siti sul Palatino con gli Horti Maecenatis ubicati sull’Esquilino, ma nel 64 d.C. avvenne un fatto inaspettato, secondo alcuni non troppo accidentale, un terribile incendio distrusse interamente la domus e una grande parte della città di Roma. Fu in questo frangente che l’imperatore decise di far costruire la più ampia e forse la più fastosa delle domus imperiali, la Domus Aurea. La “Casa Dorata” fu costruita con una velocità non consueta per l’epoca, Nerone morì nel 68 d.C. quindi l’edificazione avvenne in meno di cinque anni, fu costruita in mattoni e pietra, la sua estensione comprendeva il Palatino, una parte dell’Esquilino, quella porzione che oggi è conosciuta come colle Oppio, e una parte del Celio. La villa aveva, secondo alcuni studiosi, una dimensione di circa duecentocinquanta ettari, altri affermano che arrivava al massimo a cento, ovviamente non era costituita da un solo edificio ma da vari padiglioni, adibiti per le feste, per il soggiorno, per l’intrattenimento. La maggior parte della superfice era occupata da giardini, al loro centro, tra i tre colli, vi era una piccola valle in cui era posto un laghetto, sembra in parte artificiale, proprio nel punto in cui in seguito fu costruito il Colosseo, è probabile che i giardini comprendessero anche vigneti, pascoli e boschi con animali sia domestici sia selvatici. Nerone fece costruire una statua di bronzo d’orato, che lo rappresentava con l’abito di Apollo, Dio del sole per i Romani, alta forse trentacinque metri e la fece porre difronte all’ingresso principale del palazzo imperiale, la vera dimora di Nerone rimase comunque sul palatino, anche se il tutto faceva parte dell’enorme domus. Il cosiddetto Colossus Neronis fu, dopo la morte dell’imperatore, riadattato varie volte con le teste degli imperatori che si susseguirono finché Adriano lo fece spostare davanti all’anfiteatro Flavio per liberare l’area dove intraprese la costruzione del tempio di Venere. Ma che fine ha fatto la statua? Di certo a un certo punto è scomparsa, ma non vi è una documentazione che spieghi quello che accadde, vi sono alcune ipotesi fatte da storici e archeologi, c’è chi è propenso a credere che sarebbe stata fusa durante il sacco di Roma da parte di Alarico, altri ipotizzano che fu fatta fondere da papa Gregorio Magno e chi più semplicemente crede che collassò per un terremoto e i resti furono fusi per essere riutilizzati. Un’interessante teoria asserisce che nel medio evo e precisamente nel settimo secolo, la statua doveva essere ancora al suo posto semplicemente per l’esistenza di un riferimento letterario e perché l’anfiteatro Flavio era chiamato Colosseo. “Bene! Finalmente posso cominciare a vivere come un essere umano!”. Questa è la frase che Nerone disse quando inaugurò la Domus, almeno ciò è quello che è riportato, di questa grandiosa dimora imperiale troviamo riscontro nelle opere di vari storici e scrittori dell’epoca quali Svetonio, Plinio il Vecchio e Tacito, proprio quest’ultimo sostenne che l’imperatore stesso supervisionava l’opera dei due architetti, Celere e Severo, scelti per l’edificazione della villa. Come già rilevato e contrariamente a quanto si può pensare, i vari edifici furono costruiti tutti in mattoni e pietre, gli interni però rispendevano per i rivestimenti in oro, meravigliosi stucchi adornavano corridoi, stanze e soffitti, pietre semipreziose erano disposte a ornamento in varie posizioni. Maestosi mosaici furono collocati sulle volte, lastre di avorio rendevano lucenti soffitti e pareti, molti altri elementi di effetto erano presenti un po’ ovunque, fontane nei corridoi e alcune piscine nei pavimenti, una per piano, rendevano particolari le sale che le contenevano. Gli affreschi furono eseguiti da Fabullo, dai suoi allievi e collaboratori, ricoprivano ogni superficie lasciata libera dalle altre decorazioni, un’area molto vasta, la tecnica usata era quella dell’affresco su gesso fresco, che oltretutto richiede una certa velocità nell’esecuzione, l’impianto era quello che fu definito il quarto stile pompeiano. Dopo la morte di Nerone, non è ancora chiaro se fu ucciso o si tolse la vita, tutto il terreno che comprendeva la Domus Aurea fu destinato a edifici e opere pubbliche, in qualche modo per calmare le anime di romani, quel suolo fu restituito dai Flavi agli abitanti della città. In circa una decina di anni la residenza fu spogliata di tutte le cose preziose che conteneva, Vespasiano prosciugò il laghetto e in quello spazio iniziò la costruzione di un anfiteatro, che sarà poi noto come Anfiteatro Flavio o Colosseo, fu poi terminato da Tito e modificato da Domiziano, Tito edificò le teme che portano il suo nome, cosi come fece Traiano, Adriano costruì il tempio dedicato a Venere. Dopo circa quarant’anni non rimase più traccia della residenza voluta da Nerone, altri edifici avevano occupato il suo posto, per l’esattezza non rimase traccia in superfice perché in realtà i sotterranei delle terme di Traiano nascondono una gradita sorpresa. La parte che fu interrata, conservata e usata essenzialmente come fondamenta per le terme era il padiglione usato quasi esclusivamente per le feste, sono state ritrovate almeno centocinquanta stanze che presentano planimetrie molto particolari che comprendevano esedre e nicchie atte sia a concentrare che a diffondere la luce solare, un particolare potrebbe risultare strano non sono state ritrovate né cucine né latrine. Gli architetti, Celere e Severo, realizzarono le due sale da pranzo principali con un criterio particolare, costeggiavano un cortile ottagonale, sormontato da una cupola costruita completamente in cementizio, la luce era assicurata da un eccezionale lucernaio centrale. La parte centrale del cortile forse svolgeva la funzione di triclinio dove, tramite giochi di luce, che era filtrata dal lucernaio, l’imperatore poteva apparire come una divinità, in questo modo si assimilava, cosa che gradiva moltissimo, al Dio Apollo. Le camere laterali fungevano sia da ambulacri sia da contrafforti per la cupola ed erano anch’esse a pianta ottagonale, sui soffitti a volta vi sono tracce di mosaici. La tradizione popolare vuole che i due ingegnosi architetti avessero ideato un meccanismo del tutto particolare, questo dispositivo, manovrato da schiavi, faceva ruotare il soffitto della cupola simulando i cieli conformemente all’astronomia antica, nel frattempo veniva spruzzato del profumo mentre petali di rose erano lasciati cadere su coloro che partecipavano al banchetto, di tutto questo però non vi sono prove evidenti. Questo complesso si apriva su di un grande portico che permetteva una caratteristica visuale sulla valle sottostante. Alla fine del 1400 quasi 1500, tanto per parafrasare un famoso film, un giovane ragazzo romano cadde in una fenditura sul versante di colle Oppio e si ritrovò all’interno di una particolarissima caverna, una grotta colma di terra e macerie ma che era piena di figure dipinte, molti artisti si facevano calare su delle assi appese a delle corde, volevano vedere con i propri occhi quegli affreschi. La cosa prese talmente piede, per tutto il Rinascimento, che diede vita a uno stile che fu definito a “Grottesche” ispirandosi a quei dipinti trovati per caso in quelle che, almeno inizialmente, si credettero delle grotte. Artisti famosissimi, come Michelangelo Buonarroti, Raffaello Sanzio, Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, Giovanni da Udine, Filippino Lippi, Maarten van Heemskerck e altri, visitarono e studiarono quei dipinti, la prova delle loro visite a quei sotterranei è molto evidente visto che hanno lasciato le loro firme, incise o disegnate col nerofumo, sulle pareti della Domus Aurea insieme a quelle altrettanto famose di Giacomo Casanova e del marchese de Sade, oggi quegli autografi sono ancora lì a testimoniare passaggio di quell’illustri personaggi. Quelle visite furono d’ispirazione per alcune opere, ciò, per esempio, è evidente nella decorazione di Raffaello per le logge del Vaticano o nell’ornamento della loggetta del cardinal Bibbiena eseguito da Giovanni da Udine. Il Pinturicchio decorò l’appartamento Borgia in Vaticano con motivi copiati dalle stanze della Domus, cosi come prese ispirazione dalla volta dorata per le decorazioni della libreria Piccolomini a Siena. Tutti questi artisti diffusero quei motivi decorativi nel resto dell’Italia, creando veri e propri cataloghi, troviamo, così, vari esempi sparsi per la penisola come a Palazzo Farnese di Caprarola per mano di Taddeo Zuccari, a Palazzo Vecchio a Firenze, per opera di Giorgio Vasari, Tommaso di Battista e Domenico Ghirlandaio. I primi veri e propri sterri sistematici e studi archeologici furono eseguiti tra il 1758 e il 1769 per volere di Clemente XIII, da allora gli scavi e i relativi sterramenti si susseguirono anno dopo anno, nel 1774 Mirri un antiquario romano finanziò lo sgombro dalla terra di sedici stanze e fece delle pubblicazioni tratte dai disegni delle decorazioni, i lavori di sgombro proseguirono tra il 1811 e il 1814 in quell’occasione si liberarono dal terreno e si esplorarono circa cinquanta locali e venne edita una planimetria che rispecchiava le scoperte fatte. Le ricerche poi si interruppero per quasi un secolo finché nel 1939 la regia soprintendenza ai monumenti del Lazio e degli Abruzzi decise di riprendere gli scavi, poi continuarono tra il 1954 e il 1957, nel 1969 si avviò un programma impermeabilizzazione delle volte e fu esplorato il piano superiore. Giungiamo così agli anni ottanta in cui proseguirono i lavori di conservazione delle strutture e degli affreschi, s’intrapresero nuovi restauri. Come si può intuire la scoperta della Domus Aurea, se da un lato ha permesso di farci vedere, se pur in modo parziale, le opere volute da Nerone, dall’altro ha prodotto un aspetto del tutto negativo, insieme ai grandi artisti, nella residenza Neroniana entrò anche l’umidità che determinò un lento ma inarrestabile processo di decadimento delle opere, fino a giungere a dei crolli delle volte dei soffitti a causa delle infiltrazioni d’acqua e dell’accrescimento delle radici degli alberi che sono nel parco sovrastante. Fortunatamente è stato intrapreso un lungo e costoso percorso di risanamento di tutto il complesso situato sotto colle Oppio, chi come me ha avuto la fortuna di vedere tutte, o quasi tutte, le centocinquanta stanze sa di che opera imponente è magnifica stiamo parlando, quelle piccole parti di affresco che sono state pulite e restaurate a campione, dimostrano che sotto alle stratificazioni sono presenti, ancora in tutto il loro splendore, quei dipinti che Nerone volle e che sono giunti sino a noi, certo che i lavori da intraprendere sono molteplici, si deve rendere stabile tutta la struttura bloccando le infiltrazioni, modificando e alleggerendo il giardino sovrastante, pulire e restaurare tutti gli affreschi, speriamo che l’opera avviata da vari studiosi e archeologi possa essere, in un futuro non troppo lontano, portata a termine, in definitiva serve molta pazienza, grande professionalità e forte volontà, queste qualità non sembrano mancare ai volontari e agli addetti ai lavori, occorrono poi i finanziamenti, e questi chissà…

 DSCN7277

 

Vai all’album fotografico

 

(313)

Tagged under:
TOP