Il Pantheon: La storia, la struttura e la “Magia” della Luce.

by / lunedì, 05 Dicembre 2016 / Published in Archeologia1, Il blog

Il termine Pantheon è di derivazione greca, in greco τό πάνθειον, è un aggettivo sostantivato indicante “La totalità degli Dei” e, comunemente, sottintende il sostantivo ἱερόν, in altre parole “Tempio”, quindi “Il tempio di tutti gli Dei”. E’ quindi dal greco che deriva il termine latino Pantheon, utilizzato da Plinio il Vecchio, e che è entrato a far parte della lingua italiana. Il fatto che potesse esistere un tempio dedicato a tutti gli Dei non è del tutto accertata, infatti, l’unico edificio censito, prima di quello di Roma di Marco Agrippa, da non confondere con Menenio, fu quello ad Antiochia in Siria. Bisogna anche aggiungere che questo tempio, di Antiochia, è citato soltanto da una fonte del VI secolo d.C., nonostante studi approfonditi, sono state accertate soltanto delle semplici dediche quali “A tutti gli Dei” o “Ai dodici Dei”, che ovviamente non dimostrano che siano citazioni di veri e propri templi in cui si praticasse il culto di tutti gli Dei. Lo storico e senatore Romano Cassio Dione Cocceiano afferma che il Pantheon era chiamato in questo modo, forse perché nel suo interno trovavano posto le statue di molte divinità, ma la sua personale convinzione era che il nome derivasse dal fatto che la cupola della costruzione richiamava la volta celeste e di conseguenza le sette divinità planetarie. Il monumento romano che oggi conosciamo è il risultato di una lunga storia, le cui origini hanno anche lati oscuri o, almeno, non del tutto chiariti. Un’antica leggenda racconta che il Pantheon sarebbe sorto nello stesso luogo dove Romolo, durante una cerimonia in Campo Marzio, ascese in cielo. Poiché in quel luogo, per molto tempo, si svolsero processioni e cerimonie nell’anniversario di quel soprannaturale evento, è probabile, ma non certo, che esistesse un santuario più o meno grande dedicato a queste cerimonie. La cosa certa è che non fu casuale la scelta quel luogo per la costruzione del Pantheon. Su volontà di Augusto il Pantheon fu fatto costruire tra il 27 a.C. e il 25 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, amico e genero dell’imperatore, nell’ambito d’importanti opere di risanamento e monumentalizzazione che furono compiute nel Campo Marzio. I lavori per la realizzazione furono affidati a Lucio Cocceio Aucto, la sua ubicazione fu fissata tra i Saepta Iulia e la basilica di Nettuno, questi ultimi due edifici furono fatti costruire, a proprie spese, dallo stesso Agrippa su un’area di sua proprietà. Si era voluto creare un allineamento, che andava da sud a nord, formato dalle terme di Agrippa, dalla basilica di Nettuno e il Pantheon stesso. Alcuni storici hanno ipotizzato che, per lo meno inizialmente, sia il Pantheon sia la basilica di Nettuno non fossero “Aedes publicae”, in altre parole templi a uso pubblico, ma un’area sacra privata di Agrippa. Altri studiosi, se pur pochi, ipotizzano che in origine il Pantheon fosse il tempio di Marte in Campo Marzio. L’iscrizione di dedica dell’edificio che vediamo oggi riporta il testo originale di Agrippa, che Adriano fece ricollocare sul tempio durante la ricostruzione dell’edificio, dopo i danni subiti per l’incendio. L’iscrizione recita: M•AGRIPPA•L•F•COS•TERTIVM•FECIT, ovvero in latino: “Marcus Agrippa, Lucii filius, consul tertium fecit”, tradotto: “Lo costruì Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta”. In realtà l’attuale iscrizione è una copia realizzata alla fine dell’ottocento, andò a sostituire fedelmente quella antica, che fu sottratta in una delle tante scorribande e razzie che subì il monumento e l’intera città. Dell’edificio originale non è rimasto quasi nulla quello che sappiamo, grazie ai resti rinvenuti a circa due metri e cinquanta centimetri, durante alcuni lavori e scavi effettuati alla fine del XIX secolo, è che il primo tempio era di pianta rettangolare di quasi quarantaquattro metri per quasi venti metri, la cella, più larga che lunga, era disposta trasversalmente. Fu edificato con blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo, l’orientamento dell’edificio, contrariamente a quello ricostruito in età Adrianea, era rivolto verso sud. Sul lato lungo della costruzione c’era un pronao largo circa ventuno metri, antistante a quest’ultimo vi era un’area scoperta di forma circolare, in definitiva si trattava di una piazza che separava questo tempio dalla basilica di Nettuno. Questa superfice era pavimentata con lastre di travertino e recintata da un muretto in opera reticolata. L’edificio Augusteo presentava un asse centrale che poi coincise con quello Adrianeo, mentre la larghezza della cella fu usata, nel tempio voluto da Adriano, come diametro della rotonda. Purtroppo solo una fonte, che è giunta sino a noi, ci mette in evidenza quelle che potevano essere le decorazioni del tempio. Plinio il Vecchio, che lo vide di persona, nella sua opera “Naturalis Historia” ci descrive i capitelli di bronzo siracusano e le decorazioni che presentavano delle statue sul frontone e cariatidi all’interno, alcune delle quali sembra che furono scolpite dall’artista neoattico Diogenes di Atene. Rasentando un po’ all’immaginario si può forse dire che l’intenzione di Agrippa fu quella di costruire un luogo di culto dinastico, dedicato agli Dei, Marte e Venere, che poi erano i protettori della Gens Iulia e nell’interno, del suo Pantheon, doveva essere sistemata la statua di Augusto, ma sembra, che all’imperatore la cosa non piacque. Allora Agrippa fece collocare all’interno, del tempio, la statua del Divo Cesare e nel pronao, la statua di Ottaviano e una di se stesso, che probabilmente dovevano trasmettere, alle generazioni future, la celebrazione della loro amicizia e della loro dedizione per il bene della città. Nell’80 d.C. il Pantheon fu distrutto dal fuoco e fu restaurato una prima volta da Domiziano, ma, nel 110 d.C. subì un’altra distruzione a causa di un fulmine. Per volontà di Adriano l’edificio fu completamente ricostruito, gli storici fanno un’interessante considerazione sui bolli laterizi, essi appartengono agli anni compresi tra il 115 d.C. e il 127 d.C., in conformità a questo hanno ipotizzato che il Pantheon fu inaugurato dall’imperatore Adriano, durante la sua permanenza a Roma, tra il 125 d.C. e il 128 d.C., secondo alcuni studiosi il progetto, sarebbe attribuibile all’architetto Apollodoro di Damasco. Sembra plausibile che cominciò a lavorarci all’alba della distruzione dell’edificio precedente, in epoca traianea. Quindi può essere veritiera l’ipotesi che i lavori cominciarono sotto Traiano poi ripresi, dopo la morte di questi, da Adriano per poi essere interrotti per un tempo non precisabile e infine ripresi con qualche modifica sul progetto iniziale ma, si sempre ne campo delle ipotesi in parte credibili. L’unica certezza e che fu ricostruito e inaugurato sotto il regno di Adriano e che Il Pantheon è un meraviglioso edificio Romano e sicuramente il meglio conservato. Si tratta di un’opera architettonica geniale, considerando che ha la venerabile età di quasi mille e novecento anni, appartiene alla classe dei templi rotondi con copertura a cupola. Il Pantheon è giunto in sostanza integro, perlomeno nella sua struttura, fino a noi poiché, all’inizio del VII secolo, fu convertito in chiesa cristiana, dedicata a Santa Maria ad Martyres, il che gli ha consentito di sopravvivere quasi integro alle spoliazioni apportate, dai papi, agli edifici della Roma classica. Cerchiamo di descriverne la struttura, dal punto di vista cronologico, fu realizzata prima la cella circolare, poi l’avancorpo e, infine, il pronao.

  • Il Pronao.

Il pronao presenta otto colonne di granito grigio sulla facciata (ottastilo) e otto colonne di granito rosa, provenienti da una cava egiziana, quest’ultime furono poste su quattro file di due colonne ciascuna, in corrispondenza della prima, della terza, della sesta e dell’ottava colonna della facciata. In questo modo lo spazio del pronao è diviso in tre navate, quella centrale, che è anche la più ampia, immette alla mastodontica porta di accesso della cella, mentre le due laterali terminano su grandi nicchie che probabilmente ospitavano le statue di Augusto e di Agrippa. Le misure del pronao sono certamente invidiabili, ha una lunghezza di trentaquattro metri e venti centimetri per una larghezza di quindici metri e sessantadue centimetri; era innalzato di un metro e trentadue centimetri, rispetto al piano stradale e per accedervi si dovevano salire cinque gradini. L’altezza totale delle colonne, con capitelli Corinzi e basi di marmo bianco, è di quattordici metri e quindici centimetri mentre il loro diametro alla base è di un metro e quarantotto centimetri. Come si è detto prima, sul fregio della facciata vi fu riportata l’iscrizione, con lettere di bronzo, di Agrippa, mentre sull’architrave sottostante vi è una seconda iscrizione che si riferisce a un piccolo restauro che fecero eseguire, nel 202 d.C., Settimio Severo e Caracalla. Molti studiosi concordano che Il frontone, probabilmente, era decorato con figure di bronzo tenute ferme da perni, oggi si possono vedere le sedi di tali perni, si è arrivati addirittura a ipotizzare, vista la posizione dei fori, la presenza di un’aquila con una corona e con le ali spiegate. C’è da evidenziare che l’alternanza cromatica delle colonne fu alterata col trascorrere del tempo, infatti, un fusto di una colonna mancante fu rimpiazzato, con uno di granito grigio, da papa Alessandro VII e in seguito un altro fu sostituito, con uno di granito rosso, da papa Urbano VIII, tutte e due le colonne, che sostituirono quelle originali, furono smantellate dalle Terme Neroniane. La copertura presenta un tetto a doppio spiovente che è sorretto da capriate di legno, che a loro volta sono sostenute da archi che si poggiano sopra le colonne interne. Tutta la travatura lignea era decorata e coperta di bronzo che fu fatta asportare, nel 1625 da papa Urbano VIII, una parte fu messa a disposizione di Gian Lorenzo Bernini per la costruzione del Baldacchino di San Pietro, un’altra porzione fu invece fusa per realizzare ottanta cannoni di Castel Sant’Angelo. A Roma, per questo riutilizzo del bronzo, fu scritta una famosa pasquinata, la scultura di Pasquino era una statua cosiddetta parlante per i messaggi, appunto pasquinate, che erano posti sopra di essa, la frase recitava: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”. Ossia: “ Ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini”. Infine, i lati e il pavimento del pronao presentano rivestimenti di marmo, quest’ultimo è lastricato con marmi colorati disposti, secondo un disegno geometrico, in quadrati e cerchi.

  • L’Avancorpo.

L’avancorpo è una struttura intermedia che collega il pronao alla cella, fu costruita in laterizio e presenta due massicci pilastri che si poggiano alla rotonda uniti tra di loro da una volta. All’interno di questi pilastri furono inserite le scale per accedere alla parte superiore della rotonda, la parete è rivestita con lastre di marmo e decorata, all’esterno e ai lati della porta, da un ordine di lesene, tra quest’ultime furono inseriti dei pannelli con fregi che raffiguravano ghirlande, simboli sacri e oggetti usati per i sacrifici alle divinità. La struttura esterna, come la rotonda, probabilmente aveva una decorazione con intonaci e stucchi anche se, oggi non ve n’è più traccia. Sulla facciata dell’avancorpo è presente un frontone in laterizio che, a un’altezza leggermente maggiore, copia quello del pronao, nascosto da quest’ultimo, era visibile solo da significative distanze. Il monumentale portale è in bronzo ed è la più imponente e la più antica porta romana ancora in uso, misura quattro metri e quarantacinque centimetri di larghezza per un’altezza di sette metri e cinquantatré centimetri.

  • La Cella o la Rotonda.

Le misure delle fondazioni della cella sono notevoli, la rotonda si regge su un anello in calcestruzzo dello spessore di sette metri e trenta centimetri, la cui profondità e di quattro metri e cinquanta centimetri. L’esterno della rotonda è formato un corpo cilindrico che poi non è nient’altro che la prosecuzione in verticale del tamburo. Nella costruzione, che nasconde la cupola per un terzo, si viene a formare un’intercapedine, molto ampia, tra il muro esterno e la cupola. In questa intercapedine furono ricavate, organizzandole su un corridoio circolare, alcune stanze con finestre, ciò aveva un doppio scopo, quello evidente di utilizzo degli spazi e quello di alleggerire il peso delle volte. Il corpo esteriore della rotonda non presentava particolari decorazioni, sono però visibili tre cornici con mensole poste ad altezze diverse e precisamente: in corrispondenza della trabeazione del primo ordine interno, lungo la linea d’imposta della cupola e sul coronamento. La particolarità e che ciascuna di queste tre fasce fu edificata con materiali diversi, mano mano più leggeri verso l’alto. Partendo dal basso, la prima fascia è composta di strati di calcestruzzo alternati a frammenti di travertino e tufo; la seconda presenta sempre strati di calcestruzzo ma, alternati a scaglie di tufo e mattoni; la terza agli strati di calcestruzzo alterna solo pezzetti di mattoni. L’interno della rotonda è costituito da un cilindro coperto da una cupola semisferica, anche in questo caso le misure sono notevoli, il cilindro ha un’altezza di ventuno metri e settantadue centimetri ed è pari al suo raggio, mentre l’altezza totale dell’interno, che è di quarantatré metri e quarantaquattro centimetri, e pari al suo diametro. Al livello del pavimento, sulle pareti, si aprono sei grandi nicchie, con due colonne sul fronte, con una pianta, alternativamente, semicircolare e trapezoidale, inoltre vi sono la nicchia dell’ingresso e quella dell’abside che è fiancheggiata da due colonne sporgenti dalla parete. Negli spazi tra le nicchie sono otto piccole edicole su di alto basamento, con piccoli frontoni alternativamente curvilinei e triangolari, le pareti sono rivestite da lastre di marmi policromi. Il pavimento presenta una particolare caratteristica, è leggermente convesso verso i lati, per permettere il defluire dell’acqua, che entra, quando piove, dall’oculo posto sulla cima della cupola, verso i canali di scolo posti sul perimetro della rotonda, mentre è concavo al centro per far sì che la pioggia che scende all’interno del tempio defluisca verso i ventidue fori di scolo posti al centro della rotonda. Questo pavimento è lastricato con porfido, con marmo giallo antico, con granito, con pavonazzetto e presenta una decorazione a quadrati in cui sono inscritti cerchi o quadrati di dimensioni minori. Il livello superiore delle pareti è in opus sectile presentava un ordine di lesene in porfido e un rivestimento in lastre di marmi colorati che incorniciavano le finestre, queste aperture si affacciano sul primo corridoio anulare interno, però, la decorazione originale romana, di questo livello, fu sostituita dall’architetto Paolo Posi nel 1747 su commissione e volontà di papa Benedetto XIV. Rimane però una piccola parte dell’aspetto originario di questo livello, ma non fu mai restaurata con precisione.

  • La Cupola.

La cupola è davvero eccezionale, ha un diametro di quarantatré metri e quarantaquattro centimetri con un peso stimato intorno alle cinquemila tonnellate rappresenta per la grandezza e per i materiali usati un unicum nel mondo e fu un archetipo per tutte quelle che furono edificate nei secoli successivi, sia nelle chiese cristiane sia nelle moschee mussulmane. La cupola del Pantheon è ancor oggi la cupola, tra quelle in calcestruzzo non armato, più grande che esiste al mondo, maggiore di quella di San Pietro, i francesi tendono ad affermare che quella più grande del mondo e la cupola del loro CNIT di Parigi, ma in realtà, quest’ultima è una volta a crociera. Il suo interno presenta un bellissimo decoro con cinque ordini di cassettoni per un totale di ventotto. Il numero di ventotto non è casuale, gli antichi pensavano che fosse perfetto poiché scaturiva dalla somma dei numeri da uno a sette, e sette era il numero perfetto, quello che cioè rappresentava la volta celeste o, per meglio dire, il numero dei pianeti visibile a occhio nudo. La misura dei cassettoni decresce andando verso l’alto e terminano, lasciando una fascia liscia, nei pressi del foro centrale l’oculo, visto da sotto, non si direbbe che quest’ultimo ha un diametro di ben nove metri, l’oculo serviva ovviamente a dare luce a tutta la cupola ma, il sole che entra dall’apertura va a formare dei caratteristici giochi di luce sia agli equinozi sia ai solstizi. Esiste una leggenda metropolitana secondo la quale dall’oculo non entrerebbe la pioggia, a causa di un sistema di correnti d’aria ascendenti che si formerebbero, ma si tratta solo di un mito. La realizzazione di una così grande cupola fu possibile grazie a geniali espedienti usati dagli architetti Romani, all’utilizzo dei cassettoni e all’uso di materiali via via sempre più leggeri verso l’alto. Vicino al tamburo cilindrico fu fatto uno strato di calcestruzzo e scaglie di mattoni, per poi passare a uno strato di calcestruzzo e pezzi di tufo, infine, vicino l’oculo, lo strato diviene di calcestruzzo misto a pomici e lapilli e altri materiali vulcanici leggerissimi. L’eterno della cupola e parzialmente nascosta da una sopraelevazione di un muro della rotonda ed era divisa in sette sezioni o anelli soprapposti, il primo dei quali fu rivestito di marmo, tuttora presente. Gli altri anelli erano ricoperti con tegole di bronzo dorato, fatte poi asportare dall’imperatore bizantino Costante II, oggi rimangono solo quelle che circondano l’oculo. Papa Gregorio III ripristinò, nell’VIII secolo, la copertura usando però delle lastre di piombo. Un altro accorgimento usato dagli architetti fu di diminuire, mano mano che si va verso l’alto, lo spessore della muratura che passa dai quasi sei metri della parte inferiore, quella che parte dal timpano cilindrico, per diventare di un metro e mezzo vicino il foro centrale. Tutti questi accorgimenti hanno permesso di bilanciare il peso di questa cupola così grande e hanno fatto sì che arrivasse intatta fino ai noi.

L’ingegneria della “Luce”

L’edificazione del Pantheon va considerata come un capolavoro d’ingegneria, la cui maestosità delle strutture architettoniche e gli spazi interni assolvono completamente gli scopi religiosi e civili della “Roma Imperiale”. Niente è lasciato al caso compreso l’orientamento del monumento che fu eseguito con precisione millimetrica, mostrando ai visitatori giochi di luci spettacolari e diversi a secondo del periodo dell’anno, in cui cadevano le feste Romane. Il 21 aprile, giorno in cui si festeggiava la fondazione della città, l’imperatore entrava nel tempio a mezzogiorno e chi era all’interno del tempio, lo vedeva entrare mentre uno scenografico raggio di sole, che entrava dall’oculo, colpiva esattamente l’intero portale d’ingresso. Nel giorno del solstizio estivo i romani festeggiavano la Dea Fors Fortuna, che poi fu identificata con Iside, dea madre che regolava il corso degli astri e che decideva i destini degli uomini, il raggio di sole che entra dall’oculo in questo periodo, è quasi verticale e forma sul pavimento della rotonda un grande cerchio luminoso. Al Solstizio d’inverno il cerchio di luce illumina la parte alta della cupola. Durante gli equinozi avviene un fenomeno astronomico la cui interpretazione, da parte di alcuni studiosi, mostra come il volume sferico, che riproduce la sfera celeste, è tagliato dalla luce in prossimità del cornicione, che riproduce l’equatore celeste, andando a colpire, attraverso una griglia al di sopra del grande portale settentrionale, una lastra circolare posta nell’atrio. I giochi di luce non terminano qui, infatti, il 6 e 7 aprile e il 3 e 4 settembre, giorni in cui i Romani celebravano alcune divinità maggiori, archi di luce si vanno a formare all’interno dell’arco posto sul portale d’ingresso. Il Pantheon era forse anche un orologio solare? Certo che difficile immaginare che tutti questi fenomeni siano casuali, (vedi articolo e foto del 3 settembre) la loro perfezione può soltanto derivare da calcoli astronomici, ingegneristici e architettonici incredibilmente, sono stati eseguiti circa duemila anni fa, esatti e particolareggiati.

Il riuso del Monumento nei secoli successivi.

Nell’anno 399, Onorio emanò una legge che vietava il culto pagano, tutti i templi furono destinati ad altro uso, o convertiti in chiese Cristiane, o usati come cave di materiale edile. Il Pantheon forse fu chiuso la cosa sicura è che Bonifazio IV, nell’anno 609, lo consacrò al culto cristiano, intitolandolo a Santa Maria a Martyres. Questo permise, a questo edificio dell’antica Roma, di rimanere praticamente intatto e passò dal culto pagano a quello Cristiano. Ovviamente furono compiute varie modifiche nel corso dei secoli senza però andare a cambiare quella che era la struttura dell’edificio. Le tegole di bronzo dorate che furono poste a rivestimento della cupola furono fatte togliere da Costante II nel 663, in seguito sostituite, nel 735, da una copertura di piombo. Dopo l’anno 1000 fu cambiato il titolo della chiesa che prese il nome di Santa Maria Rotunda. Un altro restauro avvenne per volontà di papa Eugenio IV tra il 1431 e il 1447, il quale fece anche abbattere le botteghe che negli anni erano state costruite intorno. Nel 1625 papa Urbano VIII, il Barberini già accennato sopra, fece togliere gli elementi di bronzo del pronao e probabilmente anche quelle del frontone, per la realizzazione del baldacchino sull’altare papale di San Pietro. In questo stesso periodo furono aggiunti, ai lati del frontone, due campanili, che pur essendo opera del Bernini, non ebbero un gran “Successo”, anzi crearono delle grosse critiche, furono definiti “Orecchie d’asino”, finché non si decise di abbatterli nel 1883. L’interno del Pantheon fu arricchito da affreschi tra i quali: l’Annunciazione per opera di Melozzo da Forlì. Nel Rinascimento, come nelle altre chiese, nel Pantheon si realizzarono sepolture di persone illustri, ancor oggi riposano lì i resti di: Jacopo Barozzi da Vignola, Annibale Carracci, Arcangelo Corelli, Giovanni da Udine, la regina Margherita di Savoia, Perin del Vaga, Baldassarre Peruzzi, Raffaello Sanzio, il re Umberto I di Savoia, Flaminio Vacca, il re Vittorio Emanuele II di Savoia, Taddeo Zuccari. Infine, durante alcuni restauri, nel 1925 fu installato un organo realizzato da Giovanni Tamburini, un secondo strumento, costruito Barthelemy Formentelli, fu collocato nel 2006. Non poche leggende ruotano intorno a questo edificio, oltre a quella sopra menzionata relativa alla pioggia, ne riporto alcune tra le più curiose: Tale mago Pietro Bailardo s’impossessò del “Libro del comando”, che gli consegno il diavolo in cambio dell’anima, ma, un bel giorno questo personaggio si pentì del patto e usò le sue arti magiche per compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme, a San Giacomo di Galizia e infine al Pantheon. Proprio qui, all’esterno del Pantheon, si presentò il diavolo pretendendo l’anima dl mago, come pattuito, ma, questi diede al demonio un pugno di noci e si rifugiò nella chiesa. Appena entrò, si mise a pregare, il pentimento fu accettato e si salvò l’anima, il Diavolo, a questo punto inferocito, cominciò a girare più volte intorno all’edificio, tanta fu la rabbia e il furore che scavò, con i piedi, il fossato che è tuttora presente. Un’altra leggenda medievale racconta che l’oculo fu creato dal diavolo mentre fuggiva dal tempio di Dio. Un altro mito invece ci presenta l’oculo come un’apertura fatta per ospitare una grande pigna di bronzo, quella che è possibile vedere nel cortile del Vaticano.

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