La basilica di San Giacomo Maggiore e l’oratorio di Santa Cecilia.

by / venerdì, 06 ottobre 2017 / Published in Archeologia1, Archeologia2, Il blog, Popoli e Civiltà, Viaggiando .....

La storia della basilica San Giacomo Maggiore iniziò in un lontano aprile del 1267 quando si diede il via ai lavori di scavo delle fondamenta di una nuova chiesa e quando, nel mese successivo e con una cerimonia solenne, si effettuò la posa della prima pietra. Questi i dati ufficiali, però, una comunità di eremiti, sotto la regola di Sant’Agostino, fondati dal beato Giovanni Bono da Mantova e detti Giamboniti, nel 1247, si era stabilita appena fuori le mura di Bologna e qui costruirono una chiesa, San Giacomo di Savena. Papa Alessandro IV decise di riunire in un unico ordine tutti gli eremiti che seguivano la regola di Sant’Agostino l’”Ordo Fratrum Eremitarum Sancti Augustini” o meglio, l’”Ordine Eremitano di Sant’Agostino”. A questo punto gli eremiti Agostiniani cercarono un luogo più consono al loro apostolato e che fosse all’interno delle mura cittadine. Il luogo ideale fu individuato sulla via di San Donato nei pressi di una piccola chiesa dedicata a Santa Cecilia, i lavori di edificazione furono lenti e alla realizzazione della chiesa contribuirono lasciti, donazioni ed elargizione di fedeli, ma anche erogazioni del comune di Bologna, tramite la concessione di riscossione delle gabelle. A ricordo di questi finanziamenti sul portale principale fu posta una scritta in latino, ancor oggi parzialmente visibile, che pone in evidenza che la chiesa, dedicata ai Santi Agostino e Giacomo, fu edificata dal popolo e dal governo della città. La chiesa fu edificata con un’architettura semplice e austera caratteristica questa che era propria dell’ordine Agostiniano, fu costruita a navata unica e pianta quadrangolare. L’edificio terminava con una cappella detta di testata con abside poligonale e due cappelle, più piccole, a pianta quadrata, affiancate alla prima. Le tre cappelle avevano una copertura a volta, mentre la navata aveva un tetto spiovente con capriate lignee a vista. D’impostazione romanica la chiesa aveva un’architettura semplice e povera, ma lo spazio interno fu concepito con ispirazione al gotico, vale a dire, con slancio verticale, presenza di arche funerarie e finestre ogivali, anche le dimensioni erano interessanti, circa sessantacinque metri di lunghezza per venti di larghezza. Sicuramente queste pareti, perlomeno inizialmente, erano prive di decorazioni e abbellimenti, che furono poi aggiunti grazie alle offerte dei fedeli. E’ da notare che fin dall’inizio furono apportate delle modifiche all’edificio, l’abside appena costruito fu ristrutturata tra il 1331 e il 1343 o il 1344, le variazioni iniziarono con l’elevazione e l’allargamento della cappella maggiore, che a quel punto prese l’aspetto di una tribuna, con pianta poligonale, e in cima ai pilastri furono inseriti cuspidi e pinnacoli, per tribuna s’intende il complesso architettonico presbiterio, abside e coro. Anche le cappelle laterali furono rialzate e nel 1336 cominciarono i lavori per la costruzione del campanile che andava a poggiarsi sulla cappella di destra. Fu poi costruito il deambulatorio e intorno ad esso una serie di cappelle poste a raggiera, numerosi furono gli altari eretti e dedicati a: Sant’Agostino; Santa Maria Maddalena; San Bartolomeo; Maria; Santa Marta; San Nicola; San Luca; San Filippo. La chiesa fu consacrata nel maggio 1344 e divenne una delle maggiori chiese della città di Bologna, erano passati settantasette anni dall’inizio dei lavori. La chiesa di San Giacomo, nella seconda metà del XV secolo quando cioè si affermò la cultura rinascimentale, subì una serie di ristrutturazioni, che in special modo nell’interno, ne cambiarono l’aspetto. La famiglia Bentivoglio, che in quel periodo vide aumentare notevolmente la propria importanza nell’ambito politico della città, misero la chiesa di San Giacomo sotto la loro personale protezione e vi costruirono la loro cappella gentilizia tra il 1463 e il 1468. La realizzazione di ciò determinò l’elevazione e l’allargamento di una cappella nella raggiera absidale, ma non fu questa l’unica conseguenza, infatti, questi lavori portarono alla variazione della planimetria della chiesa e delle strutture di sostegno delle volte del deambulatorio, inoltre, l’espansione della cappella fece diminuire la già poca distanza dalla piccola chiesa di Santa Cecilia. Nel 1471 fu sopraelevato il campanile ritenuto troppo basso e tozzo, sempre la famiglia Bentivoglio, tra il 1477 e il 1481, fece costruire un nuovo portico, che rappresenta un’importante e bella opera de rinascimento bolognese. Grandi cambiamenti dell’interno della chiesa furono eseguiti tra il 1483 e il 1498 quando cioè fu rifatta la copertura, le capriate lignee furono eliminate e al loro posto furono realizzate tre volte a vela e una cupola. In conformità a questa nuova ristrutturazione, furono costruiti altri pilastri per sorreggere la copertura, lo spazio interno della chiesa risultò diviso in quattro parti e allo stesso tempo si formarono delle aree in cui furono ricavate altre cappelle laterali, mentre le pareti furono arricchite con altari e dipinti. La chiesa subì altri interventi e ristrutturazioni in epoca barocca, nel 1562 la cupola maggiore crollò a causa di un fulmine e fu ricostruita da Antonio Morandi, forse troppo velocemente e con poche risorse economiche. Le mode cambiarono e nel 1665, per seguire i nuovi gusti, la chiesa fu intonacata e dipinta di bianco, poi ancora, nel 1686 nel soffitto del coro furono realizzate due finte volte a vela e fu creata una grossa conchiglia di stucco che andò a incorporare e quindi nascondere le nervature gotiche originali e le finestre ogivali. Nel 1723 al posto delle finestre monofore, poste lungo i fianchi della chiesa e in precedenza chiuse per un terremoto, furono aperti dei finestroni rettangolari che, a detta di molti esperti andarono a squilibrare l’illuminazione dell’edificio. I rifacimenti andarono avanti anche per tutto il XVIII secolo, furono eseguiti restauri generali e il rifacimento di alcune colonne e relative basi. Poi giunse Napoleone che ordinò la soppressione di tutti gli ordini religiosi, anche gli Agostiniani subirono la stessa sorte di tutti gli altri religiosi e furono allontanati. Ripresero possesso della chiesa nel 1824, ma ormai parte del convento era stato trasformato, dal 1804, in sede fissa del Conservatorio Musicale. Il convento fu definitivamente abbandonato nel 1860 a causa di nuove leggi dell’appena proclamato “Nuovo Regno d’Italia”, tuttavia gli Agostiniani rimasero come custodi della chiesa. Ma qual è l’aspetto odierno della chiesa? La facciata della chiesa di San Giacomo è certamente la parte più antica di tutto l’edificio che vediamo oggi, essa presenta due spioventi, con uno slanciato stile tardoromanico, ornati di scuola veneziana, probabilmente eseguiti da artisti lombardi, adornano le finestre ogivali. Tali ornati realizzati in pietra d’Istria risalgono, presumibilmente al 1295. Alcuni studiosi concordano che nei primi anni del trecento fu modificato il protiro originale, questo termine deriva dal greco e sta a indicare portico a cuspide posto a protezione e copertura dell’ingresso principale di una chiesa, adattando i leoni stilofori e rivolgendoli verso l’interno. Sembra che anche le quattro celle sepolcrali della facciata furono aggiunte in questi anni. Due piccoli portici, uno del XV secolo e altro del XVI secolo, sono presenti nell’ingresso laterale, mentre il portico principale della chiesa è rinascimentale, è formato da trentasei colonne con capitelli corinzi e un bel fregio spicca sulla trabeazione. Attribuito a Tommaso Filippi, il portico contiene una serie di celle sepolcrali con archi a sesto acuto risalenti al XIII secolo, molti delle quali erano affrescate. L’interno, come già detto è molto ampio e imponente nel suo stile rinascimentale e con le sovrastrutture barocche, sulle volte a vela, nel 1495, la “Bottega” del Francia e quella del Costa, affrescarono i Santi Nicola da Tolentino, Agostino e Giacomo Maggiore. L’interno presenta ben trentacinque cappelle pregne di opere d’arte di vari autori cerchiamo di riassumere brevemente il loro significato e le opere che contengono, precisando che la cappella Bentivoglio merita, per la sua eccezionalità una trattazione a parte. La prima cappella detta della “Compagnia della Consolazione” o dei “Centurati”, presenta un dipinto su tavola della Madonna della Cintura con il Bambino, si tratta di una copia dell’affresco della scuola del Francia che è coperto dal quadro stesso. La seconda cappella, della famiglia Coltelli, conserva un dipinto del XVIII secolo, raffigurante Sant’Agostino e santa Monica opera di Antonio Rossi. La terza cappella detta “Malvezzi”, fu inizialmente dedicata a Santa Rita mentre è ora intitolata all’agostiniano San Giovanni da Sahagun, presenta una pala d’altare con Cristo che appare a san Giovanni da Sahagun opera di Giacomo Cavedoni. La quarta cappella detta della “Conversione di San Paolo” del 1573 è una delle maggiori e meglio riuscite opere di Ercole Procaccini, su di un pilastro vi è un eccellente ritratto, di marmo policromo, di Isotta Manzoli Bentivoglio. La quinta cappella e detta “Pepoli”, è dedicata a santa Rita di Cascia, conserva una pala con Cristo che appare a Santa Rita con i Santi Francesco e Piriteo Malvezzi, opera del 1734 di Galgano Perpignani. La sesta cappella, denominata della “Compagnia dei Gargiolari”, questi erano gli artigiani che lavoravano la canapa, conserva una pala d’altare raffigurante la Madonna e i Santi Agostino, Stefano, Giovanni Battista, Antonio abate e Nicolò, insieme ai committenti dell’opera cioè i coniugi Brigola, prodotto artistico di Bartolomeo Passarotti. La settima cappella della famiglia Orsi, presenta una pala che raffigura l’Elemosina di Sant’Alessio, magistrale opera di Prospero Fontana, dello stesso autore sono gli affreschi della volta in cui sono rappresentati il coro degli angeli e due storie del Santo. Sopra l’altare c’è un’urna contenente le spoglie mortali del beato Simone da Todi. L’ottava cappella conserva lo Sposalizio mistico di Santa Caterina e i Santi Giuseppe, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Maddalena, anche questo è un dipinto su tavola, una pregevole opera del 1536 di Innocenzo Francucci da Imola, l’autore firmò e datò il dipinto. Dello stesso autore sono gli affreschi sulle pareti laterali della cappella, su quella di sinistra fu posta anche la tomba di Giovan Battista Malavolta, opera di Alfonso Lombardi. La nona cappella, detta “Bianchetti”, fu interamente opera di Tommaso Laureti. La decima cappella, conosciuta come “Guidalotti”, contiene un’opera pregevolissima del maestro Ludovico Carracci, si tratta di un dipinto di San Rocco, le decorazioni della volta e delle pareti furono eseguite da artisti della scuola del Carracci stesso. L’undicesima cappella fu dedicata a San Michele Arcangelo, qui Lorenzo Sabatini affrescò, sulla piccola cupola, i quattro Evangelisti e, sulle pareti i quattro dottori della chiesa. Nella stessa cappella è conservata una pala raffigurante la Madonna con il Bambino e San Giovannino, San Michele e il diavolo che sembra essere stata dipinta da Sabbatini stesso con l’aiuto di un suo allievo tale Denijs Calvaert. La dodicesima cappella fu fatta costruire dal cardinale Giovanni Poggi per la sua tomba e ovviamente porta il suo nome, fu dedicata a San Giovanni Battista. L’intera opera è di Pellegrino Tibaldi il quale dipinse gli affreschi che rappresentano la Concezione del Battista e Giovanni Battista che battezza le folle. Lo stesso maestro preparò i cartoni per gli affreschi della volta e degli ovali, la Natività del Battista, la Danza di Salomè, la Decapitazione del Battista e Il capo di San Giovanni Battista portato al banchetto di Erode, ma che furono dipinti da Prospero Fontana, lo stesso autore che eseguì la bella pala posta sull’altare e che raffigura il Battesimo di Gesù. In questa cappella vi è l’organo, una pregevole opera a intaglio del 1667. Da questa cappella si accede alla sacrestia, che è opera di Azzo di Domenico il quale la concepì in stile gotico, essa conserva alcuni mobili di varie epoche. La tredicesima cappella e posta tra i due pilastri esterni del campanile e nota come Cappella Castagnoli Zanetti, conserva un particolare Crocefisso di Iacopo Di Paolo, la sua caratteristica è che è dipinto anche sul lato posteriore. La quattordicesima cappella nota come “Calcina”, fu dedicata ai Santi Cosma e Damiano, le cui pareti furono affrescate da Cristoforo da Bologna, il maestro, nella sua opera raffigurò episodi della vita di Santa Maria Egiziaca. Nella quindicesima cappella, nota come “Cappella Cari” e dedicata alla Santa Croce, vi è un polittico di Iacopo di Paolo, posto sull’altare, poi sulla parete sinistra fa bella mostra di se un grande Crocefisso di Simone da Bologna, mentre sulla parete destra c’è una Crocifissione della fine del XIII secolo che originariamente si trovava fuori dalla chiesa. La sedicesima cappella conosciuta come quella di Cantofoli e Diolaiti, fu dedicata a Sant’Anna e conserva un’opera di Giambattista Grati, si tratta di una pala d’altare, dove è raffigurata Sant’Anna mentre sta insegnando a Maria a leggere, Insieme a San Giovacchino e alcuni Angeli. La diciassettesima cappella fu consacrata a San Lorenzo, qui sono sistemati i resti degli affreschi che furono staccati nel portico. Inoltre vi sono conservati i sepolcri del filosofo Nicolò Fava e di un suo omonimo, ma di professione medico, opera di Iacopo della Quercia. La diciottesima cappella detta “Manzoli”, fu dedicata a San Bartolomeo, qui si possono vedere, alle pareti, due importanti bassorilievi barocchi, il primo raffigura la decapitazione di San Nicolino, il secondo Santa Giuliana che riceve la comunione da San Petronio, opere del 1681, tra le migliori, di Giuseppe Maria Mazza. Inoltre, sempre in questa cappella vi è il monumento sepolcrale di Alessandro Fava. La diciannovesima cappella è quella fatta edificare dalla famiglia Bentivoglio, ne parleremo più avanti. La ventesima cappella fu voluta dalle famiglie Cartari e Gandolfi. Continuiamo con la ventunesima cappella, quella voluta dalle famiglie Malvezzi e Ranuzzi e consacrata a Santa Margherita, in questo luogo Iacopino di Francesco, eseguì un grande affresco in cui era raffigurato San Giacomo alla battaglia di Clavijo, quest’opera fu staccata e portata nella pinacoteca nazionale, sull’altare un bel dipinto della Madonna con santi, di Lavinia Fontana. La ventiduesima cappella detta “Malvezzi” conserva una pala d’altare con Maria, Santa Caterina, Santa Lucia e il Beato Riniero, di Denijs Calvaert. Nella ventitreesima cappella, nominata Paleotti e dedicata a San Giovanni Battista, si può vedere un’importante tavola raffigurante la Madonna in gloria insieme a San Benedetto, San Giovanni Battista e San Francesco, opera di Bartolomeo Cesi. La ventiquattresima cappella e quella dell’Altare Maggiore, qui si può vedere una bellissima opera, del 1345, di Paolo Veneziano, il grande polittico della reliquia della Santa Croce, lungo le pareti del coro vi è un’opera del pittore fiammingo Michele Desubleo, l’artista raffigurò l’apparizione di Gesù a Sant’Agostino. La venticinquesima cappella detta di “Casali e Loiani” custodisce una pala d’altare di Tiburzio Passarotti, opera firmata e datata 1577, raffigura il Martirio di santa Caterina d’Alessandria. Sul pilastro, posto appena oltre la porta, della ventiseiesima cappella vi è una notevole Madonna col Bambino di Pietro Lianori, inoltre è conservata qui una pala d’altare di Ercole Procaccini del 1582, dove l’artista volle raffigurare la Vergine, San Nicola di Bari e tre fanciulle. Nella ventisettesima cappella nota come Magnani si può vedere un’interessante tavola del 1575, su cui è raffigurata la presentazione di Gesù al tempio, insieme con decorazioni varie, opera di Orazio Samacchini. La ventottesima cappella fu dedicata a San Nicola da Tolentino. Nella cappella Manzini, la ventinovesima, si può vedere il monumento sepolcrale di Girolamo Bono, filosofo e medico, inoltre sull’altare vi è un interessante dipinto di Sant’Orsola con le compagne, un’opera del 1550 di attribuzione incerta. Nella trentesima cappella, quella detta di Vitali e Belluzzi vi è il monumento funebre del cardinale Girolamo Agucchi, eseguito in stucco da Gabriele Fiorini, e “L’Elemosina di san Tommaso da Villanova”, un’opera di Ginevra Cantofoli. La trentunesima cappella mostra, sull’altare un San Girolamo, non ben attribuibile, qualcuno ha ipotizzato che sia un’opera della scuola del Guercino. La trentaduesima cappella, custodisce una pala d’altare su cui è raffigurata la Madonna insieme a San Guglielmo d’Aquitania, Santa Cecilia e Sant’Agata un’opera del 1580 di Tommaso Laureti, sulle pareti laterali vi sono gli affreschi con San Procopio e San Floriano, di attribuzione non certissima, ma sembra che siano del Nosadella, al secolo Gianfrancesco Bezzi. Nella cappella Bavosi, la trentatreesima, vi sono affreschi di Giacomo Cavedoni e copia del quadro di Federico Barocci, la Cena del Signore, dipinto che sembra sia coevo all’originale. Nella trentaquattresima cappella, conosciuta come Duglioli, è custodita un’opera del Menghino del Brizio al secolo Domenico degli Ambrogi, si tratta di una tavola in cui l’artista raffigurò l’Angelo Custode. Infine nella trentacinquesima e ultima cappella si può ammirare un bel Crocefisso databile alla metà del XV secolo e con caratteristiche tardogotiche.

La Cappella Bentivoglio.

La cappella Bentivoglio è sicuramente l’opera più importante che la chiesa di San giacomo Maggiore custodisce. Come si è detto per edificarla furono necessarie delle modifiche strutturali ed è sicuramente uno di più belli e importanti monumenti del primo Rinascimento. Ovviamente fu fatta costruire dalla famiglia Bentivoglio, fu iniziata da Annibale e terminata da Giovanni II, lo stesso che fece costruire il portico che unisce l’oratorio di Santa Cecilia alla chiesa. La nuova cappella andò a collocarsi, per gran parte, nell’area su cui sorgeva l’antica chiesetta di Santa Cecilia, che fu demolita nel 1359, ma che fu ricostruita, con tanto di piccolo campanile, spostata di poco dal suo punto originale, anche se fu usata dagli Agostiniani come oratorio. La cappella è a pianta quadrata e presenta, come copertura, una cupola, il presbiterio e retto da belle colonne di marmo rosso. Il progetto, ispirato alle opere del Brunelleschi, è dell’architetto Pagno di Lapo Portigiani da Fiesole che lo realizzò tra il 1463 e il 1468, notevole è il pavimento in piastrelle esagonali di maiolica, risalenti al 1489 e lavorate nella bottega dei Della Robbia. Sul pavimento è possibile, ancor oggi, osservare delle flebili tracce degli stemmi di famiglia. La decorazione delle pareti fu affidata a Lorenzo Costa, il quale dipinse tre grandi tele, entrando, sulla parete di destra vi è la Madonna in Trono con vicino Giovanni II, sua moglie e i suoi undici figli, vestiti tutti con abiti da cerimonia, questo dipinto dovrebbe risalire al 1488. La composizione, voluta da Giovanni come ex voto per la scampata congiura dei Malvezzi, ha una struttura a piramide che pone al vertice l’immagine della Madonna con il Bambino, mentre la famiglia Bentivoglio occupa tutto quello che rimane dello spazio. Difronte a questo dipinto, sulla parete sinistra, si possono ammirare le altre due grandi tele, del maestro, Il Trionfo della Morte e Il Trionfo della Fama, entrambe risalenti al 1490. Invece non è ben chiaro l’autore degli affreschi delle lunette, forse sono sempre del Costa o chissà, del Chiodarolo, mentre le figure dei quattro Santi poste nelle nicchie ai lati dell’altare, sono state realizzate, dal Tamaroccio, anche se l’attribuzione non è del tutto certa. Sull’altare fa bella mostra di se una meravigliosa pala, databile intorno al 1494, con la Madonna in trono, San Giovanni, San Sebastiano, Sant’Agostino e San Floriano magistrale opera del maestro detto il Francia, al secolo Francesco Raibolini. Nella parete di fronte vi è la Tomba di Anton Galeazzo Bentivoglio, opera di Iacopo della Quercia del 1438, e sempre sulla parete destra il Monumento di Annibale a cavallo del 1458. Infine, i più attenti possono osservare lo stemma di famiglia dei Bentivoglio sulle piastrelle intorno all’altare e la scritta, sulle ante del cancello, che evidenzia che la cappella fu dedicata, da Giovanni II, a San Giovanni Evangelista e alla Beata Vergine.

L’oratorio di Santa Cecilia.

Dall’ingresso laterale del Convento Agostiniano di San Giacomo si accede all’Oratorio di Santa Cecilia, si deve ricordare che, se da una parte il convento non fu più ridato ai religiosi, parzialmente dal 1824 e definitivamente dal 1860. Dall’altra, tale luogo, assunse un importante ruolo culturale e fu uno dei più insigni Studi Generali dell’Ordine sin dai suoi inizi, calpestarono i suoi pavimenti personaggi come Ugolino Malebranche da Orvieto, Giacomo da Viterbo, il cardinale Seripando, Cherubino Ghirardacci, Luigi Torelli, Jacopo della Lana, Simone da Todi, Matteo da Rimini e Stefano Bellesini. Non vanno poi dimenticati i grandi musicisti che frequentarono il conservatorio musicale “Martini”, che tutt’oggi è ospitato in quei locali, quali, Martini, Mattei, Rossini, Donizetti, Respighi. Rimangono comunque parti molto importanti dell’antico convento, anche se la loro destinazione d’uso fu adattata alle esigenze del conservatorio, si possono vedere i resti di un chiostro quattrocentesco, si possono ammirare un chiostro settecentesco, lo scalone del Torreggiani, i grandi corridoi, il refettorio e la biblioteca. Come si è detto le origini della chiesetta di Santa Cecilia, risalgono a prima del 1267, data in cui gli Agostiniani presero possesso del terreno dove poi sorgerà San Giacomo. La chiesetta abbattuta, nel 1359, fu ricostruita sotto forma di oratorio, tale edificio religioso custodisce un importante e splendido ciclo di dieci affreschi, essi narrano la vita di Santa Cecilia, i dipinti sono opera di Francesco Raibolini detto il Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini. Di fatto oggi l’Oratorio è uno dei luoghi più belli e importanti del Rinascimento bolognese, fortunatamente visitabile è spesso usato come sala per concerti. L’interno è un unico locale, con volta a botte ribassata, è lungo le pareti laterali che si svolge il ciclo degli affreschi, completato in appena due anni e terminato nel 1506, le scene sono disposte in ordine cronologico, partendo dalla sinistra dell’altare si possono vedere tutti i momenti salienti della vita della martire:

1) Sposalizio di S. Cecilia con Valeriano, del Francia.

2) Valeriano istruito nella fede dal papa Sant’Urbano, di Lorenzo Costa.

3) Valeriano viene battezzato da Sant’Urbano, attribuito a Giovanni Maria Chiodarolo e Cesare Tamaroccio.

4) Santa Cecilia e Valeriano incoronati da un angelo, attribuito al Bagnacavallo e Biagio Pupini.

5) Martirio e decapitazione dei Santi Valeriano e suo fratello Tiburzio, di Amico Aspertini.

6) Sepoltura dei due martiri, di Amico Aspertini.

7) Processo a Santa Cecilia, attribuito al Bagnacavallo e Biagio Pupini.

8) Martirio e decapitazione di Santa Cecilia, attribuito a Giovanni Maria Chiodarolo e Cesare Tamaroccio.

9) Santa Cecilia dona ai poveri i suoi beni, di Lorenzo Costa.

10) Sepoltura di Santa Cecilia, del Francia.

Inoltre sull’altare è stata collocata la bella pala della Crocifissione con Santi, del Francia, mentre nel portico ci sono alcuni frammenti di affreschi.

La chiesa e il convento furono molto importanti per la vita di Bologna, San Giacomo Maggiore si ritrovò spesso al centro d’importanti e fondamentali vicende storiche della città. Ciò derivò anche dal fatto che in questa chiesa, essendo di grande capienza, si radunava il popolo in occasioni di grandi avvenimenti cittadini, ovviamente l’importanza maggiore l’ebbe durante la Signoria, periodo in cui la famiglia Bentivoglio decise di darle particolare attenzione e protezione. Un’importanza che comunque non venne meno dopo la caduta in disgrazia di questa nobile casata.

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