La Catacomba di Generosa

by / lunedì, 21 maggio 2018 / Published in Archeologia, Il blog, Roma Nascosta

 

 

La CATACOMBA di GENEROSA

 

 

La catacomba di Generosa si trova a Roma in via delle Catacombe di Generosa, vicina all’ansa del Tevere e sulla riva destra, nel quartiere Portuense. Il nome deriva presumibilmente dal nome della fondatrice o della donatrice del terreno dove è posizionata. E’ stata anche indicata come “ad sextum Philippi” (o “super Philippi”), poiché anticamente il territorio era posto al sesto miglio dell’antica via Campana. Filippo doveva essere un possidente della zona.

Furono scoperte nel 1868 dentro una vigna da Giovanni Battista De Rossi come conseguenza del rinvenimento di alcune epigrafi che testimoniavano la presenza di un bosco sacro e di un santuario pagano dedicato al culto della dea Dia (detta anche Cerere). Al tempo passato il sito era controllato dal collegio sacerdotale dei Fratres Arvales. Una associazione sacerdotale pagana, le cui origini risalgono all’epoca repubblicana romana, dedicata al culto della dea citata, il cui tempio è stato individuato nello stesso recinto: gli Arvali registravano la loro vita religiosa e cultuale (gli Acta fratrium Arvalium) in tavole marmoree, molte delle quali sono giunte fino ai nostri tempi, grazie al loro riutilizzo come lastre di pavimentazione della basilica di Generosa.
Lungo il pendio nord della collina vennero scoperti gli accessi delle antiche cave di pozzolana adibite dalla comunità cristiana a luogo di sepoltura.

La catacomba (formata da un unico livello) è posta all’interno di una collina e ingresso originale fu inglobato nella basilica, costruita da Papa Damaso nella seconda metà del IV secolo. Nell’abside una fenestella confessionis permetteva di vedere il principale luogo di sepoltura mentre una porta laterale ne permetteva l’accesso. Ai nostri giorni l’ingresso è costituito da una piccola struttura in mattoni chiusa da una porta di ferro.

Per la visita alla Catacomba bisogna rivolgersi al Comitato Catacombe di Generosa, in collaborazione con la Parrocchia Santo Volto di Gesù (sito web del Comitato  http://www.comitatocatacombedigenerosa.it/dblog/).

Dopo una ampia presentazione del sito archeologico da parte di un addetto, anche se non senza qualche difficoltà, attraversata la robusta porta ci siamo introdotti al suo interno. Il Comitato ci ha fornito anche una serie di lampade per illuminare le gallerie che non sono illuminate. Appena dopo l’ingresso troviamo due grandi lastre di marmo che provengono dalla Basilica di Damaso, sono stati qui posizionati dai restauri novecenteschi. Discesi pochi scalini ci troviamo in un’ampia grotta, detta Spelonca magna, che è la parte più antica della catacomba. Il primo uso è stato quello di impianto estrattivo di materiali edili che veniva eseguito dagli ergastolani (schiavi o uomini condannati a vita). La cava produceva il cappellaccio romano, usato per fare mattoni a basso costo, e pozzolana. In questo ambiente, anticamente detto ergastolum, erano riposti gli strumenti di lavoro e gli schiavi. Avanti a sinistra troviamo un diverticolo dove è stato posizionato una parte del frontone dedicatorio della Basilica ed alcune tegole provenienti dalle gallerie cimiteriali. Su alcune troviamo dei bolli di Domiziano (81 d.C.) che ci permettono di ipotizzare che l’uso come cava estrattiva si sia esaurito nel I sec. d.C. per passare ad un uso funerario. In fondo alla Spelonca si trova un stretto diverticolo, chiuso al pubblico, a pianta quadrata che è stato chiamato la Camera etrusca poichè quando è stato aperto vi è stato trovato uno scheletro composto secondo l’usanza Etrusca (simile alle tombe di Cerveteri e Tarquinia).

Tra le parti più antiche della catacomba troviamo anche la Tomba dei Martiri. Inizialmente un ampio ipogeo a pianta rettangolare che nel IV sec. È stato ristretto da due finte pareti che inizialmente nascondevano un letto funerario di tipo etrusco. successivamente dietro la parete di sinistra (dove troviamo l’affresco della Coronatio Martyrum) furono poste le spoglie di Simplicio e Faustino. Dietro la parete di destra furono poste le spoglie di Beatrice e di Rufiniano. La Tomba di Generosa è formata da un arcosolio, una nicchia sormontata da un arco ribassato. Questa struttura funeraria nel I sec. Era usata per accogliere l’urna cineraria di un defunto di rango. Sotto l’arco troviamo una mensola in marmo utilizzata per deporre le offerte ed i lumini ad olio. La spalletta di destra è decorata con la raffigurazione del Buon Pastore, mentre quella di sinistra con una scena pastorale. La parete frontale rappresentava Abramo che immola il figlio Isacco e la Misericordia del Signore per Isacco. Nella lunetta interna era un Orante. Nei pressi troviamo delle tombe tipiche di un settore pagano, è possibile presumere un utilizzo promiscuo tra pagani e cristiani dove troviamo delle tegole sigillate del I e II secolo (è probabile un riuso di materiali più antichi).

Dopo questo ambiente ci ritroviamo nel dedalo delle gallerie cimiteriali scavate nel tufo. La loro superficie complessiva è di circa 2600 mq. Le gallerie sono poste su un unico livello e descrivono un percorso circolare che ci ha riportato nella zona della Tomba dei Martiri. Percorrendo le gallerie si possono notare negli incroci o nelle diramazioni delle piccole nicchie che servivano anticamente per ospitare le lucerne. L’antica illuminazione di questi luoghi che noi durante la visita abbiamo realizzato attraverso delle lampade portatili. Le gallerie sono piuttosto anguste e irregolari, senza prese di aria o di luce. Risultavano quindi non idonee a permanenze prolungate come riunioni o assembramenti. All’esterno si praticava il banchetto funebre (refrigerium o agape fraterna) che seguiva il funerale o nelle ricorrenze annuali. All’interno si avevano dei brevi momenti di raccoglimento o preghiera per il defunto oppure per venerare le spoglie dei Martiri.

I loculi sono posti orizzontalmente l’uno sopra l’altro in tre o quattro ordini e raramente ne troviamo cinque. Vicino alla tomba dei Martiri troviamo poco spazio tra un loculo e l’altro, allontanandoci questo spazio aumenta e troviamo in fondo delle gallerie inutilizzate. I loculi hanno generalmente la forma del corpo del defunto. Questi venivano semplicemente avvolti in un sudario e deposti senza alcun corredo. Esternamente i loculi erano chiusi con tegole sigillate da calce. Tra le zone particolari della Catacomba troviamo, vicino alla Tomba dei Martiri, una galleria cieca che prende il nome di Cimitero degli Infanti. Il nome ci indica la presenza di numerose, rispetto al numero totale, tombe di piccole dimensioni riservate alla sepoltura dei bambini. Questa percentuale elevata ci fa dedurre una mortalità infantile elevata.

Nei primi anni del VI sec. la popolazione romana era ridotta a 50.000 abitanti e gli Ostrogoti la presero di assedio accampandosi proprio nella zona della catacomba. Alcuni anni dopo Papa Vigilio (537-555) fa eseguire dei restauri e ne troviamo una traccia in un’epigrafe marmorea dispersa che in latino recita: «In questa galleria vedrai i corpi dei Santi Fratelli. E saprai, con infinito dolore, che essi colsero il più bel frutto della vita, pagandolo col sangue. Da qui, o pellegrino, inizia la visita ai Santi che l’empia tribù gotica – orribile a dirsi – scacciò dalle loro tombe». Nel Liber Pontificalis troviamo che Papa Leone II (682-683) ordina di evacuare tutti i santuari posizionati nelle campagne romane, portando le reliquie in essi contenute «intra muros», cioè nelle chiese dentro le Mura.

Le reliquie dei Martiri vengono inizialmente trasportate nel 682 nella chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino. Furono deposte in un sarcofago che in seguito alla distruzione dell’oratorio fu trasportato e murato nella parete della canonica di S. Maria Maggiore dove tuttora si conserva mentre le reliquie vennero divise tra i santuari di mezza Europa.

Come spesso è accaduto, dopo la loro chiusura, le Catacombe vengono dimenticate per oltre mille anni. La riscoperta avviene nell’Ottocento, durante il pontificato di Papa Pio IX, grazie agli scavi dell’archeologo Giovan Battista De Rossi. Per la pessima situazione delle volte della galleria viene deciso di fare una copia dell’affresco della Coronatio Martyrum, e di distaccarlo dalla parete (viene perduta la parte bassa) per rinforzare la volta. Successivamente viene ricollocato al suo posto. Nel 1936 viene eseguito un restauro che conferisce, grazie a moderne putrelle e travi in acciaio, una stabilità ottimale per la Catacomba. Vengono rimossi i vecchi muri di sostruzione permettendo nuovamente la visione sulla spalletta di sinistra dell’Arcosolio di Generosa dell’affresco della Scena pastorale. Al momento della riscoperta la grande maggioranza dei loculi era ancora intatta e così si conservò fino al 1970 quando, da parte di ignoti, furono compiuti atti vandalici che ne danneggiarono una cinquantina nella vana ricerca di preziosi reperti.

Gli scavi eseguiti dalla Ecole Française di Roma negli anni ottanta hanno permesso di stabilire la dimensione della basilica Damasiana, che era a tre navate suddivise da pilastri. L’edificio presentava dimensioni di circa 20 * 14 metri, addossato su tre lati al banco di tufo della collina e suddiviso in tre navate di dimensioni diverse. La forma risultava deformata e decentrata rispetto all’asse longitudinale della basilica che risulta obliqua per adattarsi ai preesistenti sepolcri dei martiri. Al centro dell’absidale si apriva la fenestella confessionis da cui i pellegrini in preghiera potevano scorgere la cripta dei martiri.

I fedeli potevano attraverso una porta che si apriva alla destra dell’abside entrare all’interno delle gallerie, il cosiddetto introitus ad martyres, per visitare le tombe dei martiri. Sotto il piano di calpestio furono scoperte numerose sepolture scavate direttamente nel terreno e ricoperte da tegole. Nei pressi dell’abside erano posizionati dei loculi chiusi con epigrafi marmoree. La basilica mantenne la sua funzione funeraria almeno fino all’inizio del VI sec.

Cosa aggiungere se non l’invito ad andare a visitarla di persona …..

 

I martiri di Generosa

Sono quattro i martiri ricordati nella catacomba di Generosa, oggi comunemente chiamati i santi martiri portuensi: Simplicio, Faustino, Viatrice (o Beatrice) e Rufiniano. Quest’ultimo martire è praticamente sconosciuto. La passio alto medievale racconta che i fratelli Simplicio e Faustino furono uccisi e gettati nel Tevere. La corrente avrebbe trasportato i loro corpi fino all’ansa del Tevere “iuxta locum qui appellatur sextus Philippi” dove si sarebbero arenati. La sorella Viatrice li avrebbe raccolti e deposti nella vicina catacomba. Dopo il suo martirio Viatrice fu deposta accanto ai suoi fratelli.

Le epigrafi

La quasi totalità delle chiusure dei loculi non reca inciso il nome del defunto: «I senza nome sono la stragrande maggioranza». Gli abitanti antichi erano in maggioranza poveri e non sapevano leggere «ai contadini della zona era sufficiente riposare il più vicino possibile accanto ai Martiri in attesa della resurrezione». Troviamo una piccola lapide che riporta usando il genitivo il nome della proprietaria «Viviane» (Vivianæ in latino classico), ed un’altra che riporta il nome della defunta «Paola», salita a Dio nell’anno 372 d.C.

Troviamo anche poche incisioni simboliche: una colomba che si leva in volo; una colomba con un ramo d’ulivo nel becco (rappresentano «l’anima innocente, liberata dal peso del corpo, che raggiunge la pace di Dio»); un paio di incisioni cruciformi; frequente è il simbolo del chi-rho, dove le lettere greche chi (Χ) e rho (Ρ) formano il monogramma di Kristos (Cristo). Al cristogramma si accompagnano spesso le altre lettere alpha e omega (Α e Ω, prima e ultima dell’alfabeto greco), secondo il motto evangelico «Cristo, redentore e salvatore è il principio e la fine». Si trovano anche delle epigrafi (alcune in lingua greca).

Il Buon Pastore

A destra dell’Arcosolio di Generosa troviamo un giovane dalla corta tunica, ornata con una doppia croce gammata; ha nella mano destra un flauto di Pan (un flauto a canne di lunghezza diversa) con due pecore. Una scritta, oggi svanita, riportava la parola «pastor» (pastore). Molto probabilmente è un riutilizzo di un affresco ispirato al tema pagano di Orfeo. Per i cristiani Orfeo diventa la rappresentazione simbolica dell’episodio evangelico del Buon Pastore. La parete frontale presentava in origine decorazioni a fresco, oggi perdute. Alcune sono interpretate come Abramo che immola il figlio Isacco e la Misericordia del Signore per Isacco. Una figuretta a fresco (oggi perduta) era presente anche nella lunetta della parete interna dell’arcosolio e viene interpretata come un orante, cioè un uomo in piedi con le braccia aperte in atto di preghiera. La parte sinistra non è più visibile a causa del muro di sostruzione realizzato nel 682 dai restauratori di Papa Leone II.

La Coronatio Martyrum

Alarico, capo dei Visigoti, assedia ripetutamente Roma dal 408 al 410. Di conseguenza il Sacco di Roma del 410 viene percepito come una premonizione della fine dei tempi. L’affresco della Coronatio Martyrum rappresenta questa visione apocalittica. Cristo giudice tornerà sulla terra per giudicare i vivi e i morti e quindi consegnerà ai santi la corona del martirio, cioè il premio finale della vita eterna.

L’affresco è realizzato sulla parete di sostruzione di sinistra nella Tomba dei Martiri ed ha una dimensione di circa 1,50 × 2 m. Vi sono rappresentati in piedi, da sinistra, Beatrice, Simplicio, Cristo, Faustino e Rufiniano.

Il Cristo giudice è posizionato al centro della scena. E’ rappresentato con una aureola che circoscrive una croce. Con la mano sinistra sostiene il Libro della Vita e con l’altra benedice tenendo l’indice, il medio e il mignolo sollevati. A fianco del Cristo giudice marciano Simplicio e Faustino, con il capo circondato da un nimbo dorato. Essi vestono con una tunica bianca come preannuncia l’Apocalisse di San Giovanni. Anche Beatrice, posta sulla sinistra, indossa una tunica bianca. Sulla destra troviamo l’enigmatica figura di Rufiniano. Sanctus Rufinianus, recita l’epigrafe. Anch’egli ha in mano la corona e indossa la bianca tunica come un martire ma non ne troviamo traccia negli annali ufficiali. Inoltre indossa sulle spalle una «clamis coccinea» che lo identifica come un militare.

La Basilica di Papa Damaso

Nel 382 viene abolita l’immunitas, la regola del diritto romano che, nonostante la vittoria del cristianesimo, garantiva l’inviolabilità dei luoghi consacrati alla religione tradizionale. Questa abolizione investe il Lucus Fratrum Arvalium dove vengono abbattuti gli alberi sacri alla Dea Dia e viene edificata la basilica da Papa Damaso. Viene fatto lo sbancamento di parte della collina e l’altare viene allineato sopra la tomba dei Martiri. Per sopportare il peso dell’edificio la Spelonca Magna viene rinforzata con poderose mura di sostruzione e la Tomba dei Martiri viene ristretta. Nell’abside della basilica viene creato l’ingresso per la catacomba. Si tratta di una piccola porta detta «Introitus ad Martyres». Accanto viene realizzata la «fenestella confessionis», cioè la finestrella della confessione. Una piccola finestra chiusa da una grata che consentiva ai fedeli riuniti nella basilica di stabilire un contatto visivo con la cripta dei martiri e di poter calare, e recuperare con una cordicella, all’interno dei piccoli pezzi di stoffa. La catacomba diventa cosi un santuario per la venerazione dei Martiri. La Basilica di Papa Damaso è tra i primi santuari che si incontrano arrivando a Roma. Purtroppo il suo splendore dura poco poichè trent’anni dopo la consacrazione le tribù gotiche calano da nord e le campagne romane diventano pericolose.

 

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