Il Parco delle Tombe di via Latina.

by / venerdì, 08 dicembre 2017 / Published in Archeologia1, Il blog, Popoli e Civiltà

A poca distanza dalla via Appia Antica passa l’antica via Latina, la strada romana che collegava l’Urbe alla città di Capua, poiché i defunti dovevano essere inumati al di fuori delle mura cittadine, ossia al di là del pomerio, chi poteva sceglieva il percorso delle vie consolari o comunque delle strade più importanti. L’area archeologica che oggi va sotto il nome “Tombe di via Latina” è forse quella più rilevante di tutta la città, poiché il sito ci fa capire qual era il culto che gli Antichi Romani dedicavano ai propri defunti, inoltre ci mostra la sontuosità e il lusso che i patrizi, i nobili e i benestanti avevano la possibilità di ostentare. Fin dall’età Repubblicana furono costruiti monumenti funerari su questo tratto della via Latina, alcuni mostrano un utilizzo in fasi differenti, tombe riutilizzate da famiglie diverse da quelle che le avevano edificate, quindi furono usate per tutta l’età imperiale fino alle soglie del Medioevo. Dopo la caduta definitiva dell’Impero Romano il sito fu abbandonato, come tantissimi altri, depredato fino a quando l’oblio prese il sopravvento, ma in un fatidico luglio del 1857 le cose cambiarono. In questa data, infatti, Lorenzo Fortunati, ebbe il via libera per eseguire degli scavi presso il IV miglio della via Latina dove evidentemente poteva esserci una necropoli, poiché erano già visibili i resti di alcune sepolture, sopra di tutti emergeva quello a cui fu assegnato il nome di “Sepolcro Barberini”. Quanto il Fortunati, di professione insegnante, sia stato amante dell’archeologia non è facile saperlo, fatto sta che eseguì le ricerche a sue spese per ricavarne, in seguito, un profitto con la vendita dei reperti eventualmente trovati, in quel periodo tale approccio agli scavi archeologi era del tutti lecito. Lorenzo Fortunati fece sterri in tante altre zone di Roma, all’epoca era vigente una legge che permetteva, agli autorizzati, di eseguire scavi non solo per le ricerche scientifiche, ma anche, a volte soprattutto, per trovare reperti più o meno preziosi che, in seguito, erano divisi, in parti uguali, tra lo scopritore e il proprietario del terreno. Il nostro insegnante iniziò così un’attività più simile a uno sterro che a una ricerca archeologica, i lavori andarono avanti fino al 1858, durante i quali furono scoperte numerose tombe, una villa, i resti di una basilica che fu attribuita a Santo Stefano e un tratto del basolato della via Latina. Questi ritrovamenti, però, non destarono l’interesse del Fortunati, sicuramente per lui erano molto più importanti i sarcofagi, le iscrizioni e i corredi funebri da poter rivendere al mercato dell’antiquariato, oppure allo stato Italiano e a quello Pontificio. La scoperta della basilica pero portò a dei contrasti con la Commissione di Archeologia Sacra che voleva scavare per proprio conto il monumento Cristiano, controversie di cui s’interessò direttamente anche Pio IX, infine le contese aumentarono, per alcune vendite di reperti, e il Fortunati dovette interrompere gli scavi. L’intera area, che era proprietà della famiglia Barberini, passò allo Stato Italiano, previo acquisto, nel 1879. Iniziò così il restauro dei sepolcri, i quali, nei primi anni del XX secolo furono diretti da Rodolfo Lanciani. Tutta l’area, dopo i restauri, fu destinata a parco archeologico su iniziativa del ministro Guido Baccelli, la zona fu organizzata come un grande giardino e, furono piantati dei pini, che oggi, dopo una crescita secolare, sicuramente rendono piacevoli le passeggiate all’interno del parco, ma le loro radici probabilmente hanno creato danni ai reperti, non ancora scavati e continueranno a farlo nel tempo. Non ci resta che entrare nel “Parco delle Tombe di Via latina”.

Il tracciato della via Latina.

All’incirca all’altezza di quello che era il III miglio della via si può vedere, ben conservato, un tratto dell’antico basolato in basalto, per la circolazione dei carri, non bisogna dimenticare che la via Latina collegava Roma a Capua e sono visibili le crepidini in terra battuta, usati per il passaggio dei pedoni. Nel tratto rimasto la sede stradale, ricoperta di basoli, è larga quasi quatto metri, mentre le due crepidini laterali misurano circa tre metri ciascuna.

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La Mansio e l’impianto termale.

Intorno al sepolcro dei Valeri, di cui parleremo tra poco, si possono osservare i resti di una Mansio, o Statio, ossia una stazione di posta in cui potevano essere smistati messaggi e dove i viaggiatori, che percorrevano la via Latina, trovavano una stanza in cui riposare, terme in cui rinfrescarsi e cibo per ristorarsi, in questo modo i viandanti potevano entrare a Roma sazi, ritemprati e puliti. Lungo la strada sono ancora visibili due pilasti che probabilmente sostenevano due statue a indicare una sorta di passo carrabile, poiché il basolato della strada ancora parzialmente visibile, entrava nell’area della Mansio. Gli scavi hanno portato alla luce un peristilio, con al centro una grande vasca, e le stanze disposte intorno, sono visibili anche i resti di un Ninfeo con pavimento a mosaico, posto al termine di un porticato, anch’esso pavimentato in arte musiva, che fa confine con la parte posteriore del sepolcro. Ovviamente non potevano mancare delle cisterne, in questo caso ne sono state rinvenute due, che servivano per l’approvvigionamento idrico dell’impianto. Infine sono stati ritrovati tre ambienti, probabilmente relativi a una tabernae e una delle stanze delle terme conserva un tratto di pavimento a mosaico. Separati da questo complesso, da un corridoio, sono stati ritrovati due ambienti, uno in opera reticolata, l’atro in opera mista, di cui, però, non si conosce la funzione.

La Villa di Demetriade.

Dietro la tomba dei Pancrazi, anche di questa parleremo fra qualche riga, vi è un’area con delle mura e una cisterna, si tratta di reperti appartenenti alla villa di Demetriade, che fu scavata dal Fortunati per poi essere nuovamente interrata, purtroppo una parte consistente andò distrutta nel 1964 quando a qualcuno venne “La bella idea” di costruire dei campi sportivi, forse qualcosa ancora rimane sotto di essi. In quest’area furono trovate numerose sculture e frammenti decorativi, oggi custoditi nei Musei Vaticani. Dalle analisi fatte dagli studiosi sui bolli e sulle tecniche edilizie usate, è emerso che la costruzione risale al I secolo d.C., e che la matrona romana Demetriade, membro della potente famiglia degli Anici, divenuta proprietaria della zona, nel V secolo d.C. trasformò la villa in luogo di culto Cristiano, facendo edificare una basilica che avrebbe conservato le reliquie del Protomartire Santo Stefano.

La Basilica di Santo Stefano.

Come detto nella metà del V secolo d.C., sulla parte centrale della villa di Demetra fu edificata la basilica, consacrata al Protomartire Santo Stefano da Leone I. La struttura fu innalzata in corrispondenza del peristilio della villa, l’edificio si articolava su tre navate separate da colonne con capitelli di stile Corinzio. Oggi non rimane molto, si possono vedere, l’abside in opera listata, la nicchia sotto l’altare, dove erano conservate le reliquie del Santo e il battistero che era posto nel fondo della navata sinistra. Il battistero era una piccola vasca a cui si poteva accedere tramite una scaletta, nel IX secolo fu costruito un campanile e secondo le cronache dell’epoca la basilica era meta di pellegrinaggi. Successivamente, nel XIII secolo, il luogo cadde in disuso e andò in rovina, il motivo di quest’abbandono non si è mai capito.

È giunto, però, poiché la zona è stata chiamata “Parco delle Tombe di via Latina”, tra l’altro oggi fa parte del costruendo parco dell’Appia Antica, il momento di parlare dei sepolcri che quest’area ospita, o perlomeno di quelli ritenuti più importanti ed esemplificativi.

Il Sepolcro a dado.

Appena varcato l’ingresso del parco, sulla destra, si nota subito ciò che resta di un sepolcro a dado, un parallelepipedo di tufo e calcestruzzo, poiché l’originale rivestimento, probabilmente di marmo, è andato perduto nel tempo. Su questo sepolcro, nel 1858, fu posta una targa per ricordare i lavori di sterro effettuati da Lorenzo fortunati.

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Il Sepolcro Fortunati 25.

Numerosi sepolcri, parzialmente conservati, si trovano sul lato sinistro della via, tra i quali se ne intravede uno in laterizio, di cui rimane unicamente la camera funeraria ipogea, e alcune tracce di una copertura, che sicuramente era una volta a crociera. La camera era illuminata da due piccole finestre ad archi, nelle pareti, originariamente coperte di marmo vi erano due nicchie atte a ospitare urne cinerarie, si possono vedere anche tracce significative delle antiche decorazioni pittoriche che raffiguravano figure umane animali.

Il Sepolcro detto Baccelli.

Poco oltre il sepolcro dei Valeri si può vedere un grande sepolcro in laterizio di cui, purtroppo, rimane sono una facciata, l’edificio crollò improvvisamente, molto probabilmente per l’incuria e l’abbandono, ma esistono sia studi sia fotografie di prima del disfacimento. Il sepolcro era rivolto verso una piccola strada perpendicolare alla via Latina, in direzione dell’Appia Antica, la camera funeraria aveva due file di loculi soprapposti su tre livelli. Si tratta di un tipo di sepoltura che risale al II secolo d.C., quando cioè, si cominciò ad abbandonare il rito della cremazione a favore di quello che prevedeva l’inumazione del corpo. È quindi un esempio di sepoltura intensiva, tante inumazioni in poco spazio, infine va ricordato che questa tomba nel 1500, era usata come chiesa, almeno così risulta da alcuni studi. La facciata rimasta in piedi presenta cornici decorative lavorate in cotto colorato.

Il Sepolcro circolare.

All’altezza del Sepolcro dei Valeri, ma sul lato opposto della strada restano pochi resti di un sepolcro circolare il laterizio, formato da due cerchi concentrici uniti da muri trasversali. L’ingresso era dalla parte opposta della via Latina, probabilmente doveva essere una tomba ricca, visti i resti, anche se pochi, di decorazioni marmoree e dei frammenti di colonne, la realtà, però ci ricorda che in concreto non se né sa nulla.

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Il Sepolcro dei Calpurni.

Nelle vicinanze del Sepolcro dei Pancrazi vi è quello cosiddetto dei Calpurni, anche di questa tomba rimane la sola camera funeraria ipogea la quale era coperta con una volta a crociera. Lungo le pareti vi erano archi in laterizio che ospitavano i sarcofagi, rimangono anche alcune tracce dell’intonaco affrescato.

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È giunta l’ora di analizzare, per quanto mi è possibile, i tre sepolcri più importanti, ricchi e famosi.

Il Sepolcro detto Barberini.

Si tratta del monumento funebre meglio conservato nell’alzato, il nome deriva dalla famiglia Barberini, ultima proprietaria della tenuta che oggi corrisponde al parco. Il monumento, risalente alla seconda metà del II secolo d.C., è in laterizio a due colori, rosso per le pareti, giallo per i capitelli e gli architravi decorati. È su tre piani, di cui uno ipogeo, è l’unico edificio funebre del parco che ha mantenuto praticamente intatta la sua forma originaria nell’alzato, questo perché nei secoli fu sempre usato come ricovero per attività agricole e di pastorizia. Il sepolcro è anche denominato dei Corneli per un’epigrafe riportata da Pirro Ligorio, nel XVI secolo, su un disegno, essa reca il nome di un Q. Cornelius, probabilmente un membro di una delle famiglie proprietarie della tomba. La tomba è un classico esempio di sepolcro a tempietto in laterizi policromi, era in origine circondato da un muro e quindi era solo parzialmente visibile dalla via Latina, l’ingresso alla tomba è collocato nel lato opposto alla strada ed è al piano terra. Esternamente si presenta come un parallelepipedo, come dicevamo, rivestito di laterizi rossi e gialli, sul lato che da verso la via Latina vi era una finestra, oggi parzialmente chiusa, che serviva dare luce nell’ambiente superiore, la parte tamponata ha un’impostazione ad arco, per questo qualcuno ha formulato l’ipotesi che qui fosse collocata la statua del defunto, mentre più in basso, all’altezza del primo livello, rimane l’impronta di una targa ripotante il cosiddetto “Titulus Maior”. La parte esterna dell’edificio è da osservare con accuratezza poiché la buona conservazione ci permette di ammirare le decorazioni architettoniche intagliate nel laterizio che caratterizzano i capitelli, le cornici, le aperture e i frontoni, oltretutto alcuni studi hanno evidenziato tracce di colori vivaci come il rosso, il giallo e il blu. La copertura del sepolcro è a doppia falda con frontoni sui lati brevi. Come di consueto, nei sepolcri a tempietto, nel piano ipogeo vi era la camera funeraria che era accessibile dall’esterno dell’edificio attraverso una scala e prendeva aria e luce da feritoie molto strette poste alla base del monumento. È In questa camera che furono trovati sia il bellissimo sarcofago, oggi conservato nei Musei Vaticani, detto Barberini, su cui è raffigurato il mito di Protesilao e Laodamia, sia i resti di quaranta persone deposti su letti funebri sovrapposti. Questa camera funeraria è caratterizzata da pareti articolate in arcosoli e nicchie rivestiti da stucchi decorati con ovoli e palmette, mentre il pavimento era in mosaico con tessere bianche e nere. Una breve parentesi sul mito di Protesilao e Laodamia, Protesilao sposò Laodamia, figlia di Acasto re di Iolco, ma riuscì a restare con lei una sola notte, poiché partì, insieme agli Achei, per la guerra contro i Troiani. Il guerriero era sulla stessa nave di Achille e poiché un oracolo aveva fatto la profezia, secondo la quale il primo Acheo, che fosse sceso sulla terra sarebbe morto, nessuno voleva sbarcare dalla nave. Achille decise di scendere lui stesso per primo, ma Teti madre dell’eroe, lo trattenne e spinse Protesilao che cadde così sulla spiaggia. La profezia si avverò, Protesilao fu ucciso da Ettore e scese nell’Ade, a quel punto Protesilao implorò gli Dei degli inferi di concedergli di trascorrere un ultimo giorno con la sua amata sposa, Ade e Persefone, colpiti da quella richiesta così accorata, acconsentirono. Protesilao trascorse quell’ultimo momento d’amore con la sua sposa Laodamia, e tornò nell’Ade, la moglie, non appagata di quella breve visita, fece realizzare una statua con le fattezze del marito per averso sempre vicino, giunse al punto di dormire con quella scultura. Acasto, decise che, per il bene della figlia, si doveva distruggere la statua e la fece sciogliere nell’olio bollente, ma Laodamia quando vide la scultura sciogliersi nel calderone, si gettò all’interno del recipiente raggiungendo così l’amato consorte. Su sarcofago furono riportate tutte le vicende, con grade maestria, insieme alle scene dei supplizi di Sisifo, Issione e Tantalo, bisogna però notare che i volti della coppia sono soltanto abbozzati, probabilmente per riprodurre, in seguito, le fattezze di chi lì doveva essere tumulato. Ora, pero, torniamo all’interno del sepolcro, le soglie della porta, che permetteva l’ingresso al piano centrale, erano di travertino e come detto è posta sul lato opposto rispetto alla via Latina. Questo piano è costituito da una sala rettangolare, interamente in laterizio e nelle pareti si aprono numerose nicchie, alcune delle quali circondate da lesene a loro volta sormontate da timpani. Mentre la parete opposta all’ingresso presenta un’edicola con tetto a spiovente, forse dedicata alla memoria dei defunti. Su quale uso avesse questo piano non tutti gli studiosi concordano, infatti, qualcuno è convinto che anche questo locale servisse per le tumulazioni, altri pensano che servisse esclusivamente per i riti funebri. La copertura di questo piano fu demolita nel XVIII secolo quando il sepolcro era usato come fienile. Oggi i piani sono stati ripristinati con una griglia metallica che permette di vedere il piano ipogeo, dalla sala centrale e tramite una scala, sempre in metallo, raggiungere il livello più alto, ma della scala originale restano solo piccole tracce. La copertura di questo livello, sicuramente destinato alle cerimonie funebri, era con volte a crociera arricchite da affreschi e da decorazioni eseguite con stucchi a ovuli e palmette, le pitture erano su uno sfondo rosso e ancora oggi si possono vedere riquadri figurati, definiti da piccole cornici con bande azzurre. Nei riquadri è possibile ammirare, o meglio oggi si possono solo distinguere facendo attenzione, figure umane, vittorie alate su bighe con amorini, uccelli e animali marini. Anche le pareti erano riccamente decorate, sulle quali apparivano figure femminili danzanti. Purtroppo gran parte dell’apparato decorativo è andato perduto, è anche possibile vedere alcuni frammenti del pavimento a mosaico.

Il Sepolcro dei Valeri.

La denominazione di questa tomba è del tutto convenzionale e deriva da un’iscrizione trovata nella villa di Demetriade, che era difronte al sepolcro. La tomba può essere datata al 160 d.C. grazie al ritrovamento, su alcuni frammenti di mattoni della volta della camera ipogea, di bolli consolari. L’alzato che si vede oggi è frutto di una ricostruzione realizzata tra 1859 e il 1861, probabilmente per proteggere gli ambienti ipogei, il rifacimento è del tutto fantasioso e ipotetico, l’unica parte originale è la colonna di sinistra del porticato. Durante gli scavi si trovarono solo tracce dell’elevato originario del sepolcro che comunque non comunicava direttamente con gli ambienti ipogei e che si affacciava su via latina con un portico a due colonne. Comunque, per chi oggi la vede, la parte in elevato presenta una pianta rettangolare, un portico a due colonne, un piano superiore con finestra rettangolare e un tetto a doppio spiovente. La parte ipogea tornò alla luce in tutto il suo splendore, anche se ormai saccheggiata, riemersero le due scale simmetriche d’accesso, il vestibolo e le due camere funerarie. Scendendo per una delle due scale, in origine rivestite di lastre di marmo, si giunge in un vestibolo a cielo aperto che fungeva da unico punto luce tra due tombe, che sono una difronte l’altra, entrambe con copertura a botte. Forse anche il vestibolo accoglieva delle sepolture. Le decorazioni della camera funeraria principale, quella dei proprietari, sono di notevole importanza, di grande ricchezza e bellezza. La volta a botte e le lunette sono straordinarie, conservano una decorazione articolata in trentacinque medaglioni e riquadri, di dimensioni variabili, di stucco bianco, con raffigurazioni di cupidi, eroti, Satiri, Menadi, Nereidi, animali fantastici e figure femminili. Nel medaglione centrale è raffigurata, avvolta nel velo mortuario, la defunta che è portata nell’aldilà sul dorso di un grifone. Le dimensioni del basamento erano compatibili per un sarcofago doppio, ossia per due persone, ciò a fatto pensare, agli studiosi, che fosse morta prima la donna e che il marito fece costruire la tomba per entrambi, in attesa di raggiungerla. Le pareti erano tutte ricoperte con lastre di marmo bianco, ormai scomparse così come il sarcofago, oggi sono visibili le impronte del rivestimento e i relativi fori delle grappe di ferro che le sostenevano. Il pavimento aveva anch’esso un rivestimento marmoreo bianco, in piccola parte ancora in loco e quindi visibile. Infine in questa tomba, nonostante i vari saccheggi, furono ritrovati dei reperti interessanti, come i due frammenti di sarcofagi, uno con la rappresentazione delle fatiche di Ercole e l’altro con la raffigurazione dei riti legati a Bacco.

Il Sepolcro dei Pancrazi.

Sulla sinistra della via Latina, quasi difronte al Sepolcro dei Valeri sorgeva quello dei Pancrazi, di cui si conserva, delle strutture originarie, solo la parte ipogea. Una costruzione moderna, simile a un capannone, protegge quello che molti definiscono il più bello e spettacolare sepolcro del parco. Databile tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio II secolo d.C., la parte in elevato probabilmente era di tipo a tempietto, ma, si tratta unicamente di un’ipotesi, poiché non ne è rimasta traccia. Il nome deriva Collegio Funeratizio dei Pancratii gli ultimi proprietari del sepolcro, i cui membri, usarono questa tomba durante il III secolo d.C., come personale luogo di sepoltura. In quel periodo, alcuni cittadini della classe media, che non potevano permettersi una tomba personale o familiare, si riunivano in una sorta di cooperativa, i collegi appunto, in questo modo potevano comprare o costruire un sepolcro e pagare la quota annuale per la sua manutenzione. Un modo per garantirsi una sepoltura, per l’epoca dignitosa, al momento del trapasso. Nel nostro particolare caso si tratta di una precisa attribuzione della tomba, poiché, su uno dei sarcofagi, è stata trovata un’iscrizione che cita il collegio dei Pancrazi. La tomba è costituita da due ambienti comunicanti tra di loro, dal livello del terreno, dove si possono vedere dei reperti qui conservati e un mosaico figurato, eseguito con tessere bianche e nere, una scala a due rampe, originale, permette di scendere nel primo locale, probabilmente un vestibolo in seguito utilizzato come camera sepolcrale. Quest’ambiente forse in origine era all’aperto, la qual cosa sarebbe provata sia dal pavimento in pendenza e sia per la presenza di un pozzo di scolo, forse si trattava di un piccolo cortile dal quale si poteva accedere al sepolcro vero e proprio. In seguito, però, fu chiuso e usato per inumazioni, la sala, di forma rettangolare, presenta su due lati, un alto basamento in mattoni sul quale poggiavano i sarcofagi, al momento degli scavi ne sono stati ritrovati cinque, inferiormente la base termina con archi decorati ad affresco che formavano delle nicchie, probabilmente usate per le urne cinerarie. Sul lato corto, quello opposto all’ingresso, sul basamento è ancora visibile un sarcofago decorato con baccellature, che presenta al centro, all’interno di un medaglione, la raffigurazione di due coniugi, Demetrius e Vivia Severa. Inoltre sulla fronte del sarcofago vi è l’iscrizione che fa, appunto, riferimento collegio dei Pancrazi. Anche sotto questo basamento troviamo degli archi che formano due nicchie, affrescate con scene di carattere funerario. Tutto l’ambiente era decorato con affreschi raffiguranti immagini femminili allegoriche delle stagioni, paesaggi e scene con personaggi. Attraversando la porta di collegamento tra i due ambienti si entra nella camera sepolcrale vera e propria, una stanza a dir poco magnifica, sotto i nostri piedi una pavimentazione in mosaico, eseguita con tessere bianche e nere, che delimita un enorme sarcofago, ad arca, di marmo bianco e dalle linee orientaleggianti. È subito evidente che sarcofago di queste dimensioni non sarebbe mai passato attraverso la porta d’ingresso, quindi si evince che l’intero sepolcro fu eretto solo dopo aver alloggiato il sarcofago, in definitiva la tomba fu costruita intorno a quest’arca. È sicuramente questo il motivo per cui, questo sarcofago, è rimasto in loco e non ha preso la strada verso i Musei Vaticani come gli altri sette trovati in questa stanza e che erano posizionati lungo i lati. Importanti, pregevoli, ricchissimi, complessi, meravigliosi sono gli affreschi e gli stucchi policromi che rivestono la volta a crociera e la parte superiore delle pareti, i quali suddividono tutto lo spazio in lunette e quadretti, tutte le decorazioni sono in uno stato di conservazione straordinario. Il tema di queste decorazioni ruota intorno alla mitologia Greca e Romana, in questi spazi ne sono raffigurati gli eroi e la narrazione di alcuni miti, insieme all’apoteosi, un classico per il periodo, del defunto, che in questo caso è rappresentato nel medaglione centrale con le sembianze di Zeus in volo con un’aquila. Le raffigurazioni sono molteplici, le più importati, una per lato, sono: difronte all’ingresso, il “Giudizio di Paride”; sul lato opposto, Alcesti con Pelia e Admeto sul carro trainato da fiere, e le divinità Apollo e Diana; su un lato, Ercole nell’Olimpo, Bacco e un satiro in gara una musicale tra loro; su l’altro, Priamo che implora Achille perché restituisca il corpo di Ettore. C’è da precisare che per i Romani queste raffigurazioni non sono casuali, infatti, si riferiscono a delle qualità cui uomini e donne aspiravano, Ercole rappresentava la virilità; Paride descriveva il desiderio essere ammessi al cospetto degli Dei; Priamo simboleggiava il concetto di pietas, in altre parole il compimento del proprio dovere nei confronti dello Stato; Alcesti personificava la volontà di essere una buona e devota moglie. Le magnifiche decorazioni non terminano con questi “Quadri”, sulle lunette laterali sono rappresentate finte architetture e tra un mito e l’altro si possono vedere maschere, cesti di frutta, uccelli esotici, elementi floreali, quadretti paesaggistici e figure mitologiche.

Si può solo aggiungere che tanta bellezza e maestria fa riflettere, fa nascere delle sensazioni che non si possono descrivere con delle parole, anche se dettate da un certo entusiasmo, e allora… basta andare a vedere con i propri occhi.

Ora qualche fotografia, visita gli Album indicati cliccando qui sotto:

 Il Parco  Sepolcro Barberini  Sepolcro dei Valeri  Sepolcro dei Pancrazi

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