Il mito di Enea.

by / mercoledì, 19 aprile 2017 / Published in Il blog, Miti e Leggende

Enea, dal greco Αἰνεiας Aineias, latino Aeneas, è una figura mitologica riconosciuta sia dai Greci che dai Romani. Era figlio di Anchise, cugino di Priamo re di Troia, e di Venere dea dell’amore, nacque sul monte Ida e la madre lo affidò alle ninfe affinché lo allevassero e lo curassero. Aveva un fratello, Lirno, e si sposò due volte, prima con Creusa e poi con Lavinia; ebbe anche due fratellastri, Elimo ed Echepolo e una sorellastra, Ippodamia; mise al mondo due figli Ascanio e Silvio. Al compimento dei cinque anni di età il padre lo affidò a Alcatoo, che era il marito della sorellastra Ippodamia, il quale lo portò a Dardano e provvide alla sue educazione. Principe dei Dardani, partecipò alla guerra di Troia dalla parte dei Troiani, fu narrato da Omero come grandissimo eroe Troiano secondo solo a Ettore, anche se nell’Iliade non assume un ruolo di primaria importanza, mentre è protagonista assoluto nell’Eneide di Virgilio. Infatti nell’Iliade combatte alcune battaglie ma, viene salvato spesso dagli Dei, nei momenti in cui sta soccombendo, Omero ci narra che Zeus lo destinò, insieme ai pochi sopravvissuti all’incendio e alla distruzione della città, al proseguimento della stirpe troiana, anche se, in altri lidi e non più in patria. Quindi Enea rappresenterà l’eroe sempre attento al volere degli Dei e a soddisfarei i loro desideri. Come per gli altri eroi, prima e dopo Omero e Virgilio, altri scrittori antichi narrano del suo mito come Esiodo che scrisse, tra l’VIII e il VII secolo A.C.: “Diede la vita a Enea Citerea dalla vaga corona, che con Anchise l’eroe si strinse d’amabile amore sopra le vette dell’Ida selvosa, solcata di valli.” O Quinto Smirneo che nella sua opera Posthomerica, databile tra il II e III secolo d.C., narra di un Enea destinato dal Fato di dare il via alla fondazione di Roma. Il suo mito comincia con Zeus e la cintura magica di Afrodite, tale cinta aveva il potere di far cadere in tentazione sia il padre degli Dei che qualsiasi altro uomo o Dio. Zeus stanco di queste continue tentazioni, decise di punire la dea della bellezza e dell’amore, che poi era la sua figlia adottiva, la fece innamorare di un mortale per questo scopo il re degli Dei si servì di Anchise, un giovane pastore frigio, figlio di Capi e di Temisto o, secondo altre leggende di Egesta, questo ragazzo era solito pascolare le sue mandrie, che erano enormi, sui colli del monte Ida. Ovviamente quando Zeus voleva nessuno si poteva sottrarre al suo potere e la Dea si innamorò perdutamente del giovane Anchise, decidendo che avrebbe ottenuto immediatamente i sui favori. Una notte Afrodite assunse l’aspetto di una comune mortale e si recò alla capanna in cui stava riposando il giovane, gli si avvicinò e gli disse era una principessa rapita dal dio Ermes, che si era invaghito di lei e che, per questo, l’aveva portata sui pascoli dell’Ida. Vuoi per lo stratagemma adottato, vuoi per la bellezza provocante la Dea riuscì nel suo intento. Solo al mattino seguente la Dea si rivelò per quello che era, Anchise credette che sarebbe stato punito, per aver visto le nudità della dea, ma, Afrodite lo rassicurò dicendogli che da quell’unione sarebbe nato un figlio, il quale avrebbe regnato sui Troiani acquisendo un grande potere, che avrebbe trasmesso anche con i suoi discendenti. Doveva, però, mantenere il segreto su quella nascita altrimenti Zeus lo avrebbe fulminato, con i suoi strali, immediatamente. Il giovane, dimenticando l’avvertimento ricevuto, in una taverna, complice l’ebrezza provocata dal vino bevuto, si vantò del suo rapporto con la Dea, a quel punto Zeus s’infuriò e gli lancio contro una folgore, tuttavia Afrodite lo protesse con la sua cintura e il fulmine si abbatté, in maniera innocua ai piedi di Anchise. Il giovane però rimase traumatizzato dall’ira divina e non riuscì più a raddrizzare la schiena, in alcune versioni Zeus lo punì privandolo della vista. Come si è detto, il nostro eroe nacque sul monte Ida e fu allevato dalle Ninfe per i primi anni di vita, in alcune stesure Enea fu educato dal centauro Chirone. Fu affidato poi dal padre, a Alcatoo e a sua moglie Ippodamia, questi parenti lo educarono, lo curarono e crebbero, dal compimento dei cinque anni fino alla maggiore età, ebbe come nutrice Caieta alla quale Enea si affezionò molto, tanto che, quando morì, le riservò grandi onori e riguardi. Sposò Creusa, la figlia del cugino del padre, che poi era Priamo re di Troia, da lei ebbe un figlio Ascanio. Nella versione di Pausania Enea ebbe anche una figlia, Etia. Il nostro eroe partecipò alla politica espansionistica che stabilì Priamo, quindi combatté in alcune battaglie, prima della decisiva guerra tra i Troiani e gli Achei. Enea conquistò l’isola di Lesbo, territorio che divenne un avamposto altamente strategico per i Troiani. In alcuni testi molto antichi Enea è narrato come complice del rapimento di Elena, Omero, nell’Iliade lo descrive come grande amico di Ettore, spesso in disaccordo con Priamo e contrario alla guerra. Partecipò, però alla guerra mettendosi a capo di un contingente di Dardani, Achille riuscì a rubare le mandrie paterne che Enea aveva portato al pascolo sul monte Ida, fu inseguito per lungo dall’Acheo, ma, il nostro eroe riuscì a fuggire. Dopo il duello tra Paride e Menelao ci fu una battaglia a cui Enea partecipò, su di un carro da guerra in compagnia di Pandaro. Diomede uccise Pandaro Enea a quel punto abbandonò il carro, che fu portato in campo greco, e difese il corpo del suo compagno affrontando Diomede. Narra Omero nell’Iliade: “Balzò a terra Enea, con la lunga lancia e lo scudo, temendo che gli Achei gli strappassero il morto. Gli si mise accanto come un leone che della sua forza si fida; teneva davanti a sé la lancia e lo scudo rotondo, pronto a uccidere chiunque gli venisse di fronte, e gridava in modo terribile.” Enea venne ferito, intervenne in suo soccorso Afrodite, ma, Diomede per nulla intimorito si scagliò, costringendola alla fuga, contro la Dea. A quel punto scese in campo Apollo, per il Dio i colpi di Diomede erano totalmente innocui, per soccorrere il nostro eroe, in seguito fu portato nel tempio di Apollo e curato da Artemide e Latona. E non finisce qui, gli Dei misero nel campo di battaglia, a combattere, un fantasma con le sembianze di Enea, bizzarrie degli esseri divini. Un altro combattimento che vide protagonista Enea fu quello presso le navi greche, in quel frangente soccorse Ettore ferito uccidendo Medonte e Iaso ma, perse due suoi luogotenenti Archeloco e Acamante, nonché il cognato Alcatoo. Enea si scontrò anche con Achille ma, al culmine del duello, quando Enea stava per soccombere, intervenne Poseidone che lo avvolse in un banco di nebbia e lo trasportò tra le ultime file dell’esercito Troiano. Atteggiamento, quello del Dio, alquanto bizzarro, considerando che era ostile ai Troiani, si deve però aggiungere che gli Dei apprezzavano molto la devozione e il rispetto che Enea aveva per tutti loro. La fuga di Enea dalla citta di Troia, ormai in fiamme, fu narrata, dagli scrittori, con diverse versioni. Nella stessa notte che Ulisse e i greci uscirono dal cavallo di legno egli sognò Ettore, che gli annunciò la fine della città, Enea cercò di difendere Troia con un pugno di uomini ma, dovette rinunciare all’impresa e fuggi con suo figlio Ascanio, portando sulle spalle il vecchio padre Anchise. La moglie Creusa perì durante la fuga, in sogno, sotto forma di fantasma, gli rivelò che in futuro sarebbe stato il capostipite di un grandioso popolo. Secondo Omero Enea fondò un grande regno nella Troade, mentre, nella Iliou Persis, egli fuggì da Troia, insieme ad alcuni compagni, prema della distruzione, poiché intuì la situazione appena dopo la morte di Laocoonte. La versione più affermata è quella di Stesicoro, che poi è quella ripresa e sviluppata da Virgilio nell’Eneide. Virgilio ci racconta che Enea fuggì da Troia via mare e andò incontro ad avventuroso viaggio insieme a molti dei troiani sopravvissuti a cui si aggregarono altri soldati di varie regioni che insieme aveva combattuto i Greci. La loro prima tappa fu nel Chersoneso Tracico, dove Enea venne a conoscenza della tragica morte di Polidoro, uno dei tanti figli di Priamo, che fu ucciso da Polimestore con lo scopo di appropriarsi dei suoi beni. Il nostro eroe si recò a Delo per ascoltare l’oracolo di Apollo, il quale gli ordinò di recarsi nei territori natii del fondatore di Troia, il Dio si riferì a Dardano, ma Anchise fraintese le parole del responso e pensò a Teucro, uno dei capostipiti del loro popolo. Quindi le navi si diressero verso Creta ma qui, molti Troiani perirono a causa di una pestilenza, a questo punto Enea ordinò di dirigersi in Italia, la terra natia di Dardano. Per affrontare il viaggio i Troiani presero la decisione di recarsi nelle isole Strofadi per fare rifornimento, la decisione si rivelò fallace, poiché furono attaccati dalle arpie e costretti alla fuga. La fuga li portò nell’Epiro, qui incontrarono i fondatori della città di Butroto, Eleno e Andromaca, che fu moglie di Ettore, molto significativo è il passo dell’Eneide che descrive Andromaca che si reca sulla tomba, priva del corpo, di Ettore: “… Andromaca libava annuali vivande e mesti doni ai morti e ne invocava i mani sopra il tumulo d’Ettore, che con un verde cespo, aveva, se pur vuoto, consacrato, e con due altari, causa di pianto.” Enea incontra Eleno, quest’ultimo era dotato del dono della profezia, svela, al nostro eroe, che il suo viaggio doveva proseguire verso l’Italia, ma anche, andava evitata la Sicilia, terra molto pericolosa, poiché abitata dai giganteschi Ciclopi e dai mostri Scilla e Cariddi. Infine lo esortò a recarsi a Cuma, presso la sibilla, per chiedere il suo responso. Enea e i Troiani al suo seguito riuscirono a stento a salvarsi da quelle minacce, che aveva predetto Eleno, e riuscirono a sbarcare vicino all’Etna, qui incontrarono Achemenide, un compagno di Ulisse abbandonato in quei territori, che si unì alla flotta dei Troiani. Enea e i suoi uomini sostarono Drepano, nei pressi di Erice, dove c’era un tempio dedicato a sua madre Afrodite. I Troiani furono caldamente accolti da Acestre, re di quelle terre, è qui che il vecchio padre di Elea, Anchise morì e fu sepolto. Poco dopo la flotta ripartì per l’Italia, ma Era, che odiava i Troiani, scatenò, con l’aiuto di Eolo, una tremenda tempesta che trascinò tutta la flotta di Enea verso le coste africane, pur perdendo alcune navi, Il nostro eroe e i suoi compagni riuscirono a sbarcare presso Cartagine, città che Didone stava edificando. La regina accolse i Troiani con grande piacere e gioia, e Enea le raccontò tutte le sue vicende e tutte le sue peripezie. Gli Dei erano però sempre molto attivi, Afrodite, preoccupata per il figlio, mandò Eros da Didone, il quale, travestito da Ascanio, la fece perdutamente innamorare di Enea. Era appariva contenta, in questo modo sperava che venisse abbandonata l’idea di fondare un’altra città, ma, Zeus non fu contento e per richiamare all’ordine Enea mandò il suo messaggero Ermes, con l’ordine di ripartire immediatamente. Enea, come al solito, obbedì e riprese il viaggio, mentre la sua flotta veleggiava vide il falò su cui bruciava Didone, che disperata per l’inaspettata partenza si era uccisa. Scrive Virgilio: “Le ancelle la accolgono, e riportano sul talamo marmoreo il corpo svenuto e lo adagiano sui cuscini. Ma il pio Enea, sebbene desideri calmare la dolente, e confortarla, e allontanare con parole le pene, molto gemendo e con l’animo vacillante per il grande amore, tuttavia esegue i comandi degli Dei, e ritorna alla flotta.” L’intenzione di Enea era quella di dirigersi a Cuma ma, qualcuno non era d’accordo e un’altra tempesta colpi la flotta, i Troiani sbarcarono di nuovo a Drepano e poiché era passato un anno dalla morte di Anchise, che in quei luoghi era seppellito, si celebrarono solenni sacrifici agli Dei e grandi giochi funebri in onore del defunto, ai quali parteciparono sia atleti troiani sia quelli siciliani, ma Era non ancora soddisfatta, fece in modo che le donne Troiane si sentissero stanche di tutti quei viaggi e durante i festeggiamenti diedero fuoco alle navi. Zeus non restò a guardare e mandò una intenza pioggia, benché alcune navi bruciarono, molte si salvarono, Enea prese una decisione e disse ai suoi compagni che chi voleva rimanere poteva farlo, lui sarebbe ripartito solo con chi aveva voglia di proseguire il viaggio verso il destino che a loro era assegnato. Quelli che rimasero, sempre secondo la leggenda, fondarono la città siciliana di Segesta. Finalmente, dopo tanto peregrinare; Enea e i suoi fedeli giunsero a Cuma, ma, non senza ulteriori disgrazie infatti durante il viaggio perirono: Palinuro, il pilota della nave ammiraglia e Miseno amico e compagno d’arme di Ettore. Ovviamente appena giunto a Cuma Enea incontrò la Sibilla con la quale, dopo aver compiuto dei sacrifici per anime dei defunti, scese nel regno dei morti. Incontrò Caronte e Cerbero quest’ultimo si addormentò per un inganno della Sibilla, vide Palinuro che lo pregò di dare sepoltura al proprio corpo, poi arrivò ai campi del pianto, lì vide lo spirito di Didone che mesto vagava per la pianura. Enea cercò di parlarle, lei non gli rivolse la parola ma, si allontanò da lui, in seguito vide lo spirito di Deifobo, il cui corpo fu stato deturpato da Menelao, infine incontrò Anchise che gli confermò il destino della sua stirpe e gli fece vedere le anime di coloro che avrebbero fatto grande il regno promesso, a Enea, in Italia. Salutato il padre Enea e la Sibilla tornarono sulla terra e il nostro eroe riprese il viaggio, si fermò nei pressi di Gaeta per dare degna sepoltura e rendere le onoranze funebri alla sua vecchia nutrice Caieta, da cui prese il nome la cittadina laziale. Infine, finalmente Enea e i suoi fedeli compagni giunsero sulle rive del Tevere, ma le sue avventure non erano certamente terminate. Enea mandò degli ambasciatori da Latino, re di Laurento, per chiedergli amicizia e il permesso di fondare una nuova città. Il re offrì a enea sua figlia Lavinia in sposa, poiché un oracolo gli aveva predetto questo avvenimento, cioè che la fanciulla avrebbe sposato un uomo giunto da molto lontano, la qual cosa non piacque a Turno re dei Rutuli al quale la ragazza era stata promessa prima dell’arrivo del Troiano. Poteva non scoppiare una guerra? Certamente no, specialmente se Era fece di tutto per alimentare le ostilità. Il pretesto scaturì dal fatto che un giorno Ascanio uccise a sua insaputa, mentre era a caccia, una cerva domestica appartenente ai pastori del luogo. I pastori inseguirono il figlio di Enea, ovviamente i troiani accorsero in aiuto di Ascanio e uccisero Almone che però era un cortigiano di Latino. La guerra scoppiò Turno, con i suoi uomini, tra cui c’era Mezenzio un re Etrusco esiliato per la sua crudeltà, mosse contro i Troiani, mentre Enea risalì il Tevere in cerca di alleati che trovò negli Etruschi e nel loro re Tarconte, al suo fianco si mise anche Evandro re degli Arcadi, il quale era imparentato con i Troiani e da poco aveva fondato la sua colonia a Pallanteo, ovvero sul colle Palatino. Poco prima di ripartire al nostro eroe andò in sogno il Dio Tiberino il quale gli disse, che avrebbe incontrato, lungo la strada, una scrofa con trenta cuccioli ed è proprio in quel luogo Ascanio avrebbe fondato la sua città, Enea tentando di rabbonirsi Era, sacrificò quell’animale in suo onore. Così non fu ma, gli Dei però gli erano quasi tutti a favore e Efesto gli forgiò, su richiesta di Afrodite, una nuova armatura. Mentre Enea era assente, Turno attaccò il campo Troiano e cercò di bruciare le navi che però Cibele trasformò in Ninfe marine. Due inseparabili amici Troiani, Eurialo e Niso cercarono di eludere, durante la notte, l’assedio nemico, per mettere al corrente Enea dell’attacco nemico, furono però scoperti e uccisi. Quando il nostro eroe tornò al campo, la battaglia, per i Troiani, era compromessa, Turno aveva fatto strage degli uomini di Enea. Enea sbarcò insieme a Tarconte, che guidava un contingente Etrusco e con Pallante che era al comando degli Arcadi, riuscendo così a soccorrete i sopravvissuti Troiani e a cambiare l’esito della battaglia. Turno però, uccise Pallante mentre Enea uccise Mezenzio e suo figlio Lauso. Si stabilì così un armistizio e le due parti deliberarono che tutte le questioni aperte sarebbero state appianate con un duello, fra i rispettivi campioni. Le cose potevano proseguire senza un intervento divino? Certamente no, Era, che temendo per la vita di Turno lo aveva precedentemente allontanato dalla battaglia, fece in modo che i Latini rompessero il patto appena concluso. La conseguenza fu una nuova battaglia in cui Enea fu ferito, altro intervento divino, Afrodite curò suo figlio e lui appena si riprese attaccò Laurenzio, la città del re Latino, in maniera rabbiosa e violenta. A quel punto Turno e la sua alleata Camilla, regina dei Volsci schierarono le proprie truppe per contrastate I troiani e i loro alleati. Camilla attaccò la cavalleria etrusca ma, perì nella battaglia, Turno affrontò la fanteria Troiana. Si decise una nuova tregua e un nuovo duello tra i due contendenti, Turno ed Enea, l’eroe troiano ebbe la vittoria e inizialmente si astené dall’uccidere il nemico, oltretutto Turno pregava di risparmiarlo. Enea lo voleva risparmiare ma, quando vide addosso a Turno le armi e il cinturone di Pallante, indossate come trofeo, si accese d’ira, gli tornò alla mente il dolore di Evandro, padre di Pallante, e trafisse il petto del nemico con la spada. Si legge nell’Eneide: “…Dicendo così gli affonda furioso il ferro in pieno petto; a quello le membra si sciolgono nel gelo, e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre.” In seguito Enea sposò Lavinia, governò sia i Latini sia i Troiani, fondò una nuova città, alla quale diede il nome di Lavinium, in onore di sua moglie. La leggenda vuole che Enea salì, dopo quattro anni di regno, direttamente in cielo accolto dagli Dei nell’Olimpo, durante una battaglia contro gli Etruschi. Suo figlio Ascanio, fondò la citta di Alba Longa, il figlio di Enea era anche chiamato Iulo, da cui la “Gens Iulia”, famiglia romana, che diede i natali a nobili e imperatori, che vantava, appunto, la discendenza da Venere, nome romano di Afrodite, Enea e Iulo o Ascanio. Qualche secolo dopo Rea Silvia, discendente di Ascanio, diede alla luce i due gemelli, concepiti con il dio della guerra Marte, in greco Ares, Romolo e Remo, ma, questa è un’altra storia… Tutte le profezie si erano avverate Enea fu il capostipite di un grande popolo. Scrive Catone il Censore, ciò che poi sarà accettato dai Romani come versione definitiva della nascita della propria città, Enea fugge da Troia e giunge nel Lazio, sposò Lavinia e fondò Lavinium. Ascanio fu il fondatore di Alba Longa e i suoi successori diedero origine a quella dinastia, che dopo varie generazioni, vide Rea Silvia dare alla luce Romolo e Remo. Romolo fondò Roma nello stesso luogo dove Enea aveva incontrato Evandro e in seguito, dalla la gens Giulia, nascerà Giulio Cesare e il primo imperatore Augusto. Ponendo Enea come capostipite, i Romani avevano, di fatto, inserito tra i loro antenati Afrodite e Ares.

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