Il Ratto delle Sabine.

by / sabato, 04 maggio 2019 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Unam longe ante alias specie ac pulchritudine insignem a globo Thalassi cuiusdam raptam ferunt multisque sciscitantibus cuinam eam ferrent, identidem ne quis violaret Thalassio ferri clamitatum; inde nuptialem hanc vocem factam”. Ossia: “Si racconta che una di esse, molto più carina di tutte le altre, fu rapita dal gruppo di un certo Talasio e, poiché in molti cercavano di sapere a chi mai la stessero portando, gridarono più volte che la portavano a Talasio perché nessuno le mettesse le mani addosso. Da quell’episodio deriva il nostro grido nuziale”. (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, libro 1°, capoverso 9). Così scriveva Livio per spiegare la tradizione degli Antichi Romani di gridare Talasius durante le feste di matrimonio. Veniamo però ai fatti… o meglio alla leggenda… Il ratto delle sabine” un avvenimento sospeso tra mito e realtà, oggi lo conosciamo grazie alla ricostruzione di tre storici dell’antichità, Tito Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso. Ricordando che non si sa dove è posto il confine tra realtà e leggenda, cerchiamo di raccontare i fatti così come la tradizione e gli autori antichi riportano. Romolo ormai unico re di Roma fortificò la città appena edificata e offrì sacrifici agli Dei, lo fece seguendo il rito che eseguivano gli abitanti di Albano, poi, per glorificare e onorare Ercole mise in pratica ciò che istituì Evandro nei riti dei Greci. Premesso che Romolo regnò trentotto anni, man mano che il tempo passava la città, diveniva sempre più grande e potente, scrive Tito Livio: “Così potente da poter rivaleggiare militarmente con qualunque popolo dei dintorni”. Questa potenza, però non sarebbe andata oltre la prima generazione, poiché le donne, in città scarseggiavano e di conseguenza Roma avrebbe avuto ben pochi figli. Scrive sempre Livio: “…Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l’unione di nuovi matrimoni… All’ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall’altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere.” (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, libro 1°, capoverso 9). Romolo, quindi tentò per vie diplomatiche di realizzare i suoi piani atti ad aumentare la popolazione femminile della città, proponendo agli ambasciatori dei popoli vicini sia alleanze sia matrimoni. Il tentativo, però non andò a buon fine, poiché, i Romani erano considerati un popolo di zotici e violenti. Romolo avendo adocchiato le donne Sabine decise di mettere in atto un piano strategico, secondo Plutarco, il ratto delle Sabine fu programmato da Romolo per costituire, in qualche modo, una fusione tra il popolo dei Romani e quello dei Sabini. I Sabini, originari della Valle dell’Aterno, erano scesi nel Lazio seguendo il corso dei fiumi: Velino, Nera e Tevere, e si erano, oramai, stanziati sul vicino colle Quirinale, Roma era nata e si stava espandendo sul Palatino. Romolo, agì astutamente, allestì dei giochi solenni dedicati al Dio Conso, i Consualia, da tenersi nella valle tra il Palatino e l’Aventino, con corse, bighe, gare di atletica e altre attrazioni, nello stesso luogo dove più tardi sorgerà il Circo Massimo (Vedi). Allo spettacolo furono invitati i Ceninensi, agli Antemnati, i Crustumini e i Sabini. Quest’ultimi, si presentarono con in testa il loro re, Tito Tazio, con le consorti e relativi figli nonché con un numero elevato di vergini. Il vino, fluì a fiumi, la festa si svolse tra giochi, musiche e danze, dal pubblico si alzarono applausi e schiamazzi, la gente apprezzò lo spettacolo, ma, nel pieno dei festeggiamenti, a un segnale convenuto di Romolo, i Romani, presero le armi, si diressero verso le giovani, le rapirono e misero in fuga gli uomini. La curiosità di vedere la nuova città e il desiderio di partecipare ai festeggiamenti, costò caro alle popolazioni invitate, gli uomini nel fuggire promisero tremenda vendetta. Gli scrittori si sbizzarrirono sul numero delle donne rapite, alcuni narrano di una trentina dia fanciulle sottratte ai propri padri, Valerio Anziate parla di cinquecento ventisette giovani, Giuba II di seicento ottantatré ragazze, mentre Plutarco stima che le donne sottratte ai genitori non fossero meno di ottocento. C’è da precisare non fu rapita nessuna donna che aveva marito, Plutarco affermò che il rapimento delle donne fu dettato dalla necessità. Livio, in maniera molto esplicita, rileva che le giovani non subirono alcuna violenza e che Romolo diede loro la possibilità di una scelta libera e, inoltre, garantì loro pieni diritti sia civili sia di proprietà. Romolo trovò in Ersilia, figlia di Tito Tazio, re dei Sabini, la propria compagna, ovviamente l’affronto verso i popoli presenti ai festeggiamenti c’era stato, questi chiesero l’immediata liberazione delle ragazze. Romolo rifiutò e chiese, a quelle genti, di accettare, di buon grado, legami di parentela con i Romani. Com’è facile capire scoppiò una guerra e i Romani sconfissero, agilmente, i Ceninensi, gli Antemnati, e i Crustumini, vari coloni romani entrarono nei territori degli sconfitti. Con i Sabini fu tutt’altra storia. Grazie al tradimento di Tarpeia, una giovane romana, i Sabini presero il Campidoglio e riuscirono a impegnare i Romani in un’aspra battaglia presso il lago Curzio, così come raccontano Livio e Dionigi di Alicarnasso. Il lago che era nei pressi dell’attuale foro romano e portò questo nome, in latino Lacus Curtius, in ricordo di quella battaglia e del comandante sabino scampato alla morte, Mezio Curzio. Sembra che Tarpeia, oggi meglio conosciuta come Tarpea, una vestale figlia del comandate della rocca del Campidoglio e che era di guardia a una delle porte dello stesso colle, chiese, come onorario del suo tradimento, ciò che i Sabini portavano alle braccia, un chiaro riferimento a bracciali d’oro e ai gioielli, questi, invece, interpretarono la richiesta a loro modo e le tirano addosso i loro pesanti scudi uccidendola. Il luogo, dove avvenne il fatto prese il nome di Rupe Tarpea, i Romani, per molti anni a seguire, da quel dirupo gettarono tutti quelli che commisero gravi delitti… ma, forse si tratta di un mito all’interno di una leggenda… o forse no. Fu evidente che si stava preparando una dura e aspra battaglia, la quale scoppiò nella spianata di quello che diverrà il Foro Romano, appunto il lago Curzio, ma, forse era poco più di un pantano. Sembra che i Romani non se la videro molto bene, considerando che i Sabini erano, anche, sul Campidoglio e da lì potevano lanciare pietre e quant’altro. La tradizione tramanda che Romolo stesso fu ferito, ma i Romani non demordevano, tentarono anche di contrattaccare, la battaglia si fece sempre più cruenta, anche perché la tradizione narra che i Sabini fossero discendenti degli spartani e il loro esercito era guidato da, Tito Tazio, un re astuto e determinato, come determinati a non cedere erano i Romani. A quel punto avvenne l’inaspettato, scrive Plutarco: “Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall’altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un dio. Alcune avevano tra le braccia i loro piccoli… e si rivolgevano con dolci richiami sia ai Romani sia ai Sabini. I due schieramenti allora si scostarono, cedendo alla commozione, e lasciarono che le donne si ponessero nel mezzo”. E Tito Livio narra: “Da una parte supplicavano i mariti e dall’altra i padri. Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri… Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non sono di vostro gradimento, rivolgete contro di noi l’ira; noi siamo la causa della guerra, noi siamo responsabili delle ferite e dei morti sia dei mariti sia dei genitori. Meglio morire piuttosto che vivere senza uno di voi due, o vedove o orfane”. Le donne Sabine, quindi, con a capo Ersilia, si gettarono tra i due schieramenti, rischiando di essere colpite dalle armi e dai proiettili dei due eserciti. A tale azione entrambi gli schieramenti cessarono le ostilità, la pace fu stipulata, i Romani e i Sabini si fusero in un unico popolo, la città continuò a chiamarsi Roma, sulla quale Romolo e Tito Tazio regnarono insieme. Quest’ultimo si stabilì, con il suo popolo, sul Quirinale, Tito era originario di Curi, e i suoi uomini furono chiamati quiriti. Alcuni storici credono che questa narrazione dei fatti servisse per spiegare la doppia natura del popolo romano, Latina e Sabina, ma anche per giustificare la gestione del potere in modo collettivo, tipica dei consoli, in età repubblicana. Un’ultima curiosità, i Romani, durante il rapimento, afferrarono le donne, ogn’uno poi, prese la prescelta le tra le braccia e la condusse nella propria abitazione. Ciò ricorda forse qualcosa? Sbaglio o ancora oggi vi è la tradizione di passare l’uscio di casa tenendo la sposa tra le braccia? Leggenda o mito, di fatto, poco dopo la nascita di Roma, i Romani, di stirpe Latina e i Sabini, forse discendenti dagli Spartani, stipularono un’alleanza, che fu rafforzata e sancita da matrimoni, tra i due popoli. Forse un’alleanza contro gli Etruschi? Roma cominciò a espandersi e crescere fin da primi giorni e i famosi sette re di Roma furono, alternativamente, sia Romani sia Sabini, gli ultimi, però, furono Etruschi… ma questa è un’altra storia…

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