Il Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli

by / lunedì, 19 Settembre 2016 / Published in Archeologia1, Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Il Santuario di Ercole Vincitore.

Il Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli,Fanum Hercules Victor”, era uno dei più maestosi luoghi di culto costruiti nel Lazio, una delle massime opere dell’architettura sacra dell’antica Roma. In realtà si trattava di un complesso culturale, economico e religioso, posto in un’area vicina all’ingresso della città. Si trattava di un punto strategico, dove già esisteva un antico mercato del bestiame, forum pecuarium, frequentato assiduamente dai pastori abruzzesi, per l’abbondanza dell’acqua, durante la transumanza verso le pianure laziali che si affacciavano sul mar Tirreno. Inizialmente gli archeologi, che lo studiarono, pesarono che si trattasse della villa di Mecenate solo nel 1849 nacquero dei dubbi e quella che pensavano fosse una villa, fu identificata come tempio di Ercole, infine nel 1861, si capì che si trattava di un complesso polifunzionale e fu definitivamente riconosciuto come Santuario di Ercole Vincitore. Il Santuario fu realizzato tra la fine del II secolo a.C. e l’inizio del I secolo a.C., fu consacrato al Nume tutelare della città: Ercole, dio sia Romano, appunto Ercole, sia Greco, Eracle; in memoria di una vittoria degli abitanti di Tibur, i Tiburtini, sulla popolazione degli Equi fu aggiunto l’epiteto di “Victor” cioè vincitore. La divinità, oltre che per le famose dodici fatiche, (vedi l’articolo nel sito), era nota come protettrice delle attività commerciali, della transumanza, dei trasporti, delle attività bancarie e produttive. Il complesso costruito grazie anche ai finanziamenti dei mercanti e banchieri tiburtini presenti a Roma e nel Mediterraneo, forse per ringraziare il Dio per i buoni affari effettuati, ebbe da subito una grande importanza e trovò immediatamente massima venerazione tra gli abitanti locali. L’impianto assunse così il ruolo fondamentale per l’economia e la religione, ma anche non si trascurò neppure lo spettacolo considerando che sulla superfice del Santuario vi era un teatro che poteva accogliere circa tremilaseicento spettatori. L’area, abbandonata nel VI secolo d.C., subì, nel tempo, svariate vicissitudini e trasformazioni, per prima cosa divenne cava di marmi e travertini, la presenza di due calcare, fosse in cui era cotto il marmo per produrre calce, stanno a dimostrarlo. In epoca medioevale sui ruderi del Santuario furono costruite la chiesa di San Giovanni in Votano e quella di Santa Maria del Passo, la prima inerente all’ordine delle Clarisse, la seconda a quello dei frati Minori, quest’ultima in seguito fu assegnata ai Gesuiti i quali vi edificarono la prima scuola pubblica sulla penisola italica. Sfruttando la grande quantità d’acqua dei canali dell’Aniene che attraversano l’area nel XVII secolo furono impiantati degli opifici e la prima armeria pontificia, una seconda fu poi installata da papa Pio VI alla fine del XVIII secolo. Sempre alla fine di questo secolo il complesso fu trasformato in una fonderia e in particolare in una fabbrica di cannoni e fu introdotta la lavorazione del piombo, nel XIX secolo l’uso del complesso torno a cambiare, fu edificata una centrale idroelettrica e una cartiera, oggi il Santuario è stato recuperato ma non sempre fruibile dal pubblico. Grazie a delle epigrafi giunti sino a noi, c’è dato sapere che le spese per la costruzione di un’opera così immensa furono sostenute, come accennato prima, da mercanti e banchieri tiburtini distribuiti nel mediterraneo, ma anche e soprattutto dall’intera comunità tiburtina e per questo fu istituito appositamente un “Senato” che a sua volta eleggeva i “Quattuor viri” i quali mettevano in opera le decisioni del senato stesso. Sempre secondo le iscrizioni risulta che i quattuor viri fecero realizzare prima la via “Tecta”, poi tutti gli altri elementi architettonici e monumentali del complesso, probabilmente il periodo più intenso dei lavori fu quello che va dall’87 a.C. all’82 a.C. come un’epigrafe, ancora nel sito, sembrerebbe dimostrare. Fino al VI secolo d.C. il Santuario pur variando alcune peculiarità, la nascita del Cristianesimo e il conseguente divieto di venerare gli Dei pagani cambiò fisionomia all’intero complesso, ottemperò sempre alla duplice funzione economica e religiosa, la distribuzione degli spazi nei vari livelli della struttura fu ben fatta e oculata. Nella via Tecta, il tratto coperto della via Tiburtina, si aprivano vari ambienti destinati alle attività finanziarie e commerciali. In questo settore si possono ammirare le maestose e uniche sostruzioni, in opera incerta, che i Romani seppero edificare. Le si vedono bene dalla parte opposta della forra, dalla strada che porta a Quintiliolo, così maestose, alte quaranta metri e a picco sull’Aniene, alcuni archeologi sostengono che l’edificazione di queste sostruzioni rappresenti un punto di svolta dell’architettura romana. Il complesso fu costruito su più livelli, il livello superiore, quello in cui venne a svilupparsi il Santuario vero e proprio, è un grandioso rettangolo di cento ottantotto metri per centoquaranta metri, un aneddoto: a qualcuno piace confrontare queste dimensioni con quelle del Colosseo che sono molto simili. Il Santuario era caratterizzato da un’ampia terrazza chiusa su tre lati da due piani soprapposti di portici ad archi, incorniciati da semicolonne in stile Dorico, adornati da statue e sculture di personaggi Romani e Laziali, con iscrizioni per onorare chi aveva fatto lavori a beneficio del santuario. Sulla terrazza vera e propria, cioè in quello spazio compreso tra il portico e il tempio, vi erano piantati olmi, alberi sacri a Ercole, che formavano un piccolo bosco sacro, un “Lucus”, inoltre, è probabile che su quest’area vi fossero disposte delle statue e delle colonne nonché i “Donaria”, doni, offerti al Dio dalle persone più importanti e celebri. Al centro dell’area sacra vi era il tempio, consacrato a Ercole Vincitore, si trattava di una costruzione ottastila, cioè con otto colonne sulla facciata, luogo di culto che svettava in tutta la campagna circostante con la sua altezza di venticinque metri, alcuni affermano che in giornate particolarmente limpide si poteva vedere anche da Roma. Il tempio poggiava su un basamento di sessantacinque metri per quaranta metri, nella parte frontale presentava una scalinata doppia e due fontane decorate con statue di Ercole. La scalinata permetteva l’accesso al podio del tempio che era adornato da colonne su tre lati, come si diceva, otto sulla facciata mentre erano dieci quelle su ciascuno degli altri due lati, la cella, che era il nucleo del tempio, sicuramente doveva essere solenne e anch’essa abbellita da colonne, presentava sullo sfondo una grande nicchia che accoglieva la statua di Ercole rappresentato seduto. Vi erano poi dei piccoli ambienti laterali atti a contenere gli arredi sacri per le cerimonie e da una piccola scala si scendeva in un altro piccolo ambiente al di sotto della cella, dove si pensa, alcune fonti ne parlano, si sistemava un oracolo. Ai piedi del tempio e in asse con esso vi era la cavea del teatro con una scena che all’epoca doveva essere ricchissima di decorazioni, la cavea aveva un diametro di circa settanta metri e poteva accogliere circa tremilaseicento spettatori. Durante alcuni scavi archeologici sono stati rinvenuti resti delle decorazioni e una testa che fu attribuita ad Alessandro Magno. La scelta del luogo di costruzione del Santuario non fu certamente casuale, questo fu eretto appena fuori la citta di Tivoli in una posizione strategica, luogo di passaggio obbligato da e per l’Abruzzo, per l’Adriatico e per l’attraversamento dell’Aniene. Il percorso prevedeva il passaggio per il tratto coperto della via Tiburtina, che attraversava il complesso, assumendo il nome di via Tecta, in questo modo Roma poteva controllare tutto il traffico e contemporaneamente chi transitava poteva concludere affari e commerci, o semplicemente godere di una piacevole sosta. Nel santuario vi erano anche, così ci riportano alcuni letterati antichi, delle biblioteche con testi in latino e in greco, alcuni dei quali sembra fossero molto rari e preziosi. E’ probabile che lo stesso Ottaviano amministrò la giustizia sotto i portici del santuario, sicuramente lo frequentava per assistere alle rappresentazioni durante le feste sacre a Ercole Vincitore. Un così grandioso santuario era frequentato da una moltitudine di pellegrini che lasciavano le loro offerte in apposite cassette poste su piloncini, “Thesaurus“, sparse per tutto il santuario, la cassetta aveva dei rinforzi in metallo, i fedeli mettevano le monete nell’apertura e una serie di scomparti impediva il loro prelievo fraudolento infilando le braccia nel contenitore. È facile capire che, tra le offerte lasciate, la decima dovuta sugli affari fatti e il guadagno proveniente da una vera e propria banca, per esempio si prestavano soldi con interessi, il Santuario aveva a disposizione grosse risorse economiche tanto che la cura e il controllo erano affidati delle cariche preposte, i curatores fani Herculis assistiti da numerosi “Impiegati” e dai sacerdoti. Durante i restauri è stata costruita, con elementi di ferro per ponteggi, un’interessante struttura che mostra l’ingombro della facciata del tempio, che non esiste più, dando l’idea della sua maestosità, ma secondo me, o meglio secondo i due Sarchiaponi, è stato compiuto anche uno scempio, i pochissimi resti delle gratinate, della cavea del teatro, sono stati inglobati in gradoni ricostruiti in cemento… ora le gradinate sono perfette e nuove… che obbrobrio. Ovviamente è solo un parere, considerando che in molti sono convinti che il “Restauro” abbia ridato leggibilità al teatro e che gli interventi permetteranno al sito di tornare a ospitare spettacoli ed eventi, chissà quando, forse era sufficiente ricostruire le gratinate usando del buon legno e gli stessi elementi di ferro usati per la facciata, eventualmente rimovibili, invece dell’“Inamovibile cemento”. Non è facile entrare nell’area per una visita, bisogna chiedere un permesso speciale che di solito ottengono alcune associazioni culturali, quindi seguendo le loro attività, diviene possibile prenotare una visita, in una stanza nel portico dovrebbe esserci un plastico che propone il Santuario com’era in origine, attualmente non accessibile, in uno spazio ricavato all’interno dell’ex cartiera è stato allestito un Antiquarium, al momento chiuso… Sigillato… Off limit… Geschlossen… Cerrado. In queste sale ci dovrebbero essere esposti una cinquantina di pezzi, quasi tutti ritrovati nell’area del Santuario, tra i quali alcune sculture molto interessanti, perlomeno così sembrerebbe ascoltando le parole dei pochissimi eletti che le hanno viste. Dovrebbero esserci una statua di grandi dimensioni priva della testa, un’altra rappresenta una figura femminile con una tunica talmente ben scolpita che sembra bagnata e aderente al corpo, una parte di una balaustra decorata con motivi vegetali, un frammento di clava, forse proveniente da una statua di Ercole… Ecc. Una curiosità, la società per le forze idrauliche, per convogliare le acque degli antichi acquedotti e quelle di scarico di villa d’Este, per alimentare la centrale idroelettrica dell’Acquoria fece costruire il canale Canevari, nome che deriva dall’ingegnere che lo progettò, che tagliò in due il Santuario, così Tivoli fu la prima città d’Italia ad accendere le lampadine elettriche cosa di cui usufruì presto anche Roma.

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