Il mito di Orfeo ed Euridice.

by / sabato, 23 novembre 2019 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “sia finita” e mi voltai”. (Orfeo, ne L’inconsolabile di Cesare Pavese, dai Dialoghi con Leucò, Einaudi 1947).

Il mito di Orfeo ed Euridice, la storia di un amore che ha ispirato grandi artisti e letterati di tutti i tempi, la leggenda ha varie versioni, ma le più interessanti, rilevanti e famose sono quelle raccontate da Virgilio nelle Georgiche e da Ovidio nelle Metamorfosi. Ho iniziato il racconto con ciò che scrisse Cesare Pavese, proprio per porre l’accento su come questa commovente storia d’amore, e non solo, è riuscita a tramandarsi e a “Colpire” la sensibilità umana per secoli. Secondo la tradizione Orfeo, in greco antico Ὀρφεύς e in latino Orpheus, era considerato da Greci antichi il maggior poeta vissuto prima di Omero. Era figlio di Eagro, re della Tracia e della musa Calliope, secondo un’altra versione il padre era il Dio Apollo. Nacque nella città di Lebetra in Tracia, situata sotto la Pieria, un’antica regione della Macedonia, famosa per la presenza di personaggi, una sorta di sciamani, che, secondo la mitologia riuscivano a operare magicamente sulla natura, essere da tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi, capaci di provocare uno stato di trance attraverso la musica. Secondo una versione del mito, fu un eroe della generazione precedente alla guerra di Troia, secondo un’altra, Orfeo era il sesto discendente di Atlante, di conseguenza appartenente a undici generazioni precedenti di quella della suddetta guerra. Il Dio Apollo gli regalò una lira e le muse furono le maestre che gli insegnarono tutti i segreti dello strumento, egli divenne abilissimo tanto che, con il suono del suo strumento lira e il suo canto, ammansiva le bestie feroci, animava le rocce e gli elementi della natura. Tutti si fermavano ad ascoltarlo, ma Orfeo umilmente era grato al Dio che gli aveva dato tale dono, aveva un canto melodioso e un’armonia divina, pensò perfino di aggiungere due corde alla sua lira per far scaturire accordi più soavi, più piacevoli e più gradevoli. Come dicevamo fu un eroe e la sua prima impresa fu quella di unirsi alla spedizione degli Argonauti, (VEDI). Fu grazie al suo canto e alla sua musica che la nave Argo e tutti i suoi occupanti si salvarono dall’insidia delle Sirene, permise di salpare la nave rimasta bloccata nel porto di Jolco, infuse coraggio ai naviganti esausti a Lemno, riuscì a placare l’ira di Rea a Cizico, fermò le rocce semoventi alle Simplegadi, suscitò l’amicizia con Ecate, fece cadere addormentato il drago, calmò le acque durante una tempesta. La sorte, però, non fu benevola con lui, la sua grande storia d’amore non fu certo delle più felici. Una tragica vicenda d’amore, che unì il nostro eroe a sua moglie, la Driade Euridice. Le Driadi, o Adriade, erano le Ninfe delle querce, o più in generale degli alberi. Inizialmente erano una coppia di sposi innamoratissimi e felici, il loro idillio, però, durò fino a quando ci mise lo zampino un giovane: Aristeo uno dei figli del Dio Apollo. Facciamo, però, un passo indietro e ascoltiamo cosa ci racconta il mito su come s’incontrarono, quelli che poi divennero sposi felici, anche se per poco tempo. Orfeo, un giorno vide una bellissima figura femminile all’interno di un giardino, la giovane raccoglieva fiori per farne una ghirlanda da indossare, si trattava, appunto, della Driade Euridice, figlia di Nereo e di Doride. Orfeo rimase immediatamente colpito da quella bellezza, le si avvicinò e iniziò un dialogo, alla fine del quale il nostro eroe, cantore e musico si era già perdutamente innamorato della Ninfa. Le fece immediatamente la proposta di matrimonio, alla quale Euridice acconsentì senza pensarci troppo… amore a prima vista. Durante la celebrazione delle nozze, cerimonia che fu officiata in un bosco della Tracia, avvenne un brutto presagio, si alzò un fumo molto denso, tanto da offuscare la luce delle torce, al quale si accompagnò a un sinistro rumore. La giovane coppia era talmente felice che non s’interessò minimamente a tale presagio, vedevano, davanti a loro, unicamente un cammino spensierato e carico d’amore. Ed ecco che entra in gioco Aristeo, il quale nato, in Libia dall’unione del Dio Apollo con Cirene, si traferì, proprio in quel periodo, in Tracia, la leggenda vuole che questo personaggio insegnò, agli uomini, i segreti dell’apicultura e diede loro alcuni fondamentali consigli utili per l’agricoltura. Ebbene sì, accadde che Aristeo s’innamorò follemente di Euridice, anche se lei non ricambiava per nulla questo sentimento, essendo felicissima sposa di Orfeo. Più Aristeo rivolgeva attenzioni alla giovane Ninfa e più lei le ignorava sistematicamente, un giorno per fuggire a un suo pesante approccio, calpestò un serpente velenosissimo, il quale si girò e morse la giovane che morì quasi immediatamente. Il mito però non termina il suo racconto con la disperazione di Orfeo, il quale, vista la sua Euridice esanime, si nascose nei boschi vagando senza meta per molti giorni. Ad ogni passo invocava, inutilmente, le belve del bosco affinché lo uccidessero, cantò la sua disperazione a tutti gli esseri viventi del bosco, compresi alberi e piante. Il suo dolore, però, invece di diminuire aumentava e a quel punto prese una decisione, sarebbe sceso agli inferi. Nel frattempo le Ninfe, amiche di Euridice, distrussero tutti gli sciami d’api di Aristeo. Così in nostro eroe discese nell’Ade accompagnato dal suo dolore e dalla sua inseparabile lira, suo desiderio era di convincere le divinità infernali di restituirgli la sua dolce amata. Cominciò il suo cammino, in quei luoghi proibiti ai comuni mortali, diffondendo, al suo passaggio, il suo disperato canto, mentre dannati e furie rimanevano affascinati nel sentirlo, doveva raggiungere Ade e Persefone, il re e la regina degli inferi, gli unici che potevano di restituirgli l’amata moglie, ma il tragitto era lungo e periglioso. Giunse sulle rive dello Stige e qui dovette affrontare Caronte, il traghettatore delle anime, il quale appena lo vide gli rimproverò che non essendo un’anima trapassata non poteva essere lì, né tantomeno proseguire il suo cammino. Allora Orfeo cominciò a suonare la sua lira e in questo modo riuscì a incantare il vecchio traghettatore di anime e oltrepassò il fiume infernale. La musica del nostro eroe riuscì anche ad ammansire il terribile guardiano dell’Ade: Cerbero, il cane con tre teste. La strada per raggiungere il re e la regina degli inferi era ancora lunga e cosparsa di pericoli, c’è da dire che in questo viaggio mitologico, sono narrati vari miti a cui gli antichi Greci credevano, in altre parole ogni incontro di Orfeo rispecchia un mito greco, una sorta di Divina commedia dell’antichità, riguardante solo l’inferno. Il nostro mitico musico giunse nella prigione di Issione, dove Zeus lo relegò essendo colpevole di aver desiderato Era, la moglie del padre degli dei. Issione era condannato a essere legato a una ruota che girava senza mai fermarsi. Qui Orfeo decise di accettare le suppliche del condannato, fermando la ruota con la sua lira, dando a Issione un sollievo momentaneo, poiché appena il nostro eroe smise di suonare la ruota riprese inesorabilmente a girare. Continuando il suo cammino giunse nella prigione di un semidio che fu molto crudele: Tantalo il quale s’impadronì dell’Ambrosia, la divina bevanda, per donarla agli uomini e uccise il proprio figlio per darne la carne agli Dei. La sua pena era terribile, vi ricorda niente il “Supplizio di Tantalo”? Il semidio era legato a un albero e immerso in acqua fino al mento, ma quando tentava di bere il livello si abbassava. Dai rami dell’albero scendevano dei gustosi frutti, ma quando tentava di mangiarli questi, si spostavano verso l’alto, gli Dei ne avevano di fantasia… O forse è meglio dire che ne avevano molta coloro che narravano dei miti. Tantalo quando vide Orfeo gli chiese di suonare le sue melodie per fermare quei movimenti in questo modo lui poteva bere e mangiare. Orfeo acconsentì, ma Tantalo non risolse il suo problema, poiché il suono della lira e il canto del nostro eroe immobilizzavano anche il condannato stesso. Orfeo continuò a camminare nonostante le anime dannate tentavano di fermarlo, giunse così a una lunga scalinata composta di mille gradini, la discese tra la sorpresa dei demoni e giunse la grande sala, dove vi erano i troni del re e della regina degli inferi. Orfeo, quindi, incontrò Ade e Persefone, il mito racconta che, mentre il re dormiva, la regina lo fissò intensamente. Al cospetto dei Sovrani, il nostro eroe, iniziò a suonare e a cantare, i suoi canti e le sue melodie erano tristissime, tanto che fecero commuovere anche Ade e Persefone, piansero le Erinni e gli avvoltoi che mangiavano il fegato di Tizio si fermarono.

Persefone rimase molto colpita dalla storia che Orfeo andava cantando, e approfittando del sonno del marito, permise al nostro eroe di riportare la sua amata Euridice nel mondo dei viventi. La Dea però impose una condizione, durante tutto il cammino che dovevano affrontare per tornare alla luce del sole, Orfeo non si doveva girare a guardare la sua dolce moglie. Sembrava, quindi che tutto si fosse risolto nel migliore dei modi, ma non fu proprio così, infatti, appena il nostro musico si trovò fuori dall’Ade si girò per guardare e abbracciare la sua amata, senza rendersi conto che, Euridice stando alcuni passi dietro di lui, ancora non era completamente fuori dagli inferi. E poiché gli Dei non perdonano, appena Orfeo si voltò Euridice scomparve risucchiata all’interno dell’Ade. Il nostro eroe si rese conto che questa volta aveva perso la sua amata per sempre, secondo Virgilio, il grande musico pianse per sette mesi di fila, piangeva, si lamentava e continuava a suonare il suo strumento, incantando, ancora una volta, gli animali e le piante del bosco. Secondo questa versione virgiliana a un certo punto Orfeo fu straziato e ucciso dalle donne dei Ciconi che lo desideravano e che erano furiose per la fedeltà che il giovane mostrava verso la moglie, anche se defunta. Ovidio ci narra un qualcosa di diverso, i giorni di pianto e disperazione furono solo sette, Orfeo morì, sempre dilaniato, ma per mano delle Menadi, infuriate con lui perché in qualche modo “Inventò” e sviluppo l’amore omosessuale. Orfeo avrebbe quindi, per non tradire il ricordo di Euridice, sviluppato rapporti con dei fanciulli, questo suo comportamento influenzò anche alcuni Traci che trascurarono, così, le proprie mogli, ecco nascere la grande ira della Menadi. Una cosa però accomuna le due versioni, il capo di Orfeo, ormai staccato dal corpo, fu gettato nel fiume Ebro, ma sorpresa… sorpresa quella testa continuava a cantare anche priva del proprio corpo. Virgilio narra, infine, che Orfeo fu accolto nei Campi Elisi. Ovidio finisce la sua narrazione con un lieto fine, Orfeo nei campi Elisi ritrova fra le pie donne la sua Euridice e quindi potrà guardarla per l’eternità senza più nessun timore. Come in ogni grande mito Greco le versioni sono molteplici e tante narrano di una fine diversa… Accenniamo qualcosa di altre versioni sulla morte di Orfeo, in una fu Zeus stesso a ucciderlo con una folgore, furioso poiché Orfeo andava rivelare cose che gli umani non dovevano sapere. In un’altra versione Afrodite istigò, in maniera più o meno subdola, nelle donne Tracie una grande passione per il cantore tanto da dilaniarlo mentre se lo contendevano, questo perché la Dea voleva vendicarsi di Calliope madre di Orfeo. Ella, un giorno, fu chiamata a giudice su una contesa tra Afrodite e Persefone, doveva decidere a quale delle due Dee spettavano le “Attenzioni” del giovane Adone. Calliope in maniera molto “Salomonica” decretò che Adone doveva restare sei mei con l’una e altri sei mesi con l’atra, la decisione che sembrava molto equa, non piacque per nulla ad Afrodite. La lira di Orfeo fu portata in cielo da Zeus andando così a creare una costellazione che tutti potevano vedere, in un’altra versione fu Apollo a portarla nel firmamento. Questo mito ha ispirato molti autori e artisti nel corso dei secoli, il primo riferimento a Orfeo documentato è quello del poeta Ibico di Reggio vissuto nel VI sec a.C., poi lo ritroviamo nella tragedia perduta di Eschilo: Le bassaridi. Orfeo è citato da Euripide, in Ifigenia, in Aulide, ne Le baccanti e nell’Alcesti, in queste opere parla del suo potere d’incantatore o meglio delle grandi proprietà ammaliatrici della sua musica e del suo canto, ma quest’autore lo sottolinea anche come figura trionfate, in un certo senso porta avanti una linea di lieto fine. La stessa che si può riscontrare in altri due autori greci antichi: Isocrate ed Ermesianatte. La trattazione di questo eroe non finisce certamente qui, il filosofo Platone inserisce Orfeo tra i sofisti, Apollonio Rodio narra le sue vicende nelle Argonautiche e lo presenta come un eroe, per così dire, culturale.

Per gli Alessandrini rappresenta la loro visione di poeta, che è in grado di dare ordine alla natura e alla realtà usando come mezzo la manipolazione della parola. Il tempo scorre velocemente ma il mito di Orfeo non decade, nell’Alto Medioevo Boezio, lo pone a emblema dell’uomo che si chiude al trascendente, mentre nei secoli successivi questa figura sarà vista come quella di un lottatore che trionfa contro il male e il demonio. Così come accade anche nell’opera di Pedro Calderon de la Barca: El divino Orfeo, del 1634. In epoche più vicine alle nostre gli autori, che continuano a narrare di questo mito, dipingono una figura diversa ecco alcuni esempi: nell’opera Euridice a Orfeo, scritta del poeta inglese Robert Browning, è lei che gli urla di voltarsi perché in quel breve istante vi è tutto, tanto da rendere superfluo il futuro… Una filosofia un po’ particolare. Approdiamo nel XX secolo, precisamente nel 1925, Jean Cocteau pubblica un’opera teatrale nella quale è Orfeo che decide di unirsi a Euridice tra i morti, poiché tra i vivi l’amore e la pace sono ormai impossibili, mentre nell’aldilà non si possono correre rischi… altra filosofia molto particolare. Personalmente trovo bellissimo il dialogo che Cesare Pavese descrive ne L’inconsolabile, dialoghi con Leucò, del 1947, con cui o aperto quest’articolo e che invito a leggerlo per intero. Quel gesto di voltarsi è qui descritto come volontario, Orfeo è ormai estraneo alla vita e ha compiuto il proprio destino, Euridice, come tutto, per lui non conta più niente, anzi potrebbe traviarlo dalla realizzazione di se stesso. Molti altri autori hanno scritto di questo mito, così come grandi artisti l’hanno raffigurato in pittura e in scultura fin dai tempi più antichi, raffigurazioni sono state trovate su vasi di terracotta, che dire, poi, del bassorilievo di epoca romana, copia di quello greco, oggi visibile al Museo Archeologico di Napoli, in esso sono scolpiti i due sposi, Orfeo ed Euridice, che sono accompagnati dal Dio Ermes. Anche nel Rinascimento e in tempi più moderni pittori, musicisti, letterati si sono ispirati a questo mito, una storia che, ancor oggi, trova persone disposte a rievocarla e che si commuovono ad ascoltarla.

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