Il parco sommerso di Baia.

by / sabato, 11 luglio 2020 / Published in Archeologia1, Il blog, L'Italia che non ti aspetti, Viaggiando .....

Golfo di Napoli, verso nord, tra i cinque e i sette metri sotto il livello del mare ecco che da secoli riposa la parte sommersa della città di Baia, o per meglio dire il parco archeologico sommerso della città. I bradisismi, a cui è soggetta la zona, hanno provocato movimenti verticali del terreno con escursioni sia in positivo sia in negativo di vari metri oggi la linea di costa, che i romani calpestavano, è sommersa dalle acque marine a una profondità che varia tra cinque e gli otto metri. Nel I secolo a.C., infatti, la parte che oggi è sommersa era una rinomata stazione climatica, oltretutto nella zona vi era la villa, divenuta imperiale, di Publio Vedio Pollione, un ricco liberto che alla sua morte nominò Augusto erede di tutti i suoi beni. La villa che era nominata Pausilypon, da cui derivò il nome del Promontorio di Posillipo, una volta divenuta imperiale fu ingrandita e abbellita, un’abitazione che forse ebbe a che fare con la congiura contro Nerone. Non stiamo parlando di qualche anfora o di qualche importante monumento, ma di un vero e proprio museo sommerso, che ci racconta la vita di quella striscia di terra con resti di lussuose ville, di altri importanti edifici romani, di strade, di botteghe, di statue, di mosaici, di vasi, di anfore e di oggetti di vita quotidiana. In definitiva era un luogo di villeggiatura per ricchi patrizi, frequentato, tra gli altri da Cicerone, da Domiziano e da Nerone. Il parco fu istituito nel 2002 e dal 2007 il Parco Archeologico Sommerso di Baia è divenuto area marina protetta, ma e possibile visitarlo con immersioni guidate attraverso il Centro Sub Campi Flegrei, oppure, per chi non se la sente, basta prendere una delle barche con fondo trasparente che mostrano le meraviglie subacquee, rimanendo all’asciutto. Il porto di Baia fu anche militarmente importante per la sua posizione, esso dava una protezione naturale alle navi imperiali. Tutti reperti non più in loco sono conservati nel Museo archeologico dei Campi Flegrei. Ma quali resti si possono vedere avvolti dalle acque del mare?

Villa dei Pisoni.

La Villa dei Pisoni fu identifica grazie una fistula di piombo che riportava il bollo di Lucio Pisone, appartenente ad una potente e ricca famiglia Romana, qui sembra che venne ordito e sventato un complotto contro l’imperatore Nerone, perlomeno questo fu il motivo ufficiale per cui il complesso passò al demanio imperiale. la villa fu edificata all’inizio del I secolo d.C., ma fu ristrutturata durante il secolo stesso della costruzione e in quello successivo. L’abitazione si sviluppava intorno a una coorte centrale che aveva una pianta rettangolare di dimensioni importanti, è stato calcolato che misurava circa novantacinque metri di lunghezza per sessantacinque di larghezza. La grandezza di tutto il complesso era di centosessanta metri per centoventi metri ed era fornita di un bacino per l’approdo di imbarcazioni, ma non solo, come spesso accadeva per le ville marittime aveva protezioni contro il vento e delle piscine per l’allevamento del pesce. Oggi si possono vedere i resti delle colonne che erano intorno al giardino, una grande fontana e una piscina termale, quest’ultima ben conservata.

Il Ninfeo di Punta Epitaffio o di Claudio.

Il Ninfeo di Punta Epitaffio risale al I secolo d.C., quando sul trono di Roma vi era l’imperatore Claudio. È sicuramente un ambiente di grande interesse, nel 1969, in maniera del tutto casuale, avvenne la scoperta di un gruppo scultoreo di marmo notevole, straordinario per la qualità delle sculture, ragguardevole per le dimensioni. Di conseguenza si avviarono campagne di scavo atte ad esplorare a tappeto l’ambiente, le sculture rinvenute furono trasportate al Museo Archeologico dei Campi Flegrei, allestito all’interno del Castello Aragonese di Baia. L’ambiente era rettangolare con un’abside semicircolare sulla parete di fondo, aveva dimensioni di tutto rispetto, circa diciotto metri di lunghezza per dieci di larghezza e aveva funzione di triclinio, la sala per banchetti romana. L’ambiente era completamente rivesto di marmi e presentava al centro una grande vasca. Sulle pareti lunghe vi erano quattro nicchie per lato, otto in tutto, ciascuna delle quali conteneva una statua. Si è capito che si trattava di un Ninfeo dalla vasca e dal canale in cui scorrevano l’acqua. La destinazione d’uso era anche evidenziata dalle decorazioni che cercavano di ricreare l’ambiente di una grotta, infatti, l’abside era rivestita di finta roccia così come le nicchie e il grande arco posto all’ingresso. Abbiamo accennato alle statue ritrovate cerchiamo ora, per quanto possibile di descriverle. Quello che fu ritenuto il gruppo principale era all’interno dell’abside e rappresentava l’episodio dell’Odissea che vede Ulisse, insieme ai suoi fedeli compagni, prigioniero di Polifemo, mentre cerca di accecarlo dopo averlo ubriacato. Purtroppo il gruppo scultoreo non è giunto a noi in maniera integra, quello che resta è la statua di Ulisse raffigurato nell’atto di offrire a Polifemo la coppa di vino e uno dei compagni che ha con sé un otre. Di Polifemo, che probabilmente era il nucleo centrale dell’opera, non vi è traccia alcuna, chissà in quali meandri la scultura si è persa. Le nicchie laterali ospitavano otto statue quattro delle quali hanno preso la stessa via di quella del Ciclope, non vi è nessuna traccia, in compenso le altre quattro sono giunte a noi in ottimo stato di conservazione. Due raffigurano Dioniso giovane, con riferimento al gruppo dell’abside e in carattere con l’uso di triclinio. Una ritrae Antonia Minore come Augusta, nel capo porta un diadema, mentre tiene in braccio un fanciullo alato, che qualcuno ha interpretato come un Eros funerario. La quarta è di difficile interpretazione o meglio ne ha più di una, si tratta della rappresentazione di una fanciulla dai lineamenti delicati e con i capelli simili a quelli di un giovane Nerone, qualcuno l’ha identificata come Claudia Ottavia, che poi sposerà l’imperatore, altri come la figlia di Claudio che perse la vita in giovane età. Infine, c’è da dire che le statue nel museo sono conservate in una sala che riproduce l’ambiente di provenienza, mentre sott’acqua sono state poste delle copie.

Villa a Protiro.

La villa detta a Protiro, il cui nome deriva dal greco “Pro”, davanti, èThyra”, porta di casa. Protiro nell’architettura romana indicava il vestibolo e lo spazio di accesso che vi era tra la porta d’ingresso e l’atrio dell’abitazione. All’ingresso vi erano due sedili in muratura che permettevano di attendere seduti di essere ricevuti dal proprietario dell’abitazione, l’atrio aveva le pareti rivestite di marmo, così come alcuni ambienti che si aprivano su di esso. Molti pavimenti della villa erano in opera musiva, uno dei quali è conservato in loco, cioè sotto circa cinque o sei metri di acqua. Si tratta di un mosaico composto di tessere bianche e nere, con un disegno a esagoni. Sull’atrio si apriva un grande ambiente, con abside, rivestito con pregiati marmi, l’emiciclo misurava oltre dieci metri. Faceva parete della villa un ampio giardino a base quadrata intorno al quale vi era un portico e due corridoi absidati. Il complesso aveva un fronte stradale di circa centoventi metri sul quale poggiavano, lungo una fila, alcune botteghe e magazzini, la villa disponeva di terme che erano separate dal nucleo abitativo da un bacino di forma rettangolare, questo correva fino al mare ed era decorato con statue, alcune delle quali sono state recuperate. Vi era anche la presenza di una grande zona marittima, con un ampio bacino di circa centodieci metri per ottanta metri protetto da una doppia fila di piloni, vi erano anche moli, pescherie, padiglioni e darsene.

Portus Julius.

Porto Giulio così chiamato in onore di Gaio Giulio Cesare Ottaviano il porto, ideato e progettato da Marco Vipsanio Agrippa, sì proprio l’architetto che realizzò il Pantheon di Campo Marzio a Roma, fu costruito nel 37 a.C., per volere di Ottaviano Augusto. Questo fu, dall’anno di costruzione fino al IV secolo il suburbio portuale di Puteoli, all’inizio svolse la funzione di base militare navale nel corso della guerra civile Ottaviano e Sesto Pompeo. Il porto era un naturale rifugio protetto per le navi da guerra e nel suo interno vi era un grande cantiere navale, con opere di alta ingegneria, all’epoca avveniristiche, era collegato con il lago di Lucrino, molto grande aveva la funzione di rada riparata, e con il lago d’Averno, che fungeva da approdo sicuro e da cantiere navale, grazie anche al legname che si poteva ricavare dai boschi che lo circondavano. In seguito il canale artificiale, lungo trecento metri e che collegava i due laghi, fu allargato su progetto di Lucio Cocceio Aucto e la sua larghezza raggiunse i cinquanta metri, inoltre lo stesso architetto costruì uno sbocco verso il porto per il lago di Lucrino. Il molo, lungo la costa, del Portus Julius aveva una lunghezza di oltre trecentosettanta metri e fu costruito su archi poggianti su quindici piloni. A difesa fu edificata una diga sulla quale passava Via Herculea, questa partiva dalla Punta dell’Epitaffio per giungere a Punta Caruso, oggi rimangono alcuni tratti di basolato. Agrippa volle pure dei camminamenti sotterranei che mettevano in comunicazione, in maniera sicura, il lago d’Averno con il porto di Cumae. Il porto militare però non ebbe lunga vita, infatti circa venti anni dopo la sua costruzione il livello delle acque del lago Lucrino si abbassarono e parte dello stesso s’insabbiò, la conseguenza fu che nel 12 a.C. la flotta fu trasferita a Miseno e il porto perse la sua funzione militare. Ciò, però non segnò la decadenza totale del porto, infatti, Portus Julius mantenne una primaria funzione commerciale, quindi prosperò e per volere di Nerone iniziarono dei lavori per costruire un canale che lo collegasse a Roma, la fossa Neronis, l’opera non fu mai portata a termine per la dipartita dell’imperatore. Il porto rimase in funzione fino al quarto secolo, ma il continuo inabissamento della linea costiera, a causa del bradisismo, portò all’abbandono delle sue strutture, con lo scorrere dei secoli il lago di Lucrino scompare del tutto e il porto fu completamente sommerso. Solo nel Rinascimento si ebbe un sollevamento del terremo che portò la ricostituzione del bacino del lago di Lucrino, che è presente anche oggi, anche se molto più piccolo di quello antico, mentre il porto è tuttora sommerso. Oggi sono visibili: un grande edificio con tanto di pavimenti in opera musiva, che qualche studioso lo Hanno identificato come la domus di un ammiraglio; il tracciato di una via che passa fra i resti di due file parallele di magazzini portuali; alzati di murature in opera reticolata; intonaci; impianti idraulici; casseforme lignee.

Secca Fumosa.

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Dodici piloni frangiflutti, in opera reticolata, del porto descritto appena sopra si ergono da un fondale sabbioso, ma la cosa che qui colpisce di più sono le cosiddette fumarole, da cui deriva il nome dell’area. Si tratta di colonne di bolle, ovviamente di origine vulcanica, che fuoriescono dalla sabbia. La calda e sulfurea acqua che esce dalla sabbia, si mescola con l’acqua fredda marina, si è così formato un’ambiente molto particolare per la vita marina.

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Il complesso sottomarino è testimone della passata epoca romana, ma questi resti oggi si sono integrati in questo paesaggio, tanto da divenire il substrato che ha permesso lo sviluppo di una variegata flora mediterranea e di una fauna altrettanto varia. Un luogo di valore rilevante sia naturalistico sia archeologico, suggestivo quasi quanto il mito di Atlantide. La differenza fondamentale è che Atlantide rimane una leggenda, forse con qualche fondo di verità, la parte sommersa di Baia e ben tangibile e sotto l’occhi di tutti, qualcuno l’ha definita la Pompei subacquea.

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NB. Le foto subacquee sono state prese su Internet e sistemate secondo le esigenze dell’articolo, sono state utilizzate quelle che erano prive di copyright, perlomeno in apparenza. Se qualcuno le riconosce come proprie saremo lieti di indicarlo.

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