Il mito di Ulisse.

by / mercoledì, 29 Marzo 2017 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Il mito di Ulisse, Odisseo, re di Itaca, è sicuramente uno dei personaggi più importanti che compaiono nell’Iliade ed è centrale nell’Odissea, intorno a lui ruota tutta la vicenda dell’opera che lo vede protagonista e che da lui prende il nome, entrambi i poemi furono scritti da Omero. Ulisse, dal greco Ὀδυσσεuς o Odysˈseʊ̯s, in latino Ulysses o Odysseus da cui deriva poi il nome Ulisse o Odisseo, il cui significato era “Odiato dai nemici” o il “Rabbioso”. Anche se siamo ormai abituati a chiamarlo Ulisse, il vero nome di questo mitico eroe era Odisseo. La leggenda ci tramanda che Ulisse era figlio di Anticlea moglie di Laerte e pronipote di Ermes, la madre era figlia di Autolico che a sua volta figlio di Ermes. Alcuni racconti, posteriori all’odissea, narrano dell’astuto Sisifo che violenta e mette incinta Anticlea il giorno prima del matrimonio con Laerte. Ulisse eredita molti tratti caratteriali da Ermes, è definito il “Polumetis” un uomo, cioè, molto astuto, maestro d’inganni, menzogne e raggiri. Da fanciullo, mentre era a caccia con gli zii, fu ferito alla coscia da un cinghiale, l’animale gli lasciò un’indelebile cicatrice. Qualche tempo dopo, ma ancora giovinetto Ulisse fu mandato da Laerte presso il re della Messenia, i Messeni, suoi sudditi, avevano rubato agli abitanti di Itaca trecento montoni, per risolvere in maniera pacifica la controversia, cosa che gli riuscì e tornò a Itaca con in dono, l’arco di Eurito. Sposò Penelope, figlia di Icario re di Sparta, la quale gli diede un figlio, Telemaco, ma secondo alcune tradizioni, Odisseo ebbe un secondo figlio, Telegono, con la maga Circe. La sua astuzia emerse per la prima volta quando riuscì ad ottenere la sua sposa, egli si presentò, insieme agli altri principi come pretendente della bella Elena, non aveva nessuna possibilità di successo, ma consigliò Tindareo, fratello di Elena, di esigere da tutti i pretendenti il giuramento di rispettare la scelta fatta, qualunque essa fosse. Inoltre tutti avrebbero dovuto aiutare il prescelto a tenersi o riprendersi la moglie nel malaugurato caso in cui qualcuno l’avesse pretesa o rapita. Tindareo trovò ottimo il consiglio e per sdebitarsi appoggiò Ulisse presso il fratello Icario, in questo modo Odisseo ottenne Penelope come sposa, anche se il re di Sparta non lasciò partire la figlia senza porre una certa resistenza. Si sa che non esiste mai una sola versione di una leggenda, infatti, un’altra variante narra di una gara indetta da Icario, si trattava di corsa a piedi, e il vincitore avrebbe avuto la mano della figlia, Ulisse vinse, ma, resta invariata la riluttanza del re a far partire Penelope. Ovviamente Elena andò in sposa a Menelao ma, memorizziamo il giuramento che tutti i pretendenti furono costretti a fare, così com’è da tener presente la cicatrice che Odisseo aveva sulla coscia. Quando Telemaco era ancora bimbo, accadde il fattaccio, Elena fu rapita da Paride, Ulisse consultò subito un oracolo il quale gli predisse, che se sarebbe andato a combattere a Troia avrebbe fatto ritorno in patria solo dopo vent’anni e in miseria. L’astuzia di Odisseo si rimise subito in moto e quando Agamennone, Menelao e Palamede, si presentarono da lui per ricordargli il solenne giuramento fatto, Ulisse si fece trovare vestito da contadino intento ad arare la sabbia con un bue e un asino aggiogati insieme con un aratro, mentre dietro di sé lanciava del sale, come se lo seminasse. In conclusione voleva farsi passare per pazzo, ma questa volta la sua astuzia non servì a molto, infatti, Palamede, per appurare la sanità mentale di Ulisse ricorse a un trucco, prese Telemaco e lo posò per terra davanti alle zampe degli animali che stavano trainando l’aratro. Ovviamente Odisseo, che pazzo non era, tirò subito le redini per non far del male al figlio, il suo gioco era stato scoperto e non poté far altro che aggregarsi alla spedizione. Conservò, però, nei confronti di Palamede un rancore spietato, a un certo punto riuscì, con una falsa lettera e con un sacco d’oro nascosto nella sua tenda, a farlo accusare di essersi venduto a Priamo. Palamede finì con l’esser lapidato. Anche Achille non voleva partecipare alla guerra di Troia, poiché pure lui ricevette un nefasto presagio, ma fu proprio grazie all’astuzia di Ulisse che venne scoperto il nascondiglio di Achille, si era nascosto nelle stanze delle donne nella reggia di Licomede. I Greci non giunsero subito a Troia, dovettero prima affrontare vari imprevisti ma, appena giunti, Ulisse e Menelao furono mandati in città per pretendere la restituzione di Elena e del tesoro che aveva con sé. Ovviamente le richieste non furono accettate e cominciò l’assedio di Troia. Omero, nell’Iliade ci presenta Odisseo come un grande stratega e oratore, ma non come invincibile guerriero, alla morte di Achille per mano di Paride, Ulisse protesse la ritirata di Aiace che aveva recuperato il corpo del grande eroe. Per quest’azione, che i comandanti degli Achei ritennero preziosa, gli furono assegnate le armi del prode Achille, Aiace ritenne ciò ingiusto, nei suoi confronti a tal punto di divenire folle e si tolse la vita. Varie furono le astuzie e gli inganni che Ulisse mise in campo nella guerra di Troia, fino a perpetrare il famoso inganno del cavallo di legno. Odisseo fece costruire un grande cavallo di legno, lui e gli altri eroi, a suo seguito, si nascosero nella cavità del suo ventre, mentre l’esercito Acheo s’imbarcò e sul campo non rimase nessuno tranne Sinone. La flotta si nascose dietro l’isolotto di Tenedo, ben nascosta dalla vista dei Troiani, mentre Sinone, vagando nella campagna, si fece catturare e riuscì, con una serie di menzogne ben orchestrate da Ulisse, a convincere i Troiani che il cavallo era un dono. Sinone riuscì a far credere ai Troiani, se pur dubbiosi, che quello era un dono votivo e risarcitorio per Atena e che se lo avessero portato all’interno della città, la potenza e l’importanza di Troia sarebbe aumentata, tanto da essere temuta in tutta l’Ellade. Alla Fine i Troiani introdussero il cavallo nella città e per farlo dovettero ampliare l’ingresso aprendo una breccia nelle mura. Elena e Deifobo, conoscendo l’astuzia di Ulisse e pensando che fosse una trappola, si recarono fin sotto la pancia del cavallo. A questo punto Elena comincio a parlare imitando la voce delle mogli degli eroi che erano all’interno del cavallo, Odisseo solo con grande fatica riuscì a impedire che qualcuno rispondesse. Così poco dopo i festeggiamenti Troiani, Ulisse e i suoi compagni uscirono dal cavallo e aprirono le porte agli Achei, che nel frattempo erano tornati indietro, i quali distrussero e incendiarono la città col preciso ordine di annientare tutta la discendenza di Priamo. Esistono, però, molte altre versioni della guerra di Troia raccontate da autori diversi. Apollodoro narra che Ulisse fu solo l’ideatore del Cavallo che poi fu costruito da Epeo, famoso artista, prelevando il legno dal sacro monte Ida. Virgilio, racconta che i Troiani ritennero che il cavallo fosse un dono di Atena stessa, poiché Ulisse e Diomede avevano derubato il tempio della Dea. Il cavallo sarebbe stato consacrato ad Atena per evitare la sua collera. Pausania afferma che il cavallo di legno non era altro che una macchina da guerra con la quale gli Achei attaccarono le mura della città riuscendo a distruggerle. La versione di Tzetzes vede Ulisse approfittatore che si prende il merito di un’opera ideata da Prilide, sotto la guida di Atena, e costruito da Epeo. Infine in questa carrellata di versioni inseriamo anche quella di Igino che ci racconta di Epeo, figlio di Panopeo, che da solo realizzò da solo tutta l’opera ma con l’aiuto di Atena. Terminata la guerra, durata dieci anni, l’unico desiderio di Ulisse era di tornare in patria e riabbracciare la sua famiglia, ma, la collera di alcuni Dei, soprattutto quella di Poseidone, fece in modo da impedire il suo ritorno per lungo tempo, infatti, solo dopo ulteriori dieci anni pieni di peripezie, incidenti e incredibili avventure riuscì a tornare a Itaca, grazie all’aiuto di Atena. E’ questo ciò che nell’Odissea ci narra Omero, opera che inizia, appunto, con la partenza di Odisseo e i suoi amici per Itaca. Ulisse, quando salpò da Troia, aveva ben presente quello che gli predisse l’oracolo e quindi sapeva, o perlomeno si aspettava un vagabondare di dieci anni prima di tornare nella sua amata Itaca. Nella sua prima tappa Odisseo sbarcò a Ismaro, la terra dei Ciconi e tanto per tenersi allenato li attacca, in realtà lo fa per conquistarsi un bel bottino, ma, risparmia Marone che era un sacerdote di Apollo. Questi, per gratitudine, gli regalò alcuni otri di vino dolce ma, molto forte, un dono che a Ulisse sarà molto utile nell’incontro con Polifemo. Lasciata la terra dei Ciconi Ulisse e i suoi compagni raggiungono i territori dei Lotofagi, il nome deriva dal fatto che era una popolazione che si nutriva di loto. Popolo molto ospitale ma, offrono ai compagni di Ulisse il loto, un frutto che faceva dimenticare la voglia di tornare. Odisseo fu costretto a legare tutto il suo equipaggio e trascinarlo con forza a bordo delle navi. Altra tappa l’equipaggio raggiunge l’isola delle Ninfe ma, Ulisse vuole andare a chiedere ospitalità in un’isola vicina, parte con una nave portando con sé il vino e alcuni compagni. Entrano nella grotta di Polifemo, un ciclope con un solo occhio, che nel frattempo era uscito per pascolare le pecore. Trovano una grande quantità di formaggio, invece di prenderlo e fuggire, come suggerirono i compagni, Ulisse voleva ricevere i doni dell’ospitalità così aspettò il ritorno del ciclope. Quando il gigante tornò per prepararsi la cena vide gli uomini, senza pensarci prese due compagni del nostro eroe e li divorò, poi sigillò l’antro con un grosso masso. Consumato il pasto il ciclope si addormentò. Odisseo impugnò la spada per ucciderlo ma, subito si rese conto che nessuno avrebbe potuto spostare quel masso e che quindi sarebbero morti anche loro. Ecco di nuovo l’astuzia di Ulisse, all’interno della grotta c’era un ramo d’ulivo grosso, per loro, quanto un albero, l’eroe ordina di tagliare un pezzo del ramo mentre lui lo rendeva appuntito. La sera dopo Odisseo offrì il vino a Polifemo, al quale piacque molto, il gigante era molto contento e chiese il nome di chi gli aveva offerto tale bontà, Ulisse rispose “Nessuno”. Polifemo ubriaco cadde addormentato, il nostro eroe insieme e sui compagni né approfittarono, arroventarono la punta che avevano fatto al ramo e accecarono il ciclope. Ovviamente il gigante urlò orribilmente, al che accorsero i fratelli chiedendogli chi gli stava facendo del male, a quel punto Polifemo rispose che era “Nessuno” che lo stava uccidendo, a questa riposta i fratelli se ne andarono via, credendolo pazzo. La mattina dopo Polifemo aprì la grotta per far uscire il gregge di pecore, le fece uscire una alla volta toccando il vello di ogn’una per non far fuggire chi lo aveva accecato, altra strategia di Ulisse, lui e i suoi uomini si legarono sotto il ventre degli animali riuscendo così a fuggire. Una volta giunto sulla nave Ulisse mandò un ironico saluto al gigante e gli svelò il suo vero nome, Polifemo lanciò un grande masso in acqua che mancò di poco la nave. Poi si rivolse a suo padre, Poseidone, pregandolo di vendicarlo, il Dio promise di accontentarlo, Ulisse non avrebbe più raggiunto la sua patria, se non tardi e su una nave non sua. Dopo l’avventura con Polifemo le navi del nostro eroe giungono sull’isola di Eolo, Dio dei venti. Qui fu ospitato per un mese e ricevette in dono, dal Dio, un otre contenente tutti i venti tranne quello d’occidente, poiché avrebbe portato le navi direttamente a Itaca. insieme al dono ricevette anche un ammonimento da Eolo, nessuno doveva aprire l’otre. Tornato sulla nave Odisseo in preda alla stanchezza, si addormentò, mentre le navi stavano veleggiando, grazie all’aiuto di Eolo, verso Itaca, i compagni di viaggio credendo che nell’otre ci fosse dell’oro la aprirono, i venti si scatenarono e le navi si ritrovarono nuovamente a largo lontane dall’isola, dove Penelope attendeva pazientemente suo marito. Non servirono le scuse né le implorazioni di Ulisse verso il Dio, Eolo gli rispose che non poteva più aiutarlo, era ormai sgradito agli Dei. Le navi navigarono per sette giorni fino a giungere nel territorio dei Lestrigoni, giganti mostruosi quasi quanto i Ciclopi, questi erano governati da re Lamo. I comandati della flotta di Ulisse, fecero entrare le navi nel porto e i Lestrigoni bersagliarono l’intera flotta facendo strage d’imbarcazioni e di equipaggi. Delle dodici navi si salvo solo quella di Odisseo che, furbescamente, ormeggiò la nave facendola legare a un albero, all’imboccatura del porto, l’eroe, rendendosi conto della mal partita, tranciò la corda con la sua spada e riuscì a prendere il largo. Il viaggio di Ulisse continua con l’unica nave superstite e il nostro eroe giunge l’isola di Eea, dominata dalla maga Circe. La maga catturò tutti gli uomini che erano sbarcati tramutandoli in maiali, tutti, tranne Euriloco che sospettoso si tenne lontano dagli altri. Una volta tornato alla nave Euriloco raccontò l’accaduto a Ulisse il quale raccolse le sue armi e andò alla ricerca del suo equipaggio. Lungo il cammino incontro il Dio Ermete, il quale gli diede un talismano per rendere inutili gli incantesimi di Circe. Odisseo non cadde nelle trappole della maga alla quale promise di dedicargli la sua attenzione solo dopo la liberazione dei suoi compagni, Circe restituì all’equipaggio sembianze umane e Ulisse restò ben volentieri insieme alla maga. La sua permanenza sull’isola di Eea durò un anno, fino alla nascita di Telegono. Dopo questo periodo, prima di ripartire e su consiglio di Circe, che gli disse che sarebbe stato opportuno consultare Tiresia, Ulisse s’imbarcò per una nuova avventura, visitò l’Ade. Nel regno dei morti Odisseo scavò una fossa e sacrificò una pecora nera e un giovane ariete ad Ade e a Persefone. Davanti al bosco di Persefone attese che giungesse Tiresia, gli apparve prima l’ombra di Elpenore, un compagno morto a Eea, rimasto senza sepoltura, poi quella di sua madre Anticlea, infine giunse Tiresia che per prima cosa bevve avidamente il sangue dei due animali sacrificati. Poi cominciò a predirgli il futuro e gli disse che doveva stare attento ai suoi uomini, affinché non si lasciassero prendere dalla tentazione di rubare, in Sicilia, la mandria sacra a Elio. Continuò poi con predirgli che in patria sarebbe tornato da solo, su una nave straniera, oltretutto una volta giunto a Itaca avrebbe dovuto lottare con i pretendenti alla mano della sua sposa, Penelope. Infine gli disse che i sui viaggi non sarebbero finiti col suo ritorno in patria, ma sarebbe ripartito alla ricerca di un popolo che non conosceva la navigazione, giunto in questi territori doveva offrire un sacrificio a Poseidone. Solo a quel punto sarebbe tornato a Itaca per affrontare una lunga, felice e serena vecchiaia, la morte, però, l’avrebbe raggiunto dal mare. Terminato il colloquio con Tiresia, Ulisse riesce a entrare in contatto con molte ombre dei compagni caduti nella guerra di Troia, con quelle di regine e principesse, parlò anche con Eracle. Lasciato il regno dei morti, ritornò subito a Eea, per dare sepoltura al suo compagno Elpenore, e infine prese di nuovo il largo ma, non prima di aver ascoltato gli ultimi consigli di Circe. Quando la nave si avvicinò allo scoglio delle Sirene Odisseo mise in pratica l’ultimo consiglio della maga, fece otturare le orecchie ai membri del suo equipaggio con della cera, affinché non rimanessero ammaliati dal canto di quelle creature. Ulisse, che era molto curioso, si fece legare strettamente all’albero della nave, per sentire quel canto in assoluta sicurezza. In questo modo passarono indenni il pericoloso canto delle Sirene, senza che nessuno scendesse a terra ammaliato e diressero la nave verso lo stretto di Messina. Nello stretto Ulisse deve superare i mostri di Scilla e Cariddi, nel tentativo di sfuggire ai due mostri la nave si avvicinò a Scilla e Ulisse perse sei dei suoi abili marinai, che furono uccisi dal mostro. Finalmente, dopo esser riuscito ad evitare delle rocce vaganti, Odisseo e i suoi compagni approdarono in Sicilia. In quest’isola i nostri avventurieri rimasero bloccati per un mese a causa delle condizioni atmosferiche avverse, a un certo punto cominciarono a scarseggiare i viveri. L’equipaggio di Ulisse era ormai affamato e ignorando il divieto del loro comandante uccisero alcuni buoi sacri di Elio, per nutrirsi. Elio riferì subito a Zeus del furto subito e il padre degli Dei scatenò un’orrenda e terrificante tempesta, la nave, che nel frattempo aveva ripreso il largo, affondò e tutti i membri dell’equipaggio annegarono. Odisseo fu l’unico superstite, il quale riuscì ad allontanarsi, su di una zattera, remando con le mani. Vagò così, in mare, per nove giorni finché giunse sull’isola di Ogigia dove dimorava la bellissima e immortale ninfa Calipso. La ninfa, accompagnata dalle sue ancelle, vide Ulisse naufrago sulla spiaggia nudo e sporco e pensò bene di confortarlo offrendogli il proprio letto, ovviamente s’innamorò di lui e riuscì a trattenerlo sull’isola per sette anni. Secondo alcuni scrittori Calipso diede a Ulisse due gemelli Nausitoo e Nausinoo. Dopo questo periodo, per intercessione di Atena, Zeus mandò il suo messaggero, Ermete, da Calipso con l’ordine perentorio di far partire Ulisse, la ninfa, contro la sua volontà, fu costretta a obbedire e mise a disposizione dell’eroe il legno necessario per la costruzione di una zattera. Ulisse partì ma Poseidone, ormai suo acerrimo nemico, come vide la zattera scatenò un terrificante temporale che trascinò sul fondo del mare l’imbarcazione e il suo occupante. Anche questa volta Odisseo si salvò, poiché era un bravissimo nuotatore, riuscì a tornare in superfice e a risalire sulla zattera. L’ira di Poseidone non si era certamente calmata e spazzò via la zattera con un’altra ondata ma, Leucotea si trasformò in gabbiano e diete a Ulisse un velo magico da avvolgere attorno alla vita. Odisseo prese il velo e ci si avvolse, in questo modo non annegò e con l’aiuto di Atena, che fece soffiare un vento per placare le onde, dopo due giorni in mare, approdò sulla costa di Scheria, la terra dei Feaci. Ulisse giunse nel territorio dei Feaci ormai esausto e stremato e si addormentò in un bosco costeggiato da un fiume, si svegliò solo il mattino seguente, sentendo le grida e le risate di un gruppo di ragazze che giocavano felici. Si trattava di Nausicaa, figlia di Alcinoo re dell’isola, e delle sue ancelle. Odisseo, coperto solo da dei rami, chiese aiuto alle giovani e Nausicaa prima gli diede dei vestiti e poi gli indico la strada per il palazzo del padre, alla reggia del re il nostro eroe fu accolto con grande ospitalità e furono indetti dei festeggiamenti. Durante il banchetto serale Ulisse rivelò la sua identità, gentilmente rifiutò la mano di Nausicaa e raccontò le avventure vissute, infine il re lo ricoprì di regali e gli mise a disposizione una nave per raggiungere la sua amata Itaca. Anche durante questo viaggio Odisseo si addormentò e i marinai Feaci, per non disturbarlo, lo sbarcarono nel porto di Forcide, adagiandolo delicatamente sulla spiaggia e gli lasciarono vicino tutti i doni ricevuti. La nave riprese la rotta per il ritorno in patria ma, mentre stava per giungere sull’isola, Poseidone s’infuriò con i marinai Feaci e pensò bene di trasformare l’imbarcazione in pietra, insieme a tutto il suo equipaggio. Ulisse era ritornato in patria ma, lo aspettava un’altra avventura… quando si svegliò non riconobbe la sua Itaca avvolta da una leggera foschia provocata da Atena, la Dea, ormai decisa ad aiutarlo, si presentò a Odisseo lo vestì da mendicante e gli disse di recarsi da Eumeno il capo dei porcari. Nel frattempo Atena fece tornare Telemaco da Sparta, dove si era recato per avere notizie del padre da Menelao. Ulisse si presentò da Eumeno nelle vesti di mendicante, quest’ultimo lo accolse fornendogli ospitalità e gli raccontò tutto quello che stava accadendo sull’isola. A Itaca vi erano almeno centoventi principi che aspiravano alla mano di Penelope e nel frattempo stavano dissipando tutti gli averi del re, mentre Laerte ormai molto vecchio si era ritirato in campagna. Telemaco appena sbarcato sull’isola si recò nella capanna di Eumeno, Ulisse che non si era svelato raccontò di essere un Cretese, caduto in disgrazia, che aveva combattuto nella guerra di Troia e quindi a conoscenza di alcune imprese di Odisseo. Quando il porcaro si recò da Penelope per annunciarle il ritorno del figlio, Ulisse si fece riconoscere da Telemaco e insieme escogitarono un piano per sconfiggere i pretendenti Proci. Il giorno seguente il re di Itaca, sempre nei panni del mendicante cretese, si recò al palazzo insieme a Eumeno, nel cortile incontra il fedelissimo e ormai vecchissimo cane Argo che, riconoscendo il padrone, riuscì a malapena a muovere la coda e a drizzare le orecchie prima di morire. Odisseo entrò nella sala dei banchetti tra gli scherni dei principi che erano lì riuniti, Antinoo, uno dei pretendenti, gli tirò uno sgabello, Telemaco, che fece finta di non conoscerlo, gli offrì del cibo. Penelope volle a tutti i costi incontrare il mendicante cretese per avere, se possibile, notizie del marito. L’incontro ebbe luogo la sera stessa, nel frattempo Telemaco, su richiesta del padre, raccolse tutte le armi presenti nella sala e le chiuse nell’armeria. Penelope non riconobbe il proprio sposo ma, gli raccontò che aveva tenuto a bada i pretendenti, assicurandoli che avrebbe fatto una scelta dopo che avesse finito di tessere un lenzuolo per Laerte, solo che quello che tesseva di giorno lo disfaceva la notte. Alla fine Odisseo le disse che il marito era sicuramente vivo e che sarebbe ritornato presto. Penelope ordinò a Euriclea, la vecchia nutrice di Ulisse, di lavare i piedi di quel povero mendico, ovviamente l’anziana riconobbe subito la cicatrice sulla coscia ma, Odisseo gli impose di tacere. A quel punto Penelope, incoraggiata dal mendicante Ulisse, decide di indire una gara per il giorno dopo e di darsi in sposa a colui fosse riuscito a far passare una freccia, usando l’arco del marito, negli anelli di dodici asce disposte in fila. La mattina dopo Penelope mise a disposizione dei principi l’arco che Ulisse ebbe in dono da Eurito, ma nessuno dei pretendenti riuscì nell’impresa, non furono in grado neppure di tendere l’arco. Telemaco chiese anche al “Mendicante”, che nel frattempo era entrato in sala, di provare a cimentarsi nell’impresa, ovviamente volarono insulti e impropri per tutta la sala tanto che Penelope fu costretta a ritirarsi nelle proprie stanze. Tra lo stupore degli astanti quel misero mendicante tese l’arco senza sforzo e fece passare la freccia nei dodici anelli, ma, lo stupore durò pochissimo, infatti, appena realizzata l’impresa, cominciò la strage dei Proci e di tutti quelli che si erano mostrati infedeli. Una strage che durò poco tempo, in breve tutti pretendenti giacquero morti sul pavimento, poi nel cortile furono impiccate tutte le serve e che si erano schierate con i principi Proci, stessa sorte toccò al capraio Melanteo che si era reso complice dei pretendenti. A questo punto Odisseo non doveva far altro che palesarsi a Penelope, e per dissipare ogni eventuale dubbio, le descrisse il letto nunziale che solo loro due conoscevano nei minimi particolari. Infine, il giorno seguente, si recò dal padre Laerte per farsi riconoscere e per abbracciarlo. I parenti dei principi uccisi brandirono le armi per vendicare i propri congiunti, ma Atena si presentò ai contendenti sotto mentite spoglie, riuscì a dividerli e a farli fuggire, solo da quel momento tornò la pace a Itaca. Le versioni che narrano degli ultimi anni di Odisseo sono molteplici, come già detto Omero racconta della predizione di Tiresia, Ulisse lo incontra nell’Ade, quindi dopo aver ucciso i proci, il nostro eroe partì di nuovo. S’imbarcò per quelle terre lontane, oltre le cosiddette Colonne d’Ercole, per incontrare quel popolo che non conosceva né il mare né le navi né il sale per condire i cibi. Sbarcato dalla nave, come lo consigliò Tiresia, con un remo sulla spalla si recò a piedi a Tesprozia, dove scambiò con un viandante il remo con un ventilabro, un attrezzo agricolo per il grano. Come Tiresia gli aveva detto, offrì un sacrificio a Poseidone tornò a Itaca e offrì sacrifici a tutti gli Dei e visse in armonia e in pace una lunga vecchia, finché una serena morte arrivò dal mare. Un’altra versione vede il nostro eroe fermarsi a Tesprozia dove sposò Callidice regina di quelle terre e da cui ebbe un figlio Polipete. Regnò insieme a Callidice riportando vittorie in alcune battaglie con i popoli confinanti, alla morte della moglie lasciò il regno al figlio e tornò a Itaca, dove conobbe il secondo figlio avuto da Penelope, Poliporte. Apollodoro ci narra la morte di Odisseo in una versione diversa, tornato a Itaca, l’eroe non trova più Telemaco, il quale si era recato a Cefalonia, in esilio volontario, poiché un oracolo gli aveva predetto che Ulisse sarebbe morto per mano del figlio. Nel frattempo Telegono, il figlio avuto da Circe, sbarca a Itaca alla ricerca del padre, ma, l’approdo di stranieri desta grandi sospetti, Ulisse e i suoi uomini si preoccuparono, andarono sulla riva armati di tutto punto, scoppiò una battaglia e la profezia si avverò, Telegono e non Telemaco uccise, senza saperlo, il padre. Persino Dante, che pone Odisseo all’inferno, da una versione della sua morte, nell’ultimo viaggio, quello oltre le Colonne d’Ercole, Ulisse e tutti i suoi compagni trovano la morte a causa di un grande vortice che affonda la nave. Che dire poi della versione di Giovanni Pascoli Ulisse, passati dieci anni dal suo ritorno, torna in mare per percorrere di nuovo i viaggi affrontati nell’Odissea ma, a ritroso. Tutti i ricordi, però, non corrispondono alla realtà e Odisseo trova la morte naufragando vicino allo scoglio delle Sirene, il suo corpo infine, fu spinto dal mare su Ogigia, l’isola di Calipso. Plinio il vecchio si limita a dire che morì di vecchiaia. Esiste poi una versione dove i parenti dei principi uccisi da Ulisse intentano, contro di lui, un’azione legale. Come giudice della disputa fu nominato Neottolemo, re delle isole Epirotidi, questi stabilì che Odisseo lasciasse l’isola e il regno, ma anche, che gli eredi dei Proci versassero un cospicuo compenso a Telemaco, ormai di fatto, re di Itaca. Ulisse andò in esilio in Etolia, dove regnava Toante, qui giuntò sposò la figlia del re, ebbe un figlio Leontofono e trascorse, su queste terre, il resto della sua vita. Tanti autori si sono cimentati nel narrare la storia della morte di Ulisse, così come tanti sono i figli e le figlie che gli furono attribuite, ogni autore ne fa un elenco diverso. Il mito di Odisseo, un eroe che impersona il classico guerriero Greco avido di guerre, di eroismi, di coraggio e avventure o semplicemente la personificazione del desiderio umano di conoscere e avventurarsi sempre alla scoperta del “Nuovo”, cercando di dare risposte a ciò che non si conosce… Valerio Massimo Manfredi, uno scrittore, storico e conduttore televisivo italiano contemporaneo, nella sua opera, immagina Ulisse condannato, per l’offesa a Poseidone, all’immortalità e che quindi sopravvissuto fino ai nostri giorni, assume l’identità di un ufficiale della marina greca. Un ufficiale che cerca di manovrare segretamente i protagonisti della vicenda, per compiere l’antica profezia di Tiresia e trovare finalmente una serena morte.

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