Il Portus Tiberinus; l’Emporium e gli Horrea di Testaccio.

by / sabato, 09 giugno 2018 / Published in Il blog, Roma Nascosta

Testaccio, il quartiere romano racchiuso tra le mura Aureliane, L’Aventino e il Tevere, nasconde molte sorprese archeologiche, il porto fluviale di Roma, l’Emporium e le strutture a esso collegate come ad esempio, il Porticus Aemilia e numerosi Horrea ovvero i magazzini. Una Roma nascosta e segreta tutta da scoprire, meraviglie che si nascondono in questa zona e nei suoi sotterranei, un luogo oggi assai frequentato per i locali notturni, ma poco conosciuto dal punto di vista storico e archeologico, una zona, al tempo dei nostri progenitori Romani, di fondamentale importanza per i commerci dell’Urbe.

Il Portus Tiberinus, il primo porto fluviale di Roma.

Il primo porto fluviale di Roma si trovava nella zona del Foro Boario, l’attuale piazza della Bocca della Verità, tra il Palatino e l’Aventino. Quando nel 1936 furono demoliti tutti gli edifici della zona, fu realizzata una planimetria dei resti del più antico porto sul Tevere di Roma, venne alla luce un quartiere formato da otto isolati separati da porticati e strade. Tali resti furono a lungo studiati e si giunse alla conclusione che quei ritrovamenti appartenevano a costruzioni risalenti alla prima metà del II secolo a.C., gli archeologi riuscirono anche a stabilire che questi edifici furono realizzati per prendere il posto di quei locali edificati, dopo la bonifica del Velabro, per lo stoccaggio delle merci. Il termine Velabro stava a indicare tutta la zona pianeggiante tra il Tevere il Campidoglio e il Palatino. Non a caso nei pressi vi era il tempio del Dio Portuno, nume protettore dei porti, inoltre il fiume poteva essere attraversato grazie al ponte Emilio costruito nel 241 a.C., ma Roma stava assumendo un ruolo sempre più importante e quest’attracco non poteva essere opportunatamente ampliato, considerando quanto esso fosse vicino al colle Palatino. Per meglio dire, non potevano essere ampliate le strutture legate al porto, il quale divenne del tutto insufficiente ai bisogni della Città Eterna, che si stava espandendo…

L’Emporium.

il ruolo sempre più grande che Roma assunse generò l’esigenza di far giungere, nella città, una quantità prodotti sempre più grande. Da monte dovevano pervenire i prodotti dell’Umbria, dell’Etruria e di tutta l’Italia centrale, da valle, quelli che attraverso il mare giungevano, dai posti più remoti, nel porto di Ostia, questi ultimi erano trasbordati dalle grandi navi da carico su battelli fluviali, una sorta di chiatte, che per risalire la corrente dovevano essere trainate da animali o dagli schiavi. Queste nuove esigenze portarono i Romani a cercare un posto dove poter costruire il nuovo porto fluviale o meglio un grande sistema portuale, che poi fu denominato Emporium. Il luogo idoneo fu individuato alle pendici meridionali del colle Aventino, l’area di Testaccio. Il nuovo attracco, fu realizzato nel 193 a.C. dagli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo i quali edificarono il porto con una semplice copertura di legno, e lo dotarono di un grande magazzino la “Porticus Aemilia”. Nel 174 a.C., fu ristrutturato per volere censori Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino, in quel periodo il porto fluviale si presentava come un’area recintata e lastricata, con ormeggi per le barche. Si giunge così al I secolo d.C. quando fu realizzata una struttura con una doppia serie di grandi ambienti rettangolari ricoperti a volta e orientati lungo l’asse del fiume, questi locali prendevano luce attraverso dei lucernai, sul lato del fiume e probabilmente attraverso porte che permettevano l’ingresso dei carri sul lato opposto. Il complesso era su tre livelli, restano alcune parti dei mosaici pavimentali dell’ultimo piano, i locali dei piani superiori erano probabilmente utilizzati come uffici o per lo stivaggio delle merci, quindi venne, in modo progressivo, edificato un complesso molto importante, il maggior porto fluviale dell’Urbe. Col trascorrere del tempo e, probabilmente a causa d’inondazioni più o meno periodiche, fu costruita una nuova struttura che si addossò a quella già esistente, si trattava di un muro di fondazione e di una serie di camere coperte a volta, chiuse da un grande muraglione inclinato. Fu così costruita una banchina lastricata di travertino e fornita di pietre d’attracco, esse erano forate per il fissaggio delle gomene utilizzate per l’ormeggio delle barche, tale spazio era utilizzato per lo scarico delle merci nei periodi di piena del fiume. Ovviamente questa banchina comunicava con dei nuovi locali che presero il posto di quelli più vecchi ormai parzialmente interrati e quindi non utilizzabili, tutto il criptoportico, quello illuminato dai lucernari, era lungo ben duecentocinquanta metri ed era collegato a quegli ambianti interni di cui alcuni sono oggi sotto la strada che costeggia gli argini del fiume. Un altro salto temporale e giungiamo al IV secolo d.C., quando il criptoportico e la maggior parte dei locali erano ormai interrati, ma da alcuni documenti risulta che esistevano, in loco, molti lavoratori adibiti alle attività commerciali e alcune corporazioni di artigiani. Tra il VI e il VII secolo, il complesso sulla riva sinistra del Tevere fu abbandonato in maniera definitiva, alcune parti dell’area furono utilizzate come spazio cimiteriale per la sepoltura dei defunti. Lo scarico delle merci continuò, però, sul lato opposto del Tevere, quello di Trastevere, di queste strutture, però nulla è più visibile. I resti dell’Emporium tornarono alla luce con gli scavi effettuati tra il 1868 e il 1870, quando si costruirono gli argini sul Tevere, di nuovo interrati dai detriti portati dal fiume, furono dissotterrati nuovamente nel 1952, negli anni a seguire furono più volte studiati e restaurati, oggi è possibile visitarli solo con permessi speciali e grazie al lavoro di alcuni volontari, guardando da ponte Sublicio è però possibile farsi un’idea dell’impianto.

Gli Horrea Galbana o Horrea Sulpicia.

Per ragioni che sono ovvie, man mano che cresceva l’importanza del porto aumentò, anche, il numero dei magazzini per il deposito delle merci, gli “Horrea”, i maggiori fra questi edifici furono gli Horrea: Sempronia, Galbana, Lolliana, Seiana e Aniciana. Comunque il complesso più importante, della zona, probabilmente era quello degli horrea Galbana, questi furono edificati, nel II secolo a.C., dietro la porticus Aemilia, da Sulpicio Galba, che fu eletto console romano nel 108 a.C., la nobile famiglia, cui apparteneva, era proprietaria dei terreni sia nella zona del Testaccio sia in quella dell’Aventino. Inizialmente a questi magazzini fu dato il nome di Sulpicia e nel I secolo d.C. furono restaurati dall’imperatore Galba, forse in onore del suo antenato. Questi magazzini si sviluppavano, su due livelli, su una pianta rettangolare, di circa centottanta metri di lunghezza per 130 metri di larghezza, intorno a tre cortili della stessa forma della costruzione, si trattava di un complesso sostenuto da archi e pilastri, vi erano porticati interni ai cortili nei quali si eseguiva il carico e lo scarico delle merci. Questi porticati rappresentavano luoghi ideali per questo tipo di lavoro, poiché erano raggiungibili dai carri e allo stesso tempo erano riparati dalla pioggia. L’edificio era di tufo costruito completamente in opera reticolata, l’esempio più antico conosciuto di questa tecnica, sui cortili interni si aprivano delle tabernae, ciò, probabilmente, sta a dimostrare che oltre l’immagazzinamento delle merci, questo era anche un luogo di vendita. Anche in questo caso quel “Probabilmente” è necessario poiché alcuni ricercatori hanno espresso un parere diverso, sembra che siano riusciti a dimostrare che questa parte dell’edificio era l’abitazione del personale, in realtà assai numeroso, addetto ai magazzini e che il settore delle vendite sarebbe stato più a sud. Vicino a questo edificio è stata rinvenuta, nel 1885, la tomba del costruttore degli Horrea, ossia di Servio Sulpicio Galba, con relativa iscrizione ma senza data. Sicuramente è uno dei primi esempi di sepolcro individuale romano, infatti, tra II e I secolo a.C., le famiglie più facoltose e importanti della città cominciarono a prendere l’abitudine di seppellire i loro cari in tombe individuali, similmente alla maniera ellenistica, diversamente dalle abitudini dei Romani che erano soliti seppellire i defunti in tombe familiari ipogee, ovviamente stiamo parlando sempre di nobili e ricchi. La struttura della tomba è a dado, costruita con blocchi di tufo, ha una decorazione semplice ed elegante, con le insegne consolari, il titulus in travertino con ai fianchi dieci fasci scolpiti direttamente sulla pietra e terminava, in alto, con una cornice di travertino. L’iscrizione era essenziale: “SERVIO SULPICIO FIGLIO DI SERVIO GALBA CONSOLE PED (es) QUADR(ati) XXX”

La Porticus Aemilia.

Intorno al porto fluviale, man mano nacquero grandi opere pubbliche, La Porticus Aemilia fu il più vasto degli edifici, adibiti a magazzino, mai costruito dai Romani o perlomeno di cui si ha conoscenza. Fu costruito nel 193 a.C. dagli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo, da cui il nome legato alla Gens Aemilia, perlomeno ciò è quello che riporta Livio, fu poi ricostruito e terminato nel 174 a.C., sempre secondo Livio, dai censori Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino. Va però subito fatto presente che né Livio, né nessun’altra fonte menzionano quale fosse la funzione originaria del portico. Le dimensioni sono a dir poco mastodontiche, era lungo ben quattrocento ottantasette metri e largo sessanta metri, suddiviso in più ambienti da duecentonovanta quattro pilastri che, disposti in sette file parallele al Tevere e degradanti verso di esso, formavano cinquanta navate, ciascuna larga otto metri e trenta centimetri. La superficie coperta era di venticinquemila metri quadrati, le navate avevano una copertura a botte, i pavimenti erano di terra battuta, tutto l’alzato era in opera incerta, la facciata era formata da una fila di pilastri in opera quadrata di tufo, davanti a cui passava la strada lastricata in basolato, si tratta sicuramente di uno dei più antichi casi d’impiego di questa tecnica costruttiva. Prima e durante l’età traianea furono realizzati grandi lavori di restauro in opera mista di laterizi e blocchetti di tufo, probabilmente per la necessità di rendere le grandi navate più funzionali, suddividendole in locali più piccoli. L’edificio era distante, dal Tevere e quindi dal porto, novanta metri, tradizionalmente pensato come magazzino delle merci, di beni alimentari, specialmente grano, ma anche di altri generi di consumo. Benché questa struttura dia l’idea di un locale per lo stoccaggio delle merci, oltretutto da recenti scavi sono emersi alcuni resti di farro bruciato, negli ultimi anni è stata formulata un’altra ipotesi. Questa nuova ipotesi è stata fatta in conformità a analisi epigrafiche, topografiche e costruttive, sono anche stati compiuti confronti con opere greche di età ellenistica, dopo tutto questo, alcuni studiosi sono giunti alla conclusione che questo mastodontico edificio fosse un Navalia repubblicano, destinato a ospitare le navi da guerra della flotta romana, solo in un secondo tempo adibito allo stoccaggio delle merci. Vi è anche un’altra ipotesi che vede la Porticus Aemilia, essere soltanto una via porticata, posta tra la Porta Trigemina e l’Emporium, ma non un magazzino. La cosa che, però, sembra più probabile è che questo edificio fosse adibito allo stoccaggio delle merci, almeno, da un certo punto in poi e fino al suo abbandono, di tutta la costruzione oggi rimangono soltanto alcuni muri in opera incerta di tufo.

I sotterranei del nuovo Mercato.

I lavori per la costruzione del nuovo mercato di Testaccio, un quadrilatero di circa un ettaro, hanno restituito una stratigrafia ininterrotta dalla prima età imperiale a quella contemporanea, partendo da una quota di sei metri sotto il livello stradale. Molto caratteristici i due settori che appartengono al I secolo d.C., si tratta di un sistema di ambienti coperti, cortili e strade di servizio costruiti in modo singolare per il materiale da costruzione utilizzato. Infatti, tutti i muri furono eretti con l’utilizzo di anfore svuotate poste una, affianco all’altra (Una dritta affiancata a una sottosopra) e impilate le une sulle altre. Gli studi sono tuttora in atto, comunque sembra che uno dei due settori, quello nordorientale, era utilizzato per la raccolta di materiale da reimpiegare nell’edilizia, come anfore e laterizi. L’atro settore, quello occidentale, probabilmente era formato da aree utilizzate come magazzini, con pavimenti in terra battuta. Invece appartenente all’età medio imperiale, fino alla metà del II secolo d.C., è l’edificio di forma trapezoidale, probabilmente si tratta di un horreum, questo è caratterizzato da file di ambienti rettangolari che si affiancano su un ampio piazzale porticato, di questo edificio restano solo i livelli di costruzione. Pochissime sono le tracce Medioevali che restano, ciò ha fatto ipotizzare gli studiosi che durante questo periodo il luogo fu poco frequentato e quasi in abbandono. Le cose cambiarono del tutto durante il Rinascimento, è ben documentato il carattere rurale della zona, sono stati ritrovati i resti di un casale rinascimentale, tracce di solchi paralleli e soprattutto analisi, eseguite sul terreno, hanno indicato la presenza, in quel periodo, di vigne, di frutteti e di orti.

Il Compitum in via Marmorata e altre costruzioni.

Molti sono i resti di edifici romani rinvenuti in questo quartiere, ciò è dovuto, anche, dal fatto che nel 1868, cominciò una grande opera di urbanizzazione di tutta la piana che si estendeva tra il colle Aventino e il Tevere, la maggior parte dei ruderi tornati alla luce appartenevano a dei magazzini, ma anche qualcos’altro di veramente interessante. Nel 1932 durante la costruzione di un edificio, voluto e di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari, furono rinvenuti i resti di un edificio con pianta rettangolare. Si tratta probabilmente dei resti di una schola, una sorta di sede per riunioni, o di un collegio e di un compitum. Il compitum che letteralmente si può tradurre con “bivio” o “crocicchio”, stava a indicare il tempietto posto agli incroci, per adorare i Lares Compitales, le divinità protettrici della famiglia e degli incroci stradali. In questo caso nelle vicinanze sono stati ritrovati cinque frammenti marmorei sui quali, da una parte, sono riportati il calendario, datato al 3 a.C. e la lista dei consoli dal 43 a.C. al 3 a.C., mentre dall’altra vi sono i nomi dei vicomagistri, gli addetti al culto pubblico dei Lari. L’edificio ascrivibile a una schola, i cui resti sono visibili nel cortile del palazzo, era in opera reticolata, le pareti interne erano decorate da mezze colonne in laterizio e da piccoli pilastri doppi posti agli angoli, lo zoccolo inferiore era ornato da lastre marmoree e la parte superiore presentava una cornice in stucco. Le pareti, dipinte in origine in finto marmo, furono in seguito colorate di rosso mentre le mezze colonne furono rivestite di stucco. Si tratta quindi di un piccolo edificio, ma molto elegante, che fu costruito in età augustea mentre i rifacimenti e i restauri, probabilmente, possono essere datati al II secolo d.C., circa. Nel 1886, lungo la via Marmorata, tornò alla luce un tripode dedicato ad Apollo, esisteva forse in loco un tempio dedicato a questo Dio? Nel 1923, a piazza dell’Emporio, fu scoperta una statua colossale di Minerva in marmi policromi, attribuibile all’età augustea e oggi conservata Museo di Palazzo Massimo, anche in questo caso è evidente la domanda, esisteva, forse, un edificio di culto della Dea? Certo è che Minerva era la protettrice degli scolari e degli artigiani, i quali erano numerosi nella zona. In tempi recenti, durante la risistemazione delle rotaie del tram, sempre in via Marmorata è tornato alla luce un pezzo di muraglione di età imperiale, insieme con altri muri forse del V secolo, molte tombe, alcune delle quali, di epoca Medioevale contenenti ancora resti di scheletri. Poi ancora pavimenti di horrea, pezzi di opus reticulatus, tessere di mosaico, parti d’intonaco che forse appartenevano a un affresco di una domus.

Un’altra caratteristica di questo quartiere romano è il cosiddetto monte Testaccio, una collina artificiale che fu eretta, nel tempo dai Romani, con le anfore olearie provenienti dalla Spagna meridionale e dall’Africa, queste, infatti, erano monouso e quindi non utilizzabili in altri viaggi. Roma era divenuta una città con molti abitanti e l’olio era consumato in grade quantità, di conseguenza il cumulo delle anfore cresceva, ogni tanto era gettata calce viva come disinfettante, tanto che alla fine gli fu dato il nome di “Mons Testaceus” ossia “Collina dei cocci”, da cui il nome del rione di Testaccio. Gli studiosi affermano che questa collina, di oltre trentacinque metri di altezza, è formata da circa venticinque milioni di anfore, per un perimetro di quasi un chilometro e una superfice che rasenta i ventimila metri quadrati.

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Se poi vi interessa, visitate gli Album Fotografici:

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Album Museo diffuso Testaccio (Porto)
Album Museo diffuso Testaccio (Mercato)

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